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domenica 26 luglio 2020

Vertenza locale: PROTESTA TRA GLI SCAFFALI ALL'IPERMERCATO CARREFOUR DI PAVIA

Fonte: La Provincia Pavese – Luca Simeone




Una protesta plateale e insolita quella messa in atto ieri pomeriggio verso le 16 all'Ipermercato Carrefour di via Vigentina da una sessantina di dipendenti della Cisa, il Consorzio che tramite la cooperativa Zero70 gestisce il deposito di Chignolo del colosso della grande distribuzione.
I lavoratori denunciano una situazione pesante, con cambi di turno comunicati anche all'ultimo e accuse di comportamenti antisindacali di Cisa.
Dei sedici lavoratori sanzionati, dodici sono stati sospesi per quattro giorni mentre altri quattro , tra cui un rappresentante sindacale , per dieci giorni, con ulteriori contestazioni che potrebbero portare a nuovi provvedimenti con il rischio di arrivare al licenziamento.
 Il sindacato Usb, che ha impugnato le sanzioni disciplinari, chiede con i lavoratori che la Carrefour revochi l'appalto alla Cisa.

“Gli atti di Cisa sono al limite della legalità,attacca Alaa Nasser di Usb, abbiamo inviato diverse comunicazioni all'azienda con richieste di incontro urgente ma non ci riconoscono, pur avendo tanti scritti. “ “ Questa all'Iper della Carrefour è solo la prima di una serie di azioni”. “Ci hanno persino chiesto in quanto soci lavoratori di partecipare alle perdite di bilancio, ma quando gli abbiamo detto che era una richiesta illegittima e abbiamo contestato le ferie forzate a marzo hanno cominciato a modificare gli orari con turni strani, con l'intento di provocarci, e a mandare lettere con contestazioni per qualunque cosa”.

sabato 25 luglio 2020

LA PORTA SUL CUORE DI TENEBRA DELLO STATO BORGHESE

Sulla vicenda della caserma di Piacenza



Nell'ottobre 2018 scrivevamo, a proposito del caso di Stefano Cucchi e dell'eroica battaglia di Ilaria per la verità sul suo assassinio da parte dell'Arma dei Carabinieri: “Il cuore profondo dello Stato getta la maschera e viene allo scoperto”.

Un cuore di tenebra. È quello che emerge dall'inchiesta della Guardia di Finanza sulle vicende terribili della caserma dei Carabinieri di Piacenza. Ancora una volta siamo solidali con le parole coraggiose di Ilaria: «un fatto enorme e gravissimo che ricorda la vicenda di mio fratello. Basta parlare di singole mele marce, i casi stanno diventando troppi. Il problema è nel sistema».

Certo, un sistema. Non mele marce, come invece la retorica massmediatica si affretta subito ad affermare. Sì, ma di quale sistema stiamo parlando? Non certo quello di un episodio ordinario di corruzione. La portata dell'indagine del procuratore, un lavoro che si prospetta enorme per svelare le catena delle complicità e le connivenze delle strutture di comando dell'Arma, ne è la più evidente smentita. Un lavoro che deve svelare come sia stato possibile che per anni i comandi dell'Arma abbiano coperto una situazione in cui un'intera caserma dei carabinieri si è organizzata con una struttura del tutto simile alla criminalità organizzata, perpetuando arresti illeciti, torture, estorsioni e spaccio. Non è un caso che un'indagine di questa portata sia stata sottratta alle autorità inquirenti dell'Arma stessa.

