POST IN EVIDENZA

domenica 17 maggio 2020

L CAPITALISMO NON SI PUÒ RIFORMARE: SI PUÒ ROVESCIARE!



Unire nella stessa organizzazione tutti coloro che in ogni lotta quotidiana vogliono perseguire questo fine è la necessità storica del nostro tempo.






sabato 16 maggio 2020

PODEMOS DI GOVERNO

Pablo Iglesias sulle orme di Tsipras e Bertinotti



Bertinotti, Tsipras, Iglesias... tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni



Il governo spagnolo Sanchez-Iglesias (PSOE-Unidas Podemos) ha appena varato una politica economica fotocopia, nella sua impostazione di fondo, delle misure varate dal governo Conte. Decine di miliardi di risorse pubbliche messe a garanzia delle banche private (Banco Santander, Caixa Bank, Sabadell, Bankia, BBVA) come copertura dei crediti alle imprese. Le stesse politiche di sostegno al capitale finanziario di tutti i governi capitalisti, ad ogni latitudine del mondo, e indipendentemente dal colore politico, liberalprogressista o reazionario. Ma con alcune particolarità rilevanti.

La prima particolarità spagnola è che questa politica capitalista viene inquadrata in un grande patto di unità nazionale, sociale e politico. La Confindustria spagnola (CEOE) e la burocrazia sindacale hanno siglato in pompa magna quello che viene definito "il secondo patto della Moncloa", con riferimento al patto siglato dopo la caduta di Franco per la gestione della transizione. Un patto che sul piano politico oggi si allarga al partito di destra liberale Ciudadanos, che ha offerto in Parlamento i suoi voti. Si chiamano fuori dal patto solo il Partito Popolare di Casado, con divisioni interne, e i fascisti di Vox.

La seconda particolarità è che al governo siedono i ministri di Podemos, con ruoli rilevanti. Pablo Iglesias è il Vicepresidente del Consiglio, Yolanda Diaz è ministra del Lavoro, più i ministri di Ambiente e Turismo (Garzon). Come si vede, un coinvolgimento ben più più impegnativo di quello, disastroso, del PRC nell'ultimo governo Prodi. Una collaborazione di classe a pieni polmoni e in piena regola, con tanto di incenso istituzionale.

Tanti sono i risvolti concreti di questa compromissione. Valga per tutti la politica di espulsione dei migranti “irregolari”grazie agli accordi col governo reazionario del Marocco, o nel caso degli sbarchi alle Canarie, coi governi africani (in cambio di soldi). Oppure, tanto per stare in tema, il diritto di sfruttamento a tempo dei minori clandestini presso le imprese spagnole, senza alcuna regolarizzazione a conclusione del contratto. Oppure il mantenimento della legislazione del lavoro dei precedenti governi del PP, salvo alcuni modesti aggiustamenti.

Ma forse ciò che meglio illustra la natura del ministerialismo di Podemos è un'intervista oggi concessa a El Pais dalla ministra del lavoro Yolanda Diaz.

L'intervistatore chiede: «In un momento di tensione politica fortissima voi fate un accordo con il padronato. Come è possibile?».
«È ciò che chiede la società, e le parti sociali l'hanno capito» risponde la ministra.
«È compatibile la sua visione con quella di Nadia Calvino [ministra dell'Economia, pupillo del padronato]?» chiede il giornalista.
«In questa crisi la ortodossia economica coincide con l'impostazione del governo. Accade che Toni Roldan [vecchio portavoce economico di Ciudadanos] sia d'accordo con me. I dogmi e gli apriorismi economici sono finiti. Abbiamo punti di vista diversi ma la gravità della crisi ci ha cambiato tutti [...] Non vedo differenze tra i ventidue ministri del governo» risponde Diaz.
«Crede che si possa contare su Ciudadanos per votare il bilancio?» incalza l'intervistatore.
«Con Ciudadanos abbiamo differenze in materia di lavoro [...] Però questo governo non rinuncia a negoziare tra posizioni diverse perché ci si possa incontrare tutti» replica Diaz.
L'intervistatore, sempre più incredulo, chiede se almeno col padronato ci sono problemi: «Nell'ultimo negoziato non ha avvertito che la CEOE preferisce altri interlocutori?».
Risposta: «ho una magnifica relazione con Antonio Garamendi [il presidente di Confindustria], ciò che ho imparato in politica è che le relazioni personali sono importanti».

