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mercoledì 30 gennaio 2019

LA CLASSE OPERAIA FA ANCORA PAURA



All'alba di lunedì una cinquantina di lavoratori della logistica della Unes di Vimodrone, organizzati nella Confederazione Unitaria di Base e guidati da un militante del Pcl, hanno per diverse ore bloccato il transito delle merci per protestare contro la trasformazione dei loro contratti dallo status di dipendenti a quello di soci cooperativa (che nonostante il nome garantisce molti meno diritti) al momento del cambio della società che gestisce la logistica per conto dei supermercati Unes. 
L'adesione di decine di lavoratori al picchetto, al quale si sono aggiunti lavoratori che uscivano dal turno della notte e diversi compagni provenienti da Milano, ha fatto sì che questo momento di lotta prendesse ulteriore forza, consentendo per diverse ore il blocco totale del transito merci. Nella mattinata di ieri è avvenuto l'incontro tra i vertici della nuova società, appartenente al gruppo Brivio Viganò, ed i lavoratori della Cub. È stata garantita l'assunzione di tutti i lavoratori con il Ccnl della logistica, il mantenimento dei benefit aziendali, come i ticket pranzo, ed il riconoscimento della Cub al tavolo delle trattative. 
È la dimostrazione che al di là di tutti i procedimenti repressivi contro le avanguardie di lotta, ed il nostro pensiero non può non correre ai compagni del Vittoria e del SiCobas, al centro di una infinita vicenda giudiziaria per aver solidarizzato con i lavoratori in lotta della DHL di Settala (MI), la classe operaia, quando incrocia le braccia, fa ancora tanta paura.


Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Milano

FLAX-TAX: UN REDDITO DI CITTADINANZA AGGIUNTIVO PER I PIÙ RICCHI!



La flat-tax, bandiera del governo pentaleghista, è una tassazione iniqua, idonea a favorire solo i grandi capitali e danneggiare i lavoratori, sia in termini di aggravio fiscale diretto o indiretto a loro carico sia in termini di tagli dei servizi essenziali.

È contraria ai principi di equo riparto del carico fiscale, progressività, tassazione in base alla capacità contributiva. Basti pensare che secondo gli uffici della Camera, la pressione fiscale complessiva salirà nel 2019 dal 42% al 42,5% e nel 2020 al 42,8%. Se il carico non diminuirà e anzi aumenterà, e se ad alcuni ceti si farà pagare meno imposte, non resta difficile immaginare che sarà a carico dei soliti lavoratori dipendenti il raggiungimento di questo traguardo.

A tal fine il Governo ha pensato bene di sbloccare la pressione fiscale degli enti locali, che come ben si sa è strutturata in termini fortemente regressivi.
 Si tratta, dunque, di un’aliquota unica del 15 per cento per le partite Iva che scelgono il regime forfettario e hanno un reddito che non supera i 65 mila euro annui. Questo per il 2019, mentre per il 2020 questa aliquota si estenderà a coloro che non superano gli 80 mila euro, quindi a professionisti piuttosto benestanti.
Chi invece, certamente benestante o anche ricco, supera tale limite potrà sempre avvalersi della tassazione agevolata del 20%, contro il 23 per cento che è l’aliquota minima prevista per il primo scaglione di reddito dei lavoratori dipendenti, cioè quelli più poveri, che non superano i 15 mila euro annui. I guadagni dei dipendenti che eccedono i 15 mila euro vengono poi tassati al 27% fino a 28 mila euro annui e il 38% da 28 mila e 55 mila euro.

È evidente, quindi,  che siamo di fronte a una sperequazione fra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

I padroni i conti li sanno fare bene, e allora affidiamoci a quelli fatti dal Sole 24ore.
Un dipendente senza figli che guadagna 30mila euro all’anno deve pagare oltre 6.800 euro all’anno di Irpef. Includendo le addizionali va a pagare oltre 7.600 euro. Il lavoratore autonomo in regime ordinario ne paga invece, addizionali incluse, 5.450, oltre 2 mila in meno. Ma se quest’ultimo sceglie il regime forfettario va a pagare solo 3.340 euro, quasi 4.300 in meno del lavoratore dipendente, che fanno la bellezza di 355 euro di differenza al mese, differenza che diventa 608 se il lavoratore ha un figlio e guadagna 40 mila euro e 853 se ha 2 figli e un reddito di 50 mila euro. 

