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mercoledì 16 gennaio 2019

IL CASO BATTISTI, I MARXISTI RIVOLUZIONARI E IL TERRORISMO



Il caso Battisti riempie i notiziari. Il terrorista catturato all'altro capo del mondo sbarca a Fiumicino accolto da un'autentica parata di regime. Presenti i vertici militari e istituzionali al gran completo. I ministri Salvini e Bonafede, sguardo trionfante e al tempo stesso compunto, si contendono il primo piano ad uso delle telecamere, in un tripudio di toni solenni: “fatto storico”, “giorno indimenticabile per tutti gli italiani”, “il grande momento atteso dall'Italia per 37 anni”, l'”Italia che ottiene finalmente il rispetto del mondo” contro “un maledetto assassino comunista”... un autentico delirio senza pudore ben oltre i confini del grottesco. Le opposizioni liberali si allineano alla parata come un sol uomo, salvo qualche distinguo estetico. La sinistra parlamentare si genuflette al coro.
Di cosa stiamo parlando, in realtà? Di un fatto povero e semplice. Due governi reazionari, uno europeo, l'altro brasiliano, celebrano il proprio successo d'immagine. Il primo con un ministro degli interni in uniforme poliziesca notte e giorno, indifferente alla vita stessa dei migranti in mare, impegnato a respingerli ovunque possibile nelle galere libiche, tra torture, stupri, omicidi. Il secondo nelle vesti del governo più reazionario che il Brasile abbia mai conosciuto da mezzo secolo, guidato da un uomo che difende le gesta della vecchia dittatura militare e che vuole “estirpare dal paese tutti i socialisti, dal primo all'ultimo” (testuale). Questi sono i governi che a braccetto tra loro esibiscono oggi Battisti come trofeo nel nome del... diritto.
La denuncia di questa ipocrisia rivoltante è il primo dovere di ogni organizzazione di classe.

CONTRO IL TERRORISMO, MA DA UN PUNTO DI VISTA RIVOLUZIONARIO

Ciò non ci esime da un pronunciamento chiaro sul merito della questione Battisti, a partire da considerazioni di fondo che si legano alla nostra tradizione storica.
Da marxisti rivoluzionari siamo da sempre radicalmente ostili al terrorismo, e proprio in quanto rivoluzionari. Il terrorismo confligge infatti con la prospettiva della rivoluzione socialista, sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista politico.
Ideologicamente, il terrorismo rimpiazza l'azione di massa per rovesciare la classe dominante con una "azione esemplare" diretta contro suoi singoli esponenti, reali o presunti. Come se il dominio della borghesia e del capitalismo fosse un problema di singoli ruoli e persone, e non di struttura di classe della società. Così facendo il terrorismo si rende paradossalmente subalterno all'ordine costituito che formalmente denuncia. Il suo programma reale non è rivoluzionario, ma riformista, al di là di ogni autorappresentazione ideologica delle formazioni terroriste o delle intenzioni di loro militanti. Lenin definiva non a caso i terroristi russi come “i liberali con la bomba”.
Politicamente, il terrorismo è un disastro per le ragioni e le prospettive della classe lavoratrice. Gli apparati dello Stato usano le azioni terroriste per giustificare leggi repressive a scapito dei diritti dei lavoratori. Le burocrazie dirigenti del movimento operaio le usano per giustificare la solidarietà subalterna con lo Stato e i governi borghesi. L'esperienza degli anni '70 in Italia è stata emblematica. Le azioni delle Brigate Rosse, di Prima Linea, e infine dei PAC di Battisti (la peggiore delle organizzazioni terroriste dell'epoca) furono funzionali al compromesso storico e alla solidarietà nazionale contro la grande ascesa del movimento di massa (1969-'76). Nei sindacati e nelle fabbriche chi si opponeva alle politiche di austerità e dei sacrifici veniva intimidito con l'accusa o il sospetto di fiancheggiamento dei terroristi, mentre la legislazione d'emergenza con il pretesto del terrorismo restringeva le libertà democratiche. DC e PCI usarono questa dinamica per isolare l'avanguardia di classe a vantaggio dell'unità nazionale attorno allo Stato del capitalismo italiano.
La rappresentazione degli anni '70 come un periodo di guerra civile che spiegava il terrorismo è dunque una mistificazione ideologica, alimentata o avallata da ambienti diversi. La verità è opposta. La lotta armata delle organizzazioni terroriste militò contro la lotta di classe, contro la mobilitazione di massa, contro lo sviluppo della coscienza anticapitalista dei lavoratori, contro la prospettiva di una rottura rivoluzionaria. Mentre il compromesso storico da un lato e soprattutto la disgregazione dell'estrema sinistra centrista dei primi anni '70 dall'altro, sullo sfondo del ripiegamento del movimento operaio, fornirono al terrorismo un bacino di reclutamento di centinaia di giovani. Per questo, e da questo angolo di visuale, i marxisti rivoluzionari combatterono il terrorismo nelle fila della classe operaia, dei movimenti di lotta, e della loro avanguardia.

