
Il voto del
4 marzo ha espresso un risultato estremamente negativo per i lavoratori e il
movimento operaio. La crisi del renzismo è precipitata, ma è stata
capitalizzata da forme diverse di populismo reazionario: dal Movimento 5
Stelle, in particolare nel Sud e nelle Isole, dove realizza un autentico
sfondamento; da un centrodestra a trazione Salvini, in particolare nel Nord. La
sinistra, nel suo insieme, è pesantemente marginalizzata dal nuovo scenario.
IL SUCCESSO DEL POPULISMO REAZIONARIO
Il PD di Renzi consuma una disfatta. Il duplice fallimento del renzismo -
mancato sfondamento nel blocco sociale di centrodestra e insuccesso
dell'operazione diga verso il grillismo sul terreno della competizione
populista - era già inscritto da tempo nello scenario politico, come ha
mostrato la stessa sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016. Il voto del 4
marzo l'ha sanzionato nei termini più pesanti. Una legge elettorale concepita
per penalizzare il M5S nei collegi uninominali e consentire la campagna del
voto utile per il PD ha favorito, nelle condizioni date, una dinamica opposta,
a partire dal Meridione.
Il M5S ha riportato un successo elettorale e politico molto rilevante. Nel
Meridione ha capitalizzato la combinazione dello sfaldamento dei vecchi
potentati clientelari e del richiamo della bandiera del cosiddetto reddito di
cittadinanza, sino a raggiungere risultati da plebiscito. Nel Nord ha consolidato
un blocco elettorale che tiene insieme voto operaio e settori di piccola
borghesia. Nei fatti il M5S ha sommato l'eredità del “voto contro” i partiti
dominanti con l'immagine di possibile carta di ricambio sul terreno del
governo, quale nuovo garante e protettore sociale di interessi compositi. Il
trasformismo governista del nuovo corso di Di Maio non solo - al momento - non
ha penalizzato il M5S, ma ha allargato la sua capacità di presa.
Il centrodestra ha complessivamente conseguito l'obiettivo di coalizione di
maggioranza relativa, ma il netto sorpasso della Lega su Forza Italia segna un
successo indiscutibile del salvinismo. La campagna centrale per la cacciata
degli immigrati (“prima gli italiani”), combinandosi con l'impegno ad abolire
la legge Fornero, ha connotato un richiamo politico fortemente caratterizzato
capace di polarizzare attorno a sé un blocco sociale reazionario molto
eterogeneo. I risultati della Lega nel Sud incoraggiano a loro volta la nuova
linea della Lega nazionale. Parallelamente, la sconfitta di Forza Italia, che
fallisce il recupero sulla Lega nei collegi del Sud a vantaggio del M5S, va
molto al di là del dato elettorale e può sancire il tramonto politico
definitivo del berlusconismo, ridisegnando in prospettiva la stessa geografia
del centrodestra.
LA SCONFITTA DELLA SINISTRA
La sinistra, nel suo insieme, esce pesantemente sconfitta dalla prova
elettorale.
Liberi e Uguali ha totalmente fallito l'obiettivo di ricomposizione attorno a
sé del popolo della sinistra. Prima una scissione del PD molto tardiva e senza
riconoscibilità sociale, poi una campagna elettorale attorno a Grasso giocata
su una disponibilità alla ricollocazione di governo assieme al PD (e
addirittura a Berlusconi) hanno portato LeU in un vicolo cieco. La soglia del
3,3% sancisce una disfatta che mina alla radice non solo il progetto dichiarato
di costruzione del nuovo partito della sinistra, ma la stessa tenuta
dell'aggregazione.
L'aggregazione riformista di Potere al Popolo (Je so' Pazzo, Rifondazione Comunista,
PCI, Eurostop...) manca largamente l'obiettivo massimo del 3%, e anche
l'obiettivo intermedio del 2%, attestandosi attorno all'1,12%. Nonostante il
relativo successo di immagine in un bacino ristretto di avanguardia, la recita
di un movimentismo antagonista in assenza di un movimento reale non è riuscita
a capitalizzare lo spazio a sinistra di LeU se non in misura modesta. In ogni
caso PaP è e resta segnato da un'assenza di progetto generale che vada al di là
della raccolta di rivendicazioni immediate. Peraltro il commento entusiastico
del dato elettorale («siamo contentissimi», ha dichiarato Viola Carofalo)
sembra rimuovere non solo la realtà del voto conseguito da PaP rispetto alle
ambizioni dichiarate, ma il pessimo scenario politico generale.
Il PC stalinista di Marco Rizzo, di impronta nordcoreana, ha investito nel
nostalgismo del vecchio PCI (“il Partito Comunista è tornato”) con una
pronunciata caratterizzazione di partito, conseguendo un risultato non
disprezzabile (0,32, con presenza nel solo 60% del paese). Ma si tratta di un
fenomeno d'immagine autocentrato, senza linea e proposta di massa, attorno
all'immagine pubblica del segretario, con diversi elementi politicamente
equivoci (ad esempio sull'antifascismo, sui migranti, sui diritti civili...)
emersi durante la stessa campagna elettorale, e mirati volutamente ad ammiccare
ad un elettorato “trasversale”.
“PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA”. UN RISULTATO MOLTO NEGATIVO E LA CONFERMA
DELLE NOSTRE RAGIONI
La lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che il PCL ha promosso assieme ai
compagni e alle compagne di Sinistra Classe Rivoluzione, ha registrato un
risultato molto negativo (0,12 al Senato, 0,08 alla Camera, corrispondente a un
bacino di circa lo 0,15, vista la presenza solo nella metà del paese). Da
rivoluzionari non rimuoviamo la realtà, né vogliamo abbellirla. Siamo stati in
questa campagna elettorale l'unica reale presenza anticapitalista, classista,
internazionalista. Molti fattori congiunti hanno militato contro di noi: uno
scenario generale di deriva reazionaria segnato dall'arretramento profondo
della coscienza politica della classe, la concorrenza inedita di tre formazioni
a sinistra del PD molto più equipaggiate di noi in termini di forza organizzata
o proiezione pubblica, un simbolo elettorale e un nome della lista con
l'esplicito riferimento alla "sinistra" in assenza di una chiara
connotazione comunista legato all'accordo tra i soggetti componenti il
cartello. A tutto questo si è aggiunta una riduzione degli spazi mediatici d'accesso
maggiore che in passato, senza paragone con altri soggetti concorrenti.
L'insieme di questi fattori ha concorso a un risultato obiettivamente pessimo,
ma non ne sono l’unica motivazione.
Ma da marxisti rivoluzionari non ci facciamo certo demotivare da un risultato
elettorale. Naturalmente nei prossimi giorni, a partire dai nostri organismi
dirigenti, faremo un'analisi approfondita del voto e un bilancio politico. Ma i
risultati elettorali non sono mai la misura delle ragioni, quanto il riflesso di
uno scenario dato e dei relativi rapporti di forza. Mentre tutte le ragioni che
abbiamo sostenuto nella stessa campagna elettorale, e che più in generale sono
alla base del nostro intervento di classe, continuano a corrispondere alla
realtà delle cose. Su due terreni complementari.
In primo luogo, la situazione sancita dal voto del 4 marzo conferma una volta
di più che solo una irruzione del movimento operaio sul terreno della lotta di
classe potrà segnare una svolta reale e aprire dal basso un nuovo scenario
politico. Senza la ripresa di un'opposizione sociale di classe e di massa che
scomponga i blocchi sociali reazionari e segni nuovi rapporti di forza,
l'intera situazione politica continuerà ad avvitarsi lungo la china in atto. È
la dinamica di questi anni che il voto ha registrato. Non ci sono scorciatoie
politiciste o marchingegni elettorali che possano aggirare questa verità.
Parallelamente, proprio il profondo arretramento della coscienza politica della
classe lavoratrice, che i risultati elettorali confermano clamorosamente,
ripropone la necessità di costruire controcorrente il partito rivoluzionario,
cioè quell'organizzazione dell'avanguardia che porta la coscienza nella classe,
contrasta i suoi pregiudizi, combatte i seminatori di vecchie e nuove
illusioni, riconduce ogni esperienza alla necessità della rivoluzione e di un
governo dei lavoratori. Ogni rimozione della centralità della costruzione del
partito d'avanguardia come portatore di coscienza è smentita ancora una volta
proprio dal voto del 4 marzo.
COSTRUIRE IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Se il risultato elettorale del 4 marzo è pessimo per il movimento operaio, è
ben lungi dall'aver risolto i problemi della borghesia. Il padronato è forte
nei luoghi di lavoro, e certo capitalizzerà su quel terreno anche l'esito del
voto. Ma il voto del 4 marzo segna anche un nuovo passaggio della crisi di
governabilità borghese. La Seconda repubblica del vecchio bipolarismo tra
centrodestra e centrosinistra è da tempo tramontata. Ma la Terza repubblica
annunciata da Di Maio e dal M5S quale nuovo pilastro politico e istituzionale è
ancora lontana dall'essere realizzata. E Salvini non sembra disporre ad oggi
dei numeri necessari per formare attorno a sé un nuovo governo di centrodestra.
Chi dunque si intesterà nel nuovo quadro i nuovi programmi di austerità imposti
dal capitale finanziario (e furbescamente rimossi in campagna elettorale da
tutti i principali attori)?
Detto questo, nessuna contraddizione borghese, nessuna dinamica obiettiva degli
avvenimenti, porterà una soluzione progressiva della crisi italiana senza
l'irruzione nella lotta della classe lavoratrice e l'affermazione di una sua
nuova direzione. Questo è il punto decisivo. Sono le ragioni del Partito
Comunista dei Lavoratori e della sua costruzione quotidiana.
Tanti nuovi compagni e compagne hanno preso contatto con il nostro partito
durante la campagna elettorale, come alcune realtà di classe di avanguardia a
livello di fabbrica. Il nostro difficile lavoro controcorrente di costruzione e
radicamento continuerà, nell'interesse obiettivo del movimento dei lavoratori e
dell'unica possibile soluzione alternativa: una soluzione anticapitalista e
rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori