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sabato 28 settembre 2019

LE RAGIONI DI UNA OPPOSIZIONE A SINISTRA

Articolo pubblicato oggi sul Manifesto

La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?
Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.
Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.
Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.
Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

mercoledì 25 settembre 2019

AMBIENTALISMO: LA NECESSITÀ DI UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA



VERSO LE MANIFESTAZIONI DEL FRIDAY FOR FUTURE DEL 27 SETTEMBRE



Quando movimento Fridays For Future è nato e ha fatto il suo ingresso nella scena politica italiana e mondiale in molti ne sono rimasti stupiti.
In pochi si sarebbero aspettati i livelli di partecipazione così ampi della gioventù alle manifestazioni ambientaliste. In tutto il mondo piazze giovani, internazionaliste, di massa. E in tutto il mondo un grido: “Cambiamo il sistema, non il clima!”
Eppure, il movimento ambientalista, così ampio e così trasversale, così fluido e così eterogeneo vive, nelle sue complessità, delle contraddizioni e dei pericoli importanti.
Da un lato la radicalità delle sue rivendicazioni e dei problemi sollevati, che cozzano in maniera così evidente con la realtà del capitalismo e minano le basi dell’intero sistema economico, politico e sociale. Dall’altro il rischio della strumentalizzazione, delle illusioni di un “capitalismo verde”, del volersi affidare “ai politici e ai governi” affinché risolvano i problemi e la crisi ambientale, di cui essi sono complici e fautori allo stesso tempo.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ha seguito e partecipato attivamente alle mobilitazioni ambientaliste, senza settarismo ma con la consapevolezza della necessità di portare al suo interno un progetto e una prospettiva coerentemente anticapitalista e rivoluzionaria.
Se è vero che il capitalismo è un sistema economico fallito che distrugge l’ambiente, la consapevolezza della lotta per un altro “sistema”, indicando chiaramente “quale” sistema, non è qualcosa che spontaneamente il movimento può acquisire.
Da dove nasce l’ambientalismo? Qual è il rapporto tra marxismo e questione ambientale? Perché è necessario un ambientalismo che sia anticapitalista? A queste domande prova a dare risposta l’opuscolo che qui pubblichiamo: Ambientalismo: la necessità di una prospettiva anticapitalista.
Questo lavoro non ha certo la pretesa di essere esaustivo e di affrontare tutte le tematiche collegate alla enorme e complessa questione della riconciliazione tra uomo e natura.
Speriamo tuttavia che possa essere uno strumento utile e accessibile a tutti i giovani (e meno giovani) ambientalisti che vogliano affrontare la tematica dell’ambientalismo da un punto di vista di classe, anticapitalista e rivoluzionario.
Perché se davvero pensiamo che a cambiare debba essere il sistema, e non il clima, allora dobbiamo armarci degli strumenti teorici e politici che davvero possono trasformare slogan ed aspirazioni in realtà concreta.
Buona lettura!

domenica 22 settembre 2019

DITE UNA PAROLA SU TSIPRAS

Ospite della Festa nazionale di Articolo Uno, Alexis Tsipras ha testualmente dichiarato





«La verità è che tutte le forze progressiste devono capire che il grande avversario è l'estrema destra. Contro questo nemico serve un fronte europeo vastissimo che parta dalla sinistra della sinistra e arrivi sino ai confini del centro progressista». L'intervistatore Luca Telese, evidentemente sorpreso, a questo punto chiede: questo fronte deve includere anche Matteo Renzi ed Emmanuel Macron? «Deve arrivare fin dove sarà più efficace la resistenza contro l'estrema destra. Non sto parlando di un partito uniforme ma di un fronte comune per fermare l'ascesa di quelle forze politiche» risponde Tsipras.

È tutto piuttosto chiaro. L'ex premier greco apre su tutta la linea alla socialdemocrazia europea, e siccome la socialdemocrazia europea è protesa al blocco politico col centro liberale, Tsipras si intesta in prima persona anche l'apertura al centro liberale europeo, inclusi Renzi e Macron. “Non un partito omogeneo, ma un fronte comune”. Nessuna meraviglia. Il fronte comune col capitale europeo Tsipras l'ha già realizzato in Grecia applicando le ricette di austerità contro i lavoratori. Semplicemente ora dà traduzione a questa politica anche in termini di strategia continentale. Il fatto che proprio questa politica, negli anni della grande crisi, abbia spianato la strada alle destre è candidamente rimosso.

La domanda è: ma i dirigenti del PRC non hanno nulla da dire? Dopo aver appoggiato le politiche del governo greco dal 2015 al 2019, giustificando tutte le scelte di Tsipras, coprono ora col proprio silenzio l'apertura di Tsipras non solo al PSE ma ai Macron e ai Renzi? Di certo Tsipras sarebbe entusiasta del “fronte comune” in Umbria tra PRC, PD e M5S, è esattamente la linea politica che oggi rivendica. Ma quella del PRC nazionale qual è?


Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 20 settembre 2019

UNA SOLA SOLUZIONE: NAZIONALIZZARE LA WHIRLPOOL, SALVARE IL LAVORO

Volantino distribuito a Napoli alla manifestazione dei lavoratori Whirlpool


C'è una sola soluzione per salvare il lavoro degli operai Whirlpool: nazionalizzare l'azienda, senza un euro di indennizzo al padrone. Un esproprio? Sì, un esproprio. Whirlpool non sta forse espropriando gli operai del diritto al lavoro? Bene, gli operai hanno diritto ad espropriare la Whirlpool. Non c'è altra via. Ogni altra via è una truffa per gli operai.

Lo dicono i fatti. Prima ci hanno detto che la soluzione stava nel togliere alla Whirlpool i finanziamenti pubblici, poi che la soluzione stava nel dargli altri soldi; agli operai si è promesso tutto e il contrario di tutto, con tanto di sceneggiate teatrali, in particolare sotto elezioni. Risultati? Zero. Né vale continuare ad appellarsi all'accordo dell'ottobre 2018, perché quell'accordo la Whirlpool l'ha già stracciato da tempo.

A questo punto la sola soluzione passa per un'azione di forza. Il padrone vuole licenziare gli operai? Gli operai hanno diritto di rivendicare il licenziamento del padrone. La nazionalizzazione dell'azienda senza indennizzo e sotto il controllo degli operai consentirà di salvare il posto di lavoro di tutti gli operai. Se occorre, con la riduzione dell'orario a parità di paga.

Per imporre questa soluzione è necessaria un'azione di forza. La forza è l'unico linguaggio che padroni e governo sanno capire. La forza significa una mobilitazione straordinaria, estesa a tutti gli stabilimenti Whirlpool. 

Se toccano uno, toccano tutti. 

L'occupazione degli stabilimenti Whirlpool da parte dei lavoratori, con la richiesta della sua nazionalizzazione, è l'unica via concreta per provare a vincere e salvare il lavoro. Ogni altra via è la rassegnazione alla sconfitta.
La lotta dei lavoratori Whirlpool deve diventare un caso nazionale e un terreno di mobilitazione dell'intero movimento operaio italiano. 

Uniti si vince, divisi si perde.

Il PCL sarà con gli operai sino in fondo, senza cedimenti, come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 19 settembre 2019

INCONTRO FRA PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI E POTERE AL POPOLO



18 Settembre 2019

Si è tenuto questa mattina a Roma un incontro tra il Partito Comunista dei Lavoratori e Potere al Popolo, con la presenza dei portavoce nazionali delle due organizzazioni, Marco Ferrando e Giorgio Cremaschi. L'incontro si colloca lungo il percorso dei contatti e/o incontri con le diverse organizzazioni destinatarie della nostra proposta di unità d'azione sul terreno dell'opposizione al governo (vedi l'appello "Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione").

L'incontro è stato positivo. Entrambe le organizzazioni caratterizzano il governo Conte bis come governo del grande capitale. Entrambe giudicano negativamente il sostegno della CGIL al governo, la capitolazione al governo di Sinistra Italiana, le ambiguità irrisolte di Rifondazione Comunista verso il nuovo esecutivo (come rivela la stessa proposta di accordo con PD e M5S in Umbria). Entrambe si collocano con chiarezza all'opposizione del governo Conte e per la costruzione dell'opposizione sociale e politica ad esso.

In questo quadro si è discussa la nostra proposta di unità d'azione delle sinistre di opposizione, nella chiarezza reciproca.

PCL e PaP sono e restano soggetti distinti sul piano programmatico, dell'organizzazione, dei riferimenti internazionali, della presenza elettorale. L'unità d'azione contro il governo non implica alcuna rinuncia alla piena autonomia politica di soggetti diversi, che è anche il diritto alla critica reciproca e alla battaglia politica. Implica invece la volontà di unire le forze sul terreno della mobilitazione e della lotta, a partire da una comune scelta di campo: quella dell'opposizione al capitale e al suo governo. Un'unità d'azione tanto più importante nella situazione di ripiegamento del movimento operaio, di frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, di dispersione delle forze.

Su questo terreno la discussione tra PCL e PaP ha fatto emergere una disponibilità comune. Si è insieme iniziato a ragionare su possibili tempi e percorsi di una iniziativa unitaria in autunno, ed oltre. Una primissima bozza di riflessione, che dovrà comunque essere approfondita nelle rispettive organizzazioni (PaP ha il 6 ottobre la propria assemblea nazionale) e soprattutto portata a confronto con tutte le altre organizzazioni interessate, in un quadro di relazioni paritarie e corrette. Nessuno si nasconde le difficoltà, comune è la volontà di affrontarle. Non era scontato, e se confermato è un fatto importante.

Il PCL tiene alla propria autonomia e al rigore della battaglia politica quanto alla propria correttezza verso le altre organizzazioni. Abbiamo la volontà di contribuire ad un'iniziativa realmente unitaria, la più ampia possibile nelle condizioni date, fuori da manovre pubblicitarie e autocentrate. Ogni iniziativa di partito e di organizzazione è legittima, ma non va spacciata per unitaria né deve essere contrapposta all'unità d'azione. Continueremo a lavorare con questo metodo leninista: partiti distinti, battaglia comune; marciare separati, colpire insieme.