NON STIAMO DALLA PARTE DELLO STATO

Ma combattere il terrorismo dal versante del movimento operaio e di una prospettiva di rivoluzione è l'opposto che combatterlo dal versante dell'ordine costituito e della conservazione. Critichiamo il terrorismo e i terroristi senza la minima attenuante politica, ma non partecipiamo alla loro persecuzione giudiziaria e poliziesca da parte dello Stato borghese. Per il semplice fatto che noi stiamo dall'altra parte della barricata. La rivendicazione dell'amnistia ha qui la sua ragione.
Potremmo limitarci a dire che l'ergastolo per Cesare Battisti dopo quarant'anni dai fatti commessi o imputati è l'esercizio di una vendetta, non l'esercizio della “giustizia”. Uno Stato che nel suo cuore profondo ha coperto stragi fasciste o se n'è reso complice negli anni '70, lasciando impuniti i responsabili, invoca la giustizia contro Battisti? Lo Stato che varò una legislazione d'emergenza che negava i diritti di difesa che qualunque codice penale garantisce all'imputato (secondo il giudizio della stessa magistratura francese) invoca il diritto? Lo Stato che coprì pratiche di tortura nelle carceri, con decine di denunce (ignorate) di confessioni estorte, invoca la democrazia? Persino da un punto di vista coerentemente democratico, e della civiltà del diritto, non possiamo avallare la vendetta giudiziaria dello Stato.
Ma la nostra angolazione non è esclusivamente democratica, è di classe. Non esistono uno Stato e una giustizia al di sopra delle classi. Nella cosiddetta democrazia borghese lo Stato è e resta uno strumento di difesa e riproduzione della dittatura dei industriali e banchieri sulla maggioranza della società. Ogni giorno milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati sperimentano la natura di classe di questo Stato e della sua giustizia. Ogni rafforzamento di questo Stato e dei suoi poteri polizieschi è un rafforzamento dell'ordine capitalistico della società. Per questo non abbiamo mai sostenuto e non sosterremo mai la sua repressione e le sue cacce alle streghe contro esponenti o formazioni della sinistra, anche le più distanti da noi. Esprimemmo questa posizione di principio, controcorrente, quando era infinitamente più difficile di oggi; di certo non la sconfessiamo quarant'anni dopo di fronte a un ex terrorista imprigionato da Salvini.

Riportiamo in seguito alcune note di agenzie stampa sulla posizione del PCL in tema dell'arresto di Battisti:

"SALVINI VUOLE ESIBIRLO COME TROFEO" - «Da parte del governo - dice Ferrando - c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica. Noi siamo sempre stati ferocemente contrari, da un punto di vista anticapitalistico e rivoluzionario, a ogni teoria e pratica del terrorismo, che porta acqua alle classi dominanti e disorienta la classe operaia. Detto questo, per fatti di quarant'anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia. Nessun elemento di enfasi, di gioia o di solidarietà verso un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». E ha aggiunto: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»
Huffington Post Italia

«Per fatti di quaranta anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia per Cesare Battisti», dichiara all'Adnkronos Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, commentando l'arresto di Battisti.
«Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica», rimarca Ferrando, che si dice «contrario all'estradizione di Battisti», e aggiunge: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»

Adnkronos

Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 14 gennaio 2019

“QUOTA 100” LA FARSA DEL GOVERNO GIALLO VERDE



Il governo Di Maio/Salvini continua a reclamizzare “quota 100” come una delle promesse elettorali mantenute.

Ma cosa c’è di vero?

Le risorse disponibili sono state fortemente ridotte: da 6,7 mld a 4 mld (sono stati dunque tagliati circa 2,7 miliardi di euro). Miliardi presi dalle pensioni medio-basse, non certo dai profitti e dalle rendite, dall'evasione fiscale. Chi sceglierà, o sarà costretto, di andare in pensione con “quota 100” percepirà un assegno decurtato a causa del minore numero di anni di contribuzione, mentre l’età per la pensione di vecchiaia continua ad aumentare. Con le “finestre” differenziate, la pensione verrà erogata dopo tre mesi dalla maturazione nel privato, dopo sei mesi nel pubblico impiego, dopo un anno nella scuola. Inoltre i dipendenti pubblici vedranno il Tfr dopo lunghi anni. Questo sistema, che non mette in discussione il contributivo né l’impianto della legge Fornero, non sappiamo ancora quando partirà effettivamente. Ogni giorno cambiano le date, adesso si parla di aprile 2019, ma non per tutti. Quello che è certo è che “quota 100” si sta rivelando una vera e propria beffa.
Non prevede infatti alcuna  modifica sostanziale ad un  sistema previdenziale ingiusto e  penalizzante la classe operaia,  le donne, i giovani, i lavoratori  precoci, chi svolge lavori  discontinui o gravosi.