È come se fosse stato legiferato un reddito di cittadinanza aggiuntivo per i più ricchi!
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Insomma il governo, nel tentativo di continuare ad egemonizzare i lavoratori autonomi e la piccola borghesia, elargisce loro mance fatte di riduzioni di imposte e condoni fiscali diversamente denominati.
Doveva essere “il governo del cambiamento”, è stato solo un cambiamento di governo.

La forza in grado di imporre l'unico possibile cambiamento vero è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati, della maggioranza del popolo.
Il governo che può far piazza pulita del capitalismo e costruire un'altra società, a misura dell'uomo e non del profitto. Quando i salariati prenderanno coscienza della propria forza nulla li potrà fermare.


Costruire questa coscienza è la ragione del nostro partito.

venerdì 25 gennaio 2019

NO ALLA REAZIONE FILOIMPERIALISTA IN VENEZUELA!



L'autoproclamazione come Presidente del Venezuela da parte di Juan Guaidò - presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana - apre uno scenario nuovo nel paese. La destra venezuelana riprende la marcia della mobilitazione del 2017 per la conquista del potere, con l'appoggio immediato dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. La minaccia di un eventuale intervento militare imperialista in Venezuela, a supporto della destra interna, è esplicita. La bandiera della democrazia, quale principio guida dell'operazione, è contraddetta dalla natura stessa dei suoi promotori e dai loro scopi. I capi di Voluntad Popular e della destra venezuelana, tra cui Juan Guaidò, sono gli eredi politici dei tentativi golpisti del 2002. Hanno l'appoggio dei governi più reazionari del continente latinoamericano, a partire dal governo Bolsonaro. Hanno un programma economico-sociale ispirato agli interessi dell'imperialismo (privatizzazione integrale dei settori strategici) e della borghesia (abolizione dei sussidi sociali, vendita delle case popolari, abbattimento della spesa pubblica nel nome del libero mercato). La vittoria di questa operazione reazionaria non sarebbe né l'affermazione della “democrazia” né l'uscita del Venezuela dalla profonda crisi che l'attanaglia, ma un'ulteriore aggravamento della crisi sociale per i lavoratori e la popolazione povera a esclusivo vantaggio dei capitalisti e dell'imperialismo.

La precipitazione della crisi venezuelana è tuttavia inseparabile dal fallimento del regime chavista.
Il nazionalismo bolivariano ha cercato di stabilizzare un compromesso sociale con l'imperialismo e la borghesia venezuelana: da un lato le missiones popolari a beneficio degli strati sociali più poveri, dall'altro il pagamento del debito pubblico al capitale finanziario, i lauti indennizzi alle proprietà imperialiste “nazionalizzate”, la tutela delle banche private, la libertà di arricchimento di una borghesia affaristica e corruttrice (boliborghesia). Questo precario equilibrio sociale ha retto ai tempi dell'alto prezzo del petrolio, e ha franato irrimediabilmente col suo crollo, connesso alla crisi capitalistica mondiale. La recessione drammatica dell'economia, l'inflazione incontrollabile, la penuria dei beni di prima necessità, hanno precipitato le condizioni di vita dei lavoratori e del popolo. La caduta del consenso sociale attorno a Maduro è il riflesso di questa realtà, come lo è l'emigrazione di massa dal paese. Il governo nazionalista ha prima reagito alla propria crisi moltiplicando le concessioni ai capitalisti, irregimentando il movimento operaio, restringendo diritti e libertà sindacali (blocco delle elezioni sindacali nelle aziende e forti limitazioni del diritto di sciopero). Poi ha moltiplicato, senza successo, i tentativi di mediazione con le destre attraverso i canali della diplomazia internazionale (Zapatero) e del Vaticano. Infine è ricorso ad una soluzione bonapartista, attraverso l'elezione farlocca di una Assemblea costituente sotto controllo dell'esecutivo, e la massima concentrazione dei poteri nelle proprie mani. Ma nessuna di queste politiche ha potuto allargare la base di sostegno del governo. Al contrario, l'insieme di queste politiche ha finito col consegnare alla destra l'appoggio di strati popolari favorendo lo sviluppo delle operazioni reazionarie e filoimperialiste oggi in corso.

Non c'è soluzione possibile dalla crisi drammatica del Venezuela fuori dalla rottura col capitalismo e l'imperialismo, e dalle misure che questa rottura richiede: sospensione del pagamento del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche e del commercio con l'estero, controllo dei lavoratori sulla produzione e la distribuzione dei beni alimentari e di prima necessità. Solo uno sviluppo indipendente del movimento operaio, in contrapposizione al governo Maduro e alla reazione, può porre in agenda queste misure di svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulle strutture di autorganizzazione di massa e sulla loro forza, può realizzarle. È la prospettiva di un'alternativa socialista al nazionalismo bolivariano, basata sul potere dei consigli dei lavoratori. Fuori da questa prospettiva socialista, la crisi venezuelana continuerà ad avvitarsi con esiti drammatici sul terreno sociale e democratico per i lavoratori stessi, sia che vinca la reazione filoimperialista sotto false sembianze "democratiche", sia che il regime chavista sviluppi ulteriormente la propria spirale bonapartista dando vita a una versione venezuelana della dittatura di Ortega in Nicaragua.

Solamente l'irruzione sul campo della classe lavoratrice, con le sue ragioni di classe indipendenti, può spezzare la morsa di questo bivio mortale, e aprire dal basso una prospettiva nuova.
Ma questa prospettiva passa per la sconfitta, qui e ora, della minaccia della destra e dell'imperialismo, dei Trump e dei Bolsonaro. Per questo, con questa impostazione indipendente, il PCL parteciperà alle iniziative di mobilitazione contro le minacce dell'imperialismo in Venezuela.


Partito Comunista dei Lavoratori

IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE



Ci battiamo per un altro Stato, ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici.
Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo, poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese.

Lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, per la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei singoli e delle organizzazioni), per la difesa dei diritti e delle libertà delle donne, per i diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia e di tutte le minoranze oppresse.
Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società, l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni democratiche, una democrazia fondata sull’autorganizzazione dei lavoratori stessi.

L’unica risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario. 

La borghesia ha fatto della sua politica un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e libera del bene comune. 

Questo progetto è tanto più attuale, qui e ora, di fronte ai processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra italiana. 

Recuperiamo il filo rosso del Partito Comunista d’Italia delle origini, il partito di Antonio Gramsci: il partito di cui il movimento operaio italiano è stato privato da più generazioni. 
Il partito della rivoluzione.

lunedì 21 gennaio 2019

21 GENNAIO 1921 - NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA!



Sono trascorsi 98 anni da quel 21 gennaio 1921, nel quale a Livorno i comunisti e gli elementi di avanguardia della classe operaia italiana fondarono il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale comunista.

La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine, nel biennio 1919-20,  a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell'occupazione delle fabbriche: una situazione che trova ancor oggi il suo miglior commento in alcune pagine scritte, cinque anni dopo, da Antonio Gramsci sul quotidiano del partito, «l’Unità».

«L'occupazione delle fabbriche non è stata dimenticata dalle masse. […] Essa è stata la prova generale della classe rivoluzionaria. […] Se il movimento è fallito, la responsabilità non può essere addossata alla classe operaia come tale, ma al Partito socialista, che venne meno ai suoi doveri, che era incapace e inetto, che era alla coda della classe operaia e non alla sua testa. […] Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. […] Non furono occupate le ferrovie e la flotta. […] Non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati, che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista» («l'Unità», 1° ottobre 1926).
«Il proletariato era troppo forte nel 1919-20 per assoggettarsi più oltre passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli interiormente, perché il Partito socialista non era che un amalgama di almeno tre partiti» («l'Unità», 26 settembre 1926).