Infine la ministra si presenta come erede della tradizione del dialogo sociale del Partito Comunista di Spagna, da cui Diaz proviene. (Un'eredità autentica: quella del dialogo sociale con la borghesia, inaugurato coi fronti popolari di Stalin, che affossò la rivoluzione spagnola.)

Ecco, nelle pieghe di questa intervista vive tutta la cultura della compromissione governista: l'ambientamento dei parvenu presso la corte delle classi dirigenti alla ricerca della loro legittimazione.
Dalle piazze degli Indignados del 2011 alla collaborazione di governo col padronato, questa la parabola di Podemos. È l'approdo politico del riformismo. Quando l'ultimo orizzonte è la società borghese, il suo governo diventa il fine, e l'accesso al governo l'agognato paradiso. Bertinotti, Tsipras, Iglesias sono tutti interpreti dello stesso spartito: prima l'opposizione in funzione del governo, poi al governo da maggiordomi dei padroni.

Rompere con questa politica, costruire un'internazionale rivoluzionaria, è ovunque una necessità storica del movimento operaio.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 15 maggio 2020

IL CORRIERE SI ARRUOLA PER LA NUOVA GUERRA DI LIBIA?

L'imperialismo italiano non va in quarantena




La vicenda della liberazione di Silvia Romano, per una probabile intercessione turca, ha messo in allarme il Corriere della Sera. Non c'entra nulla in questo caso la questione del riscatto pagato né tanto meno la conversione religiosa dell'interessata, che hanno suscitato tanto livore sui social. Il quotidiano di Banca Intesa si occupa di questioni ben più rilevanti. Più precisamente dell'”interesse nazionale” dell'Italia nei confronti della Turchia.
Un editoriale ispirato di Franco Venturini muove l'allarme: cosa si aspetta Erdogan dall'Italia in cambio della liberazione della prigioniera?

«La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della UE e della NATO, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell'Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. [...] E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l'ENI) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.»

Suonato l'allarme (“mamma li turchi!”) il Corriere invoca una politica estera energica a difesa dell'interesse nazionale, contro ogni possibile viltà.

«Serve una linea politico-economica e anche militare che non c'è [...] S'intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d'Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. [...] A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea? [...] Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante [...] Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l'Italia balbetta [...] e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. [...] Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.»

Ora, non abbiamo capito cosa propone esattamente il Corriere della Sera all'amata Italia. Porsi anche lei come padrino di Serraj, o puntare tutto sulla carta Haftar? Ciò che abbiamo capito è che in ogni caso occorre «usare la forza» e non balbettare, per affermare il nostro posto al sole in Tripolitania e sbarrare il passo alla Turchia. Del resto, dopo aver «colpevolmente» disertato in Corno d'Africa e nel «Continente Nero», si può forse rinunciare al controllo della Libia? Il principale quotidiano del capitalismo italiano, da sempre sensibile all'interesse di ENI, non potrebbe tollerare un affronto simile.

Che dire? L'imperialismo torna sempre sul luogo del delitto. Più di un secolo fa l'imperialismo straccione tricolore, sotto la guida del liberale Giolitti, strappò la Libia all'Impero ottomano in disfacimento, entrando così nel grande gioco coloniale. Gas asfissianti, campi di concentramento, massacri di civili per piegare la resistenza berbera furono pane quotidiano delle forze italiane di occupazione. Il fascismo riprenderà e allargherà questa macelleria. Oggi il liberale Corriere della Sera aggiorna la bandiera dell'imperialismo italiano in Africa, ripulendola dei suoi crimini, e chiedendo un rilancio. Che avvenga in piena pandemia non sorprende nessuno. Come nessuno si sorprende del grande rilancio di Fincantieri nella produzione di navi militari, col via libero unanime del Parlamento italiano. Non ospedali, ma sommergibili e fregate lanciamissili.
È la patria del Corriere, non sarà mai la nostra. Altro che sovranismo!