Ancora una volta non si  toccano i padroni, i ricchi, i  parassiti, gli evasori, ma si  difendono i loro scandalosi  profitti e privilegi!  

giovedì 10 gennaio 2019

“L'ELEMENTO POPOLARE SENTE MA NON COMPRENDE”



Lo scenario di crisi che il nostro paese sta attraversando è quello di una vera e propria crisi organica del sistema economico-politico. Una crisi che affonda le sue radici nella situazione economica: la distruzione di forze produttive e posti di lavoro, l'aumento della disoccupazione, l'impoverimento generale delle masse popolari e degli strati della piccola borghesia. A questo si aggiunge una sempre maggiore sfiducia generale nella politica e nei partiti che hanno rappresentato in questi anni il sistema di potere politico nel nostro paese.
Le classi dominanti non riescono ad esercitare più con la stesa forza e la stessa autorevolezza la loro capacità di direzione e i loro partiti di riferimento producono variazioni di consenso ed appoggio repentino; quegli stessi partiti, fino ad oggi cinghia di trasmissione degli interessi del grande capitale nel sistema politico, perdono terreno e consenso di fronte alle masse.
L'aumento dell'astensionismo in questi anni è un chiaro segnale di questa tendenza.
La mancanza di un Partito Comunista in grado di assumere compiutamente su di sé la prospettiva dell'alternativa a questo modello di sistema, di porre in essere un serio lavoro a livello di massa pone una serie di problemi ulteriori. Viene di fatto a mancare quell'elemento necessario affinché indichi con precisione i colpevoli dell'attuale condizione e gli obiettivi di cambiamento, la direzione corretta: quella della trasformazione in senso socialista della società. 
L'elemento popolare sente ma non comprende, avrebbe detto Gramsci. Il Partito Comunista è lo strumento che consentirebbe il passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere, ossia quello scambio reciproco di conoscenze e sentimento immediato che consente un'aderenza alla situazione reale e allo stesso tempo propone lo strumento per il suo superamento.

In mancanza di questo rapporto organico oggi le masse sono lasciate sole a sé stesse e alla mercé di gruppi di carattere reazionario che stanno tornando in modo preponderante sul continente europeo.
In Italia il sistema di potere ha sempre realizzato un blocco unitario della grande borghesia monopolistica, di matrice europeista, nella comunanza di rivendicazioni politiche. La “sinistra parlamentare” non ha credibilità nel paese tale da poter assumere a forza politica rilevante, pagando le proprie contraddizioni e i propri limiti. L'alternativa che si è espressa nelle forme dell'antipolitica ha visto una formazione dal carattere eterogeneo, come il Movimento Cinque Stelle, conquistare un numero molto elevato di consenso dal carattere di classe trasversalmente distribuito tra piccola e media borghesia, proletariato e masse popolari.
L'inconsistenza politica del progetto alla base del movimento cinque stelle, sta compromettendo il suo consenso, come largamente preventivato.

La Lega Nord ha completato la sua trasformazione iniziata nei primi anni del secolo. Da partito della secessione, a partito del federalismo, a partito della nazione. Oggi la Lega si mette alla testa del sentimento antieuropeista e nazionalista nel paese, ergendosi a collante di una serie di altri gruppi dal carattere eterogeneo e di matrice nazionalista, tra i quali anche organizzazioni neofasciste. 

E' in questo contesto che vanno letti alcuni dei recenti avvenimenti che hanno visto l'azione squadrista di gruppi neofascisti. Questa attività si inquadra per l'appunto nell'ambito della copertura che il disegno della Lega Nazionale garantisce a formazioni di carattere minoritario, che tenderanno ad acquisire una forza maggiore in questi mesi.

In questa situazione è necessario attuare un piano di radicamento della classe operaia e delle masse popolari, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle università, dai quartieri periferici delle nostre città. Il modo migliore per togliere terreno alle forze reazionarie non è fare alleanze o accordi con chi è compromesso dalla gestione del potere borghese, ma sviluppare un forte legame di classe che spazzi via le apparenze ideologiche che portano alla lotta tra poveri e alla salvezza del sistema di interessi reali che produce lo sfruttamento e gli squilibri sociali.