Non è un discorso di ieri. E' un discorso che riguarda direttamente la classe operaia italiana di oggi, una parte della quale continua a identificarsi politicamente e organizzativamente in partiti con un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo, che seminano oggi le peggiori illusioni: nessuna prospettiva di rottura rivoluzionaria con il sistema istituzionale dello Stato borghese e con la sua falsa democrazia parlamentare.

Il Gramsci di ieri è più attuale che mai: «Che cosa ci sta a fare il massimalismo, questo terzo incomodo? O  con la socialdemocrazia o col comunismo. […] Finché la borghesia esiste è naturale e inevitabile che essa, attraverso i propri agenti più svariati, introduca di continuo nella classe operaia la propria ideologia a contaminare e a deviare l'ideologia proletaria. La scissione risoluta e netta da tale ideologia è inevitabile e assolutamente necessaria. Prima dividersi, ossia dividere l'ideologia rivoluzionaria dalle ideologie borghesi (socialdemocrazia di ogni gradazione); poi unirsi, ossia unificare la classe operaia intorno all'ideologia rivoluzionaria» («L'Unità», 9 gennaio 1926).

I partiti comunisti, negli anni ’20 del secolo scorso, nacquero in aperta rottura col revisionismo di quel periodo storico.

Nel 1921, al momento della nascita del Partito Comunista d’Italia, l’omogeneità ideologica dei suoi dirigenti e militanti non era ancora completa. Ma, sotto la guida della Terza Internazionale e attraverso quello che fu allora chiamato il processo di «bolscevizzazione», l’assimilazione del leninismo fu sostanzialmente raggiunta fra il 1924 e il 1927, e il Partito, con le tesi del suo Terzo Congresso, poté darsi alfine una piattaforma conseguentemente internazionalista e rivoluzionaria.


Oggi in Italia gli autentici comunisti, attraverso il confronto, il dibattito aperto, la critica e l’autocritica, debbono lottare per raggiungere la loro unità ideologica e politica sulla base del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario, assieme al legame sempre più stretto con gli elementi più coscienti ed avanzati della classe operaia e con le loro lotte.

giovedì 17 gennaio 2019

MOBILITARE E UNIFICARE TUTTE LE VITTIME DEL CAPITALISMO




Ci sono forze che con il loro dominio economico e politico sfruttano e opprimono i lavoratori, che si arricchiscono, che costringono i giovani alla disoccupazione, alla precarietà, all'emigrazione; sono i dirigenti dei partiti, vecchi e nuovi, che sostengono i loro interessi.

L’accordo UE-governo populista evidenzia il principio fondamentale della difesa dei profitti, della proprietà privata capitalistica e l’appartenenza agli organismi internazionali del capitale monopolistico.

Il “caso italiano” dimostra che la linea, su cui si orientano i populisti giunti al potere, è quella delle forze decisive della borghesia. Reazionario che porta avanti, con qualche variante, le stesse politiche antioperaie e antipopolari seguite dai governi borghesi di centrodestra e centrosinistra. E’ dunque un governo, come altri, al servizio del grande capitale.  

Inutile sperare in una sconfitta del populismo senza una lotta  reale.
 
Davanti a noi non c’è alcun nuovo periodo di sviluppo progressivo del capitalismo  monopolistico, il quale non può  mantenersi senza ricorrere alla distruzione delle  libertà e dei diritti dei  lavoratori, alle guerre di rapina.  Non vedere le cose in questo  modo significa illudersi e  soprattutto lasciare a gruppi,  partiti e rappresentanti della  grande borghesia la direzione della lotta.
La sola forza che può sviluppare la lotta contro l’oligarchia  finanziaria e le sue istituzioni nazionali e internazionali,   contro i populisti e i fascisti, è proletariato,   autoctono e immigrato. Questa è la classe sociale più   interessata ad iniziare e  condurre a termine una lotta rivoluzionaria contro l’intero sistema capitalistico. 

