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domenica 15 marzo 2020

TUTTO SI PUÒ FERMARE, MENO CHE I PROFITTI DEI PADRONI


Iniziano a muoversi le fabbriche. Come una reazione a catena, a partire dallo sciopero spontaneo  a Pomigliano, in alcune delle zone a maggiore concentrazione operaia d'Italia si sta diffondendo la mobilitazione.
Le richieste sono chiare, ovvie, necessarie.
Il pressing senza quartiere di Confindustria e delle multinazionali estere per continuare a produrre e a mantenere aperte le aziende continua a portare i suoi frutti.
Milioni di lavoratori in tutta Italia oggi sperimentano sulla propria pelle il ricatto del salario al costo della propria stessa salute. A quanto pare nel nostro paese tutto si può fermare, meno che i profitti dei padroni, anche al costo di implementare la diffusione del contagio.
Il Covid19 è una cartina di tornasole. Svela tutte quelle condizioni di insicurezza, di insalubrità, di sfruttamento e alienazione all'interno delle fabbriche e dei posti di lavoro che sussistono da sempre, regolate dalle leggi del profitto. Ma oggi di fronte a questa situazione tali condizioni diventano insopportabili, insostenibili, non si possono più accettare.
Il contagio si è diffuso attraverso le catene del valore di coloro che delocalizzano, di chi chiede più privatizzazione, di chi devasta l'ambiente, di chi dice che i salari sono sempre troppo alti e vede la sicurezza sui posti di lavoro come un ingombro alla maggiore accumulazione di capitale.
E' il momento di fermare tutto, di interrompere questa folle corsa, di dire che non siamo più disponibili a rischiare le nostre vite e quelle dei nostri cari.
E' il momento di mettere davanti alle loro responsabilità governi, imprenditori, multinazionali. Di dire che a queste condizioni noi non ci stiamo più.
Di dire che la nostra salute vale molto di più del loro denaro.

martedì 10 marzo 2020

IL VIRUS È CIECO, MA I PADRONI CI VEDONO BENISSIMO



L'emergenza? Non esiste se si parla di produzione e di profitti

Solo gli imbecilli possono sottovalutare l'emergenza del coronavirus e la necessità di misure straordinarie di contenimento. Ma solo i ciechi possono rimuovere la connessione tra il dramma in corso e l'organizzazione capitalista della società, il suo passato e il suo presente.
Il contesto che stiamo vivendo in questi giorni in Italia non ha precedenti nel dopoguerra. La drammatica progressione dell'epidemia si sovrappone al crollo del sistema sanitario e alla recessione economica. Un ciclone che si abbatte non solo sulla vita politica e sociale ma sulla esperienza quotidiana di ciascuno, domina le sue preoccupazioni, il suo conversario, il suo immaginario. Milioni di lavoratori e lavoratrici, già provati da decenni di sacrifici, sono sottoposti a una nuova durissima prova.

I LAVORATORI DELLA SANITÀ E I PADRONI FILANTROPI

Primi fra tutti i lavoratori e le lavoratrici della sanità.
Esposti sul fronte di guerra, costretti a lavorare più di 12 ore al giorno, spesso privi degli strumenti adeguati di protezione, falcidiati per questo da un tasso di contagio doppio rispetto alla media della popolazione, costretti a scegliere chi intubare e chi no non dalle esigenze del malato ma dall'assenza di posti letto, di ventilatori, di spazi. Obbligati dunque a decidere ogni giorno della vita e della morte di un malato in piena solitudine, con uno stress emotivo devastante, a causa dei 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica praticati negli ultimi dieci anni.
La stessa stampa borghese che per decenni ha lamentato gli “sprechi” della spesa sanitaria e ha appoggiato la chiusura di centinaia di ospedali del territorio – sempre nel nome del debito pubblico da pagare alle banche – scopre improvvisamente l'eroismo di medici e infermieri.
Di più. Si diffondono gesti pubblici di carità filantropica da parte delle banche e delle grandi imprese. Banca Intesa, che ha fatto da sola in un solo anno quattro miliardi di utili, dona qualche milione al servizio sanitario di cui ha chiesto a lungo la demolizione; e il Corriere, di sua proprietà, dedica una pagina intera a questo esempio amorevole di patriottismo. Il gruppo Pirelli, Armani, Dolce Gabbana, il fior fiore del made in Italy, l'intero mondo delle imprese quotate che ha fatto in Borsa nel 2019 ventiquattro miliardi di utili si premurano di far sapere che hanno destinato qualche spicciolo all'acquisto di mascherine e ventilatori. “Da Armani a Yamamay, le aziende riscoprono la responsabilità sociale” titola La Repubblica (9 marzo). Una gara di umanesimo davvero commovente.