Il fatto è enorme, ma non ci deve stupire. In realtà l'episodio, solo una punta dell'iceberg, rivela per l'ennesima volta, dopo la macelleria messicana e le torture della caserma Bolzaneto nelle giornate di Genova del luglio 2001, gli altri casi di morti “accidentali” come quelle di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Serena Mollicone, per citare solo le più note, come funzionano realmente i corpi armati separati dello Stato borghese.
Ad ogni latitudine è evidente, come dimostrano gli omicidi a sfondo razziale della polizia statunitense: inflessibili nella protezione della proprietà privata e della sua sacralità (feroci bastonature dei picchetti operai), concessivi e garantisti con i reati dei cosiddetti colletti bianchi, repressivi nei confronti delle mobilitazioni popolari, razzisti nei confronti delle minoranze, impuniti e quindi dediti ad ogni corruzione e nefandezza, protetti dal proprio spirito di corpo che li pone in difesa dell'ordine borghese al di sopra delle stesse leggi borghesi, essi sono i più credibili testimoni della costituzione materiale dello Stato borghese profondo, insensibile per sua natura a qualsiasi costituzione formale.

Ribadiamo: proprio la natura organica dei corpi repressivi, il loro codice interno, la legge reale che governa le loro relazioni, li rende strumenti idonei alla difesa dell'ordine borghese della società.
Per questo nessun programma anticapitalista può rimuovere dal proprio orizzonte la questione dello Stato e della rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 23 luglio 2020

RECOVERY FUND. LA SVOLTA EUROPEA E IL PORTAFOGLIO DEI SALARIATI



Il fatto nuovo c'è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all'emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.
Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale). La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all'impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie. La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch'essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l'Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.
Il significato politico dell'accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l'economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell'automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo. Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l'asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi.

Un salto verso l'Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.
Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti, dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi. I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l'accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato. Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l'accordo. Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all'Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l'accordo solo grazie all'ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l'avallo dell'accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.
Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt'altro.


UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO

L'intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L'Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione. Dunque l'Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l'impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea. Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l'1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento. Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L'Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri paesi. Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.
Dunque, il primo dato certo dell'indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori. E non è che il primo aspetto.


A CHI ANDRANNO I SOLDI?

Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l'apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario. Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l'esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale.

La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali. In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell'IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest'ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.


LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”. Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico.

Il debito pubblico di ogni paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l'Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.
Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l'economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l'impennata dei tassi di interesse.
Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto. Non a caso l'avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent'anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall'Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio. Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.


NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l'indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L'Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente. C'è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l'autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari. La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale. È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni paese.
L'abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all'ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell'istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l'ha provocata, non chi l'ha subita.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 21 luglio 2020

SCR COSTRUISCE UNA PROPRIA AREA IN CGIL, L’OPPOSIZIONE CONTINUA AD ESSERE RT!

Comunicato della Commissione sindacale del PCL sulla nascita della nuova "area" in CGIL, denominata "Le giornate di marzo"






L'uscita di Sinistra Classe Rivoluzione (SCR) dall’area programmatica congressuale di RiconquistiamoTutto! (RT!) è il punto conclusivo di una lunga deriva settaria (nella CGIL come più in generale nella sua azione politica, nei movimenti e nelle lotte). L'uscita infatti non è solo scorretta per i modi in cui si è avverata, senza un solo avviso ai compagni e alle compagne con cui, bene o male, da anni si lottava fianco a fianco (un colpo basso, in contrasto proprio con quelle giornate di marzo che SCR ora vorrebbe rappresentare e che sono quanto di più nobile espresso dalla classe lavoratrice quest'anno).
Per quanto dolorosa, comunque, questa uscita non è improvvisa e inaspettata.
Come infatti scrivevamo fin dalla risoluzione del Comitato Centrale del PCL del dicembre scorso, SCR aveva avviato evidenti "dinamiche di sganciamento". Come mai il gruppo dirigente di RT! non se ne è accorto?