Al proletariato spetta il compito di raccogliere attorno a sé, mobilitare e unificare tutte le vittime del capitalismo, staccandole dall’influenza liberista e populista, rompere con la   passività imposta dai riformisti e dalle burocrazie sindacali.  
La politica del fronte unico è la chiave di svolta per mettere in crisi e sconfiggere questo sistema.

mercoledì 16 gennaio 2019

IL CASO BATTISTI, I MARXISTI RIVOLUZIONARI E IL TERRORISMO



Il caso Battisti riempie i notiziari. Il terrorista catturato all'altro capo del mondo sbarca a Fiumicino accolto da un'autentica parata di regime. Presenti i vertici militari e istituzionali al gran completo. I ministri Salvini e Bonafede, sguardo trionfante e al tempo stesso compunto, si contendono il primo piano ad uso delle telecamere, in un tripudio di toni solenni: “fatto storico”, “giorno indimenticabile per tutti gli italiani”, “il grande momento atteso dall'Italia per 37 anni”, l'”Italia che ottiene finalmente il rispetto del mondo” contro “un maledetto assassino comunista”... un autentico delirio senza pudore ben oltre i confini del grottesco. Le opposizioni liberali si allineano alla parata come un sol uomo, salvo qualche distinguo estetico. La sinistra parlamentare si genuflette al coro.
Di cosa stiamo parlando, in realtà? Di un fatto povero e semplice. Due governi reazionari, uno europeo, l'altro brasiliano, celebrano il proprio successo d'immagine. Il primo con un ministro degli interni in uniforme poliziesca notte e giorno, indifferente alla vita stessa dei migranti in mare, impegnato a respingerli ovunque possibile nelle galere libiche, tra torture, stupri, omicidi. Il secondo nelle vesti del governo più reazionario che il Brasile abbia mai conosciuto da mezzo secolo, guidato da un uomo che difende le gesta della vecchia dittatura militare e che vuole “estirpare dal paese tutti i socialisti, dal primo all'ultimo” (testuale). Questi sono i governi che a braccetto tra loro esibiscono oggi Battisti come trofeo nel nome del... diritto.
La denuncia di questa ipocrisia rivoltante è il primo dovere di ogni organizzazione di classe.

CONTRO IL TERRORISMO, MA DA UN PUNTO DI VISTA RIVOLUZIONARIO

Ciò non ci esime da un pronunciamento chiaro sul merito della questione Battisti, a partire da considerazioni di fondo che si legano alla nostra tradizione storica.
Da marxisti rivoluzionari siamo da sempre radicalmente ostili al terrorismo, e proprio in quanto rivoluzionari. Il terrorismo confligge infatti con la prospettiva della rivoluzione socialista, sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista politico.
Ideologicamente, il terrorismo rimpiazza l'azione di massa per rovesciare la classe dominante con una "azione esemplare" diretta contro suoi singoli esponenti, reali o presunti. Come se il dominio della borghesia e del capitalismo fosse un problema di singoli ruoli e persone, e non di struttura di classe della società. Così facendo il terrorismo si rende paradossalmente subalterno all'ordine costituito che formalmente denuncia. Il suo programma reale non è rivoluzionario, ma riformista, al di là di ogni autorappresentazione ideologica delle formazioni terroriste o delle intenzioni di loro militanti. Lenin definiva non a caso i terroristi russi come “i liberali con la bomba”.
Politicamente, il terrorismo è un disastro per le ragioni e le prospettive della classe lavoratrice. Gli apparati dello Stato usano le azioni terroriste per giustificare leggi repressive a scapito dei diritti dei lavoratori. Le burocrazie dirigenti del movimento operaio le usano per giustificare la solidarietà subalterna con lo Stato e i governi borghesi. L'esperienza degli anni '70 in Italia è stata emblematica. Le azioni delle Brigate Rosse, di Prima Linea, e infine dei PAC di Battisti (la peggiore delle organizzazioni terroriste dell'epoca) furono funzionali al compromesso storico e alla solidarietà nazionale contro la grande ascesa del movimento di massa (1969-'76). Nei sindacati e nelle fabbriche chi si opponeva alle politiche di austerità e dei sacrifici veniva intimidito con l'accusa o il sospetto di fiancheggiamento dei terroristi, mentre la legislazione d'emergenza con il pretesto del terrorismo restringeva le libertà democratiche. DC e PCI usarono questa dinamica per isolare l'avanguardia di classe a vantaggio dell'unità nazionale attorno allo Stato del capitalismo italiano.
La rappresentazione degli anni '70 come un periodo di guerra civile che spiegava il terrorismo è dunque una mistificazione ideologica, alimentata o avallata da ambienti diversi. La verità è opposta. La lotta armata delle organizzazioni terroriste militò contro la lotta di classe, contro la mobilitazione di massa, contro lo sviluppo della coscienza anticapitalista dei lavoratori, contro la prospettiva di una rottura rivoluzionaria. Mentre il compromesso storico da un lato e soprattutto la disgregazione dell'estrema sinistra centrista dei primi anni '70 dall'altro, sullo sfondo del ripiegamento del movimento operaio, fornirono al terrorismo un bacino di reclutamento di centinaia di giovani. Per questo, e da questo angolo di visuale, i marxisti rivoluzionari combatterono il terrorismo nelle fila della classe operaia, dei movimenti di lotta, e della loro avanguardia.