Solo in questo modo anche l'antifascismo diventa pratica reale e quotidiana nella direzione dell'avanzamento verso il socialismo.

martedì 8 gennaio 2019

PROLETARIATO O POPOLO?

di Marco Ferrando



Purtroppo il dato oggettivo della centralità di classe e dello scontro di classe è stato rimosso dal grosso della sinistra politica, nella teoria è nella pratica.
Non parliamo ovviamente della vecchia socialdemocrazia e dello stalinismo che hanno combattuto la "guerra civile" dal versante del capitale. Parliamo delle diverse espressioni della cosiddetta "nuova sinistra", o "sinistra radicale" o sinistra alternativa.

Espressioni diversissime per matrice ideologica e culturale, ma accomunate dalla cancellazione della centralità di classe nel nome del "Popolo": sia esso il popolo della cittadinanza progressista (Podemos), o dell'antagonismo territoriale e comunitario, o di un’indistinta "moltitudine"(Negri), o del sovranismo di sinistra (Formenti).

Tutti rivestimenti teorici più o meno raffinati della rimozione della classe lavoratrice.

L'attuale Potere al Popolo in Italia è in definitiva un assortimento creativo di tutte queste varianti.

Il paradosso è che questa rimozione della classe a favore del Popolo, spesso accompagnata dalla ricerca del "nuovo", misura in realtà una regressione all'antico.

Più precisamente al pre marxismo.

A quelle forme ideologiche primitive della piccola borghesia democratica contro cui si levò il Manifesto. Forme ideologiche destinate a riproporsi nelle epoche di ripiegamento del Movimento Operaio e della sua stessa avanguardia.

Il Movimento Operaio e la sua storia nacquero dalla conquista politica e culturale della autonomia della classe rispetto al “Popolo” e alla nazione.
Oggi la subordinazione della classe al "popolo sovrano" misura la profondità dell’arretramento storico subito più di ogni altro fattore.

Il fatto che questo avvenga nella fase della massima offensiva del capitale contro il lavoro, e del massimo dispiegamento dei populismi reazionari, misura non solo la valenza culturale di quest'operazione come capovolgimento "ideologico" della realtà, ma anche la sua subalternità politica alle tendenze prevalenti della società borghese.

domenica 6 gennaio 2019

"IL FUTURO NON ARRIVA DA SÉ SE NON CI DIAMO DA FARE"



Negli anni il ruolo dei comunisti all'interno della guerra di liberazione è stato via via ridimensionato, stravolgendo con qualsiasi mezzo le vicende storiche. Basta solamente sfogliare un libro di storia di qualsiasi scuola superiore per cogliere questo elemento: il revisionismo storico anche sotto quest'aspetto è una realtà evidente, che fornendo una versione errata dei fatti, ha come conseguenza diretta (e obiettivo) quella di legittimare questo sistema, spegnere ogni volontà di riscatto sociale.
E allora va detto chiaramente che l'Italia di oggi non è frutto della Resistenza, e che proprio quest'ultima è stata tradita nei suoi ideali intrinsecamente rivoluzionari; i partigiani non aspiravano certo alla sola cacciata dei tedeschi, né tantomeno a un semplice ritorno alle condizioni preesistenti.
L'Italia dei giorni nostri non offre ai giovani nient'altro che un futuro nero, di disoccupazione e precarietà. E' un'Italia in cui la partecipazione democratica delle masse è ridotta a una crocetta sulla scheda elettorale  per scegliere l'ennesimo manovratore di un treno la cui direzione è già fissata, e che punta dritto nella direzione degli interessi di banche e grandi imprese.
Un'Italia in cui la libertà non coincide con la giustizia sociale; in cui vi sono diritti formali, sulla carta, che restano tali, senza corrispondere a diritti sostanziali. La retorica della sola difesa della "Costituzione nata dalla Resistenza" ha avuto come conseguenza una progressiva rinuncia a una strategia offensiva che puntasse alla presa del potere da parte dei lavoratori.
Ne "apprezziamo" gli effetti proprio oggi, in cui vediamo come tutte le conquiste sociali in un sistema capitalista siano revocabili e precarie: un'Italia in cui l'istruzione pubblica è progressivamente smantellata e l'università diventa sempre più un privilegio per i pochi che possono permetterselo, in cui le conquiste nel mondo del lavoro ottenute con anni di dure lotte sono annientate ogni giorno e, a livello di diritti sociali, stiamo tornando indietro di più di un secolo.
E' una dominazione fatta di direttive che impongono misure antipopolari, che consentono di delocalizzare la produzione dove meglio conviene agli imprenditori, che condizionano negativamente il futuro della gioventù.
La nostra repubblica è così democratica da essere pienamente inserita nelle alleanze imperialistiche, trascinando il popolo italiano nella possibilità della guerra.
E' forse questo il paese per cui migliaia di giovani hanno dato tutto, spesso anche la loro stessa vita?
Resistere oggi significa contrattaccare, rifiutare le battaglie di retroguardia. Significa rovesciare il tavolo, lo stato di cose presente, e con esso tutti coloro che si schierano a difesa di questo sistema.
Onorare la Resistenza significa oggi più che mai combattere contro le ingiustizie vecchie e nuove, lottare organizzati per un avvenire socialista, che è tutto da conquistare. Organizzati sì, perché questo è uno dei più grandi insegnamenti che la lotta partigiana ci abbia lasciato.