Non crediamo nemmeno che si possa incolpare, come viene fatto da una parte del gruppo dirigente dell’area sindacale, l'ingerenza dei partiti al suo interno, dando per scontato che i partiti siano un male. Per noi è il contrario. In primo luogo, in generale, l’impegno politico dei militanti sindacali, e quindi anche la loro partecipazione ad organizzazioni politiche, non può che sostenere quel processo più ampio di sviluppo della coscienza di classe che è inevitabilmente necessario per svilupparne la lotta. In secondo – ma non secondario – luogo, in questi ultimi venti anni la sinistra sindacale della CGIL ha subito progressive derive burocratiche, spesso isolando e disperdendo avanguardie radicate nelle singole realtà di lavoro: è stata proprio una rete di militanti politici nella CGIL che ha permesso, in alcuni passaggi fondamentali, di tenere dritta la barra, e la spina dorsale, e di perseguire controcorrente un raggruppamento conflittuale e classista, tessendo relazioni tra diversi settori sindacali e politici, oltre che tra diverse avanguardie nei posti di lavoro, e impedendo così di esser risucchiati nelle dinamiche burocratiche della CGIL (dalla stessa fondazione della "Rete 28 aprile" nel 2004 alla rottura con "La CGIL che vogliamo", permettendo quindi la costruzione di "Il sindacato è un'altra cosa-Riconquistiamo Tutto"). Anche per questo, in un’area plurale che raccoglie diverse pratiche sindacali e diverse sensibilità politiche, abbiamo sempre ritenuto e continuiamo a pensare che il suo sviluppo non passi per la negazione, l’isolamento e tanto meno l’estromissione delle soggettività presenti, ma anzi per il libero sviluppo del confronto, della discussione, dell’espressione dei diversi punti di vista e delle diverse impostazioni.

La deriva settaria e “politicista” di SCR si evidenzia nella scelta di costruire una nuova "area" fatta a immagine e somiglianza della sua organizzazione politica, semplice espressione e proiezione di sé stessa. Una scelta sicuramente autoreferenziale, ma figlia anche della sua personale e legittima visione della costruzione del conflitto, del sindacato e del partito di classe. Una visione con cui, al pari di tutte le altre presenti, RT! dovrebbe imparare a fare i conti.

SCR lamenta l'assenza di RT! nelle giornate di marzo, dimenticando che a marzo SCR aveva nell’area una significativa influenza, oltre che una presenza radicata, in particolare in alcune fabbriche e aziende emiliane. In realtà RT! è stata presente a marzo dove ha potuto e come ha potuto, in alcune situazioni con un ruolo non secondario proprio nell’innesco di quell’ondata, portando a casa anche alcuni risultati importanti. Certo, RT! non ha egemonizzato le giornate di marzo, perché se lo avesse fatto avrebbe avuto un radicamento di massa, che è precisamente il problema non solo di RT! ma di tutta l'estrema sinistra e del sindacalismo di classe, SCR compresa.
La mitologia di SCR sembra dire l'esatto opposto: l'area non ha fatto niente ma dove era presente SCR la classe è avanzata come un rullo compressore. Se così fosse, non si capirebbe come SCR non sia stata capace in questi anni di conquistare almeno l'egemonia di RT!. Ammantare di mitologia la propria uscita impedisce di vedere i reali problemi dell'area.

RT! è da tempo in difficoltà e in una fase di ripiegamento. Estremamente limitata e schiacciata dalla burocrazia CGIL, particolarmente dopo l’ultimo congresso, ha faticato a sviluppare una propria linea generale alternativa (come aveva invece impostato nei rinnovi contrattuali precedenti, entrando in sintonia e relazionandosi con dinamiche di classe anche estese, come mostra l’ampio dissenso di numerosi rinnovi). Una fatica determinata anche da arretratezze e incapacità del suo gruppo dirigente, come evidenziato da alcune derive verticistiche (vedi la penosa questione pisana). Una fatica evidenziatasi anche nella stessa battaglia di marzo, rimanendo chiusa nella ridotta del conflitto azienda per azienda e non ponendosi il problema della generalizzazione delle lotte, oltre che focalizzandosi sulla lotta per la salute ("chiudiamo le fabbriche"), senza generalizzare la lotta anche per il salario (la vera sicurezza è stare a casa pagati, non chiudere semplicemente le fabbriche).
Un ritardo segnato nei mesi scorsi dall’assenza di una piattaforma di lotta generale e unificante di tutta la classe lavoratrice di fronte all’emergenza della crisi sanitaria, economica e sociale, e dalla ritrosia nel partecipare organicamente ai diversi percorsi di fronte unitario dell’avanguardia politica e sindacale di classe.