NON STIAMO DALLA PARTE DELLO STATO

Ma combattere il terrorismo dal versante del movimento operaio e di una prospettiva di rivoluzione è l'opposto che combatterlo dal versante dell'ordine costituito e della conservazione. Critichiamo il terrorismo e i terroristi senza la minima attenuante politica, ma non partecipiamo alla loro persecuzione giudiziaria e poliziesca da parte dello Stato borghese. Per il semplice fatto che noi stiamo dall'altra parte della barricata. La rivendicazione dell'amnistia ha qui la sua ragione.
Potremmo limitarci a dire che l'ergastolo per Cesare Battisti dopo quarant'anni dai fatti commessi o imputati è l'esercizio di una vendetta, non l'esercizio della “giustizia”. Uno Stato che nel suo cuore profondo ha coperto stragi fasciste o se n'è reso complice negli anni '70, lasciando impuniti i responsabili, invoca la giustizia contro Battisti? Lo Stato che varò una legislazione d'emergenza che negava i diritti di difesa che qualunque codice penale garantisce all'imputato (secondo il giudizio della stessa magistratura francese) invoca il diritto? Lo Stato che coprì pratiche di tortura nelle carceri, con decine di denunce (ignorate) di confessioni estorte, invoca la democrazia? Persino da un punto di vista coerentemente democratico, e della civiltà del diritto, non possiamo avallare la vendetta giudiziaria dello Stato.
Ma la nostra angolazione non è esclusivamente democratica, è di classe. Non esistono uno Stato e una giustizia al di sopra delle classi. Nella cosiddetta democrazia borghese lo Stato è e resta uno strumento di difesa e riproduzione della dittatura dei industriali e banchieri sulla maggioranza della società. Ogni giorno milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati sperimentano la natura di classe di questo Stato e della sua giustizia. Ogni rafforzamento di questo Stato e dei suoi poteri polizieschi è un rafforzamento dell'ordine capitalistico della società. Per questo non abbiamo mai sostenuto e non sosterremo mai la sua repressione e le sue cacce alle streghe contro esponenti o formazioni della sinistra, anche le più distanti da noi. Esprimemmo questa posizione di principio, controcorrente, quando era infinitamente più difficile di oggi; di certo non la sconfessiamo quarant'anni dopo di fronte a un ex terrorista imprigionato da Salvini.

Riportiamo in seguito alcune note di agenzie stampa sulla posizione del PCL in tema dell'arresto di Battisti:

"SALVINI VUOLE ESIBIRLO COME TROFEO" - «Da parte del governo - dice Ferrando - c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica. Noi siamo sempre stati ferocemente contrari, da un punto di vista anticapitalistico e rivoluzionario, a ogni teoria e pratica del terrorismo, che porta acqua alle classi dominanti e disorienta la classe operaia. Detto questo, per fatti di quarant'anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia. Nessun elemento di enfasi, di gioia o di solidarietà verso un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». E ha aggiunto: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»
Huffington Post Italia

«Per fatti di quaranta anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia per Cesare Battisti», dichiara all'Adnkronos Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, commentando l'arresto di Battisti.
«Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica», rimarca Ferrando, che si dice «contrario all'estradizione di Battisti», e aggiunge: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»

Adnkronos

Partito Comunista dei Lavoratori