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mercoledì 10 ottobre 2018

BASTA INDULGENZE VERSO PAPA FRANCESCO




Il Papa cosiddetto progressista, difeso dal liberalismo laico come da tanta parte della sinistra “radicale” (da Sinistra Italiana ai vertici del PRC), ha nuovamente denunciato l'aborto nei termini più volgari e misogini. Al Forum delle Famiglie di giugno l'aveva presentato come «pratica nazista in guanti bianchi». Oggi lo denuncia come puro e semplice assassinio. «È come affittare un sicario per far fuori uno», dichiara candido il Papa. 

Il sovrano della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere, ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

È la stessa Chiesa che difende il consiglio comunale di Verona e la legge Pillon sulle separazioni. È la Chiesa di sempre contro le donne e i loro diritti. È la Chiesa custode millenaria del patriarcato.

Basta difendere Francesco e beatificare il suo papato! La denuncia delle gerarchie vaticane a partire dal vertice della piramide va portata in tutte le mobilitazioni delle donne, contro ogni indulgenza o cedimento; senza mai dimenticare che la forza materiale della Chiesa sta nel suo intreccio col capitale finanziario e la grande proprietà immobiliare. La lotta anticlericale o è anticapitalistica o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 9 ottobre 2018

CHAMPIONS LEAGUE POLITICA



C'è una Champions League nel mondo, c'è una Champions League per la spartizione dei mercati internazionali, delle materie prime, della manodopera a basso costo, una Champions League tra le grandi industrie, le grandi banche e i loro stati di riferimento per spartirsi l'economia del mondo e le risorse nel nuovo mondo globalizzato.
Tutto questo è emerso dopo il crollo del muro di Berlino e quindi dal fallimento di burocrazie parassitarie che dominavano in quei paesi. L'Unione Europea nasce sullo nuovo sfondo storico per una ragione molto semplice: partecipare alla Champions League.
Le classi dirigenti europee, in particolare i principali stati di riferimento Francia, Germania decidono di mettere insieme le proprie risorse, i propri interessi per vedere di costruire un polo economico continentale capace di contendere e agli Stati Uniti da un lato e alle emergenti economie asiatiche dall'altro, la spartizione del mondo.
Peccato che a questa Champions League degli industriali, dei banchieri, dei capitalismi europei, hanno partecipato anche i lavoratori, i precari, i disoccupati europei, ma hanno partecipato non come giocatori in campo e neppure come sostituti in panchina, hanno partecipato come vittime sacrificali.
C'è una ragione in tutto questo: se classi dirigenti europee vogliono competere per la spartizione del mercato mondiale con cinesi e indiani da un lato e Stati Uniti dall'altro è inevitabile che la competizione si giochi sull' abbattimento dei costi e la massimizzazione dei profitti. Questo ha comportato politiche di massacro sociale, precarizzazione dei giovani in tutta Europa di là dalle frontiere.
Abbiamo vissuto e sperimentato in questi anni le politiche di smantellamento della previdenza pubblica, della sanità, l'abbattimento delle spese per l'istruzione e quant'altro.
Questa Champions League dell'universo internazionale è una grande illusione, una struttura capitalistica della società in cui ci dicono che c'è la democrazia ma a dettare legge è una piccola minoranza di industriali e di banchieri sulla maggioranza della società.
L’anticapitalismo non è una ideologia morta, al contrario pensiamo che abbia un futuro storico davanti a sé proprio nelle condizioni di miseria annunciata di questa Unione Europea.