Questi problemi dell'area chiamano in causa in primis il gruppo dirigente. Noi, pur segnalando tutti i problemi soggettivi interni all'area, non dimentichiamo però che in ultima analisi dipendono dalla lotta che a marzo, nonostante la generosità degli operai, ha evidenziato le divisioni tra le diverse realtà ed i diversi settori di classe, e quindi segnato una nuova sconfitta per la classe lavoratrice, grazie alla complicità di Landini e della CGIL col governo Conte. Se così non fosse, i padroni non avrebbero insistito così spudoratamente su tutte le loro pretese.

Il destino dell’opposizione nella CGIL, dello sviluppo di un’area classista e conflittuale, al netto dei problemi segnalati che vanno assolutamente rimossi, dipende oggi soprattutto dalla riscossa dei lavoratori e delle lavoratrici il prossimo autunno, con la precipitazione delle crisi e della conseguente offensiva padronale. Ovviamente, non è scontata. A noi spetta il compito di arare il terreno, lottando contro la burocrazia di maggioranza, e per una democrazia cristallina in RT!.

In ogni caso, quando il conflitto si riaccenderà, non rifiuteremo certo la collaborazione di chi vorrà porsi su quel terreno di conflitto e di costruzione di un’alternativa classista, nella CGIL e soprattutto nelle lotte di lavoratori e lavoratrici. L’opposizione in CGIL continua infatti ad essere RT!. E il suo primo compito, da qui in avanti, è rimarcarlo al meglio.

La battaglia per la costruzione di una tendenza che sia classista, anticapitalista e rivoluzionaria, per portare avanti l’obiettivo di conquistare alla prospettiva della rivoluzione socialista la maggioranza della classe lavoratrice, è il compito dei marxisti rivoluzionari. Il Partito Comunista dei Lavoratori si muove con i suoi militanti e le sue militanti in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

lunedì 20 luglio 2020

L'ASSOCIAZIONE VICTOR SERGE PRESENTA: LO STATUTO DEI LAVORATORI CINQUANT'ANNI DOPO

Con la partecipazione di Massimo Betti e Luca Scacchi 

Nel 1970 il parlamento italiano votò la legge 300, su iniziativa dei partiti di maggioranza PSI e DC, divenuta famosa come lo Statuto dei Lavoratori. La legge nacque nel pieno della rivolta operaia iniziata alla fine del decennio precedente e culminata nell'Autunno caldo del 1969. Se oggi la legge 300 appare ancora come un totem nel movimento dei lavoratori, al tempo la sinistra l'accolse freddamente. In anni più recenti lo Statuto dei Lavoratori è stato modificato, ovviamente in peggio, sia da governi di centrodestra come da quelli di centrosinistra. 
Se oggi il movimento di classe continua a subire l'infinita offensiva padronale, elementi di resistenza e di conflittualità sindacale provano a opporsi. 
Ne abbiamo parlato con Massimo Betti, dell'esecutivo nazionale del Sindacato Generale di Base-SGB e con Luca Scacchi del direttivo nazionale della CGIL – area Riconquistiamo Tutto. 
A cura di Agostino Giordano e Michele Terra




mercoledì 15 luglio 2020

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI UNITÀ DI CLASSE

Scrivete a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook ufficiale per sapere come acquistarlo



In questo numero:

Unire l'azione di classe, preparare lo scontro d'autunno. Editoriale - Diego Ardissono

