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martedì 31 luglio 2018

COSA ACCADE IN NICARAGUA


Marxismo e campismo a confronto



La dinamica politica del Nicaragua ripropone l'esigenza di un'analisi marxista contro ogni lettura impressionistica, sia essa genericamente democratica, sia essa all'opposto di natura campista.

Chi presenta la vicenda nicaraguense come aggressione imperialista a un governo progressista dovrebbe fare i conti con la realtà.
Il Nicaragua sandinista non è Cuba, che ancora si regge nonostante tutto su rapporti di produzione socialisti (nonostante la natura burocratica del suo regime politico e la prospettiva di restaurazione del capitalismo). Ma non è neppure equivalente al Venezuela di Chavez e Maduro, che pur tutelando la proprietà borghese e pagando il debito estero all'imperialismo, è in qualche modo politicamente indipendente da quest'ultimo. Il regime di Daniel Ortega e Rosaria Murillo, già al suo terzo mandato consecutivo, ha governato per undici anni come garante diretto dell'imperialismo in Nicaragua; ha regalato al capitale straniero le risorse naturali del paese; ha sviluppato il progetto del canale transoceanico, direttamente dettato dal grande capitale, con effetti devastanti sulla condizione di ampi settori contadini e sulle comunità indigene; ha favorito la concentrazione della proprietà terriera; ha promosso privatizzazioni nella (modesta) industria, nei servizi, nel terziario; ha applicato le ricette del FMI in fatto di politiche di bilancio per pagare regolarmente il debito estero; ha precarizzato il lavoro e bloccato i salari.

La lunga stabilità politica del Nicaragua negli ultimi lustri - fatto eccezionale in Centro America - è stata al servizio di questa politica.


DANIEL ORTEGA AL SERVIZIO DEL FMI

Tutto questo è talmente vero che il fatto scatenante della protesta popolare degli ultimi mesi è stata proprio l'applicazione dell'ennesima ricetta economica del FMI.

Il 17 aprile il governo Ortega varava per decreto l'aumento dei contributi di lavoratori e imprese al fondo pensionistico, assieme ad un taglio sulle pensioni. Si trattava di applicare le disposizioni del FMI sulle politiche finanziarie per mettere "in stabilità" il sistema pensionistico: le stesse misure lacrime e sangue oggi in corso in Brasile ed Argentina, e già sperimentate in forme diverse in tutto il mondo capitalista. Ma questa volta la classica goccia ha fatto traboccare il vaso. La reazione sociale è stata vasta, nelle strade e nelle piazze di tutte le principali città nicaraguensi a partire da Managua. Ha coinvolto una massa popolare multiforme, composta da popolazione povera, disoccupati, settori declassati della piccola borghesia, larga parte della gioventù studentesca. La classe operaia non ha fatto ancora irruzione diretta sulla scena. Il suo ingresso nella lotta può essere decisivo nel bilanciamento delle forze e nel segnare la dinamica della mobilitazione. In ogni caso, la mobilitazione popolare ha avuto già un impatto talmente dirompente da costringere Ortega a revocare il decreto, nella speranza di disinnescare la protesta.

Ma la revoca del decreto non ha posto termine alle proteste. La protesta sociale, incoraggiata dal primo risultato raggiunto, si è rapidamente intrecciata con la protesta politica democratica contro il regime. La repressione del governo ha ulteriormente saldato i due elementi. La repressione è stata brutale ed è in pieno corso. Ha utilizzato non solo le forze regolari di polizia ma l'apparato paramilitare delle milizie sandiniste. Quattrocento morti nelle piazze, migliaia di feriti, centinaia di desaparecidos. Assediato nel proprio bunker, Daniel Ortega si è rivelato disposto a tutto pur di preservare il potere. Un potere sempre più familista, raccolto attorno ad una cerchia cortigiana di fedelissimi, inviso ormai a parte significativa dello stesso FLSN.


IL DISEGNO DELLE DESTRE E DELLA CHIESA

Questo scenario esplosivo ha innescato il riposizionamento politico di diversi attori, a partire dalla Confindustria nicaraguense.