Per dirla con i versi di Majakovskij:
"il futuro non arriva da sé se non ci diamo da fare."

giovedì 3 gennaio 2019

UNA LEGGE TRUFFA PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI



Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d'insieme. Doveva essere "la manovra del popolo", è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell'indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all'assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell'operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre). Siamo al punto che persino Matteo Renzi sulle colonne del Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact - cioè il patto col capitale finanziario - i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l'operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull'Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021. Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari”, o attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazzasalari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l'«abolizione della povertà», l'«orgoglio ritrovato dell'Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l'anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata. La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell'edilizia scolastica. Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previsti sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici. Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità. Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi. Si tagliano verticalmente, com'è noto, le spese per l'assistenza e l'integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro ne vengono decurtati da 18 a 24, su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All'altro capo della società le cose vanno diversamente. Le imprese incassano la deducibilità dell'Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l'ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro. Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65.000 euro nel 2019, e ai 100.000 nel 2020. Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell'aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d'interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l'intero edificio della società borghese. Nulla muterà per loro. Continueranno a pagare l'80% del carico fiscale. Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico. Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall'abolizione dell'articolo 18. Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l'uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell'organico aziendale). Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale. Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l'interrogativo su quale classe governerà l'Italia: se i padroni o i lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 2 gennaio 2019

IL GOVERNO E LA DINAMICA DELLE CLASSI

Di Marco Ferrando



L'establishment e il grande capitale hanno un rapporto contraddittorio col nuovo governo. Sanno che non è espressione diretta dei propri salotti. Ne avvertono il carattere piccolo borghese, le posture plebee, l'avventurismo nelle politiche di bilancio. Ne subiscono l'invadenza e l'arroganza in fatto di relazioni e di nomine. 

Tutto l'orientamento della grande stampa borghese è, non a caso, apertamente ostile al governo. Ma l'establishment si trova decapitato di una rappresentanza politica organica, e non dispone di un'alternativa possibile, né nell'immediato, né per la prossima fase. Da qui una differenziazione interna al padronato circa il posizionamento verso il governo.

La Coldiretti punta al gemellaggio con la Lega. Il vertice di Confindustria assume una posizione di pressione contrattuale non ostile ( Boccia). Assolombarda e Confindustria Piemonte si collocano apertamente all'opposizione, e si candidano a egemonizzare direttamente settori piccolo borghesi in funzione antigovernativa (manifestazione SI TAV a Torino).

La crisi di direzione della borghesia italiana trova in questo ventaglio il proprio riflesso. I nuovi parvenu di governo che si atteggiano ad " avvocati del popolo" hanno difficoltà non minori.. Debbono dare un riscontro delle promesse elettorali ai propri blocchi sociali di riferimento, pena il proprio rapido suicidio. Ma debbono anche accreditarsi presso i poteri forti e scongiurare una crisi finanziaria che possa destabilizzare il proprio potere.

È un equilibrio difficile, tanto più a fronte di una nuova frenata economica europea e delle ricadute della guerra dei dazi sulle esportazioni italiane. Ma è un equilibrio necessario cui il nuovo governo non può, alla lunga, rinunciare. Perché nessun governo di un paese imperialista può governare contro il capitale finanziario. 

Come scriveva Trotsky: "la potenza del capitale finanziario non risiede nella sua capacità di stabilire, a suo piacimento, non importa quale governo: non ha questa forza. La sua potenza risiede nel fatto che ogni governo non proletario è obbligato a servirlo..." 
(Luglio 1934).

L'esperienza italiana fotografa questa realtà.
Il governo giallo verde vuol essere ed è un governo del capitale col consenso (per ora) delle sue vittime.