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sabato 18 febbraio 2017

TSIPRAS E IL GOVERNO SYRIZA SECONDO PAOLO FERRERO



La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti
«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista al Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.
Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera. L'impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l'agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l'Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).
Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall'idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l'avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.
E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell'austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l'onda del lepenismo francese. All'interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.
Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica. Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l'unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l'ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.
Il fatto che Paolo Ferrero - ex ministro di un imperialismo creditore - continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte borghesia, ieri, oggi, domani.


Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 16 febbraio 2017

mercoledì 15 febbraio 2017

SUGLI SCONTRI ALL'UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

Contro la repressione!



Lo scorso gennaio, a Bologna (dopo altri tentativi falliti di adozione di misure securitarie) l’Università ha installato un sistema di tornelli presso la storica Biblioteca di Discipline Umanistiche (BDU), situata nel cuore di via Zamboni, nella zona universitaria della città.
Immediatamente, molti studenti frequentatori della biblioteca e sempre più universitari di varie facoltà si sono attivati per far ritirare questa misura, apertamente in contrasto con la storia della biblioteca stessa, luogo tradizionale di studio e di incontro aperto a tutti, non solo agli universitari.
Di fronte all’assenza di risposte da parte dell’ateneo, alcuni studenti hanno fisicamente smontato i tornelli: è partita allora una campagna dell’Università di Bologna contro gli studenti stessi, culminata nella chiusura arbitraria della biblioteca stessa, peraltro in periodo d’esami. Alla sua riapertura per mano degli studenti, il rettore ha chiamato la celere perché sgomberasse con la forza il luogo, senza preavviso. Ad oggi, la biblioteca rimane chiusa (e contiene ancora gli oggetti personali dei molti studenti che vi si trovavano al momento del raid poliziesco) e continua la campagna di diffamazione degli studenti coinvolti in questa lotta, specie a quelli del Collettivo Universitario Autonomo (protagonisti della rimozione dei tornelli).

Agli studenti che lottano contro i tagli e le misure repressive non può che andare la nostra piena solidarietà e il nostro invito a continuare e ad estendere la lotta. Ma proprio perché l’attacco generale dei padroni e dei loro funzionari polizieschi e delle istituzioni è più forte e generalizzato che mai, non possiamo che registrare i limiti della risposta studentesca: mancano organi di autorganizzazione diffusa nelle scuole e nelle università, manca la convergenza pratica delle lotte e delle loro rivendicazioni, manca un collegamento organico alla classe lavoratrice, l’unica parte della società che davvero può ribaltare la situazione sulla base della propria forza sociale.
La sfida che anche gli studenti in lotta devono affrontare è quella del coinvolgimento nella mobilitazione dell’organizzazione indipendente della maggioranza degli studenti, e non solo di un piccolo settore di avanguardia: così da sottrarli all’influenza della burocrazia d’ateneo e dei servi dei capitalisti schierati in prima linea contro la lotta, come nel caso della tirocinante (che, guarda caso, è "responsabile legalità" nella segreteria regionale del PD!) e della direttrice della biblioteca, che hanno dipinto la BDU come un luogo di perdizione caduto in tali condizioni per colpa di presunti collettivi studenteschi onnipotenti e criminali.

Il solo antidoto a questa propaganda è una risposta politica di massa, radicale degli studenti, che non metta in questione solo l’università-azienda di oggi, ma la società che la genera, il capitalismo.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti

venerdì 10 febbraio 2017

VIA IL BOIA ERDOGAN!