La COSEP (Consiglio Superiore dell'Impresa Privata) aveva sostenuto attivamente e a lungo il governo Ortega, perché il FSLN garantiva alle politiche confindustriali una base sociale d'appoggio sicuramente invidiabile. Ma nel momento della frattura tra regime e masse, perché arrischiare le proprie fortune per legarsi alle incerte sorti di Ortega? Meglio provvedere sin che si è in tempo ad una soluzione politica alternativa - la più indolore possibile - che tuteli i propri interessi. Da qui la nuova saldatura tra COSEP e lo schieramento politico della destra (Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia) nella richiesta di elezioni politiche anticipate. Mentre la gerarchia ecclesiastica, con la benedizione di Papa Francesco, rivendica un "dialogo nazionale” per la pace (...tra le classi) che possa regalarle il ruolo di regista.

In realtà la ricerca di una soluzione negoziata o di un ricambio politico perseguono in forme diverse lo stesso obiettivo: prevenire e disinnescare una precipitazione rivoluzionaria della crisi politica e sociale che possa aprire il varco ad un'alternativa di classe. Garantire la continuità del potere dei capitalisti, degli agrari, del capitale finanziario, dall'urto destabilizzante di una insurrezione popolare.
Non è un caso se la destra sventola la sola bandiera “democratica”, senza toccare i temi sociali della mobilitazione.


PER UNA SOLUZIONE CLASSISTA, ANTICAPITALISTA, SOCIALISTA

Si tratta allora di battersi per la prospettiva esattamente opposta.

Via le leggi di precarizzazione del lavoro, abolizione del latifondo e ripartizione della terra, rifiuto del pagamento del debito estero e suo annullamento, cancellazione di tutte le misure imposte dal FMI (a partire da pensioni, sanità, istruzione), rifiuto del Canale transoceanico imposto dalle potenze imperialiste, esproprio del capitale finanziario, nazionalizzazione del commercio con l'estero e dell'industria estrattiva, controllo generale dei lavoratori sulla produzione. Questa è l'unica via che possa dare alla mobilitazione popolare una prospettiva di alternativa vera: classista, anticapitalista, socialista. È la prospettiva di un governo dei lavoratori e dei contadini poveri, il solo governo che possa realizzare queste misure di rottura.

La popolazione povera del Nicaragua ha una tradizione rivoluzionaria alle proprie spalle.
Lo sciopero generale di 28 giorni consecutivi nel 1978 fu decisivo per innescare il rovesciamento della dittatura di Anastasio Somoza nell'anno successivo. La direzione nazionalista del FSLN - che il grosso del centrismo internazionale, inclusi i “trotskisti” del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, salutò allora come “bolscevica” - contenne in realtà la spinta di massa dentro i limiti di una economia mista rispettosa della borghesia nazionale, rifiutando apertamente la via cubana (col consenso pubblico di Fidel Castro). Così facendo si espose prima alla controrivoluzione reazionaria della Contras sostenuta dagli USA e da Israele, poi a un lungo logoramento, infine alla caduta (1990) a vantaggio delle forze imperialiste.

Nel nuovo quadro internazionale post '89, segnato dal crollo dello stalinismo e dal riflusso/involuzione degli stessi movimenti nazionalprogressisti, il FSLN ha rifondato col tempo la propria natura per trasformarsi in un normale partito borghese con influenza di massa che si candida a gestire l'alternanza di governo in Nicaragua, dentro il quadro della subordinazione all'imperialismo e a garanzia di quest'ultimo. Così, dopo quasi mezzo secolo, il Daniel Ortega “rivoluzionario” nazionalista del 1979 è divenuto il Daniel Ortega Bonaparte che impugna il crocifisso reprimendo il popolo nel sangue. Lo stesso popolo che nel 1979 lo portò al potere. L'alternativa di prospettiva storica tra rivoluzione socialista o reazione capitalista (e imperialista) ha dunque trovato anche in Nicaragua la propria conferma. Di questo ci parla il trasformismo sandinista, smentendo clamorosamente ogni illusione, vecchia e nuova.

Ma ogni popolo conserva la memoria delle proprie esperienze, seppur in forma confusa e frammentaria. Così la popolazione povera Nicaraguense. Se nel 1979 insorse contro Somoza, oggi può insorgere contro Ortega. Ma come insegna anche l'esperienza del '79, non è sufficiente il rovesciamento di un dittatore se poi si preserva il potere della borghesia. “Rifare il '79”, sollevarsi contro il nuovo regime, ma per rompere una volta per tutte, a differenza di allora, con la borghesia nazionale e con l'imperialismo: questa può e deve essere la parola d'ordine dei marxisti rivoluzionari in Nicaragua.

