L'indirizzo
del PCL nel nuovo scenario politico

Il 4 marzo
ha segnato uno sconvolgimento profondo del quadro italiano. La crisi di
consenso delle politiche dominanti e la crisi parallela del movimento operaio -
combinandosi e sommandosi nei lunghi anni della grande crisi - hanno prodotto
una risultante storica: da un lato il crollo del centro borghese in tutte le
sue varianti (PD e Forza Italia), dall'altro la capitalizzazione a destra di questo
crollo (M5S e Lega).
Al Nord (ma anche in aree crescenti del centro Italia) il capitalismo dei
distretti ha trovato il proprio riferimento nella Flat tax della Lega, che ha
costruito attorno a sé un blocco sociale vasto che coinvolge partite Iva colpite
dalla crisi ma anche significativi settori di classe operaia industriale spesso
dirottati contro gli immigrati e attratti dalla promessa dell'abolizione della
Legge Fornero.
Al Sud ha sfondato il M5S con cifre da autentico plebiscito. Un M5S molto legato
alla piccola borghesia delle libere professioni, che ha guadagnato la testa dei
disoccupati e della popolazione povera del Mezzogiorno attorno alla bandiera
del reddito di cittadinanza, ma che ha raggruppato anche la larga maggioranza
del lavoro salariato dell'industria, e settori crescenti del pubblico
impiego.
Nessuno dei due vincitori (M5S e Lega) è espressione diretta e organica
dell'establishment. Entrambi coinvolgono nel loro insieme l'ampia maggioranza
del proletariato italiano, e asfaltano la sinistra politica.
UNA CESURA PROFONDA COL PASSATO
Questo scenario segna una cesura profonda col passato.
Il vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra che aveva incardinato
la Seconda Repubblica è deceduto dopo lunga agonia. Ma al tempo stesso un nuovo
equilibrio non è ancora nato, né si delinea. Né il centrodestra né il M5S
appaiono in grado di comporre una propria maggioranza parlamentare, mentre una
loro collaborazione di governo (pur ricercata) fatica a trovare uno
sbocco.
Il M5S si offre alla borghesia italiana (e internazionale) come nuovo
architrave della Terza Repubblica. Ma il suo spazio di manovra politico è
limitato dalla combinazione di due rigidità difficilmente aggirabili: la
necessità di guidare il governo, l'impossibilità di imbarcare Berlusconi. Dal
canto suo, la Lega di Salvini non può scaricare Berlusconi se non amputando la
propria forza negoziale e mettendo a rischio l'eredità dei suoi voti. Da qui la
prolungata paralisi politica.
Senza entrare in previsioni di dettaglio, si impongono in ogni caso due
osservazioni di fondo.
La prima è che difficilmente si prospetta una soluzione di legislatura. Le
elezioni politiche anticipate (prima o dopo) sembrano inscritte nel risultato
del 4 marzo.
La seconda è che l'Italia è l'unico paese imperialista nel concerto europeo nel
quale la soluzione di governo è di fatto affidata a forze “populiste”, esterne
al centro politico borghese.
Non sono aspetti irrilevanti, perché misurano una contraddizione evidente: la
valenza di destra del voto del 4 marzo rafforza il padronato e la sua offensiva
sui luoghi di lavoro, ma la borghesia accentua parallelamente la propria crisi
di direzione sul piano politico. E l'accentua nel momento stesso in cui lo
scenario mondiale sottolinea gli elementi di fragilità del capitalismo italiano
(prossimo esaurimento del Quantitative Easing della BCE, ristrettezza dei
margini negoziali di manovra sul terreno delle politiche di bilancio e della
crisi bancaria, rischi connessi alla guerra commerciale tra blocchi
imperialisti per un paese esportatore come l'Italia...).
L'INCOGNITA M5S NELLA TERZA REPUBBLICA
A tutto questo si aggiunge un'incognita che va al di là della soluzione
contingente della crisi politica. Il M5S è in grado di reggere sulle proprie spalle
le responsabilità di pilastro della Terza Repubblica? Sicuramente è determinato
a rivendicare quel ruolo, al prezzo del più grottesco trasformismo. Ma è
attrezzato a reggere gli oneri enormi che l'esercizio di quel ruolo
comporta?
