Lo Stato,
gli affari, la sinistra, i giallo-verdi
Per
un'alternativa di classe ad un progetto di regime

«Il potere
politico dello Stato moderno è solo un comitato che amministra gli affari
comuni di tutta la classe borghese». Così affermava Il Manifesto di Marx ed
Engels nel 1848.
Quante volte questa concezione è stata respinta, irrisa, denunciata come
ideologica o in ogni caso superata! Eppure cosa emerge dall'esperienza concreta
della vicenda autostrade? Emerge la conferma clamorosa di questa verità antica
del marxismo, contro tutti i suoi detrattori.
IL COMITATO D'AFFARI DEI BENETTON
Al di là delle molte cose da accertare nella tragedia di Genova, alcune verità
sono talmente evidenti da non lasciare spazio al minimo dubbio. Una su tutte:
Autostrade (per l'Italia) è stato un grande affare garantito dallo Stato. Un
grande affare per i Benetton, e per gli altri ventisei concessionari privati.
Lo Stato non ha concesso ai capitalisti la sola gestione della rete
autostradale, ma tutto quanto poteva loro concedere.
In primo luogo ha affidato interamente ad Autostrade la verifica strutturale
delle infrastrutture e della loro condizione, limitando le proprie competenze
alla verifica di asfalto, illuminazione, e altre questioni minori. Del
monitoraggio e manutenzione delle strutture - cioè dell'essenziale - doveva
occuparsi il concessionario. Come? Con l'autocertificazione. In altre parole,
pieni poteri ad Autostrade.
In secondo luogo ha concesso ad Autostrade il diritto di caricare sui
pedaggi il “recupero” finanziario di eventuali investimenti futuri. Il
risultato è che tra il 2008 e il 2016 le tariffe sono aumentate del 25% (a
fronte di una crescita dell' inflazione del 11,5%), mentre gli investimenti
sono stati molto meno di quelli previsti (1,3 miliardi invece che 9,8
miliardi). Dunque profitti da favola: 10 miliardi di utili dal '99.
In terzo luogo ha progressivamente esteso i tempi della concessione, prima sino
al 2038, poi sino al 2042. Un moltiplicatore dei profitti, tanto più in un
quadro di semi-monopolio.
In quarto luogo ha stipulato un contratto che assicurava preventivamente al
concessionario un indennizzo enorme in caso di revoca della concessione, anche
nel caso di inadempienza del concessionario stesso: precisamente un indennizzo
pari alla somma degli utili previsti per tutti gli anni residui della
concessione. Per stare all'ipotesi di un indennizzo oggi, in caso di revoca, si
tratta - come è noto - di circa 20 miliardi.
In quinto luogo ha allegato alla convenzione con Autostrade ben 25 allegati
segreti, concentrati in particolare sugli aspetti finanziari del patto.
Formalmente “al fine di garantire gli azionisti da ogni rischio di insider
trading”; nei fatti per nascondere all'opinione pubblica il corpo del reato.
In questo quadro generale è facile capire la ragione dello straordinario
successo di Borsa del gruppo Atlantia, le cui azioni sono lievitate negli anni
sul mercato finanziario come poche altre. Lo Stato ha davvero funzionato come
procacciatore e garante dello straordinario affare privato di una delle grandi
famiglie del capitalismo italiano, a scapito dell'interesse pubblico.
Innanzitutto, come i fatti dimostrano, della sicurezza pubblica più elementare:
quella della vita.
TUTTI I GOVERNI CORRESPONSABILI DI UN CRIMINE.
ED ANCHE LE SINISTRE CHE LI HANNO SOSTENUTI
È importante osservare che tutti i governi italiani degli ultimi vent'anni sono
stati compartecipi di questo affare. Tutti, senza eccezione, di centrodestra
come di centrosinistra.
Anche il deputato Matteo Salvini - oggi ministro applaudito degli Interni -
votò nel 2008, in compagnia di Berlusconi, il cosiddetto decreto salva
Benetton, che esentava lo Stato persino dall'obbligo di verifiche periodiche
della convenzione appena stipulata. La Lega di governo, nel 2010, votò
ulteriori regalie nella medesima direzione.