PCL sezione di Pavia

domenica 7 ottobre 2018

CONTRO I SALARIATI PUBBLICI E IN ATTESA DI ALTRI 10 MILIARDI DI PRIVATIZZAZIONI

Ecco il contenuto della manovra... «del popolo»


Il celebre Def "del popolo" non ha stanziato un euro a bilancio per il rinnovo contrattuale dei lavoratori della scuola. Il rinnovo contrattuale investe il triennio 2019/2021, dunque il Documento di Economia e Finanza dovrebbe indicare le risorse ad esso destinate in questa legge di stabilità. Invece nulla. Non solo: nel Def sta scritto chiaramente che i redditi da lavoro dipendente della Pubblica Amministrazione si ridurranno mediamente dello 0,4% nel biennio 2020-2021. Non basta dunque la riduzione pesante del potere d'acquisto dei lavoratori del settore pubblico nell'ultimo decennio, per nulla colmata dall'ultimo contratto farsa. Ora si scrive nero su bianco che il loro salario continuerà a scendere. E a scriverlo è quella stessa manovra che Di Maio e Salvini presentano urbi et orbi come la fine dell'austerità e l'inizio di una nuova epoca.

Non va diversamente in fatto di privatizzazioni. Ricordate l'apparente furore statalista del nuovo esecutivo contro i “prenditori” di beni pubblici, la sceneggiata contro i Benetton e Autostrade per l'Italia, l'annuncio di un controllo dello Stato sui beni della comunità e via cantando? Contrordine. La manovra del popolo dichiara nero su bianco che nel biennio 2019-2020 lo stato mira a incassare qualcosa come 10 miliardi dalla cessione di beni pubblici. Dunque dalle (ennesime) privatizzazioni. La ragione della misura è candidamente dichiarata: «diminuire il rapporto debito/Pil». In altri termini, ripagare il debito pubblico alle banche. Come sempre: le privatizzazioni servono non solo a beneficiare i “prenditori”, ma a ingrassare i possessori dei titoli pubblici, banche e assicurazioni in primis.

Siamo solo all'inizio del disvelamento progressivo dell'imminente legge di stabilità. Ma già la manovra che vuole l'applauso del “popolo” continua a servire il capitale finanziario, la cui sovranità ha solo cambiato spalla al fucile.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 5 ottobre 2018

UNA LOTTERIA PER POCHI E UNA TRAGEDIA PER I PIÙ




Le innovazioni tecnologiche non portano più occupazione, ma mediamente la distruggono.
I toni trionfalistici del presidente di Confindustria, “siamo sulla strada giusta” e dei sindacati concertativi  non bastano a nascondere la realtà.
L'elevata automazione delle nuove tecnologie anziché rendere il lavoro più leggero per tutti, espelle i lavoratori dai settori produttivi.
Per garantire i profitti delle élite finanziarie e produttive, si spostano sempre di più gli investimenti sui settori a maggiore concentrazione capitalistica, che, disgraziatamente per i lavoratori, sono quelle che assorbono meno manodopera.
I contratti nazionali di lavoro sono oltre 800, tutti diversi tra di loro con alcuni che prevedono minimi addirittura dimezzati, mentre la mancata presenza di un sindacato di classe contribuisce ad aumentare le sperequazioni territoriali.
Si assiste a una concentrazione territoriale sempre più forte. La crisi ha fatto perdere più posti di lavoro nel Mezzogiorno ma ne ha anche abbassato le retribuzioni pro capite.
La crisi capitalistica, se viene superata dai padroni, non viene superata dai lavoratori, che anzi in prospettiva si troveranno sempre più espulsi dai settori produttivi e solo una parte minoritaria potrà sperare di accedere a lavori sempre più precari, sempre meno retribuiti e sempre più ricattabili. Quei pochi settori in controtendenza, che ricercano lavoratori ad alta e altissima specializzazione, non potranno mai controbilanciare questa tendenza storica.
Lo sviluppo ineguale del capitalismo non passa più solo tra le nazioni, ma anche all'interno delle nazioni stesse. Per esempio, le famose "due velocità" a cui marcia l'Italia divergeranno sempre di più.

La cosiddetta "politica" risponde sempre più agli interessi di ristrette élite finanziario-produttive e gli interventi pubblici non sono finalizzati allo sviluppo, per quanto interno alla logica capitalistica, ma a distribuire profitti a basso rischio alle "imprese".