PER UN FRONTE UNICO ANTICAPITALISTA! AVANTI CON IL PATTO D'AZIONE!

Sintesi dell'assemblea telematica di sabato 9 maggio




Pubblichiamo il resoconto dell'assemblea nazionale del patto d’azione promosso in primo luogo dal SI Cobas. Il PCL vi ha partecipato, condividendo la piattaforma rivendicativa e portando il proprio contributo, in una logica non di autorecinzione di questo importante spazio di avanguardia ma della massima estensione del fronte unitario d’azione, del suo profilo classista, della sua proiezione di massa. È la logica con cui interveniamo in ogni ambito dell’avanguardia, coniugando unità e radicalità di proposta in funzione di una prospettiva rivoluzionaria.



La terza assemblea telematica ha visto una forte partecipazione ed un vivo dibattito: 5 ore di assemblea, oltre 200 partecipanti, 45 interventi, numerose organizzazioni politiche e sindacali, delegati di base, singoli attivisti, reti sociali.

È stata riconfermata l'adesione alla piattaforma unitaria di rivendicazioni immediate e politiche condivisa nella scorsa assemblea, così come rinnovato l'impegno e la volontà di costruire nei fatti il patto di unità d'azione contro padronato e governo.

Le giornate di lotta, sciopero e mobilitazione del 30 aprile e 1 maggio indette dal SI Cobas e dall'ADL Cobas, la settimana di attivazione sociale indetta dalla rete di realtà cittadine "Vogliamo Tutto" iniziata il 25 aprile, l'adesione e l'attivazione di diversi organismi e compagni partecipanti al Patto d'azione sono i primi risultati concreti e tangibili di questa proposta.

La famosa fase 2 per noi è qualcosa di completamente diverso rispetto quella che sta attuando il governo su pressione di Confindustria e padroni, ovvero riaprire tutto indipendentemente dai rischi per la salute e la vita dei lavoratori al fine di assecondare come prima e più di prima la pressione e le intimidazioni dei padroni.

Per noi la fase 2 significa anzitutto prendere atto della enorme profondità di questa doppia crisi, sanitaria ed economica. Significa prendere atto che ai piani alti della politica e dell'economia si sta progettando e organizzando un pesante peggioramento, un vero e proprio salto in giù delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i comparti della classe lavoratrice (sui luoghi di lavoro, con la crescita della disoccupazione, accollandoci un enorme aumento del debito di stato, e restringendo di molto le libertà sindacali e politiche). Basti pensare al vergognoso dibattito mediatico circa la "regolarizzazione" a tempo dei lavoratori delle campagne oppure il silenzio assordante rispetto allo sfruttamento triplo delle donne lavoratrici e disoccupate.

Abbiamo davanti a noi non la prosecuzione, leggermente aggravata, dei processi degli ultimi dieci anni, ma un'improvvisa e forte intensificazione delle contraddizioni e dei contrasti di classe. Ci aspettano mesi e anni di duri scontri di classe.

La vertenza in TNT-Fedex, che in queste settimane ha visto la mobilitazione e lo sciopero di migliaia di lavoratori in tutta la filiera e decine e decine di camionette sgomberare i presidi operai, è un segno chiaro di come i padroni (e i sindacati sempre più subordinati agli interessi del profitto e integrati allo stato) intendano affrontare questa fase 2.

Dobbiamo fare il possibile per non farci trovare impreparati, per serrare le nostre file, mettendo in primo piano ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide: non un astratta “unità per l'unità”, bensì un programma di lotta unificante, composto da parole d'ordine e rivendicazioni semplici e chiare (riassumibili nella mozione finale dell'assemblea del 14 aprile) che è a disposizione di tutti coloro che ne condividono lo spirito, i contenuti e gli obbiettivi.

Nelle assemblee precedenti abbiamo tracciato una doppia linea di demarcazione: no a qualsiasi forma di “patto sociale” con la classe sfruttatrice in nome degli interessi della nazione, cioè del capitalismo nazionale, quale invece è proposto da CGIL-CISL-UIL e da tutte le forse dell'arco costituzionale; no a qualsiasi forma di “sovranismo” e di avvelenamento nazionalistico dei lavoratori, per l'affermazione di una prospettiva di unità internazionalista tra i lavoratori per fronteggiare l'internazionale del capitale.