È possibile. È possibile che la funzione plasmi l'organo in tempi più
accelerati di quanto si pensi. Ma non sarà facile, per ragioni diverse tra loro
combinate.
Il M5S non ha una classe dirigente sperimentata nell'amministrazione dello
Stato borghese. Le difficoltà registrate nella giunta comunale di Roma sono
solo una pallida anticipazione dei problemi ben più complessi che si
presenterebbero su scala nazionale. Certo, il M5S può fare (ha già fatto e
farà) una vasta campagna acquisti nel libero mercato delle professionalità di
governo, imbarcando sul carro del vincitore la folta fila degli aspiranti al
ruolo, più o meno improvvisati. Ma come conciliare l'acquisizione di forze
esterne con la continuità della disciplina di setta, sotto il comando della
Casaleggio Associati?
La seconda incognita, ben più rilevante, riguarda la tenuta del blocco sociale
del M5S, nelle sue enormi contraddizioni. Il voto per il M5S del 4 marzo non è
la fotocopia del 2013. Non solo, com'è ovvio, per le sue proporzioni, ma anche
per il suo significato. Il 25% del 2013 esprimeva principalmente il segno del
“vaffa”, del rifiuto dei vecchi partiti. Il 32% del 2018 esprime anche e
soprattutto un'attesa, seppure passiva, di cambiamento sociale. Lo sfondamento
del reddito di cittadinanza nella popolazione povera del Sud ha questo segno.
Si può rispondere a quella domanda, fosse pure in modo distorto, dentro la
camicia di forza di una crisi capitalistica irrisolta, e dentro spazi negoziali
delle politiche di bilancio in sede UE resi più difficili dallo scenario
interno tedesco (crescita dell'opposizione populista alla Merkel) e dagli
equilibri europei (fronda rigorista a guida olandese)?
Fare la DC della Terza Repubblica è naturalmente un'ambizione legittima. Ma la
DC prosperò non a caso nella stagione del boom, quando la prosperità
capitalista offriva ampi margini di spesa clientelare e redistributiva. Fare la
DC nell'epoca delle vacche magre è assai più difficile. Tanto più se le
bandiere elettorali acchiappavoti (via il Jobs Act! via la Fornero! reddito di
cittadinanza!) convivono con le promesse solenni fatte al capitale finanziario
in termini di riduzione delle tasse sui profitti, eliminazione dell'Irap,
abbattimento di 40 punti percentuali del debito pubblico sul Pil. Le stesse
promesse che hanno lastricato la via dell'apertura padronale al M5S, proprio
per questo difficilmente rimovibili, ancor più in presenza dell'agguerrita
concorrenza salviniana (Flat tax, ecc.).
Tutto lascia credere dunque che un coinvolgimento di governo del M5S metterebbe
a dura prova la tenuta del M5S e della sua base sociale. Ma attenzione. Chi
pensa che queste difficoltà annunciate andranno di per sé a beneficio della
sinistra politica e della sua ripresa rovescia l'ordine dei fattori. Solo una
ripresa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe può consentire
una capitalizzazione a sinistra della crisi possibile del M5S. In caso
contrario, in un quadro immutato di ripiegamento delle lotte di massa, una
crisi del M5S potrebbe trovare a destra - a determinate condizioni - il proprio
sbocco. Persino in una nuova ascesa del salvinismo (e, a rimorchio, di
organizzazioni fasciste). Il crollo di consenso del renzismo, in un quadro di
prolungata passività sociale, è precipitato a destra, non a sinistra. Perché la
stessa dinamica non potrebbe ripetersi col M5S?
Non esiste dunque una dinamica oggettiva delle cose che di per sé possa
risolvere i problemi dell'orientamento soggettivo della classe operaia e della
sua avanguardia. Affrontare la questione della direzione della classe e del
rapporto con la classe è tanto più nel nuovo scenario una questione
centrale.
Su questo il Comitato Centrale del nostro partito ha impegnato la propria
riflessione, definendo un orientamento generale di azione e proposta politica
che approfondirà nella prossima fase.