Bisogna denunciare questa situazione, chiamando i lavoratori di tutti i settori   a prendere coscienza che le "sirene" della "ripresa che sta arrivando" costituirà una lotteria per pochi e una tragedia per i più.
Solo una società socialista può dare una prospettiva ai lavoratori  alle loro famiglie, ai loro figli.
Fare della battaglia a difesa del lavoro, per la sua ripartizione, per la sua dignità, un fattore di ricostruzione di coscienza di classe tra gli sfruttati e di un senso comune popolare più ampio: questo è il terreno di lotta di un fronte unico di massa.
Non è solo una necessità sociale. E’ anche l’unica via per scomporre il blocco (e l’immaginario) populista. E per ridare credibilità e significato a livello di massa alla lotta per i diritti sindacali e democratici.
Questa prospettiva è, e resta, la nostra linea di demarcazione dal resto della sinistra politica.

Partito Comunista dei lavoratori
Pavia sez.”Tiziano Bagarolo”


giovedì 4 ottobre 2018

DEMOLIRE L’ARTIFICIOSA OTTICA NAZIONALISTA E DEL COMUNE INTERESSE DEL PAESE



La retorica dell'unità nazionale, dei supremi interessi della nazione, della patria borghese è nemica dei lavoratori e deve essere rispedita al mittente. Ogni grande sconfitta della sinistra è stata accompagnata dal cedimento di fronte alla visione di interessi comuni tra capitalisti e lavoratori, quale ne sia la giustificazione. Lo fu durante la prima guerra mondiale quando i socialdemocratici accettarono di entrare in guerra per conto dei propri Paesi; lo è stato nel dopoguerra quando all'apice del conflitto sociale il PCI berlingueriano teorizzò l'idea del compromesso storico e della politica di solidarietà nazionale, al posto di dare il colpo al governo della DC attirando a sé anche la forza del movimento giovanile.

La sinistra moderna, figlia del revisionismo post '89, ha incarnato il peggiore tradimento sociale degli ultimi decenni, e per questo paga le conseguenze. Non solo ha fatto propria la visione della società capitalistica, sposando apertamente gli interessi dei grandi gruppi finanziari, ma cosa ancora peggiore, ha riposto in questi gruppi e nelle loro organizzazioni internazionali (Unione Europea, ecc…) la propria fiducia per la costruzione di un sistema di convivenza internazionale non vedendone il carattere intimamente reazionario. 
Il fallimento di questa illusione fa precipitare i lavoratori e le classi popolari dalla padella alla brace.

Il trionfo dei "sovranisti" altro non è che questo: la risposta al fallimento di una visione di legame tra gli interessi dei lavoratori e dei capitalisti a livello globale, con la ripresa della formula delle nazioni e degli opposti interessi nazionali. 
Una disputa tutta interna a settori del capitale in cui le classi popolari sono poste alla coda delle diverse fazioni.  La strategia di sfondamento dell'elettorato tradizionalmente socialdemocratico si fonda proprio sulla chiamata alle armi dell'unità nazionale, creando una immedesimazione unitaria di tutto il popolo, indipendentemente dalla propria appartenenza di classe nel destino comune della nazione. Così il conflitto tra gruppi capitalistici sull'appropriazione di quote di ricchezza viene dipinto come scontro tra l'Italia e l'Europa, come fossero entità astratte e unitarie, e così via per le crescenti dispute tra paesi. Il nazionalismo è il piano inclinato su cui si costruisce il futuro scontro, che a cento anni dalla Prima Guerra Mondiale non ammette a sinistra sconti e sottovalutazioni. Ogni cedimento alla sua retorica è un tradimento dell'interesse finale dei lavoratori, un nuovo rischio di compromissione nei disegni dei capitalisti.
I neofascisti che avranno la strada spianata dal populismo oggi al governo, hanno già chiara la propria strategia. A noi il compito di demolire la retorica dell'ottica nazionalista e del comune interesse del Paese, oggi come ieri nemica dei lavoratori.