Ma è indubbio che sono stati i governi di centrosinistra, nel lungo periodo, i
principali promotori del grande affare. È stato il primo governo Prodi nel
1996-1998 ad avviare la privatizzazione delle autostrade, dentro il più grande
piano di privatizzazioni dell'intera Europa. È stato il successivo governo
D'Alema, nel 1999, a vendere le autostrade a Benetton, uno dei principali
“capitani coraggiosi" di quel capitalismo italiano emergente di cui il
dalemismo si fece interprete (basti pensare al regalo delle telecomunicazioni a
Colaninno). Infine è stato il secondo governo Prodi, nel 2007, a stipulare la
famigerata convenzione con gli azionisti di Autostrade che garantiva loro pieni
poteri in fatto di sicurezza autostradale e vantaggi secretati di natura
finanziaria.
Nessuna meraviglia. Il centrosinistra è stato nella Seconda Repubblica
l'espressione più diretta del grande capitale, grazie alla contiguità di
relazioni organiche con quell'ambiente. Il comitato d'affari è stato
innanzitutto il suo.
Va solo aggiunto, per amore di verità, che i gruppi dirigenti della sinistra
italiana cosiddetta radicale sono stati una stampella determinante di quel
comitato d'affari. I due governi Prodi che affidarono a Benetton le autostrade
ebbero il sostegno (il primo) e la diretta compartecipazione (il secondo) dei
gruppi dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista, da Bertinotti a
Ferrero. Il governo D'Alema che siglò la svendita definitiva della rete ebbe i
voti di Cossutta, Diliberto, Rizzo. Che nessuno di questi si assuma oggi le
proprie responsabilità è onestamente imbarazzante. Che poi il segretario del
PRC, Maurizio Acerbo, senta addirittura il bisogno di rivendicare
"l'opposizione di sempre del PRC alle privatizzazioni” (testuale, 18
agosto) appare davvero spudorato. Il passato non si può rimuovere, tantomeno
capovolgere, perché vive nel presente. E non si parli di “errori”, si tratta di
crimini. Se M5S e Lega governano oggi l'Italia è anche e innanzitutto per
questo.
GOVERNO GIALLO-VERDE E GRANDE CAPITALE
"Tutto giusto”, dirà qualcuno, “ma ora il nuovo governo M5S-Lega non ha
forse rotto quel comitato d'affari, imponendo finalmente la volontà del popolo?
Non sono loro forse che revocano e denunciano la concessione ad Autostrade...?
Come fate a chiamare comitato d'affari della borghesia un governo giallo-verde
che la grande stampa padronale critica e detesta?”.
Questo senso comune si è fatto strada in ampi strati di lavoratori. I fatti di
Genova l'hanno sicuramente rafforzato, come dimostrano gli applausi tributati
ai nuovi ministri in occasione dei funerali delle vittime. Dal canto loro
settori diversi di estrema sinistra, di rito sovranista, vedono nei recenti
posizionamenti dell'esecutivo la conferma del proprio sostegno, “critico” o
meno, al nuovo governo "del popolo".
In realtà questo senso comune è un riflesso dell'arretramento profondo del
movimento operaio, della sua coscienza politica, della sua stessa avanguardia.
È vero, il nuovo governo non è espressione organica e diretta del capitale
finanziario, a differenza dei vecchi partiti dell'establishment. Non lo è come
non lo sono tutte le forze della nuova destra populista e sovranista emerse in
Europa e in America (trumpismo). M5S e Lega esprimono piuttosto l'egemonia di
una media borghesia (il capitalismo dei distretti, la Lega; le libere
professioni, il M5S) sulla netta maggioranza dei lavoratori salariati e la
larga massa dei disoccupati. Una egemonia che ha capitalizzato a destra il
suicidio della sinistra, complessivamente intesa, e il discredito profondo dei
partiti borghesi liberali. Non sappiamo se questo nuovo governo giallo-verde si
consumerà in breve tempo, o si stabilizzerà facendosi regime. Ma un regime
piccolo-medio-borghese è impossibile come regime indipendente in un paese
imperialista come l'Italia. Può governare solo in rappresentanza del sistema
capitalista e del grande capitale finanziario. Questa legge fisica è confermata
da tutta la storia del '900, inclusa la vicenda, ovviamente diversa, del
fascismo e del nazismo. Non farà certo eccezione, su scala assai più modesta,
per Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
È vera invece un'altra cosa. Non tutti i comitati d'affari della borghesia
hanno lo stesso formato ed equilibri interni. Non tutti rispondono alla stessa
composizione e dinamica.
I vecchi partiti borghesi liberali (in primis i Democratici di Sinistra e poi
il Partito Democratico) avevano una relazione lineare col capitale finanziario.
Ne registravano direttamente gli interessi, ne applicavano in modo diligente le
ricette. Anche per questo, negli anni della grande crisi hanno finito col
dilapidare il proprio consenso sociale. Il renzismo aveva provato a costruire
sulla crisi del vecchio PD un proprio progetto populista bonapartista con
l'obiettivo di arginare il nuovo populismo a cinque stelle (vedi operazione 80
euro) e sfondare nell'elettorato della destra (vedi distruzione dell'articolo
18). Era il progetto del "partito della nazione". Ma il fallimento di
questo progetto è stato tanto rapido quanto la sua ascesa.
Le nuove forze di M5S e Lega, beneficiarie di quel fallimento, agiscono ora in
forma diversa, con un altro codice di condotta.
Da un lato assicurano il grande capitale sul pagamento del debito pubblico alle
banche, garantiscono i padroni sull'articolo 18 (a piena tutela del capitale
nella lotta di classe contro il lavoro), preservano interamente, al di là delle
chiacchiere, il lavoro precario (inclusa l'estensione dei contratti a termine
sino al 30% dell'organico aziendale, peggiorando persino il decreto Poletti),
offrono alle grandi ricchezze l'eldorado della flat tax. Il comitato d'affari è
dunque ben saldo: i ministri Tria e Moavero - in linea diretta con Mattarella -
incarnano non a caso in quel comitato la presenza diretta del grande capitale.
Dall'altro lato i partiti populisti vogliono negoziare col capitale finanziario
un equilibrio nuovo, in sede nazionale e internazionale. Si presentano nella UE
con un piglio contrattuale sulle politiche di bilancio, civettano col trumpismo
in funzione di un riequibrio antitedesco e antifrancese (sulla Libia, ad
esempio), cercano di assicurarsi in Cina, e persino in Russia, possibili futuri
interventi emergenziali a sostegno dei titoli di Stato tricolori. Sul piano
interno ostentano posture stataliste, come sul tema Autostrade. Tali posture
sono anche un fatto di propaganda a fini di consenso, ma non solo. Riflettono
l'aspirazione a centralizzare nelle mani del nuovo governo alcune leve di
controllo economico, in funzione del rafforzamento del peso politico dei nuovi
parvenu. Vedremo se e in che misura queste posture stataliste si tradurranno in
atti concreti, superando le contraddizioni interne alla nuova maggioranza, con
la Lega in posizione più prudente, e il M5S che gioca allo scavalco; oppure se
arretreranno (rinegoziazione delle concessioni).
Ma chi vedesse in eventuali misure stataliste il segno della natura
“progressista” o addirittura di sinistra e anticapitalista del nuovo governo
dovrebbe ricordare che nel quadro della società borghese lo statalismo non è
affatto di per sé misura di progresso. Bismarck realizzò la nazionalizzazione
delle ferrovie negli stessi anni in cui varò le leggi eccezionali
antisocialiste. Il regime fascista negli anni '30 istituì l'IRI nel mentre
bastonava il movimento operaio e schiacciava nell'illegalità le opposizioni. La
natura di ogni scelta economica va dunque collocata nel contesto politico che
la trascende. È il contesto che la spiega, non viceversa.
UN PROGETTO DI REGIME CONTRO I PROLETARI
Il governo giallo-verde è un governo reazionario che dispone di un vasto
consenso di massa. Questo consenso di massa è la sua forza, la leva della
propria scalata nello Stato borghese e della propria capacità negoziale nel comitato
d'affari del grande capitale.
Ma preservare il consenso non sarà facile, perché tenere insieme le garanzie
offerte al grande capitale (riduzione del debito e detassazione massiccia) con
le promesse sociali ed elettorali (abolizione della legge Fornero, reddito di
cittadinanza...) è un'autentica quadratura del cerchio, tanto più in un paese
capitalista esposto alla minaccia strutturale della crisi finanziaria per via
del suo gigantesco debito pubblico. Da qui il diversivo reazionario contro gli
immigrati come le campagne per l'ordine e la sicurezza: solo dirottando contro
falsi nemici il malcontento sociale presente e futuro è possibile ammortizzarlo
e persino capitalizzarlo, cercando di scavallare contraddizioni altrimenti
insolubili.
La politica reazionaria non è dunque un tratto specifico della politica
governativa in qualche modo separabile dal resto (“fanno politiche giuste
tranne sull'immigrazione”, come recita nel migliore dei casi il sovranismo di
sinistra). La politica reazionaria del governo M5S-Lega è la forma costituente
di un nuovo possibile regime e del suo blocco sociale interclassista. Non certo
un regime fascista (anche se le organizzazioni fasciste appoggiano il nuovo
governo), ma certo un regime autoritario di tipo orbaniano o trumpiano. Un caso
unico tra i paesi imperialisti dell'Unione Europea.
Salvini e Di Maio offrono questa prospettiva al capitale finanziario come
soluzione conveniente per i suoi interessi. Gli offrono in pratica il proprio
consenso di massa come elemento di scambio per la tenuta politica del suo
dominio: “Nessun'altra forza politica è in grado di portarvi in dote una base
di massa così vasta. È in fondo la base di appoggio che vi serve per restare a
cavallo, di fronte al rancore, al risentimento, alla disperazione di tanta
parte della società italiana dopo gli anni della grande crisi. È soprattutto,
per voi, una garanzia contro la possibile ripresa del movimento operaio e della
lotta di classe. Ma per nutrire questo consenso dobbiamo recitare la demagogia,
ridurre le tasse alla piccola borghesia, concedere qualche piccola elemosina
sociale, forzare qualche vecchio vincolo, persino danneggiare, se necessario,
qualche vostro interesse particolare (Benetton), rompere insomma il vostro
galateo istituzionale. Pensateci. È nel vostro interesse generale che noi
riusciamo nell'operazione, dateci fiducia, ne sarete ripagati”. Sono le parole,
immaginarie, con cui i ministri giallo-verdi si rivolgono oggi al grande
capitale. È il messaggio in codice della loro politica rivolto ai poteri forti.
La grande borghesia, ampiamente scompaginata nei propri assetti interni, non è
ancora convinta dell'offerta, non sa prevedere la durata dei nuovi venuti, teme
la crisi finanziaria, prende tempo, in uno stato di grande confusione. Tutta la
grande stampa borghese testimonia questo disorientamento dell'establishment,
politicamente decapitato delle vecchie rappresentanze e privo come non mai di
un'alternativa politica.
Ma se l'operazione dovesse riuscire, se il nuovo governo si stabilizzerà, se
stabilizzandosi si trasformerà in regime, se il nuovo regime saprà preservare
la pace sociale, anche il grande capitale finirà col benedirlo e farlo proprio.
Con lo stesso incenso con cui benedì la Prima e la Seconda Repubblica.
Naturalmente contro i proletari.
Per questa stessa ragione non è possibile costruire un'opposizione di massa al
nuovo governo restando sul puro terreno democratico, ossia brandendo valori
progressisti, testimoniando superiorità morale, denunciando persino, in qualche
caso, un improbabile fascismo realizzato.
È possibile solo riconducendo le ragioni democratiche (antirazziste,
antifasciste, per i diritti civili) alle ragioni sociali di 17 milioni di
lavoratori salariati cui il nuovo governo non potrà offrire nulla se non pose
demagogiche e promesse truffaldine.
È possibile solo liberando i salariati dal blocco sociale reazionario che oggi
li assorbe e che li vuole subalterni.
È possibile solo rompendo con l'opposizione confindustriale del PD, oggi di
fatto funzionale alla tenuta di quel blocco sociale reazionario.
È possibile solo combinando il sostegno a ogni lotta sociale di resistenza con
una proposta di unificazione e mobilitazione di massa attorno ad una
piattaforma indipendente.
È possibile solo riconducendo la mobilitazione di massa alla prospettiva di
un'alternativa di sistema, un'alternativa tanto radicale quanto radicale è il
nuovo livello dello scontro.
È la prospettiva del governo dei lavoratori.
SOLO I LAVORATORI E LE LAVORATRICI POSSONO RICOSTRUIRE LA SOCIETÀ SU BASI NUOVE
Solo i lavoratori e le lavoratrici possono ricostruire la società su basi
nuove. Questo ci dicono la tragedia di Genova e i mille crimini del profitto.
In questi giorni, dopo i fatti di Genova, non ci sono solo gli applausi a
Salvini e Di Maio. C'è, nonostante tutto, anche altro. Milioni di persone in
tutta Italia hanno percepito in forme nuove la propria insicurezza sociale, la
fragilità generale delle infrastrutture, il rischio connesso per la propria
vita. Le responsabilità sono attribuite per lo più ai politici del passato, o
generalmente ai “politici”, non al sistema capitalista. È il riflesso
dell'attuale senso comune di massa. E tuttavia l'intreccio tra lo Stato, le
ragioni del profitto, l'intero corso politico di vent'anni di privatizzazioni,
è emerso prepotentemente in tutta la sua evidenza con una identificazione
emotiva elevatissima. Non a caso, ovunque si moltiplicano denunce sulla
pericolosità di ponti e viadotti del proprio specifico territorio, appelli,
petizioni, persino comitati. In tutto questo confluiscono inevitabilmente
interessi localisti o ingenuità, ma si esprime anche, in forma confusa, la
diffidenza verso il profitto nel nome dell'interesse pubblico.
Salvini e Di Maio lavorano a dirottare questo sentimento contro il PD e a
subordinarlo al proprio corso politico reazionario. Occorre dare a questo
sentimento una traduzione opposta, in direzione apertamente anticapitalista: “I
Benetton sono solo la punta dell'iceberg. Un'intera classe capitalista ha fatto
affari sulla pelle della sicurezza pubblica. Sono gli stessi che hanno
saccheggiato lavoro e pensioni. Cambiare "i politici” per mantenere in
piedi questa classe di criminali e di strozzini significa cambiare tutto per
non cambiare nulla. Se ne devono andare i grandi azionisti, i banchieri, i
costruttori. Solo i lavoratori possono ricostruire la società su basi nuove.
Ripartiamo da un grande piano nazionale di nuovo lavoro, territorio per
territorio, per rifare l'Italia dalle sue fondamenta sulla base della ricognizione
dei bisogni e necessità sociali”.
Le parole d'ordine del momento sulla questione autostrade debbono introdurre
questa prospettiva generale:
Via, immediatamente, tutti i segreti degli accordi pattuiti con Autostrade e
con ogni altra concessionaria pubblica. Per l'abolizione più generale del
segreto commerciale.
Revoca immediata di tutte le concessioni pubbliche ai 27 gestori privati
della rete autostradale. Annullamento di tutti gli accordi pattuiti e delle
loro clausole truffaldine. Rifiuto di ogni indennizzo come risarcimento della
revoca.
Nazionalizzazione dell'intera rete autostradale. Esproprio di Autostrade
senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo dei lavoratori;
passaggio dei 10.000 dipendenti di Autostrade alle dipendenze della nuova
società statale, con piene garanzie contrattuali. Annullamento dei debiti
contratti dalle aziende espropriate verso le banche. Investimento delle risorse
finanziarie, patrimoniali, tecniche e professionali ricavate dall'esproprio,
nell'azione di risarcimento dei danni prodotti e delle famiglie colpite, come
nell'azione di monitoraggio e manutenzione delle infrastrutture.
Controllo sociale da parte dei lavoratori, e di tecnici di loro fiducia,
sullo stato di sicurezza della viabilità su scala nazionale.
Un vasto piano di investimenti pubblici per la manutenzione e la
ricostruzione della rete autostradale, per la dotazione antisismica delle
abitazioni ed edifici pubblici, per il riassetto idrogeologico del territorio
(per complessivi 400 miliardi attualmente stimati come necessari) finanziati
dalle uniche misure capaci di liberare le risorse richieste: l'abolizione del
debito pubblico verso le banche (con la loro nazionalizzazione senza indennizzo
per i grandi azionisti) e una tassazione progressiva sui grandi patrimoni,
profitti, rendite.
Nessuna di queste misure è rinunciabile senza rinunciare ad un'alternativa
vera. Nel loro insieme comportano una rottura drastica con le regole del gioco
della società borghese: economiche, politiche, giuridiche, su scala nazionale
ed europea; comportano il rovesciamento di quel comitato d'affari che si chiama
Stato borghese; comportano un cambio di guida alla testa della società,
l'organizzazione del potere di una nuova classe sociale. Comportano una
soluzione rivoluzionaria: una Repubblica dei lavoratori per i lavoratori,
basata sull'organizzazione della loro forza.
Partito
Comunista dei Lavoratori