CLASSE E POPOLO
La prima questione che si pone all'avanguardia di classe è la propria autonomia
politica dal populismo, in tutte le sue varianti e declinazioni.
Autonomia politica dal populismo significa più cose.
Innanzitutto una chiara e inequivoca contrapposizione al Movimento 5 Stelle. Il
PCL ha fatto su questo versante una battaglia politica di lungo corso, in
aperta controtendenza rispetto agli orientamenti ammiccanti verso il grillismo
di settori significativi della sinistra riformista e centrista, o addirittura
alle politiche di aperto sostegno politico ed elettorale al M5S anche da parte
di forze d'avanguardia. A maggior ragione consideriamo fondamentale questa
battaglia nel nuovo scenario politico.
Autonomia politica verso il grillismo implica intanto una netta collocazione di
opposizione e demarcazione politica. L'esatto contrario della politica oggi
seguita da Liberi e Uguali (Grasso) e della stessa Sinistra Italiana
(Fratoianni). Che, non contenti della vecchia subalternità verso il PD e il
centrosinistra, sbandierata nella stessa campagna elettorale, mimano oggi
un'apertura parlamentare al M5S iscrivendosi in modo patetico al futuribile
governo Di Maio. È il tentativo disperato di scampare al proprio naufragio provando
a rientrare nel gioco politico parlamentare dalla porta di servizio. Una
politica non solo suicida per chi la conduce ma disastrosa per il movimento
operaio.
Ma autonomia dal populismo è una questione più ampia, che va ben al di là
dell'opposizione al M5S. Investe la cultura profonda della sinistra politica e
della sua avanguardia.
Il rimpiazzo della classe lavoratrice con il “popolo” ha marciato in questi
anni in ambienti diversi della stessa avanguardia. Ha investito settori
dell'avanguardia sindacale; ha conosciuto rivestimenti culturali e
razionalizzazioni teoriche soprattutto da parte del sovranismo di sinistra
(Formenti); ha trovato una sua traduzione nell'esperienza in corso di Potere al
Popolo, e nei suoi riferimenti internazionali emergenti (Mélenchon). Oggi
l'appello congiunto di Francia Ribelle, Podemos, Bloco de Esquerda “Per una
rivoluzione democratica in Europa” (Dichiarazione di Lisbona), nel nome della
“sovranità del popolo”, “al servizio del popolo”, ripropone e rilancia lo stesso
canovaccio in vista delle elezioni europee.
Il PCL contrasta alla radice questa cultura, e propone a tutte le avanguardie
di classe, ovunque collocate, una battaglia comune su questo versante.
Non siamo economicisti, siamo comunisti. Sappiamo che la costruzione di un
blocco sociale alternativo deve coinvolgere tutte le domande ed istanze delle
masse oppresse, anche non direttamente classiste (sociali, di genere,
democratiche, ambientaliste...). Istanze che riguardano non solo il
proletariato, ma una più ampia massa di popolo. Ma il punto decisivo è quale
classe prende la testa del “popolo” e quale traduzione dà alle sue istanze.
Perché il popolo come soggetto indistinto al di sopra delle classi e della loro
lotta non esiste nel mondo reale, esiste solo nella metafisica borghese. Nel
mondo reale o è la classe dei lavoratori salariati che egemonizza la massa
popolare nella dinamica della propria lotta (in funzione, per parte nostra, di
una prospettiva anticapitalista), oppure sono e saranno le forze di altre
classi a subordinare il popolo al capitale, dissolvendo in esso la classe
operaia come massa anonima e atomizzata. Questo è il bivio.
POPULISMO DI SINISTRA E SOVRANISMO. PER UNA POLARIZZAZIONE CLASSISTA
NELL'AVANGUARDIA
Questa duplice subordinazione - della classe al “popolo”, e del “popolo” al
capitale - può certo avvenire in forme diverse.