Partito Comunista dei Lavoratori


giovedì 12 settembre 2019

11 SETTEMBRE: CILE 1973 IL BAGNO DI SANGUE DI PINOCHET. LA LEZIONE POLITICA DI UNA TRAGEDIA



L'11 settembre 1973 in Cile il generale Augusto Pinochet realizzava un colpo di Stato fascista, rovesciando il governo di Unidad Popular di Salvador Allende. Decine di migliaia di comunisti, operai, contadini, studenti, furono assassinati, torturati, sequestrati. Un bagno di sangue voluto dall'imperialismo americano, gestito dalle gerarchie militari cilene, benedetto dalla Chiesa cattolica nel nome della lotta al marxismo. Tutti gli imperialismi “democratici” alleati degli USA solidarizzarono naturalmente con i macellai, e cancellarono in seguito persino la memoria di quel macello.
La tragedia dell'11 settembre 1973 contiene anche però una lezione politica: il fallimento di un'operazione riformista.
Unidad Popular componeva un'alleanza di governo tra i partiti riformisti del movimento operaio cileno (il Partito Socialista e il Partito Comunista) e il Partito Radicale, di natura borghese. Il suo programma rivendicava misure sociali sicuramente progressive (riforma agraria, nazionalizzazione del rame), ma dentro una cornice “democratica”, rispettosa della borghesia cilena e del suo Stato.
Tuttavia l'ascesa del movimento di massa, operaio e contadino, trascinato dalla vittoria elettorale di Allende del 1970 travalicò ampiamente i limiti di classe di Unidad Popular. Occupazione di fabbriche, occupazione di terre, sviluppo di strutture di autorganizzazione di massa di tipo consiliare (cordones industriales, comandos comunales) espressero una dinamica rivoluzionaria apertamente socialista e di doppio potere.
Il governo Allende cercò di ricondurre il fiume dentro il solco della collaborazione di classe. In particolare si distinse in questo il PC stalinista guidato da Corvalan, che scavalcò a destra la stessa socialdemocrazia cilena. Corvalan reclamò la restituzione delle fabbriche e terre occupate ai loro «legittimi proprietari», offrì all'opposizione parlamentare della DC cilena il cosiddetto codice delle garanzie contro l'«anarchia del poder popular», concordò con la DC la famigerata Ley de armas, che autorizzava le strutture di polizia a requisire le armi in mano agli organismi popolari e a punire i trasgressori. Il tutto nel nome della “pacificazione democratica nazionale”. A suggello di questa politica di “garanzia democratica” Corvalan spinse Allende a coinvolgere nel governo i massimi vertici delle forze armate. Prima il generale Prats, poi, dopo le sue dimissioni, il generale... Augusto Pinochet.
Questa politica suicida ebbe un solo risultato: disarmare la rivoluzione cilena e consegnarla al suo boia. Il fatto che il boia fosse proprio Pinochet, presentato da Corvalan come garante della costituzione e (testuale) «guida dell'esercito più democratico dell'America Latina», misura il clamoroso fallimento della politica staliniana in Cile. Era già accaduto in Spagna nel 1936-1939, si ripeté in Cile nei primi anni '70: volendo ricondurre la rivoluzione sociale nell'alveo di una "rivoluzione democratica”, la politica staliniana spianò la strada alla reazione peggiore, quella fascista. Furono i militanti comunisti a pagare il prezzo sulla propria pelle della politica catastrofica dei loro dirigenti.
La memoria della rivoluzione cilena ci consegna dunque, in forma esemplare e tragica, la grande lezione del Novecento: solo un partito marxista rivoluzionario può guidare la rivoluzione alla vittoria, come nell'ottobre '17. I partiti riformisti sanno solo organizzare la sua disfatta, anche quando si definiscono comunisti.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 10 settembre 2019

MARCO FERRANDO ALLA FESTA REGIONALE TOSCANA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

“Un sistema di comando in cui il potere sia finalmente nelle mani della classe lavoratrice, di chi produce la ricchezza non da chi la parassita. Questo è il nostro programma, il programma del nostro partito. Vogliamo unire attorno al nostro partito tutti coloro che condividono questo programma. C'è da ricostruire una coscienza , di ricostruire una coscienza sociale elevandola all'altezza dalla necessità di questa prospettiva e per questo ci vuole un partito, un partito d'avanguardia che abbia le spalle robuste, che abbia il coraggio di andare controcorrente. È facile navigare e surfare sull'onda della corrente. È molto più difficile risalire la china. Il nostro piccolo partito, il nostro piccolo grande partito ha avuto, nonostante mille problemi che tutti hanno, la forza e la determinazione di seguire questo percorso. Per questo chiedo a chi condivide la sostanza delle nostre posizioni e delle nostre proposte “ dateci una mano”. Questo partito il vostro non il nostro”