L'assemblea ha ribadito chiaramente che oggi non dobbiamo "evocare l'unità" ma delimitare un campo che ci consenta di iniziare a costruire un'azione comune su fondamenta solide. L'assemblea ha confermato la necessità di compiere un passo in avanti:

1) Il sostegno pieno e l'impegno di tutti gli aderenti al Patto d'azione per la costruzione di un Assemblea Nazionale dei delegati e delle delegate aperto a tutti i lavoratori e le lavoratrici combattive, di tutti i settori ed indipendentemente dall'appartenenza di sigla, con l'obiettivo di affrontare e rispondere unitariamente alle necessità comuni di resistenza e di lotta che accomunano oggi i lavoratori della logistica, del settore metalmeccanico, della sanità, dell'alimentare, i proletari disoccupati, al di là di ogni particolarismo settoriale, territoriale o di categoria.

Quest'iniziativa procede in parallelo rispetto al Patto d'azione e di fronte unico anticapitalista, ma è essenziale per dare forza e significato al nostro percorso.

2) Rilanciare la mobilitazione operaia e sociale e dare vita nelle prossime settimane ad una giornata di lotta in piazza (con tutte le accortezze del caso) nella quale portare contemporaneamente nei territori, nelle città, nei paesi, nei quartieri i contenuti della nostra piattaforma, facendo il massimo sforzo per rivolgerci a quel vasto numero di lavoratori e lavoratrici, giovani precari e disoccupati, che stanno già pagando un prezzo pesantissimo per la crisi.

In queste settimane la crisi capitalistica, esplosa con la pandemia ma le cui radici sono ben più profonde e antecedenti al CoViD-19, si sta già manifestando in maniera drammatica: il ritardo nell'erogazione degli ammortizzatori sociali, le avvisaglie di ristrutturazioni e licenziamenti su larga scala, l'insufficienza e la parzialità delle misure a sostegno di disoccupati e dei precari rappresentano dei chiari segnali di una possibile ed imminente precipitazione delle tensioni sociali, di fronte alle quali si pone l'urgenza di una risposta decisa e immediata da parte del movimento di classe in risposta ai tentativi della destre sovraniste di cavalcare la crisi in chiave reazionaria e xenofoba.

3) Coordinarsi a livello nazionale per rispondere unitariamente a tutte le multe, denunce e forme di repressione che si stanno scagliando contro le reti sociali, i disoccupati e i lavoratori che hanno deciso di essere responsabili verso la propria salute ma non obbedienti verso l'utilizzo politico e repressivo dello stato di emergenza, riappropriandosi dell'agibilità sindacale, sociale e politica nelle piazze.

4) Sostenere un processo di convergenza e salto di qualità delle esperienze di mutualismo e solidarietà proletaria che si sono sviluppate su tutti i territori, città, quartieri e luoghi di lavoro.

Infine l'assemblea ha chiarito che bisogna allargare il più possibile il nostro raggio di azione, aspirare ad una dimensione di massa.

Per tale motivo verranno individuate forme organizzative e strumenti di comunicazione finalizzati a questo obiettivo politico.

La convergenza verso un patto d'azione ed un programma comune è un esigenza storica.

Rendiamola un orizzonte possibile!

PIOGGIA DI MILIARDI PER I CAPITALISTI, ELEMOSINE PER I LAVORATORI

Con il decreto rilancio Confindustria va di nuovo all'incasso




«Con il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi ci siamo confrontati spesso». Le parole del ministro Patuanelli danno la chiave di lettura del "decreto rilancio", un decreto scritto in larga misura da Confindustria. Per le imprese una pioggia di miliardi, per il resto spiccioli e avanzi.