L'EMERGENZA IGNORATA NELLE FABBRICHE

Se non fosse che le stesse imprese “socialmente responsabili” (da Confindustria a Confcommercio) chiedono al governo di garantire ad ogni costo la continuità della produzione nelle zone più contagiate senza garantire ai dipendenti neppure gli strumenti più elementari di sicurezza. Guanti e mascherine monouso, peraltro rare, sono previsti solo per gli autisti del trasporto merci, non per i lavoratori in produzione. Le fabbriche restano zona franca: nessun rispetto del distanziamento, assenza di disinfettanti, incuria criminale. L'emergenza cessa improvvisamente di essere tale se si parla di produzione e di profitti, e il lavoro diventa così un moltiplicatore del contagio, innanzitutto tra operai e operaie. In compenso riposi e ferie sono messi a disposizione del padrone, mentre i congedi parentali, per chi ne può usufruire, coprono solo il 30% del salario.

MA I CAPITALISTI BATTONO CASSA

Non contenti, i padroni “socialmente responsabili” battono cassa.
Rastrellano il grosso dei 7,5 miliardi stanziati (moratoria dei debiti verso le banche, copertura pubblica dei crediti delle banche stesse), lasciando un solo miliardo alla sanità. Chiedono l'indennizzo pieno per il fatturato perso (Confcommercio) mentre procedono a licenziamenti collettivi, a partire dal turismo, dalla ristorazione, dai trasporti. Chiedono la defiscalizzazione degli investimenti dei fondi, nel mentre invocano commesse pubbliche e investimenti infrastrutturali. E già che ci sono, sempre nel nome dell'emergenza, rivendicano la cancellazione di ogni causale per i contratti a termine, la liberalizzazione dei voucher e mano libera in fatto di appalti (CONFAPI). Il tutto, naturalmente, a spese del lavoro, e della maggioranza della società. Se poi i soldi pubblici non bastassero per tanta manna, si prendano in prestito dalle banche, facendo altro debito e altri interessi sul debito, caricandoli sul portafoglio degli operai. E se per questo l'aumento del debito nell'anno in corso dovesse far lievitare lo spread, “si tranquillizzino i mercati” annunciando da subito l'abolizione delle elemosine sociali (quota 100 e reddito di cittadinanza), come chiede oggi Confindustria (Il Sole 24 Ore, 9 marzo).
Insomma, il virus è cieco, ma i padroni ci vedono benissimo. Anche in tempi di emergenza che peraltro hanno contribuito a creare. È vero, i confini di classe sfumano nella percezione di molti, per l'arretramento della coscienza e la pressione della paura. Ma nella realtà sono ancor più profondi di ieri. Ricostruire controcorrente una piattaforma di mobilitazione del movimento operaio, sviluppare la sua coscienza, ridisegnare una prospettiva anticapitalista è allora una necessità tanto più ineludibile oggi. Di questo ci occuperemo ogni giorno, anche nell'attuale stato d'eccezione. Anche attraverso la voce libera di questo sito.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 9 marzo 2020

IL CORONAVIRUS E LA FOLLIA DEL CAPITALISMO QUALE SOLUZIONE PER L’EMERGENZA?

Testo del volantino nazionale

L'emergenza sanitaria in corso è una emergenza seria. Ma non è determinata esclusivamente dal virus. È causata in maniera determinante da una organizzazione folle della società.

Per decenni la sanità pubblica è stata massacrata ovunque, per pagare il debito alle banche, per finanziare le grandi imprese, per detassare i profitti dei capitalisti. Per stare solo all'Italia, dal 2008 ad oggi sono stati tagliati al sistema sanitario ben 37 miliardi, mentre si pagano ogni anno 70 miliardi di soli interessi sul debito pubblico e quasi 30 miliardi di spese militari. Il risultato è che 9 milioni di persone devono rinunciare a curarsi, o per i costi delle prestazioni, o perché per una visita occorre aspettare un anno. E ora col coronavirus mancano i letti e i reparti per le terapie intensive, le mascherine, i tamponi, i medici e gli infermieri. E quelli che sono in servizio sono costretti a turni massacranti di 12 ore al giorno.

Ora tutti si chiedono quando arriverà il vaccino. Ma la ricerca scientifica pubblica è stata anch'essa tagliata per decenni, per essere affidata all'industria farmaceutica. Che investe nel profitto immediato, non certo nella programmazione del futuro. La ricerca scientifica sulla famiglia virale del coronavirus è stata chiusa nel 2006 (quando è scomparsa la SARS) per il semplice fatto che le aziende farmaceutiche non avevano interesse a promuoverla. La ricerca oggi è solo un costo aziendale: si programma e si fa se l'incasso supera il costo, altrimenti può attendere. I malati fanno in tempo a crepare.