PER IL DIRITTO ALL’AUTODERTMINAZIONE DEL POPOLO KURDO!
Il popolo kurdo è stato diviso un secolo fa dalle  potenze  coloniali  ed  è  oppresso  in  almeno  quattro paesi: Siria, Iraq, Iran, Turchia. Tutti questi paesi sono  coinvolti,  assieme  ad  Arabia  Saudita, Emirati del Golfo e Israele nella crisi irrisolta del Medio Oriente. La contesa mediorientale vede coinvolti per l’egemonia regionale da un lato Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Israele, dall’altro l’Iran, Hezbollah (Libano) e la Siria  di  Assad,  sostenuti  rispettivamente  da  un  lato dall’imperialismo statunitense ed europeo e dall’altro dall’imperialismo russo (e in modo più defilato cinese) che intervengono sia direttamente che attraverso formazioni locali. La Siria, dopo la deviazione reazionaria e la sconfitta della rivoluzione araba, è attualmente crocevia di  fronti  di guerra intrecciati e sovrapposti, e teatro delle principali contraddizioni della situazione internazionale.
Nessun regime locale e nessuna potenza imperialista ha reale interesse a sostenere la liberazione e ancora meno l’unificazione del popolo kurdo. La guerra condotta dalle forze popolari kurde, la partecipazione armata delle donne a difesa del Rojava, contro il fascismo islamista dell’ISIS e di altre organizzazioni salafite e reazionarie, rappresenta l’elemento progressivo e di estrema importanza nell’attuale contesto di guerre intrecciate e sovrapposte.
Il movimento kurdo nella regione è politicamente diviso: il PDK di Barzani (Iraq), conservatore, e        il PKK, progressista, sono le principali organizzazioni nazionaliste nella regione, in competizione     per la direzione del movimento nazionale kurdo. Queste forze negoziano con  Assad,  con  la  Francia, con gli USA, con la Russia per riceverne il sostegno al proprio progetto nazionale. Una speranza mal riposta e fonte di ricorrenti frustrazioni e sconfitte storiche.
La Turchia di Erdogan, promotrice di un proprio disegno di potenza neo-ottomana nella regione, non ha esitato, insieme all’Arabia Saudita, a sostenere i fascisti islamici dell’ISIS. Questo progetto non può sopportare nessuna forma di autodeterminazione kurda, sia all’interno che all’esterno dei suoi confini. Dopo il fallimento del colpo di Stato, Recep Tayyip Erdogan ha operato una repressione senza precedenti finalizzata a liquidare l’opposizione democratica, in particolare della minoranza kurda, imporre un regime autoritario e ricomporre le alleanze internazionali. Quindi ha continuato a reprimere nel sangue la rivolta dei kurdi in Turchia e ha invaso la Rojava per spezzare in Siria ogni ipotesi di autonomia kurda. Dopo l’apparente svolta di Erdogan contro l’ISIS, gli USA hanno voltato le spalle al movimento kurdo della Rojava, scegliendo la Turchia quale sicuro bastione della NATO. È evidente che ogni attore si muove con duttilità e spregiudicatezza al solo fine di difendere e rafforzare il proprio peso politico in funzione dei futuri nuovi equilibri.
Nell’attuale contesto imperialista non  c’è soluzione  progressiva  alla  questione  palestinese  senza la distruzione  rivoluzionaria  dello  Stato  sionista,  così  come  non   c’è   soluzione   progressiva della questione kurda in un Kurdistan indipendente senza la messa in discussione degli equilibri e  dei confini statuali disegnati dalle potenze coloniali. Questa rivendicazione democratica  è  realizzabile solo nel quadro di una soluzione socialista, nella prospettiva di una Federazione Socialista del Medio Oriente. Solo la classe lavoratrice, ponendosi alla testa dei popoli oppressi della regione, può   realizzare    i    compiti    democratici    della    rivoluzione    (autonomia all'imperialismo, autodeterminazione nazionale, riforma agraria radicale). Solo un  partito rivoluzionario e internazionalista, forte della teoria della rivoluzione permanente, può dirigere questo processo. In alternativa, come i fatti dimostrano, in presenza di una direzione borghese c’è la ridefinizione della carta geografica del Medio Oriente per mano dell'imperialismo, dell'ISIS, del sionismo, del progetto neo-ottomano turco.

  NESSUNA FIDUCIA NEGLI IMPERIALISMI!

  PER UN KURDISTAN UNITO E INDIPENDENTE!

  PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE!

Partito Comunista dei Lavoratori


giovedì 9 febbraio 2017

SALVINI E MARONI: PER I LAVORATORI SON SEMPRE BASTONI

Licenziati 18 impiegati dei call center del Pirellone



La regione Lombardia a guida Lega licenzia 18 impiegati dei call center.
E' infatti stato disdetto in anticipo il contratto con la società che aveva in appalto il servizio e i lavoratori arrivati regolarmente al lavoro lo scorso lunedì mattina si sono trovati con i badge disattivati e quindi con l'impossibilità di entrare in ufficio.
Licenziamento che si aggiunge al ritardo di quattro mesi nel pagamento degli stipendi.
Il provvedimento arriva dopo che gli impiegati dei call center avevano partecipato allo sciopero delle telecomunicazioni dell' 1 febbraio, a dimostrazione ancora una volta di come i partiti e le istituzioni borghesi siano sempre pronte a bastonare i lavoratori appena osano alzare la testa.
La giunta di centrodestra a guida Lega prosegue nel solco tracciato dal corso formigoniano a colpi di privatizzazioni ed esternalizzazioni contro gli interessi della maggior parte dei cittadini lombardi.
Il nuovo corso della Lega Nord di Salvini non è altro che un bluff. Davanti a una facciata antisistema permangono le politiche di rapina ai danni dei lavoratori e degli strati più deboli.
Un partito, la Lega, da diversi anni ben ancorato alle poltrone del potere sia a Roma (esperienze di governo con Berlusconi) sia nelle varie regioni e comuni che amministra.
Al di là delle ciance del cialtrone Salvini, che minaccia di andare a Roma con i bastoni, le bastonate la Lega le riserva a chi lavora, ora come allora.
Da Bossi a Salvini e Maroni, da più di vent'anni al servizio delle politiche e degli interessi dei padroni.
Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria solidarietà e vicinanza ai licenziati del Pirellone e a tutti i lavoratori del settore telecomunicazioni in lotta, dai licenziati di Almaviva ai lavoratori in lotta per il rinnovo del contratto nazionale.