CONFINDUSTRIA VA ALL'INCASSO

Gli industriali ottengono di tutto e a mani basse. Innanzitutto viene soppressa l'IRAP per la tranche di giugno. Quattro miliardi regalati a tutte le imprese che stanno dentro un fatturato di 250 milioni. In piena emergenza sanitaria si amputa la principale base fiscale d'appoggio della sanità pubblica. Uno scandalo. Aggravato dal fatto che la regalia riguarda indistintamente tutte le imprese, anche quelle – non poche – che si sono arricchite in questi mesi di crisi (farmaceutico, digitale, parte dell'alimentare...). Confindustria ha ottenuto un acconto (il 40% del gettito IRAP), ora chiede che la prossima Legge di stabilità cancelli integralmente la tassa.

A questo si aggiungono il credito d'imposta del 60% per le imprese sotto i 5 milioni, contributi a fondo perduto in base al volume del fatturato, una detrazione del 30% per gli aumenti di capitale dai 5 ai 50 milioni, altri 6 miliardi di risorse pubbliche per le PMI sotto i 250 dipendenti attraverso il fondo pubblico Invitalia, chiamato a comprare i titoli di debito delle aziende in questione, da ripagare in sei anni.
Attenzione: “Se le aziende manterranno i livelli occupazionali il rimborso del debito avverrà senza interessi”. Dunque il decreto già annuncia di fatto la prossima fine del blocco dei licenziamenti. Se licenziare o meno lo deciderà il padrone in base alle proprie convenienze. E non c'è l'articolo 18 a fare barriera.

Il governo non dimentica certo le grandi imprese, sopra la soglia dei 250 milioni di fatturato. Qui opera la Cassa Depositi e Prestiti, opportunamente rimpinguata con un volume patrimoniale a regime di 50 miliardi. La Cassa provvede alla ricapitalizzazione delle grandi aziende in difficoltà attraverso l'acquisto diretto di pacchetti azionari, ma restando al di fuori del consiglio di amministrazione aziendale per non violare il recinto della proprietà. Insomma, un puro soccorso assistenziale ai capitalisti coi soldi di tutti, cioè dei lavoratori.

«Per le imprese intanto ci sono oltre 20 miliardi in questo decreto. La cosa più importante ora è agire sulla fiducia: lo Stato deve lasciare libere le imprese», dichiara orgoglioso il ministro Patuanelli (La Repubblica, 14 maggio). Non sappiamo se i capitalisti ricambino la fiducia. Ma certo la fiducia del governo verso i capitalisti non poteva essere più incondizionata di così. Una pioggia di miliardi a tutti.
“Dobbiamo salvare le imprese” recita il credo generale. Ma se per salvare i capitalisti sono necessarie, ancora una volta, immense risorse pubbliche, perché non nazionalizzare le aziende e porle sotto controllo operaio? Sarebbe ad un tempo una misura di risparmio e di razionalità sociale. La vera lotta agli sprechi che piace tanto a Confindustria avrebbe finalmente una traduzione vera.


GLI AVANZI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

La verità è che fuori da questa soluzione anticapitalista e rivoluzionaria c'è posto solo per le elemosine, come mostra bene il resto del decreto. Avanzi, scarti, frattaglie, tra mille paletti e restrizioni. Le briciole che cadono dal tavolo dei padroni.

Una cassa integrazione centellinata per non sforare i limiti di spesa. Nessuna soluzione per i moltissimi cassaintegrati in deroga che non hanno visto ancora un centesimo e che non sanno come campare. L'anticipo del 40% della cassa da parte dell'INPS per le domande prossime, il resto “attendere”.
Quanto al reddito di emergenza di ultima istanza rimane una miseria di 400 euro, un obolo penoso di carità, meno di un miliardo di euro.
Infine la regolarizzazione sbandierata dei lavoratori irregolari taglia fuori l'edilizia e la logistica, centinaia di migliaia di sfruttati, i due terzi della platea potenziale, mentre il terzo beneficiato (braccianti, colf, pescatori) ottiene una precaria regolarizzazione a tempo, alla quale per di più può accedere solo chi sopravvive al setaccio di mille condizioni. Un decreto fatto non per i lavoratori e i loro diritti, ma per Coldiretti e Confagricoltura, che cercano braccia, non persone.

Le burocrazie sindacali sembra non abbiano nulla da dire, anche se non hanno toccato palla. Si accontentano di fare da tappeto per gli incontri fra Bonomi e governo.

Costruire una iniziativa indipendente di classe e di massa attorno ad una piattaforma indipendente è più che mai una esigenza centrale e prioritaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 13 maggio 2020

IL MONDO CAPOVOLTO DEL CAPITALISMO

Precipita l'economia, volano i bond aziendali americani




L'economia americana precipita dentro la recessione mondiale e il calo annunciato del commercio internazionale, una recessione ben più profonda di quella “storica” del 2008/2009, sia negli USA che nel mondo.
Privi persino (dello straccio) delle protezioni sociali e sanitarie europee, gli Stati Uniti sono esposti all'onda d'urto della crisi più di ogni altro paese imperialista. La china della recessione è stata tanto più ripida perché preceduta dalla più lunga stagione positiva nella storia economica USA (2010-2020). Venti milioni di nuovi disoccupati nel solo arco di poche settimane misurano la tragedia sociale che la crisi trascina con sé. Ed è solo l'inizio.

In un quadro tanto drammatico ci si attenderebbe una caduta generale di tutti i valori economici. Così non è. I bond aziendali americani stanno conoscendo proprio oggi un autentico boom, attraendo investimenti finanziari da tutto il mondo, banche italiane incluse. A cosa si deve tanto successo? Alle politiche finanziarie della Federal Reserve, quella che europeisti borghesi e sovranisti di casa nostra additano ad esempio virtuoso in contrapposizione alla BCE.
Dopo aver acquistato in soli due mesi 1500 miliardi di titoli di stato USA ed altri 600 miliardi di bond legati ai mutui, la Fed ha iniziato ad acquistare a mani basse i bond emessi dalle aziende USA: cioè i titoli finanziari che i capitalisti americani mettono sul mercato per rifarsi del calo dei profitti prodotto dalla crisi. Se la Fed dirotta una pioggia di miliardi verso i bond aziendali, i bond vedono salire il proprio valore alle stelle, e dunque attraggono come una calamita speculatori e affaristi di tutto il mondo. Il grande flusso degli acquirenti esteri moltiplica a sua volta il valore dei bond, con comprensibile soddisfazione dei grandi azionisti che li emettono, i quali investono il ricavato nell'acquisto delle proprie azioni (buy-back) per sostenere il loro valore di Borsa a Wall Street.

Nulla potrebbe spiegare meglio la follia del capitalismo quanto il divario tra produzione e finanza. Da un lato sovrapproduzione di merci, chiusure di aziende, licenziamento di milioni di lavoratori e lavoratrici. Dall'altro il casinò del mercato finanziario nel quale gli stessi capitalisti che distruggono il lavoro reale arricchiscono le proprie fortune. È una divaricazione che può innescare alla lunga nuovi crolli, premessa di possibili riprese. Ciò che in ogni caso misura è il parassitismo delle classi dominanti. Non solo quello dei capitalisti americani, ma dei capitalisti del mondo intero.

Molti economisti borghesi cosiddetti progressisti parlano di economia reale e della finanza come di due mondi separati; il primo virtuoso, il secondo patologico. Nella sostanza si tratterebbe di proteggere l'economia capitalista dalle esagerazioni e turbolenze del mercato finanziario. La stessa lettura della crisi del 2008 è stata piegata a questa rappresentazione di comodo. Ma le cose stanno altrimenti. L'enorme espansione del parassitismo finanziario è alimentata dalla crisi dell'economia reale, dalla sovrapproduzione di merci e capitali. È la caduta del saggio di profitto nell'economia reale a spingere i capitali in eccesso in direzione della speculazione finanziaria. Lenin inquadrava questo aspetto nella natura stessa dell'imperialismo moderno. Un secolo dopo, il raggio di espansione del parassitismo capitalista ha conosciuto un ampliamento enorme, come in nessuna altra epoca precedente.

È un indice di maturità della rivoluzione socialista quale unica soluzione della crisi dell'umanità.
Costruire la coscienza di questa verità nelle lotte di classe di ogni giorno è il compito internazionale dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 12 maggio 2020

LO SFRUTTAMENTO DEGLI OPERAI AGRICOLI E L'OSCENA IPOCRISIA DELLA MORALE BORGHESE

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati





Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939 riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti

Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.

Partito Comunista dei Lavoratori