Ora, come non bastasse, gli stessi interessi capitalistici responsabili di questo disastro, travolti dal panico della recessione, presentano il conto ai lavoratori: nuovi licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei lavoratori precari. Nuovi tagli annunciati alla spesa sociale per “aiutare le imprese”. In realtà per tutelare il profitto dei capitalisti a spese di tutti gli altri. Dove sta allora l'emergenza vera? Nella straordinarietà del virus o nell’organizzazione ordinaria e folle di questa società?

La verità è che il capitalismo è fallito, e non è riformabile. Occorre un’organizzazione della società completamente nuova in cui a comandare siano i lavoratori, non i grandi azionisti. In cui l'economia risponda al bisogno di tutti, non al profitto di pochi. I comunicati congiunti tra direzioni sindacali e Confindustria sono tanto più oggi inaccettabili. C'è bisogno all'opposto di una iniziativa indipendente del movimento operaio attorno a proprie rivendicazioni: giù le mani del profitto dalla salute!

·     Blocco totale dei licenziamenti! No alle ferie obbligate!

·     Pagamento al 100% dei salari dei/lle lavoratori/trici impossibilitati/e dal virus a svolgere la propria attività normale o nella necessità di accudire ai figli.

·     Investimento massiccio di risorse nella sanità pubblica. Massiccia e immediata assunzione di personale medico e paramedico. Investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria, e immediata stabilizzazione di tutti i ricercatori precari.

·     Requisizione e nazionalizzazione             senza indennizzo della sanità privata, col pieno e immediato utilizzo delle sue strutture per fronteggiare l'emergenza. Nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori.

·     Nuovi presidi sanitari sul territorio per gestire questo intervento straordinario, a partire dalle terapie intensive.

·     Tassazione straordinaria (almeno al 10%) dei grandi patrimoni (sopra i 2 milioni individuali o i 4 familiari) per finanziare queste misure.


A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 6 marzo 2020

LAVORO: EX ILVA - TARANTO ACCORDO CONTRO LAVORATORI E CITTADINI



È stato sottoscritto mercoledì 4 l’accordo che ha definitivamente chiuso il contenzioso tra ArcelorMittal e governo. 

Un accordo vergognoso che vede una netta vittoria per ArcelorMittal e una sconfitta lampante per il Governo italiano.

L’accordo rappresenta un gigantesco regalo per ArcelorMittal a discapito dei lavoratori, della città di Taranto e dei suoi abitanti.

In sostanza ArcelorMittal in cambio di una permanenza, molto probabilmente a termine, è riuscita a conquistare una revisione integrale delle condizioni di acquisto, ovviamente a suo favore, ed una clausola che le consente di abbandonare l’investimento pagando una penale di soli 500 milioni di euro.

Nessuna tutela per i cittadini di Taranto danneggiati dall’Ilva, che non sono stati coinvolti nell’intesa, né è stato previsto alcun tipo di indennizzo per le vittime dell’inquinamento ambientale e per le loro famiglie.

Inoltre ArcelorMittal si libera dall’impegno all’assunzione dei 1700 lavoratori attualmente in cassa integrazione presso Ilva as e ottiene una ulteriore riduzione, dichiarata temporanea, di personale da collocare in cassa integrazione.

Taranto piange e né la città, né i suoi abitanti, tanto meno i lavoratori, avranno alcun beneficio dall’intesa sull’ex Ilva, che rappresenta un gigantesco regalo dello Stato agli indiani.


martedì 18 febbraio 2020

REFERENDUM DEL PROSSIMO 29 MARZO

Contro la riduzione degli spazi politici


La crisi mondiale del capitalismo ha bisogno ancora di più di una democrazia ristretta e di ridurre gli strumenti a disposizione del mondo del lavoro.

In questo senso va la nuova legge che dispone la riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta di un’ulteriore tessera del mosaico progettato per ridurre la democrazia, così come sta avvenendo anche in molti altri paesi. Il taglio si accompagna a sistemi elettorali truffaldini, ripetutamente bocciati dalla Corte Costituzionale, ma sempre dopo che siano stati utilizzati nelle consultazioni.

È vero la democrazia ha dei costi e la loro riduzione non può essere a scapito della sua agibilità. Vi sono altri modi per ridurli, per esempio riducendo stipendi e alcuni privilegi dei parlamentari. Ma soprattutto risparmi ben più consistenti devono essere effettuati sulle generose erogazioni che avvengono per socializzare le perdite di imprese e banche o sulla corsa agli armamenti utilizzati ormai in chiave offensiva verso i popoli che non intendono sottomettersi al nostro imperialismo e a quello made in Usa.