Come ebbe a dire Gramsci d'altronde, tanto l'inconsistenza socialdemocratica che la retorica della destra nazionaliste sono unite da un comune denominatore: «la politica di evitare il problema fondamentale, il problema del potere, e di deviare l'attenzione e le passioni delle masse su obiettivi secondari, di nascondere ipocritamente la responsabilità storico-politica della classe dominante, riversando le ire popolari sugli strumenti materiali e spesso inconsapevoli della politica della classe dominante». 
Compito dei comunisti disvelare questa politica e riportare sempre la questione al problema fondamentale, far sì che quel problema sia percepito dalle masse e costruire su di esso una moderna strategia politica.

PCL Pavia 

mercoledì 3 ottobre 2018

IL 68 ITALIANO: UNA PROSPETTIVA DI CLASSE

Sabato, 6 Ottobre 2018 alle ore 15,00 - Sede Pcl Milano Via Solari, 40 (cortile interno a sinistra) Milano



Ormai volge al termine il 2018, cinquantenario del 1968, che è stato talvolta chiamato “anno della rivoluzione mondiale”. Questo anno particolare, infatti, che ha visto sommovimenti dalla Cina agli Stati Uniti e dal Sud America all’Europa, ha avuto una caratterizzazione particolare proprio in Italia. Si è trattato in realtà di un “’68 lungo” che si è protratto per tutti gli anni ’70, creando una situazione che si potrebbe definire prerivoluzionaria. Eppure, il ’68 è spesso ricordato più come rivoluzione culturale (dei costumi, sessuale, ecc.) che come una rivoluzione politica. È appunto questo aspetto che noi del PCL vogliamo discutere in questo incontro di analisi. Perché il ’68 italiano è stato particolare, diverso dagli altri? Perché è durato così tanto? Perché ha avuto una centralità di lotta operaia, e non solo studentesca? Perché non c’è stata una direzione politica sufficiente di quelle lotte, perché quell’esperienza è poi rifluita? Cercheremo di dare una risposta a questa e ad altre domande.
Dopo una breve introduzione, parlerà il compagno Franco Grisolia

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SOLIDARIETÀ AL SINDACO DI RIACE



L'arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano per “favoreggiamento dell'immigrazione clandestina” non è un fatto ordinario; riflette la deriva reazionaria in atto sullo sfondo del governo giallo-verde e dell'attuale ministro dell'Interno.

Il reato che viene imputato al sindaco è di aver favorito le cooperative sociali affidate ai migranti e... un matrimonio di convenienza, a fronte del crollo di ogni altro capo d'accusa. A prescindere da ogni altra considerazione, la disposizione dell'arresto per questo presunto reato è un fatto abnorme. Evidentemente gli interessi territoriali offesi dalle cooperative sociali (gli appetiti di cooperative escluse, le pressioni speculative sulle case del borgo spopolate...) hanno trovato una voce nella magistratura. Ma soprattutto l'ha trovata il ministro dell'Interno Matteo Salvini, già sponsorizzato assieme a Di Maio dalla procura di Catania, e che ora sta facendo altri proseliti nell'ambiente giudiziario.

Il messaggio che il provvedimento trasmette è molto semplice: ogni politica di accoglienza dei migranti va sul banco degli imputati. Il motto salviniano “è finita la pacchia” ha trovato in questa misura un nuovo megafono. La Legge e Ordine del ministero degli Interni è ben riassunta dal cosiddetto Decreto sicurezza: bloccare di fatto il diritto d'asilo, ostacolare in ogni modo ogni possibile regolarizzazione. La misura disposta contro il sindaco di Riace è a tutela di questa politica. Ogni disobbedienza a questa Legge diventa reato passibile d'arresto.

Nello Stato borghese comandano i rapporti di forza. Oggi un ministro degli Interni che ha oltre il 30% dei consensi sulla politica di annullamento dei diritti dei migranti e dei respingimenti, tende a polarizzare attorno a sé l'orientamento dominante dei corpi dello Stato, magistratura inclusa. L'arresto di Riace è la misura di questa dinamica. Tanto più per questa ragione il PCL è partecipe della campagna di solidarietà contro questa misura inaccettabile, e contro la deriva reazionaria di cui è espressione.


Partito Comunista dei Lavoratori