Partito Comunista dei Lavoratori
sezione di Milano

domenica 5 febbraio 2017

Euro o lira, il vero problema è il capitalismo Contro la truffa del nazionalismo!




Il capitalismo è un sistema fallito. L'aumento impressionante delle disuguaglianze sociali in tutto il mondo ne è la misura. Ma un sistema fallito, in profonda crisi di consenso, deve riuscire a dirottare su falsi miti la rabbia sociale delle classi che sfrutta.
Per un certo tempo il mito europeista ha svolto questo ruolo. Perché i sacrifici? Perché bisogna “entrare in Europa”, si diceva in Italia negli anni ‘90. L'Unione Europea dei principali stati capitalisti veniva presentata come orizzonte di progresso. Ma l'esperienza della UE ha dimostrato l'opposto: precarietà del lavoro, privatizzazioni, tagli alle prestazioni sociali, demolizione dei contratti nazionali. Sono le politiche di tutti i governi UE. Per ultimo del governo Tsipras, che aveva annunciato la “riforma sociale e democratica” della UE e ha finito con lo svendere alla troika persino l'acqua pubblica. A riprova che non si può riformare la UE.

Ora che la truffa dell'Unione ha perso la propria credibilità, tornano in voga i miti nazionalisti e sovranisti. Perché i sacrifici? Perché c'è l'euro e la Germania ci sfrutta. L'uscita dall'euro e/o dalla UE diventa la via maestra del ritorno della democrazia e della “sovranità del popolo”. È la propaganda dei nazionalismi reazionari europei, ma anche, in altre forme, di ambienti diversi della sinistra. È un'altra truffa.

Non esiste la sovranità di una moneta. Esiste la sovranità della classe sociale che la controlla. All'ombra del dollaro sovrano, i padroni USA hanno abbassato i salari, tagliato milioni di posti di lavoro, sotto Bush come sotto Obama. Ed oggi Donald Trump, nel nome della nazione americana, annuncia una nuova stretta contro la sanità e i diritti sindacali. Sotto la sovranissima sterlina, i padroni inglesi hanno smantellato i diritti e le conquiste sociali di generazioni di sfruttati. Oggi, l'uscita della Gran Bretagna dalla UE non cambia di una virgola il corso distruttivo di queste politiche.

La nuova moda dell’era Trump è dunque la vecchia truffa del nazionalismo: la borghesia in ogni Stato arruola i propri lavoratori contro i lavoratori di altri paesi, in una competizione mondiale di tutti contro tutti. I sacrifici che prima erano richiesti nel nome della globalizzazione e del libero scambio, ora sono invocati sempre più nel nome della Patria e della Nazione. Ma a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. E a guadagnarci sono sempre gli stessi: i capitalisti e i loro profitti. Questa è la truffa che si nasconde dietro le parole dei Le Pen, dei Salvini, dei Grillo...

La verità è che l'alternativa non è tra euro e lira, tra libero scambio o protezionismo, tra Unione Europea e nazione. L'alternativa vera è tra capitalisti e lavoratori. Tra capitalismo e socialismo. In ogni paese e su scala mondiale. Da un lato un sistema sociale fallito che non ha nulla da offrire ma solo da togliere, quali che siano le sue monete e le sue istituzioni, nel quale la sovranità sta in ogni caso nelle mani dei capitalisti, dei banchieri, della loro dittatura. Dall'altro un progetto di alternativa di società in cui a comandare sia finalmente chi lavora, chi produce la ricchezza della società, e cioè la sua maggioranza, a partire dal controllo delle leve fondamentali dell'economia.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte nelle lotte dei lavoratori, in ogni lotta di resistenza sociale per questo progetto di liberazione e rivoluzione. Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice basato su questa prospettiva: l'unica vera alternativa.

venerdì 3 febbraio 2017

UNA EREDITA' SCOMODA

L'inchiesta documento della inglese BBC sui crimini italiani durante l'occupazione dei Balcani ed in Africa, un video shock sulla Storia rimossa del Paese e sulle proporzioni effettive del genocidio operato dal colonialismo e dal fascismo italiano. 
Una Storia negata e rimossa dalla memoria collettiva, una Storia che gli italiani non conoscono sebbene sia, a differenza di altri episodi ben più romanzati, documentata da fonti ed atti storicamente indiscutibili. 
Per questo è importante oggi prendere coscienza e conoscere questa pagina della Storia italiana e diffonderne i contenuti, da sempre censurati nel nostro Paese. 
Il documento proposto venne trasmesso da LA7 anni fa, nel corso del programma Altra Storia curato dallo storico Sergio Luzzato. Dobbiamo renderci conto che la Repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo.