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sabato 17 marzo 2018

MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA - PAVIA 17 MARZO



TESTO DEL VOLANTINO DISTRIBUITO DURANTE LA MANIFESTAZIONE


PAVIA 17 MARZO: IN PIAZZA
PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE
Le organizzazioni fasciste, in misura diversa, sono oggi in crescita. In crescita di consenso, grazie alle compromissioni e al disarmo della sinistra politica e sindacale di fronte alla crisi capitalistica e ai suoi effetti sociali.
Occorre rompere questo quadro e guardare in faccia la realtà. I fatti come sempre valgono più di mille parole e cerimonie.
Guardare in faccia alla realtà significa di conseguenza guardare all'azione antifascista sul terreno della lotta di classe. Fare antifascismo non è, infatti, fare innumerevoli richiami ed appelli alle istituzioni in nome della Sacra Costituzione. 
Significa rompere con chi, in nome della governabilità e della democrazia, illude le masse e i lavoratori. Significa rompere con quella sinistra che in questi anni ha seminato speranze e illusioni, favorendo, con le sue politiche di compromesso al ribasso, lo sviluppo delle formazioni di estrema destra anche negli strati popolari delle città.
Non servono a nulla le petizioni costituzionali contro i fascisti. Le leggi “antifasciste” non sono mai mancate, nella prima come nella seconda Repubblica.  I partiti fascisti hanno continuato a vivere e prosperare, prima col MSI, oggi con CasaPound e Forza Nuova, con le complicità e le connivenze di apparati dello Stato, che sono il vero cuore del potere e prevalgono su ogni legge formale.
È ora di mettere da parte le illusioni. Solo il movimento operaio, solo la forza di una sua mobilitazione può mettere di fatto "fuorilegge" le organizzazioni fasciste. 
Le grandi organizzazioni di massa antifasciste, sindacali e associative, non possono sottrarsi a questa responsabilità.

PCL Pavia sezione “Tiziano Bagarolo”



martedì 13 marzo 2018

FRANCIA: NO AL LICENZIAMENTO DI GAËL!

Il nostro compagno Gaël Quirante è vittima di rappresaglia. Noi stiamo con lui contro la violenza padronale!



Uno dei dirigenti di Anticapitalisme & Révolution - corrente di sinistra dell'NPA - e membro dell’opposizione di sinistra all'interno della Quarta Internazionale (ex Segretariato Unificato) nonché attivista del Front Social, il compagno Gaël Quirante, è da anni al centro di un abuso disciplinare e penale sul posto di lavoro da parte delle Poste, a causa della sua attività sindacale combattiva come funzionario del sindacato Solidaires-SUD Poste 92.
Dal 2010 le Poste tentano di licenziarlo e, altrettante volte, tali procedure sono state giuridicamente respinte. Oggi, grazie ad un ricorso amministrativo, la procedura si riapre e l’ultima parola a breve spetterà all’attuale ministro del Lavoro del governo Macron, Muriel Penicaud.
Giuridicamente la sua situazione non lascia dubbi: Gaël non può essere licenziato. Si tratta perciò di una decisione politica.
Di conseguenza il nostro compagno continuerà ad intervenire sul luogo di lavoro forte della legittimità sindacale e della legittimità politica che lo contraddistinguono, per anni di presenza e promozione in vertenze combattive accanto ai suoi colleghi e alle sue colleghe, per il ruolo di iniziativa che lui e i compagni di Anticapitalisme & Révolution portano avanti nelle mobilitazioni che hanno attraversato il paese e che attualmente proseguono contro un governo che continua il progetto, iniziato con la Loi Travail, di offensiva e distruzione dei diritti sociali e delle conquiste della classe operaia.
Per queste ragioni, per il percorso politico che condividiamo, per la lotta che mettiamo in campo quotidianamente anche in Italia contro il clima di repressione violenta dei movimenti, del mondo del sindacalismo combattivo che non vuole piegare la testa davanti alle politiche padronali qui come in Francia e dappertutto, con forza partecipiamo alla campagna di mobilitazione e sostegno internazionale al nostro compagno Gaël.

Contro la violenza padronale verso le compagne e i compagni che lottano, per un fronte unico contro la repressione, il Partito Comunista dei Lavoratori sta con Gaël!


Invitiamo le compagne e i compagni ad attivarsi nei modi seguenti per essere partecipi della solidarietà e della mobilitazione per Gaël:
- Visitare, condividere la pagina fb per gli aggiornamenti (https://www.facebook.com/nonaulicenciementdegaelquirante/)
- Firmare e condividere la petizione (https://www.change.org/p/non-au-licenciement-de-ga%C3%ABl-regroupons-nous-contre-lanrepressiona-la-poste-et-ailleurs)
- Inviare alla pagina fb di cui sopra il massimo di foto/video, singolarmente o meglio in gruppo, con cartello "Non au licenciement de Gaël’’
- Condividere i testi della mozione di sostegno e della petizione, di seguito riportati nelle versioni in italiano



Mozione di sostegno

Gaël Quirante, segretario dipartimentale di SUD Activités Postales 92 (sindacato lavoratori postali) sta subendo un abuso disciplinare e penale totalmente ingiustificato.
Come altre/i militanti del movimento sociale, è colpito da una repressione che costituisce un attentato ai diritti democratici delle lavoratrici e dei lavoratori. 
Se rischia di essere licenziato, è in ragione della sua attività di rappresentante sindacale.
Come Partito comunista dei Lavoratori, noi chiediamo di rispettare la decisione dell’Ispettorato del Lavoro e quindi di non licenziare Gaël Quirante.


Petizione

No al licenziamento di Gaël: uniamoci contro la repressione alle Poste e altrove!
Gaël Quirante, segretario dipartimentale di SUD Activités Postales 92 (sindacato dei lavoratori delle Poste) e militante del Front social, è vittima di un'autentica vessazione disciplinare: dieci tentativi di licenziamento in quattordici anni, e una serie di sospensioni dal lavoro per un totale di quasi un anno.
Le Poste avevano infatti tentato di licenziarlo nel 2010 con l'accusa di sequestro per la partecipazione ad un'occupazione della direzione dipartimentale delle Poste: il suo licenziamento venne successivamente respinto dall'Ispettorato del Lavoro nel 2010, dal Ministero del Lavoro nel 2011, infine dal Tribunale Amministrativo nel 2014.
Ad aprile scorso la Corte d'Appello del Tribunale Amministrativo di Versailles ha annullato le tre precedenti decisioni, cosa che ha comportato la riapertura dell'intera procedura! L'Ispettorato del Lavoro ha nuovamente rigettato il suo licenziamento, ma ormai sarà la Sig.ra Penicaud, Ministro del Lavoro ed ex responsabile delle risorse umane di Danone, a decidere della vicenda di Gaël!
La nostra mobilitazione deve impedire il suo licenziamento!
Le Poste hanno deciso di colpire duramente le compagne e i compagni combattivei. Nel 2005 lo schieramento del GIPN (Gruppi di intervento della Polizia Nazionale) contro i lavoratori del centro di smistamento di Bègles-Bordeaux in sciopero ha rappresentato l'inizio di questa offensiva. In seguito, i procedimenti disciplinari e penali, i licenziamenti, le sanzioni disciplinari contro i sindacalisti e in maniera diffusa contro tutti coloro che rifiutano di abbassare la testa, si sono moltiplicati. Dal 2012 la somma delle sanzioni implicanti la sospensione dal lavoro ha raggiunto i dieci anni nei confronti dei militanti SUD e CGT (sindacati francesi) solo nell'Ile- de-France (area metropolitana di Parigi), e i quattordici anni dal 2010! Quattro militanti sindacali della regione dell'Haute-de-Seine furono messi in detenzione in pieno sciopero nel 2014. Solamente a Olivier Rosay é stata comminata la sospensione dalle funzioni per un totale di 69 mesi! Nella regione dell'Hauts-de-Seine, inoltre, il funzionario sindacale Yann Le Merrer è stato revocato, e poi messo in aspettativa dopo che il suo datore era stato obbligato a reintegrarlo.
Oggi questa logica repressiva colpisce l'insieme del mondo del lavoro: più di quattromila procedimenti disciplinari o penali intentati contro lavoratori in sciopero o manifestanti dal movimento del 2016 contro la Loi Travail.
Ma questa repressione viene combattuta, che riguardi le pene di reclusione per gli ex lavoratori Goodyear, le violenze della polizia nei quartieri popolari, gli accusati del processo del Quai de Valmy, la PSA Poissy o il caso di Loïc Canitrot della Compagnie Jolie Môme, per esempio. Se c'è un'ondata di repressione in atto, c'è anche un fronte di resistenza. Invitiamo all'unità di tutti i casi di repressione per essere in grado di mettere fine all'attuale offensiva. Se uniamo le forze, possiamo vincere!

domenica 11 marzo 2018

MIGLIAIA E MIGLIAIA IN CORTEO PER IDY DIENE E CONTRO RAZZISMO E FASCISMO

protagonismo dello spezzone anticapitalista dell'Ass. Mariano Ferreyra e del PCL Firenze


Oggi Firenze ha vissuto una giornata di riscatto. Dopo il barbaro omicidio di Idy la risposta della città si è fatta sentire.
Quasi 30.000 persone sono scese in piazza per onorare la memoria di Idy Diene ma anche per rilanciare la lotta contro razzismo e fascismo, che sono le cause della morte di Idy Diene, di Samb Modu e Diop Mor nel 2011 sempre a Firenze (uccisi dal militante di Casapound Gianluca Casseri) come dell'atto terroristico di alcuni giorni fa a Macerata, quando un militante della Lega ha sparato a sei migranti cercando la strage.
Le istituzioni cittadine come buona parte della stampa e delle tv hanno fatto di tutto, come cercarono di fare con il fascista Casseri, per far passare l'omicidio razzista di Idy come l'atto di un pazzo.
Noi oggi, insieme a migliaia di persone, siamo scesi in piazza per dire NO.
L'omicidio di Idy è un omicidio razzista, la mano che ha sparato è quella di una persona messa su dai continui sproloqui della destra fascista e razzista, a partire da Salvini (mandante morale sia dell'atto terroristico di Macerata che dell'omicidio razzista di Firenze) fino ad arrivare alla feccia nera delle organizzazioni neofasciste.
Come Associazione Mariano Ferreyra e come Partito Comunista dei Lavoratori abbiamo costruito uno spezzone con centinaia di migranti che si è caratterizzato come il più combattivo del corteo. Uno spezzone che voleva urlare, con tutta la rabbia che abbiamo dentro, come la lotta contro razzismo e fascismo sia possibile solo nell'unità tra lavoratori italiani e migranti.
Per questo non ci siamo limitati, come avrebbero voluto alcuni esponenti di "alto rango" delle comunità migranti, a scandire slogan contro il razzismo, ma abbiamo voluto individuare come il razzismo ed il fascismo non sono altro che un sottoprodotto della società capitalista, per questo abbiamo voluto scandire slogan contro i mandanti morali dell'assassinio di Idy, per questo abbiamo scandito slogan contro i fascisti e per la chiusura delle loro sedi.

CON SAMB, CON DIOP, CON IDY
UNITI VINCEREMO
ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI FIRENZE

venerdì 9 marzo 2018

FAUSTO E JAIO 40 ANTIFA - 1978- 2018

Il 18 marzo del 1978 otto colpi di pistola uccidono in via Mancinelli, a Milano, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, diciottenni, attivisti del centro sociale Leoncavallo. Fausto e Iaio sono impegnati anche nella lotta allo spaccio nel quartiere, il popolare Casoretto. L’omicidio dei due ragazzi segna uno spartiacque nella storia del movimento della sinistra milanese in tempi molto pesanti, segnati dalle manifestazioni e dalle violenze contrapposte dei movimenti giovanili di destra e di sinistra. Sono i giorni dal rapimento Moro, della strategia della tensione, degli scontri di piazza. Arriva la rivendicazione dei Nar, formazione neofascista, ma dopo una lunga vicenda processuale, il caso di Fausto e Iaio sarà archiviato: le prove a carico degli estremisti di destra Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi, non sono considerate sufficienti.


Dal 1978 Milano ricorda quel giorno come uno di quelli che fanno storia.  


giovedì 8 marzo 2018

PER UN 8 MARZO ANTICAPITALISTA



Si è appena conclusa una terribile campagna elettorale, segnata anche da un'avanzata dei fascismi, dove le ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori sono state rimosse dal dibattito pubblico per essere sostituite da una vergognosa vulgata xenofoba. Nel ciarpame del dibattito politico le donne sono state chiamate in causa in modo totalmente strumentale, non come soggetti reali ma come oggetti passivi da investire in questa campagna di odio contro gli immigrati. Dunque le ragioni delle donne, del loro diritto all'autodeterminazione economica e sociale, sono cadute nel vuoto. In questo dibattito pubblico mentre le forze politiche reazionarie si concentravano a inventarsi un soggetto immigrato violento e parassita, le donne immigrate sono state rimosse dal discorso politico. Ultime fra le ultime.

È un mondo sempre più a misura di uomo e a misura di padrone quello in cui ci troviamo a vivere, dove i rapporti di forza fra le classi sociali si ripercuotono in tutti gli ambiti della vita delle donne: perdita di diritti, molestie sessuali nei luoghi di lavoro così come fra le mura domestiche, espulsione dal mondo del lavoro e aumento del carico del lavoro di cura ed infine la spirale senza fine della violenza femminicida. Anche gli stessi spazi di autonomia e autodeterminazione delle donne come i centri antiviolenza o le case delle donne stanno venendo delegittimati e attaccati progressivamente, e nella logica di questa politica non potrebbe essere diversamente perché sono tipi di contesti avulsi dalle logiche di mercato e del profitto, così come non c'è interesse ad eliminare le ragioni di divisione della gerarchia sessuale.

Questo sistema economico e sociale dunque si sente in diritto di mettere in discussione tutto ciò che riguarda le donne: dal loro diritto all'autonomia economica alla loro salute sessuale, fino alla loro vita.

Per questo sosteniamo convintamente la scelta di alcune realtà di fabbrica e di alcune aziende di scioperare questo 8 marzo, poiché colpire gli interessi materiali di chi detiene il governo reale di questa società potrebbe diventare volano anche per tutte quelle donne che non hanno modo di scioperare veramente, o perché strette in rapporti di lavoro che le assoggetta a una repressione facile, o perché senza lavoro salariato. Allo stesso modo ci schieriamo al fianco della mobilitazione internazionale delle donne che in oltre 70 paesi scenderanno in piazza per difendere i propri diritti. Un mondo senza oppressioni si può cominciare a costruire solo dall'eliminazione di tutte le forme di sfruttamento e senza il controllo della società non potremo avanzare nel cambiamento delle condizioni di vita delle donne.

Lottare contro la violenza sulle donne significa rivendicare:

- L’annullamento delle leggi di precarizzazione del lavoro, a cominciare dal Jobs Act, che ci espongono ai ricatti sociali e sessuali, dalla perdita del lavoro per la maternità, alle molestie sessuali: vogliamo il ripristino totale dell’art. 18 e la sua estensione a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, la ripartizione del lavoro esistente fra tutti e tutte con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga.

- Un salario garantito a chi è in cerca di occupazione, contro ogni forma di reddito di autodeterminazione o di cittadinanza, che slegato dalla condizione lavorativa non garantisce autonomia, ma al contrario prospetta maggiori probabilità di rinchiudere le donne nell’ambiente domestico.

- La cancellazione delle controriforme sulle pensioni, che erodono i nostri tempi di vita, e il ritorno al sistema pensionistico retributivo.

- L’eliminazione dei tagli ai servizi sociali legati alla cura e della pratica della sussidiarietà privata, che aggravano sulle spalle delle donne i carichi del lavoro di cura. La prospettiva deve essere quella della socializzazione del lavoro di cura.

- L’eliminazione di tutte le leggi securitarie che legittimano la violazione dei diritti delle donne migranti e di fatto le pratiche di violenza diffusa nei loro confronti.

- La ricostituzione dei consultori pubblici per le donne, gestiti dalle utenti e dalle tecniche, per un controllo delle decisioni sul nostro corpo nelle nostre mani: vogliamo l’abolizione dell’obiezione di coscienza e il libero e gratuito accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione.

- Vivere libere dall’oscurantismo religioso, liberate cioè dai privilegi e dal potere reazionario della Chiesa cattolica e della CEI: aboliamo il Concordato! Basta 8x1000! Basta insegnamento religioso nella scuola pubblica!

Antipatriarcali! Anticlericali! Anticapitaliste!


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione contro le oppressioni di genere

martedì 6 marzo 2018

UN PESSIMO RISULTATO PER I LAVORATORI



Il voto del 4 marzo ha espresso un risultato estremamente negativo per i lavoratori e il movimento operaio. La crisi del renzismo è precipitata, ma è stata capitalizzata da forme diverse di populismo reazionario: dal Movimento 5 Stelle, in particolare nel Sud e nelle Isole, dove realizza un autentico sfondamento; da un centrodestra a trazione Salvini, in particolare nel Nord. La sinistra, nel suo insieme, è pesantemente marginalizzata dal nuovo scenario.


IL SUCCESSO DEL POPULISMO REAZIONARIO

Il PD di Renzi consuma una disfatta. Il duplice fallimento del renzismo - mancato sfondamento nel blocco sociale di centrodestra e insuccesso dell'operazione diga verso il grillismo sul terreno della competizione populista - era già inscritto da tempo nello scenario politico, come ha mostrato la stessa sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016. Il voto del 4 marzo l'ha sanzionato nei termini più pesanti. Una legge elettorale concepita per penalizzare il M5S nei collegi uninominali e consentire la campagna del voto utile per il PD ha favorito, nelle condizioni date, una dinamica opposta, a partire dal Meridione.

Il M5S ha riportato un successo elettorale e politico molto rilevante. Nel Meridione ha capitalizzato la combinazione dello sfaldamento dei vecchi potentati clientelari e del richiamo della bandiera del cosiddetto reddito di cittadinanza, sino a raggiungere risultati da plebiscito. Nel Nord ha consolidato un blocco elettorale che tiene insieme voto operaio e settori di piccola borghesia. Nei fatti il M5S ha sommato l'eredità del “voto contro” i partiti dominanti con l'immagine di possibile carta di ricambio sul terreno del governo, quale nuovo garante e protettore sociale di interessi compositi. Il trasformismo governista del nuovo corso di Di Maio non solo - al momento - non ha penalizzato il M5S, ma ha allargato la sua capacità di presa.

Il centrodestra ha complessivamente conseguito l'obiettivo di coalizione di maggioranza relativa, ma il netto sorpasso della Lega su Forza Italia segna un successo indiscutibile del salvinismo. La campagna centrale per la cacciata degli immigrati (“prima gli italiani”), combinandosi con l'impegno ad abolire la legge Fornero, ha connotato un richiamo politico fortemente caratterizzato capace di polarizzare attorno a sé un blocco sociale reazionario molto eterogeneo. I risultati della Lega nel Sud incoraggiano a loro volta la nuova linea della Lega nazionale. Parallelamente, la sconfitta di Forza Italia, che fallisce il recupero sulla Lega nei collegi del Sud a vantaggio del M5S, va molto al di là del dato elettorale e può sancire il tramonto politico definitivo del berlusconismo, ridisegnando in prospettiva la stessa geografia del centrodestra.


LA SCONFITTA DELLA SINISTRA

La sinistra, nel suo insieme, esce pesantemente sconfitta dalla prova elettorale.

Liberi e Uguali ha totalmente fallito l'obiettivo di ricomposizione attorno a sé del popolo della sinistra. Prima una scissione del PD molto tardiva e senza riconoscibilità sociale, poi una campagna elettorale attorno a Grasso giocata su una disponibilità alla ricollocazione di governo assieme al PD (e addirittura a Berlusconi) hanno portato LeU in un vicolo cieco. La soglia del 3,3% sancisce una disfatta che mina alla radice non solo il progetto dichiarato di costruzione del nuovo partito della sinistra, ma la stessa tenuta dell'aggregazione.
L'aggregazione riformista di Potere al Popolo (Je so' Pazzo, Rifondazione Comunista, PCI, Eurostop...) manca largamente l'obiettivo massimo del 3%, e anche l'obiettivo intermedio del 2%, attestandosi attorno all'1,12%. Nonostante il relativo successo di immagine in un bacino ristretto di avanguardia, la recita di un movimentismo antagonista in assenza di un movimento reale non è riuscita a capitalizzare lo spazio a sinistra di LeU se non in misura modesta. In ogni caso PaP è e resta segnato da un'assenza di progetto generale che vada al di là della raccolta di rivendicazioni immediate. Peraltro il commento entusiastico del dato elettorale («siamo contentissimi», ha dichiarato Viola Carofalo) sembra rimuovere non solo la realtà del voto conseguito da PaP rispetto alle ambizioni dichiarate, ma il pessimo scenario politico generale.
Il PC stalinista di Marco Rizzo, di impronta nordcoreana, ha investito nel nostalgismo del vecchio PCI (“il Partito Comunista è tornato”) con una pronunciata caratterizzazione di partito, conseguendo un risultato non disprezzabile (0,32, con presenza nel solo 60% del paese). Ma si tratta di un fenomeno d'immagine autocentrato, senza linea e proposta di massa, attorno all'immagine pubblica del segretario, con diversi elementi politicamente equivoci (ad esempio sull'antifascismo, sui migranti, sui diritti civili...) emersi durante la stessa campagna elettorale, e mirati volutamente ad ammiccare ad un elettorato “trasversale”.


“PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA”. UN RISULTATO MOLTO NEGATIVO E LA CONFERMA DELLE NOSTRE RAGIONI

La lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che il PCL ha promosso assieme ai compagni e alle compagne di Sinistra Classe Rivoluzione, ha registrato un risultato molto negativo (0,12 al Senato, 0,08 alla Camera, corrispondente a un bacino di circa lo 0,15, vista la presenza solo nella metà del paese). Da rivoluzionari non rimuoviamo la realtà, né vogliamo abbellirla. Siamo stati in questa campagna elettorale l'unica reale presenza anticapitalista, classista, internazionalista. Molti fattori congiunti hanno militato contro di noi: uno scenario generale di deriva reazionaria segnato dall'arretramento profondo della coscienza politica della classe, la concorrenza inedita di tre formazioni a sinistra del PD molto più equipaggiate di noi in termini di forza organizzata o proiezione pubblica, un simbolo elettorale e un nome della lista con l'esplicito riferimento alla "sinistra" in assenza di una chiara connotazione comunista legato all'accordo tra i soggetti componenti il cartello. A tutto questo si è aggiunta una riduzione degli spazi mediatici d'accesso maggiore che in passato, senza paragone con altri soggetti concorrenti. L'insieme di questi fattori ha concorso a un risultato obiettivamente pessimo, ma non ne sono l’unica motivazione.

Ma da marxisti rivoluzionari non ci facciamo certo demotivare da un risultato elettorale. Naturalmente nei prossimi giorni, a partire dai nostri organismi dirigenti, faremo un'analisi approfondita del voto e un bilancio politico. Ma i risultati elettorali non sono mai la misura delle ragioni, quanto il riflesso di uno scenario dato e dei relativi rapporti di forza. Mentre tutte le ragioni che abbiamo sostenuto nella stessa campagna elettorale, e che più in generale sono alla base del nostro intervento di classe, continuano a corrispondere alla realtà delle cose. Su due terreni complementari.

In primo luogo, la situazione sancita dal voto del 4 marzo conferma una volta di più che solo una irruzione del movimento operaio sul terreno della lotta di classe potrà segnare una svolta reale e aprire dal basso un nuovo scenario politico. Senza la ripresa di un'opposizione sociale di classe e di massa che scomponga i blocchi sociali reazionari e segni nuovi rapporti di forza, l'intera situazione politica continuerà ad avvitarsi lungo la china in atto. È la dinamica di questi anni che il voto ha registrato. Non ci sono scorciatoie politiciste o marchingegni elettorali che possano aggirare questa verità.

Parallelamente, proprio il profondo arretramento della coscienza politica della classe lavoratrice, che i risultati elettorali confermano clamorosamente, ripropone la necessità di costruire controcorrente il partito rivoluzionario, cioè quell'organizzazione dell'avanguardia che porta la coscienza nella classe, contrasta i suoi pregiudizi, combatte i seminatori di vecchie e nuove illusioni, riconduce ogni esperienza alla necessità della rivoluzione e di un governo dei lavoratori. Ogni rimozione della centralità della costruzione del partito d'avanguardia come portatore di coscienza è smentita ancora una volta proprio dal voto del 4 marzo.


COSTRUIRE IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Se il risultato elettorale del 4 marzo è pessimo per il movimento operaio, è ben lungi dall'aver risolto i problemi della borghesia. Il padronato è forte nei luoghi di lavoro, e certo capitalizzerà su quel terreno anche l'esito del voto. Ma il voto del 4 marzo segna anche un nuovo passaggio della crisi di governabilità borghese. La Seconda repubblica del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra è da tempo tramontata. Ma la Terza repubblica annunciata da Di Maio e dal M5S quale nuovo pilastro politico e istituzionale è ancora lontana dall'essere realizzata. E Salvini non sembra disporre ad oggi dei numeri necessari per formare attorno a sé un nuovo governo di centrodestra. Chi dunque si intesterà nel nuovo quadro i nuovi programmi di austerità imposti dal capitale finanziario (e furbescamente rimossi in campagna elettorale da tutti i principali attori)?

Detto questo, nessuna contraddizione borghese, nessuna dinamica obiettiva degli avvenimenti, porterà una soluzione progressiva della crisi italiana senza l'irruzione nella lotta della classe lavoratrice e l'affermazione di una sua nuova direzione. Questo è il punto decisivo. Sono le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori e della sua costruzione quotidiana.

Tanti nuovi compagni e compagne hanno preso contatto con il nostro partito durante la campagna elettorale, come alcune realtà di classe di avanguardia a livello di fabbrica. Il nostro difficile lavoro controcorrente di costruzione e radicamento continuerà, nell'interesse obiettivo del movimento dei lavoratori e dell'unica possibile soluzione alternativa: una soluzione anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 1 marzo 2018

ACCORDO SINDACATI-CONFINDUSTRIA. LE SINISTRE HANNO QUALCOSA DA DIRE?




Questa notte Confindustria ha incassato il sì delle burocrazie sindacali alla propria piattaforma. Tutti gli aspetti peggiori dell'ultimo contratto dei metalmeccanici vengono estesi all'intero impianto delle relazioni sindacali. A riprova del fatto che quell'accordo - contestato in tante grandi fabbriche - rappresentava un accordo pilota, come tale peraltro presentato da Federmeccanica.

La sostanza dell'accordo è inequivocabile. Gli aumenti salariali su scala nazionale vengono subordinati all'Ipca, che per definizione è inferiore alla inflazione reale (perché i costi dell'energia non sono calcolati); ogni contrattazione aziendale viene subordinata all'incremento della produttività: cioè deve essere pagata dai lavoratori stessi (con l'incremento dello sfruttamento). Già solo questo significa che nel momento della massima euforia delle Borse e dei profitti, e dopo un'infinita crisi sociale, non solo si nega ai lavoratori e alle lavoratrici ogni miglioramento della propria condizione, ma li si subordina in forma ancor più vincolante agli interessi padronali.

Un altro aspetto del contratto dei metalmeccanici diventa centrale nel nuovo accordo siglato: la generalizzazione del welfare aziendale. Benefit al posto del salario. Nuovi sgravi fiscali ai padroni a vantaggio dei loro profitti e a carico del welfare universale. Una forma aggiuntiva di ricattabilità dei lavoratori da parte dei padroni. Non bastava la libertà di licenziare senza giusta causa per i nuovi assunti. Occorreva dire all'operaio che se non si subordina all'azienda, se rivendica migliori condizioni, mette a rischio non solo il posto di lavoro ma anche l'accesso ai “benefici” (sanità, rette, pensioni...) che a quel posto si legano. Come negli USA. Mentre il welfare aziendale a scapito di quello universale diventa un nuovo terreno di speculazione e arricchimento del capitale finanziario.

Infine l'accordo blinda la famosa esigibilità dei contratti introdotta dal Testo Unico del 10 gennaio, cioè l'impossibilità di contestare gli accordi da parte di chi ne è vittima, se non al prezzo di sanzioni.

Confindustria brinda entusiasta, a ragione. Brinda la CISL di Furlan, sempre più sindacato padronale. Mentre la burocrazia della CGIL segue a ruota vergognosamente, pur di sancire l'unità sindacale, e ottenere il riconoscimento del padronato. Indecente. Tanto più alla vigilia del voto del 4 marzo. Il segnale che le burocrazie sindacali – CGIL in testa - inviano a tutti i partiti padronali è molto semplice: la governabilità del conflitto sociale è sotto controllo, il movimento operaio starà fuori della contesa politica, siate riconoscenti per il servizio reso.

Le diverse forze della sinistra politica non hanno nulla da dire su questa ennesima capitolazione della CGIL? Continueranno a subordinarsi organicamente agli apparati sindacali (LeU) o a tacere pubblicamente sulle loro responsabilità (Rifondazione, cioè Potere al Popolo)?

Il Partito Comunista dei Lavoratori e la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” si battono e si batteranno in ogni caso contro l'accordo Confindustria-sindacati, in coerenza con la battaglia di sempre. Per una direzione alternativa del movimento operaio. Per una prospettiva anticapitalista.


Partito Comunista dei Lavoratori