L'autunno del patriarca sindacale - Lorenzo Mortara

Didattica a distanza e riapertura - Lukas Monti

Coordinamento delle sinistre e Patto d'azione - Marco Ferrando

USA, Black Lives Matter di nuovo nelle strade - Peter Solenberger

"Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita" - Testo della petizione nazionale


Aiutaci a propagandare le idee del marxismo rivoluzionario. Diffondi e sostieni Unità di Classe!


martedì 14 luglio 2020

1970-2020, LA LEZIONE DEI MOTI DI REGGIO CALABRIA

Un'iniziativa del PCL in Calabria sui moti di Reggio




I moti di Reggio Calabria furono uno snodo significativo della storia italiana. Il dibattito che oggi si sta sviluppando è paralizzato dalla riproposizione banale di posizioni che, da un lato, si presentano come una rivolta di popolo contro un ceto politico prevaricatore guidata dai “boia chi molla” e, dall’altro, rivendicano al gruppo dirigente del PCI il “merito” di avere garantito la stabilità delle istituzioni. In questi termini si perde, in maniera interessata, l’occasione di una riflessione adeguata.
Su questi problemi la Commissione meridionale del Partito Comunista dei Lavoratori ha, invece, promosso una conferenza che ha discusso aspetti essenziali sui quali riflettere per farne tesoro in questo momento cruciale.
Nel clima di omologazione oggi imperante va indubbiamente rilevata la scarsa attenzione che gli organi di informazione hanno riservato all’iniziativa. Essa è partita dalla lucida ricostruzione dei fatti sviluppata dal compagno Brunetti, all’epoca segretario regionale del PSIUP, che è partito dal riferimento generale al contesto italiano.
Negli anni seguiti alla nascita del centrosinistra, la società meridionale vide lo sviluppo di mobilitazioni di massa di grande rilievo condotte da lavoratori, contadini e da settori importanti delle giovani generazioni. Dopo la repressione delle lotte per la riforma agraria, stroncate nel dopoguerra dalle stragi di Melissa, e il consolidamento di un blocco reazionario e mafioso nel Sud, le masse finalmente tornavano in campo.
Ciò accadeva anche nella città di Reggio Calabria, con ferrovieri, studenti, ampi settori di un proletariato cresciuto con lo sviluppo demografico e l’inurbamento di migliaia di lavoratori che si stavano mobilitando contro emarginazione e sfruttamento.
La mobilitazione toccava aspetti di grande significato, come l’opposizione all’imperialismo, l’occupazione delle scuole, il riconoscimento dei diritti del lavoro.
C’era, in altri termini, la possibilità di costruire un grande movimento che unisse la società meridionale alle masse del Nord e alle loro lotte.
Il malessere del Sud emergeva con la manifestazione di bisogni di massa che talvolta venivano espressi anche con elementi di confusione. Quando questo malessere si incrociò con la scelta del capoluogo regionale, la sinistra avrebbe dovuto essere presente nella società con una proposta che giocasse al rialzo e ponesse al centro la necessità di spezzare l’ordine sociale sulle questioni del lavoro, della mafia, e che parlasse con la voce dell’anticapitalismo; se ciò fosse avvenuto, le masse di Reggio Calabria non sarebbero state consegnate all’egemonia della destra.
Il gruppo dirigente del PCI fece totalmente altro, con una scelta che rimuoveva le indicazioni di Gramsci e cancellava il compito di unire le masse di tutto il paese, per privilegiare invece il suo ruolo di forza politica nazionale che garantisse la tenuta dell’ordine sociale e la stabilità delle istituzioni borghesi.
Le posizioni del PSIUP calabrese, che si muovevano su una prospettiva radicalmente diversa e di classe, furono pesantemente attaccate come irresponsabili e costrette all’isolamento, anche con la complicità del gruppo dirigente nazionale dello stesso PSIUP.
Posizioni che furono ben altra cosa rispetto a quelle prodotte in maniera estemporanea da esponenti di Lotta Continua.