Può avvenire in forme reazionarie, come rivela la marea del populismo di destra
(lepenismo, salvinismo...), in chiave prevalentemente anti-immigrati. Può avvenire
in forme ibride che combinano posture progressiste e vocazione reazionaria,
come nel caso del populismo digitale anti-casta a 5 Stelle. Ma può anche
avvenire in forme democratiche, come recita il populismo di sinistra di Podemos
e Mélenchon, che rimpiazza i confini tra sinistra e destra nel nome della
contrapposizione tra oligarchia e popolo, ed espelle la bandiera rossa dalle
proprie manifestazioni.
Questo populismo di sinistra non è solo una mistificazione teorica, è un
fenomeno politico. Può a volte registrare in forma distorta dinamiche sociali
progressive (Podemos è stato anche un sottoprodotto degli indignados, Mélenchon
ha anche capitalizzato sul piano elettorale la primavera di lotta del 2016). E
tuttavia le subordina alla cultura interclassista del senso comune dominante,
che a sua volta contribuisce a nutrire.
In Italia il populismo di sinistra ha allargato il proprio spazio politico -
non a caso - grazie alla combinazione di due fattori: un riflusso prolungato
del movimento operaio che non ha paragoni tra i paesi imperialisti dell'Unione
Europea e il crollo parallelo di Rifondazione Comunista.
Rifiuto dei partiti, demonizzazione della politica nel nome della società
civile, sostituzione della classe con la "cittadinanza" progressista
o antagonista - in definitiva con il “popolo” - hanno trovato qui la propria
radice, col contributo operoso dei dirigenti in disarmo di Rifondazione (blocco
giustizialista con Di Pietro, lista civica con Ingroia, lista Tsipras con
Barbara Spinelli). Potere al Popolo è l'ultima variante, con declinazione
sociale e di sinistra, di questo spartito. Il Fatto Quotidiano, il giornale
oggi più diffuso a sinistra, ne è invece la declinazione moderata, pro-grillina
e manettara.
Questo spartito del populismo progressista, nelle sue varie forme, non è
innocente. È stato al tempo stesso effetto e concausa dello smottamento
ulteriore della sinistra politica e dello sfondamento populista anche in
settori di avanguardia. La breccia aperta a sinistra dalla tematica del sovranismo
è in questo senso emblematica.
Populismo e sovranismo si tengono insieme, anche quando declinati in chiave
progressista. Quando si dissolve la classe nel popolo, la bandiera del popolo
diventa quella della nazione. E se la nazione è imperialista diventa quella del
proprio imperialismo e del proprio Stato. Podemos ha contrapposto la “sovranità
democratica” della Spagna al diritto di autodeterminazione della Catalogna.
Francia Ribelle di Mélenchon rivendica la proprietà francese della Guyana con
tanto di sventolio del tricolore e della tradizione nazionale. Potere al Popolo
ha una cifra diversa, ma si richiama pubblicamente a Mélenchon, e ospita al
proprio interno le posizioni dichiaratamente sovraniste di Eurostop, che nel
dicembre 2016 protestava davanti all'ambasciata tedesca rivendicando la
sovranità mutilata dell'Italia.
Resta in ogni caso un fatto abnorme: l'esistenza stessa dell'imperialismo
italiano viene rimossa proprio negli anni in cui l'Italia compete con
l'imperialismo tedesco nei Balcani e sgomita con l'imperialismo francese in
Nord Africa. In compenso, l'economista Bagnai, reverito per anni in tanti i
convegni come icona del sovranismo di sinistra (contro i pregiudizi ideologici
dei trotskisti), è finito deputato di Salvini. E rivendica, a buon ragione, la
continuità dei propri argomenti, candidandosi a un ruolo di cerniera verso M5S
e... “sinistra”, nel nome dell'"interesse nazionale"
dell'Italia.
Questo mixage di populismo e sovranismo, con i suoi risvolti trasformisti più o
meno grotteschi, plasma immaginari e riflessi condizionati diffusi.
È significativo che oggi in Italia persino nel senso comune di estrema sinistra
la rappresentazione dell'Italia “schiava di Bruxelles” e della Germania sia
spesso più popolare e comprensibile di quella che contrappone operai e padroni.
La lotta dei metalmeccanici tedeschi è passata non a caso sotto silenzio.