Lavorare ad estendere la mobilitazione popolare, a partire dal rifiuto delle ricette del FMI; rivendicare la libertà dei prigionieri politici e piene libertà democratiche; promuovere e organizzare l'irruzione in campo della classe lavoratrice, e delle sue autonome rivendicazioni; sviluppare, coordinare, centralizzare i comitati di autodifesa popolare contro la repressione; portare nella mobilitazione di massa il programma di un'alternativa di sistema, fuori e contro l'operazione truffa delle destre: questa è la via per onorare il sangue dei caduti e riscattare la memoria di quaranta anni fa.


Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 28 luglio 2018

CACCIA AGLI IMMIGRATI E DISCRIMINAZIONE ETNICA

Di Marco Ferrando – Unità di Classe  estate 2018




Il governo fornisce una valvola di sfogo compensativa alla insoddisfazione sociale attraverso la campagna contro gli immigrati e più in generale delle politiche securitarie.
È il terreno su cui la Lega ha impresso il proprio marchio inconfondibile.
Il salto di qualità della politica reazionaria è pubblicamente rivendicato.
Si programma la cacciata di 500.000 immigrati cosiddetti clandestini perché privati di diritti, spesso lavoratori super sfruttati in nero in agricoltura, industria, edilizia.
La loro segregazione per 18 mesi nei nuovi CIE (uno per regione) delinea veri e propri campi di concentramento.
Ma la campagna è anche contro i richiedenti asilo, con la definizione di una legislazione penale speciale che prevede la loro espulsione automatica nel paese d'origine in caso di illegalità.
Il furto di una mela, occupazione di una casa per vivere, cancellano il diritto all'asilo, che è spesso il diritto a fuggire dalla morte.
Un’enormità, che si aggiunge alle discriminazioni già attuate dalla legge Minniti/ Orlando in fatto di cancellazione del ricorso all'appello contro il respingimento della domanda di asilo.
Di più. Il nuovo governo estende la linea discriminatoria anche agli immigrati già regolarmente insediati che vivono e lavorano da anni in Italia.
Infatti il reddito di cittadinanza e l'asilo gratuito (promessi) sono esplicitamente riservati "solo agli italiani".
Per la prima volta nel dopoguerra una discriminazione esplicitamente etnica fa il suo ingresso dichiarato nel programma di governo.
La chiusura generalizzata di "tutti i campi rom" completa il quadro.
Di certo il Ministero degli Interni nelle mani della Lega segnerà una nuova frontiera dell'aggressione reazionaria e xenofoba.
Il fatto che CasaPound abbia salutato le "potenzialità positive" del nuovo governo non è causale.

venerdì 27 luglio 2018

1948. LA CROCIATA DEMOCRISTIANA E LA SCONFITTA DELLA SINISTRA

QUANDO I COMUNISTI MANGIAVANO I BAMBINI

di Piero Nobili.- Unità di classe estate 2018



Nella storia della Repubblica italiana le elezioni del 18 aprile 1948 assumono un rilievo particolare. La vittoria della Democrazia cristiana imprime una profonda svolta politica che si riverbererà per un lungo periodo. Dal centrismo degli anni Cinquanta ai governi di centrosinistra e fino all’emergere di tangentopoli, la Dc sarà il perno su cui si appoggerà l’intero equilibrio politico della cosiddetta prima repubblica. Sostenuta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, la Dc si afferma come il catalizzatore di tutte le forze anticomuniste del paese. Soprattutto è il collante che tiene insieme i ceti industriali e la piccola borghesia; il mondo contadino e una parte significativa del lavoro dipendente. All’ombra dello scudo crociato trovano rifugio, non solo le ventimila parrocchie d’Italia, ma anche quei settori conservatori del paese che, dopo la caduta del fascismo, temono di essere sbalzati via dal vento resistenziale che spira nel Nord del paese. L’incipiente guerra fredda, che contrappone l’imperialismo americano al blocco dei paesi orientali, contribuisce a determinare uno scontro radicale nel paese. Nelle urne la Dc ottiene un indiscutibile successo, riportando il 48,5% dei voti. Netta è invece la sconfitta della sinistra, che per l’occasione, si presenta con una lista unitaria che reca come simbolo l’effige di Garibaldi: il Fronte Democratico Popolare si attesta sul 31%, con una perdita dell’8% rispetto ai risultati conseguiti due anni prima da socialisti e comunisti nelle elezioni dell’assemblea costituente. Con la sconfitta del Fronte viene archiviato l’anelito di cambiamento che la vittoria partigiana sul nazifascismo, aveva ispirato. Le elezioni del 18 aprile vengono ricordate anche per lo straordinario moto di partecipazione che attraversa l’Italia: le piazze dei comizi colmi all’inverosimile, una passione politica diffusa, un attivismo che coinvolge milioni di persone.

La Crociata Democristiana.

L’Italia del 1948 è un paese povero, stremato dal ventennio fascista, e alle prese con un difficile dopoguerra. Molte famiglie sono ridotte alla fame. Nelle principali città sono ancora visibili le macerie provocate dai bombardamenti. La produzione industriale stenta a ripartire, mentre la disoccupazione è dilagante, con oltre tre milioni di senza lavoro. E’ in questo contesto sociale così difficile che si svolgono le elezioni del primo parlamento repubblicano. La Dc conduce una campagna elettorale fortemente ideologizzata e intrisa di elementi religiosi. La competizione elettorale viene presentata come un ennesimo capitolo dell’atavica lotta fra il bene e il male; e i credenti vengono chiamati ad una “sacra crociata” per scongiurare lo spettro del comunismo. L’imprimatur lo dà lo stesso Papa, che schiera la Santa sede al fianco del partito filo atlantico. Pio XII, attacca esplicitamente i “profanatori delle cose divine”, e indica come “traditori” coloro che daranno il loro voto ai partiti che negano Dio. La Chiesa cattolica svolge un ruolo importante nell’affermazione democristiana; la sua capillare rete associativa viene messa al servizio di De Gasperi, mentre Luigi Gedda, presidente dell’Azione cattolica fonda i Comitati civici che danno un forte impulso alla campagna anticomunista. L’attivismo clericale è pervasivo. Venerati simulacri vengono portati in processione, mentre i prelati incitano i fedeli a “salvare la patria del demone bolscevico”. Preghiere, veglie e sermoni coinvolgono tutte le comunità raccolte intorno alle parrocchie. Uno dei momenti topici della campagna elettorale democristiana è rappresentato dal passaggio della Madonna pellegrina. L’itinerario dell’effige mariana tocca non solo tutte le diocesi, ma anche alcune fabbriche e le campagne del paese. E cosi, un po’ dappertutto si moltiplicano le voci di apparizioni di santi e di statue lacrimanti che muovono gli occhi e implorano di votare la Dc. L’evocazione di questi miracoli assortiti punta a solleticare la creduloneria superstiziosa della parte più arretrata della società.
Nella propaganda Dc, la sovrapposizione tra il sacro e la politica si affianca al richiamo ai bisogni primari della popolazione, che la scelta di campo occidentale potrebbe soddisfare. Nel dopo guerra italiano, dove la parola scritta e l’immagine dei manifesti affissi sui muri, rappresentano l’essenza della comunicazione politica, anche il tema dell’approvvigionamento alimentare ha la sua importanza. Martellante è il riferimento agli aiuti promessi dall’amministrazione USA con il piano Marshall. La Dc affigge così, sui muri delle città, un manifesto che recita: “Coi discorsi di Togliatti non si condisce la pastasciutta. Perciò le persone intelligenti votano per De Gasperi che ha ottenuto dall’America la farina per gli spaghetti ed anche il condimento”.

La Sconfitta delle Sinistre.

Come detto, la sinistra esce pesantemente ridimensionata dal voto del 18 aprile. L’obiettivo del Fronte Democratico Popolare era quello di affermarsi come forza egemone, per aprire la strada ad una nuova stagione di riforme socio economiche. In particolare il Pci, contava di usare la leva del consenso elettorale per provare a ricollocarsi nel governo del paese, dove aveva partecipato con propri ministri ai governi di unità nazionale di Badoglio, Bonomi e De Gasperi. Due erano gli intenti che questi esecutivi si erano posti: rimettere in moto il processo di accumulazione, e ripristinare le istituzioni democratico borghesi che il fascismo aveva distrutto. Entrambi gli obiettivi vengono condivisi da Togliatti, che li considera come degli “interessi nazionali prioritari”. Essi vengono realizzati mobilitando tutto il prestigio che il gruppo dirigente del Pci aveva conquistato durante la lotta di liberazione. In questo periodo, l’apparato raccolto intorno a Togliatti si adopera a contenere e smorzare il conflitto sociale, ad impedire che tutto il potenziale emerso dalla lotta di liberazione si coaguli in una nuova radicalizzazione in senso sempre più classista dello scontro in atto. Nei tre anni in cui si consuma l’esperienza governativa, il moto resistenziale viene sopito, le fabbriche vengono restituite agli industriali, mentre il vecchio apparato statale viene reinsediato. Fedele interprete delle esigenze diplomatiche della burocrazia staliniana, che a Yalta aveva contrattato la propria sfera d’influenza negli assetti dell’Europa post bellica, il Pci sceglie di subordinare la forza del movimento operaio agli interessi della borghesia italiana. Lungo questa linea, Togliatti rielabora e sviluppa una concezione del gradualismo riformista, che non porterà ad alcun risultato. Persino sul terreno dei diritti civili e delle libertà democratiche, la collaborazione con le forze liberali non produrrà dei risultati significativi. Neppure le norme più liberticide del codice Rocco verranno stralciate, mentre la rinuncia a legalizzare divorzio e aborto non otterranno nulla come contropartita. La politica conciliante dell’astuto Togliatti che, in nome “dell’unità delle masse e della pace religiosa” arriva a votare l’articolo 7 che conferma il patto concordatario firmato da Mussolini e dal Vaticano, non riesce neppure a ridurre l’ostilità di Pio XII e del mondo clericale. La stessa Costituzione, che entra in vigore all’inizio del 1948, solo formalmente riconosce le aspirazioni popolari espresse dalla resistenza. Nel concreto, le vaghe enunciazioni, prive di sostanza giuridica, si riducono a formule esortative che non offrono alcuna garanzia di applicabilità. In buona sostanza, per dirla con le parole già pronunciate a quel tempo da Piero Calamandrei, “per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa”. Solo il sopraggiungere della guerra fredda interrompe l’alleanza governativa tra i liberali e le forze del movimento operaio. Nella primavera del 1947, dopo che la riorganizzazione dello stato e della produzione  capitalista  s’era  avviata senza grossi contraccolpi sociali - grazie alla politica collaborativa degli stalinisti - De Gasperi estromette il Pci e i socialisti senza tanti complimenti. La sconfitta elettorale delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile apre così la strada ai duri anni del centrismo democristiano, durante i quali si assiste ad un rinnovato attacco padronale ai diritti e alle condizioni della classe operaia. Un esito questo, favorito anche dalle politiche rinunciatarie e compromissorie praticate nel primi anni del dopoguerra dalle direzioni socialdemocratiche e staliniste del movimento operaio italiano.

mercoledì 25 luglio 2018

UNA SCELTA DI CLASSE



Siamo l'unica sinistra che non si è mai con responsabilizzata nei governi di centro-sinistra, che non ha mai votato misura contro lavoratori, che non ha mai votato guerre.  Siamo una sinistra che non chiede una diversa politica economica dentro il quadro di questo sistema, noi siamo una sinistra anti sistema, siamo una sinistra anticapitalista.

Noi ci battiamo per la prospettiva di un governo dei Lavoratori.

Siamo per la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga con la ripartizione del lavoro fra tutti, per l'abolizione del debito pubblico verso le banche, per la nazionalizzazione delle banche e delle grandi imprese. 
Oggi il potere del capitale finanziario è infinitamente più grande di quanto non fosse un secolo fa e senza rompere con quel potere, come un secolo fa, non è possibile nessuna svolta reale.

Il consenso a l M5S e alla Lega  misura il disastro compiuto dai gruppi dirigenti della sinistra italiana. Quando si rende irriconoscibile la sinistra  si spingono i lavoratori  verso l’apatia, il disinteresse, il rifiuto, verso suggestioni reazionarie.
Per noi la verità non è una percentuale. 

Quando si va controcorrente,  si fa una scelta difficile. Il problema non è di rimuovere una verità abbassandosi al livello della coscienza ma è, per noi,  di cercare di elevare la coscienza a livello della verità.


Partito Comunista dei lavoratori -  sezione di Pavia

martedì 24 luglio 2018

SERGIO MARCHIONNE, EROE BORGHESE



Impressiona vedere in queste ore la commozione lirica della stampa padronale e dei media nel compiangere l'amministratore delegato di FCA, magnificarne la memoria, esaltarne le gesta. Uno slancio retorico e fluviale persino imbarazzante nella sua uniformità. Marchionne è il nuovo eroe dei due mondi finalmente ritrovato, bandiera dell'orgoglio nazionale, sintesi di patriottismo e internazionalismo (...del capitale). Nessuna critica è “moralmente” consentita, neppure la più inoffensiva. Tutta l'Italia è tenuta ad onorare il capitano d'impresa morente. Ogni voce fuori dal coro diventa tradimento patrio.

C'è, in questa cantica di regime, il segno di una ipocrisia rivoltante. L'unica vittoria che Sergio Marchionne ha assicurato riguarda il portafoglio degli azionisti FIAT. Sede legale della FIAT ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, propria residenza personale in Svizzera, per pagare meno tasse possibili. Fusione con la Chrysler in bancarotta grazie alle risorse pubbliche garantite da Obama (garanzia pubblica dei prestiti ottenuti), al saccheggio di fondi pensione e sanitari dei lavoratori americani, al drastico taglio del loro salario, al blocco per cinque anni del loro diritto allo sciopero (con il sindacato UAW complice). Risanamento del debito aziendale della famiglia Agnelli, grazie a chiusure di stabilimenti, falcidie dei posti di lavoro, cancellazione dei diritti sindacali individuali e collettivi.
Il miracolo di Marchionne ha il segno della lotta di classe dal versante del capitale. Altro che interesse dell'impresa come interesse generale della società! La società ha pagato a peso d'oro il parassitismo degli azionisti.

Il caso italiano è emblematico. Il famoso Progetto Italia annunciato da Marchionne dieci anni fa, e lodato come sempre con squillo di fanfare da tutta la stampa nazionale, si è rivelato una clamorosa bufala. Invece che piena occupazione chiusura di fabbriche (a partire da Termini Imerese), una valanga di nuova cassa integrazione, un contratto aziendale separato che prevede più turni, taglia le pause, vieta lo sciopero, sbatte la FIOM fuori dai cancelli (salvo reintegro giudiziario) come mai era avvenuto, neppure negli anni '50. Il tutto con l'arma più odiosa del ricatto (o accettate la distruzione dei diritti o ce ne andiamo) e con il ripristino dei famigerati reparti confino (Nola) per gli operai recalcitranti. Il perché di tutto questo l'ha confessato candidamente Marchionne: “occorre uniformare il contratto dei lavoratori italiani al contratto dei lavoratori americani”. Lo stesso che Marchionne aveva peraltro abbattuto.

L'intero padronato italiano, grazie alla complicità sindacale, è entrato successivamente nel varco aperto da Marchionne, generalizzando la sua vittoria. «Si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima via e noi invece siamo arrivati più tardi, l'approdo però è lo stesso», dichiara l'attuale Presidente di Confindustria (Corriere della Sera, 23 luglio). Proprio così.

Salvo aggiungere un piccolo dettaglio. Se Marchionne vinse, e se l'intera borghesia ha capitalizzato il suo sfondamento, ciò non è avvenuto per un destino cinico e baro, per una forza superiore e imbattibile. È avvenuto perché la classe operaia non ha avuto una direzione all'altezza del livello di quello scontro. La FIOM rifiutò di occupare Termini Imerese, e poi di unire in una lotta sola gli operai dei diversi stabilimenti della FIAT, votandosi alla sconfitta fabbrica per fabbrica in ordine sparso. Le burocrazie sindacali accettarono negli anni successivi proprio il modello imposto da Marchionne, firmando la capitolazione al padronato. Landini ha concluso la propria carriera di segretario FIOM siglando il peggior contratto della storia dei metalmeccanici, assunto oggi a riferimento da Confindustria come paradigma dei contratti futuri.

La borghesia seppellisce Marchionne con tutti gli onori, salvo farlo quando è ancora in vita e a mercati chiusi per contenere i contraccolpi sulle azioni della Famiglia.
CGIL e FIOM tacciono pudicamente, perché non possono neppure rivendicare il vecchio disaccordo col padrone nel momento in cui si sono arresi.
Noi diciamo a voce alta, tanto più oggi, che la lotta per cancellare le vittorie di Marchionne è parte della lotta per la costruzione di un'altra direzione, sindacale e politica, del movimento operaio.


Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 21 luglio 2018

UNA RISPOSTA DI CLASSE E ANTI CAPITALISTA



E’ una risposta che muove dalla rottura con le politiche della disfatta, ponendosi apertamente su un terreno di classe e anticapitalistico. Partiamo da un principio di realtà. L’epoca del riformismo possibile si è chiusa da tempo. Lo spazio riformatore in Europa fu consentito nel secondo dopoguerra dal boom economico della ricostruzione e dalla presenza dell’URSS quale contrappeso al capitalismo. Allora il governo borghese del capitalismo poteva significare riforme, pur di impedire una rivoluzione. Oggi il governo del capitalismo significa implacabile distruzione di tutte le riforme sociali del dopoguerra, quale che sia la formula politica del governo.
La verità è che la rottura anticapitalistica è l’unica possibile prospettiva di svolta. E quindi l’unico orizzonte per una sinistra capace di futuro. O la prospettiva di un governo dei lavoratori, o il rischio di una deriva reazionaria: questo è il bivio strategico di fondo che si pone di fronte al movimento operaio europeo.
L’esigenza di una sinistra di classe e rivoluzionaria nasce da qui.
Una sinistra di parte, che assume apertamente il lavoro salariato come riferimento centrale della propria azione. E dunque una sinistra di opposizione ai governi del capitale, comunque composti e ad ogni livello. Ma anche una sinistra nemica di ogni populismo, sia esso reazionario o “democratico”, comunque proteso alla rappresentanza elettorale di una “cittadinanza” senza classe. Ricostruire tra i lavoratori la coscienza di rappresentare una classe autonoma contro ogni forma di intossicazione interclassista è il primo compito di una sinistra vera. Una sinistra rivoluzionaria, in secondo luogo. Cioè una sinistra che in ogni lotta immediata di opposizione e resistenza sociale, in ogni movimento e conflitto, lavori a connettere le rivendicazioni contingenti allo scopo finale: il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, l’affermazione del potere dei lavoratori. Perché non c’è rivendicazione di progresso, qui e ora, che non cozzi con la dittatura del capitale finanziario. Senza liberare la società da questa piovra, non c’è emancipazione possibile per gli sfruttati. Sinistra riformista o sinistra rivoluzionaria, dunque: come un secolo fa questa è la scelta che ogni avanguardia di lotta si troverà nuovamente di fronte. I partiti comunisti un secolo fa nacquero recuperando il programma di Marx contro un riformismo che lo aveva snaturato e che aveva esaurito il suo tempo.
Oggi, come allora, la crisi delle basi materiali del riformismo ripropone l’attualità della rivoluzione socialista come unica prospettiva di liberazione.

Ridare un partito a questo programma è il nostro compito.


venerdì 20 luglio 2018

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI UNITÀ DI CLASSE

In questo numero:

Un governo reazionario per elemosine sociali - Marco Ferrando

Una nuova stagione delle relazioni mondiali - Marco Ferrando

Pubblico impiego: il cavallo di troia di un contratto ponte - Luca Scacchi

Una contrattazione svuotata, al servizio dell’impresa - Luca Scacchi

Per una svolta nelle scuole e nelle università, costruire un movimento studentesco rivoluzionario - Paolo Casalotti

Palestina 2018: la nuova Nakba - Ruggero Rognoni

Recensioni. "Amore e rivoluzione" di Alexandra Kollontaj - Chiara Mazzanti

Quando i comunisti mangiavano i bambini - Piero Nobili


Partito Comunista dei Lavoratori