Se verrà confermata dall'elettorato la riforma, spariranno quasi il 40% dei deputati e senatori. E il combinato disposto con l’attuale legge elettorale determinerà dei vuoti di rappresentanza dei cittadini sui territori. La rappresentanza al Senato sarà particolarmente colpita. Infatti i senatori sono eletti su base regionale. Due regioni hanno un solo rappresentante. Altre 9 hanno dai 3 ai 5 rappresentanti. Pertanto, anche a prescindere dalla legge elettorale, servirà una soglia altissima di voti, di gran lunga al di sopra degli sbarramenti previsti dalla legge, per eleggere un senatore. Milioni di cittadini non avranno la possibilità di riconoscersi in un eletto.

Di fronte all'ondata di qualunquismo sarà comunque utile la nostra voce fuori dal coro, una voce che può aiutare la presa di coscienza del carattere dello scontro politico in questa fase da parte di un numero crescente di lavoratori.

mercoledì 5 febbraio 2020

FOIBE E REVISIONISMO STORICO

La destra è riuscita a coinvolgere anche una buona parte della sinistra

Il revisionismo storico ha avuto una funzione importantissima in questi ultimi vent'anni nel determinare il cambiamento di orientamento dell'opinione pubblica rispetto ai valori della Resistenza italiana.






Con il revisionismo storico si è cercato di trasformare vittime del fascismo e del nazismo in carnefici.
Per fare questo si è scelto soprattutto la zona del confine orientale d'Italia, che è stata storicamente una zona molto difficile per i rapporti fra italiani, sloveni e croati, in quanto il fascismo in queste terre è stato una dittatura molto più violenta rispetto a quello che è stato nel resto d'Italia.
Un fascismo specificamente razzista, antislavo, che ha portato alla italianizzazione forzata centinaia di migliaia di persone e una repressione etnica.

È stato usato il fatto che non si fosse parlato della storia del confine orientale in Italia, in questo dopoguerra, per introdurre, così, nel dibattito politico una questione come quella delle foibe, facendo credere alla gente che prima non fosse accaduto assolutamente nulla. Si è cioè isolata questa vicenda del resto della storia del confine orientale, dimenticando ciò che è stata la seconda guerra mondiale nel territorio del Friuli Venezia.
Coloro, infatti, che combattevano con la Repubblica Sociale in quei territori erano a diretto servizio dei nazisti, dei battaglioni Mussolini, della milizia difesa territoriale, della Decima Mas e di altre formazioni come la guardia civica, e giuravano direttamente fedeltà ad Hitler nel nostro territorio.

Tutte queste cose sono state nascoste, sono state naturalmente dimenticate.
In questo modo si sono presentati i fascisti, che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti e hanno sterminato e massacrato intere popolazioni, come coloro che avevano salvato il confine orientale d'Italia dall'invadenza slava, dimenticando che, se avesse vinto il nazismo, quei territori non sarebbero mai più stati in Italia.

Quindi, con questo “gioco”, in sostanza, si è fatto passare ciò che è successo nel dopoguerra in tutta Italia contro i fascisti come un preciso progetto del movimento di liberazione jugoslavo non contro i fascisti ma contro gli italiani in quanto tali.
In questo tipo di visione, la destra è riuscita a coinvolgere, purtroppo, anche una buona parte della sinistra. La funzione della propaganda revisionista è stata proprio quella di legittimare l'entrata dei fascisti nella scena politica e poi anche al governo. Attraverso il revisionismo storico si è sempre più equiparato coloro che avevano combattuto con la Repubblica Sociale ai partigiani, passando attraverso il discorso che tutti i morti sono uguali che poi tutti, comunque, hanno combattuto per un ideale indipendentemente da quale fosse, questo ideale.
Chi ha iniziato questo discorso è stato a suo tempo l'onorevole Violante, che a Trieste nel 1998, in un incontro organizzato dall'università con Gianfranco Fini, ha cominciato a parlare dei "ragazzi di Salò". Da allora in poi è stato un continuo distanziarsi sempre più rispetto alla all'impostazione della precedente lettura della Resistenza.

Dal carteggio intorno alla foiba di Basovizza - quella che viene considerata il simbolo, il monumento nazionale - che si trova oggi nei negli archivi di Washington, risulta chiaramente che non è mai stato infoibato nessuno, e che il tutto è assolutamente frutto di propaganda.
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della Resistenza jugoslava, che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso, si criminalizza tutta la Resistenza, e si apre il varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando Pansa con i suoi libri.

Dobbiamo renderci conto che la Repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo.
Dietro al discorso delle foibe c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste responsabilità.


Partito Comunista dei Lavoratori - sez. di Pavia “Tiziano Bagarolo”