Parallelamente, la fascinazione esercitata dal putinismo in chiave anti-USA -
dentro la rappresentazione campista del mondo - è la rimozione non solo della
sua realtà reazionaria (e neoimperialista) ma anche delle difficili lotte
controcorrente dei proletari russi. Nei fatti la sussunzione indistinta dei
salariati nel popolo diventa una linea di frattura silenziosa con i salariati
degli altri paesi e con altri popoli oppressi, in subordine al proprio
imperialismo o a quello altrui.
L'influenza populista a sinistra pervade peraltro altri terreni, non meno
insidiosi. La tesi dell'”immigrazione clandestina” come progetto del capitale
globale (Diego Fusaro), l'idea dell'arretratezza della battaglia antifascista
(Marco Rizzo) a fronte della centralità della contrapposizione a Bruxelles,
l'idea dei diritti civili di omosessuali e transessuali come diritti “borghesi”
contrapposti ai diritti sociali (ancora Marco Rizzo), sono tra loro sicuramente
diverse, e hanno spazi diversi di diffusione a sinistra, ma hanno tutte una
superficie contigua col pensiero corrente dominante, oggi arato da ideologie
populiste regressive. Ed hanno aperto a sinistra brecce impensabili dieci anni
fa.
La verità è che il superamento della distinzione tra destra e sinistra, caro
alle peggiori ideologie reazionarie, diventa la forma ideologica di
penetrazione delle categorie della destra nel campo della sinistra e della sua
stessa avanguardia. Il populismo di sinistra ne è il veicolo. Più o meno
mediato, più o meno inconsapevole, ma non casuale.
Per questa ragione la battaglia classista antipopulista, nel campo stesso
dell'avanguardia della classe lavoratrice e dei movimenti sociali, assume una
valenza politica centrale. È una battaglia controcorrente per lo sviluppo della
coscienza. Segna una prima linea di demarcazione e di raggruppamento che il PCL
perseguirà con coerenza. Una linea di polarizzazione classista,
anticapitalista, internazionalista, che ricercherà possibili unità d'azione su
questo fronte con altre organizzazioni classiste, e che interverrà sulle
contraddizioni di Potere al Popolo in un rapporto di interlocuzione aperta con
i settori di avanguardia che questo raccoglie.
AVANGUARDIA E MASSA. POPOLO DELLA SINISTRA E POPOLO PENTASTELLATO
La seconda questione che si pone all'avanguardia di classe è quella della
proiezione di massa e della proposta di massa.
La rigorosa delimitazione dell'avanguardia da ogni declinazione di populismo
non deve significare avanguardismo. Al contrario. Ha senso solo in funzione
della più ampia proiezione verso la maggioranza della classe e degli oppressi
al fine di sviluppare loro azione di massa e la loro coscienza politica.
Nei dieci anni del grande riflusso del movimento operaio italiano si è
allargata la divaricazione tra l'avanguardia e la massa. Tra le decine di
migliaia di militanti e attivisti della classe lavoratrice e dei movimenti
sociali che in forme diverse preservano una linea di resistenza e conflitto, e
la grande massa dei 17 milioni di salariati. In parte (e soprattutto) è una
divaricazione fisiologica trascinata dalla dinamica di passivizzazione, ma in
parte è stata ed è l'effetto di una cultura minoritaria dei gruppi dirigenti
dell'avanguardia (sindacali e politici) che si è sovrapposta a quella dinamica
oggettiva e l'ha approfondita: si tratta della propensione
all'autorappresenzazione dell'avanguardia come massa, del proprio sciopero di
sigla come sciopero “generale”, del proprio movimento o manifestazione come
“il” movimento di massa. La gioia ostentata dai dirigenti del Potere al Popolo
dopo l'1% dei voti, sullo sfondo dello sfondamento salviniano e grillino, è in
fondo un riflesso della stessa cultura.
Questa cultura dell'autorecinzione non è un'espressione di radicalità ma di
moderazione. Confessa non solo la rinuncia alla prospettiva di rivoluzione -
che è di massa o non è - ma la stessa rinuncia ad una svolta della lotta di
classe, a favore del ripiegamento nella propria nicchia (più o meno)
“antagonista” in funzione della conservazione del proprio spazio. Una logica
tanto più negativa in un quadro di riflusso del movimento di massa e di
arretramento profondo della coscienza di classe.
Il PCL esprime un indirizzo di segno opposto, di azione e proposta.
La funzione dell'avanguardia non è quella di separarsi dalla massa, ma di
sviluppare la sua coscienza, elevare il livello della sua azione, conquistarne
in prospettiva la direzione. Quanto più la massa arretra tanto più è importante
preservare ogni possibile spazio e canale di relazione con la massa per
contrastare quell'arretramento e creare le condizioni di una ripresa. Così è
sempre stato nella storia migliore del movimento operaio, così è oggi in
Italia.
Rapportarsi alla massa significa partire innanzitutto dalla sua realtà.
La massa non è una dimensione uniforme ma stratificata. Non solo per condizioni
sociali, ma per livelli di coscienza, esperienza, sentimenti, tradizioni. Ciò
vale per la massa dei salariati come vale più in generale per le masse
oppresse.
Su questo terreno assistiamo in Italia a modificazioni profonde, che il voto
del 4 marzo ha registrato. Il popolo della sinistra (quello, per intenderci,
che vive una relazione soggettiva, in forme diverse, con la tradizione del
movimento operaio) non è scomparso. Nel milione e mezzo di voti riportato dalle
liste della sinistra c'è un lascito importante di quella storia. Ma per la
prima volta nella storia d'Italia la sinistra politica nel suo insieme scende
sotto il 5% dei voti. È un dato unico tra i paesi imperialisti della UE. Misura
il ripiegamento del popolo della sinistra in un bacino di avanguardia, sia pure
di massa, mentre la grande maggioranza della massa, a partire dai proletari
stessi, si rivolge a partiti populisti, soprattutto (ma non solo) al M5S.
Di più. Attorno al M5S è confluito elettoralmente un settore importante dello
stesso vecchio popolo della sinistra che, disarmato dall'irriconoscibilità e
dalle compromissioni della sinistra, ha cercato e cerca nel M5S un'alternativa,
in non pochi casi “una sinistra vera”. Non è certo questo un fatto positivo,
non riflette affatto una radicalizzazione nei comportamenti sociali, semmai
spesso una passivizzazione ulteriore. Ma resta un fatto. Un fatto da assumere
nell'orientamento dell'avanguardia: l'avanguardia di classe, politica e
sindacale, non può oggi sviluppare una battaglia di massa nella stessa classe
operaia senza parlare alla base di massa del M5S.
In altri termini, nello stesso momento in cui s'impone la più netta opposizione
e denuncia controcorrente della realtà del M5S, è necessario tracciare un
canale di comunicazione con la base di massa che l'ha votato. Ciò che pone
anche un problema di innovazione di linguaggio e comunicazione, non per
adattarsi alla rappresentazione populista, ma per combatterla e
sradicarla.
LA SELEZIONE DELLE PAROLE D'ORDINE. DISARTICOLARE I BLOCCHI SOCIALI POPULISTI
PER UN FRONTE UNICO DI MASSA
Rapportarsi alla massa significa selezionare le parole d'ordine.
La battaglia anticapitalista per il governo dei lavoratori resta l'asse
centrale della propaganda rivoluzionaria, cui il PCL riconduce in ultima
analisi ogni intervento di massa, assieme alla propaganda, ad essa connessa,
delle rivendicazioni transitorie. Ma l'intervento di massa non si riduce alla
propaganda (centrale) della rivoluzione sociale. È necessario tracciare un
piano di rivendicazioni immediate che traducano e introducano quel programma
sapendo parlare e comunicare alla massa e al suo immaginario. Un piano di
rivendicazioni che sappiano entrare nelle stesse contraddizioni dei blocchi
sociali reazionari col fine di portarle a rottura in funzione di un blocco
sociale alternativo.
I poli populisti hanno sfondato nella classe lavoratrice brandendo non solo la
clava anti-immigrati o anti-casta, ma anche obiettivi di ampio richiamo
sociale, alcuni persino formalmente “classisti”. L'abolizione della Legge
Fornero è stata il chiavistello della Lega in settori consistenti della classe
operaia del Nord. Il cosiddetto reddito di cittadinanza (reddito minimo a 780
euro) è stata la bandiera del plebiscito grillino presso i disoccupati e la
popolazione povera del Meridione. Sia la Lega che il M5S hanno formalmente
sventolato nel proprio programma l'abolizione del Jobs Act. Il M5S ha
addirittura rivendicato nel proprio programma (poi sbianchettato) la riduzione
dell'orario di lavoro. Insomma: per coinvolgere le classi subalterne nei
proprio blocco reazionario, i partiti populisti hanno dovuto “legittimare” rivendicazioni
progressive, per quanto distorte, facendone bandiera del proprio successo e
innescando perciò stesso una aspettativa, per quanto passiva. Al tempo stesso,
è del tutto evidente che nessun partito dominante può attuare realmente quelle
misure, a partire dal M5S. È una contraddizione potenzialmente esplosiva.
Entrare allora in questa contraddizione da un versante di classe è centrale nel
nuovo scenario politico. Non si tratta di alimentare l'aspettativa di massa nei
partiti populisti, ma di far leva (anche) su quell'aspettativa ai fini del
rilancio di un movimento autonomo di classe e di massa, fuori e contro di
essi.
La rivendicazione dell'abrogazione del Jobs Act, e dunque del ripristino
dell'articolo 18, può essere rilanciata su basi indipendenti e ricondotta alla
parola d'ordine della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del
lavoro.
La parola d'ordine dell'abolizione della legge Fornero (con pensione a 60 anni
o 35 anni di lavoro) può essere ripresa e collegata alla rivendicazione della
riduzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore a parità di paga.
La rivendicazione del reddito minimo (che nella versione a 5 Stelle è strumento
di generalizzazione del lavoro precario e sottopagato) può essere trasformata
nella parola d'ordine di un vero salario dignitoso per i disoccupati.
Ogni bandiera sociale sollevata strumentalmente dai populisti come strumento di
raggiro va ripulita e piegata contro la politica reale e i programmi reali dei
populisti. E attorno a queste bandiere va rivendicata una vertenza generale
unificante dell'intera classe lavoratrice, della massa dei lavoratori precari e
dei disoccupati, preparando le premesse di movimenti reali di lotta. Perché ad
esempio non provare a lavorare nel Sud a un movimento reale di disoccupati
attorno all'obiettivo di un salario dignitoso, con la creazione e il
coordinamento di specifici comitati?
Non si tratta di chiedere al M5S (e tanto meno alla Lega) di mantener fede alle
promesse, ciò che significherebbe spacciare per buone quelle promesse, avallare
gli equivoci, coprire le illusioni. Si tratta di fare esattamente l'opposto:
usare (anche) quelle promesse per denunciare la realtà dell'inganno populista,
ricomporre l'unità tra gli sfruttati che il populismo vuole divisi (tra Nord e
Sud, tra occupati e disoccupati), preparare il terreno di una svolta di lotta
generale, unitaria e di massa, che è e resta la dimensione di lotta necessaria
per incidere sui rapporti di forza complessivi, e ricomporre un blocco sociale
alternativo.
LA NUOVA IMPORTANZA DELLA BATTAGLIA IN CGIL CONTRO LA BUROCRAZIA
SINDACALE
Rapportarsi alla massa significa battersi per una linea di classe in ogni
organizzazione di massa.
Dentro il lungo ripiegamento del movimento operaio e la disgregazione della
sinistra politica, la CGIL è rimasta di fatto l'unica organizzazione di massa
dei lavoratori salariati. La battaglia di classe e anticapitalista all'interno
della CGIL ha un'importanza maggiore di ieri.
La burocrazia dirigente della CGIL è la principale responsabile della disfatta
del movimento operaio negli anni della grande crisi, e non solo. Non ha solo
svenduto le ragioni del lavoro al padronato, dando semaforo verde alla Legge
Fornero e aprendo la diga alla deroga dei contratti nazionali di lavoro e al
welfare aziendale, ma ha spezzato ogni dinamica di resistenza e conflitto: ha
portato su un binario morto il movimento di opposizione al Jobs Act, ha
disperso nel nulla il più grande sciopero generale della scuola del dopoguerra,
ha sistematicamente bloccato e isolato le mille vertenze di fabbrica portandole
una dopo l'altra alla sconfitta. La conseguenza non è stata solo sindacale, ma
politica. Lo sfondamento del populismo nella grande massa dei salariati ha
nella linea CGIL la principale responsabile.
Questa linea di fondo non è reversibile. È il codice di una burocrazia che ha
come bussola la collaborazione organica col padronato, come mostra una volta di
più il recente accordo quadro tra sindacati e Confindustria. Le illusioni spese
a piene mani in anni recenti nel gruppo dirigente della FIOM (Landini) come
possibile contraltare alla burocrazia si sono scontrate con la realtà del gioco
burocratico di chi non ha esitato a regalare ai padroni il peggior contratto
dei metalmeccanici pur di entrare in Segreteria CGIL e aspirare alla guida
della confederazione.
Ma la CGIL non è solo la sua burocrazia. È anche il luogo in cui si concentra
la maggioranza delle masse sindacalmente attive, a partire dai salariati
dell'industria, senza le quali è difficile immaginare un'azione generale
vincente sul terreno della lotta di classe, a maggior ragione una prospettiva
anticapitalista. Per questo la battaglia in CGIL non ha e non deve avere un
carattere “residuale”: è parte inseparabile tanto più oggi di una battaglia
politica di massa per un'altra direzione del movimento operaio.
La battaglia de “Il Sindacato è un'altra cosa” in occasione del prossimo
congresso della CGIL è in questo quadro di grande importanza. È una battaglia
che non si limita al terreno congressuale. Si tratta di una tendenza classista
che si è assunta le proprie responsabilità in campo aperto tra i lavoratori, a
partire dall'opposizione nelle assemblee e nei referendum aziendali nei
confronti di contratti capestro, come è stato con un ruolo centrale tra i
lavoratori metalmeccanici: le percentuali rilevanti del no all'accordo in
numerose grandi fabbriche sono soprattutto un risultato di questa battaglia.
Oggi questa battaglia di massa trova la sua naturale continuità e coerenza nel
congresso CGIL attorno a un documento alternativo. Per questo il PCL sostiene e
sosterrà tale battaglia col massimo impegno dei propri militanti e
iscritti.
Non si tratta di confinare nella sola CGIL l'impegno sindacale classista di
avanguardia, che oggi trova la propria espressione in una pluralità di
organizzazioni sindacali. Il nostro stesso partito ha una presenza articolata
anche nei sindacati di base, in particolare tra quelli di impostazione più
apertamente classista. Ma in ogni sindacato classista poniamo l'esigenza della
ricomposizione di un fronte di massa, della rifondazione democratica e
classista di un sindacato di massa, di una linea d'azione e programma
anticapitalista. Una prospettiva inseparabile dalla battaglia centrale in CGIL
contro la sua burocrazia dirigente, oggi condotta dall'opposizione interna a
questo sindacato.
Al tempo stesso, nel nuovo scenario politico, la battaglia contro la burocrazia
CGIL non può limitarsi al solo piano sindacale. La CGIL è oggi l'unica
organizzazione che per il suo insediamento potrebbe attivare un'opposizione di
massa al populismo vincente del 4 marzo. L'esatto opposto delle attuali
aperture CGIL a un governo M5S-PD, in linea guarda caso con la borghesia
italiana. Si tratta allora di chiamare pubblicamente la CGIL alle sue responsabilità
politiche di opposizione, a fronte della disgregazione della sinistra; di
incalzare le sue contraddizioni sul piano politico; di sviluppare anche per
questa via la coscienza dei settori più avanzati della sua base di classe
attorno alla necessità di una alternativa politica di direzione del movimento
operaio. Che è un aspetto decisivo per la stessa rifondazione sindacale.
Marco
Ferrando