A ben considerare, la posizione assunta dal PCI era in stretta continuità con la linea imposta al partito da Togliatti e da tutto il gruppo dirigente staliniano con la svolta di Salerno.
La sconfitta sui fatti di Reggio, che il responsabile meridionale del PCI Gerardo Chiaromonte classificò come “una ragazzata di quattro teppisti”, portò conseguenze pesanti, con il definitivo arroccamento del PCI al governismo e alla collaborazione di classe. Tutto ciò con conseguenze che ricadono fino ad oggi, momento in cui globalizzazione e imperialismo producono, anche per la crisi del movimento operaio, una miseria più grande e nuovi spaventosi sviluppi.
Cinquanta anni dopo i moti si evidenzia come la Caporetto della sinistra governista, che è durata nel tempo, ha contribuito a una crisi generale gravissima.
Nel suo quadro si collocano la situazione di un’area mediterranea sempre più povera e uno sconvolgimento che tocca aree geografiche e sociali sempre più grandi.
La speranza che l’Europa degli imperialisti possa produrre un riequilibrio è solo una pia illusione. Solo un’Europa diversa basata sull’unione dei lavoratori del vecchio continente e delle masse dei paesi poveri costrette all’immigrazione può invertire la rotta. La proposta di un piano per il nuovo lavoro e un’economia non più fondata sul capitalismo è di fondamentale importanza.
Altri aspetti sono stati puntualizzati dal compagno Pino Siclari, coordinatore della Commissione meridionale del PCL. La cecità delle burocrazie politiche e sindacali e il loro naufragio sui fatti di Reggio emersero anche con la sottovalutazione del problema del capoluogo inserita nella riforma che al momento del varo della Costituzione introduceva l’ordinamento regionale. Essi avevano tutto il tempo per disinnescare questa mina vagante e per evitare tutte le sue catastrofiche conseguenze sulla realtà sociale calabrese. Le scelte adottate dal PCI diedero spazio all’egemonia reazionaria e consentirono alla destra di costruire un blocco sociale contrapposto al movimento operaio e collaterale, se non collegato, alla strategia della tensione e delle stragi.
L’errore proseguì nel tempo; ancor prima del governo Andreotti, in Calabria si costituì una maggioranza regionale allargata al PCI.
Poi il compromesso storico, la svolta dell’EUR con i sacrifici che, imposti nel sacro nome dello sviluppo del Sud, avrebbero penalizzato ulteriormente le masse meridionali.
E poi ancora la mutazione dell’identità esteriore del PCI e la sua inequivoca collocazione nel campo delle forze borghesi con la nascita del PDS e dei DS.
Infine una considerazione sul lascito culturale dell’egemonia reazionaria: la protesta contro i misfatti dei “politici”.
L’odierna “antipolitica” non può essere considerata una proiezione di quel delirio "rivoluzionario" che oggi si ripropone con Grillo e Salvini?
In questo momento di emergenza, a una sinistra più debole e mal messa si ripropone lo stesso dilemma di allora: o essere l’elemento di garanzia per il mondo di lorsignori o parlare il linguaggio della rivoluzione.
Altri interventi, come quelli dei compagni Demetrio Cutrupi e Antonio Messineo, hanno puntualizzato la responsabilità di quei gruppi dirigenti che lasciarono campo aperto alla destra e resero ancor più esplicito l’abbandono delle categorie politiche di Antonio Gramsci. Quelle categorie politiche che invece la conferenza del PCL ha rimesso al centro, e con le quali ha letto i moti di Reggio, rendendo la loro lezione utile sul terreno della prospettiva politica nel nome e per conto dell’interesse dei lavoratori.
L’iniziativa si è conclusa con l’annuncio di una prossima sessione degli "itinerari gramsciani” dedicata ai moti di Reggio e con l’indicazione di un’assemblea meridionale della sinistra di opposizione da tenersi nei mesi a venire.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale