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martedì 18 febbraio 2020

REFERENDUM DEL PROSSIMO 29 MARZO

Contro la riduzione degli spazi politici


La crisi mondiale del capitalismo ha bisogno ancora di più di una democrazia ristretta e di ridurre gli strumenti a disposizione del mondo del lavoro.

In questo senso va la nuova legge che dispone la riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta di un’ulteriore tessera del mosaico progettato per ridurre la democrazia, così come sta avvenendo anche in molti altri paesi. Il taglio si accompagna a sistemi elettorali truffaldini, ripetutamente bocciati dalla Corte Costituzionale, ma sempre dopo che siano stati utilizzati nelle consultazioni.

È vero la democrazia ha dei costi e la loro riduzione non può essere a scapito della sua agibilità. Vi sono altri modi per ridurli, per esempio riducendo stipendi e alcuni privilegi dei parlamentari. Ma soprattutto risparmi ben più consistenti devono essere effettuati sulle generose erogazioni che avvengono per socializzare le perdite di imprese e banche o sulla corsa agli armamenti utilizzati ormai in chiave offensiva verso i popoli che non intendono sottomettersi al nostro imperialismo e a quello made in Usa.

Se verrà confermata dall'elettorato la riforma, spariranno quasi il 40% dei deputati e senatori. E il combinato disposto con l’attuale legge elettorale determinerà dei vuoti di rappresentanza dei cittadini sui territori. La rappresentanza al Senato sarà particolarmente colpita. Infatti i senatori sono eletti su base regionale. Due regioni hanno un solo rappresentante. Altre 9 hanno dai 3 ai 5 rappresentanti. Pertanto, anche a prescindere dalla legge elettorale, servirà una soglia altissima di voti, di gran lunga al di sopra degli sbarramenti previsti dalla legge, per eleggere un senatore. Milioni di cittadini non avranno la possibilità di riconoscersi in un eletto.

Di fronte all'ondata di qualunquismo sarà comunque utile la nostra voce fuori dal coro, una voce che può aiutare la presa di coscienza del carattere dello scontro politico in questa fase da parte di un numero crescente di lavoratori.

mercoledì 5 febbraio 2020

FOIBE E REVISIONISMO STORICO

La destra è riuscita a coinvolgere anche una buona parte della sinistra

Il revisionismo storico ha avuto una funzione importantissima in questi ultimi vent'anni nel determinare il cambiamento di orientamento dell'opinione pubblica rispetto ai valori della Resistenza italiana.






Con il revisionismo storico si è cercato di trasformare vittime del fascismo e del nazismo in carnefici.
Per fare questo si è scelto soprattutto la zona del confine orientale d'Italia, che è stata storicamente una zona molto difficile per i rapporti fra italiani, sloveni e croati, in quanto il fascismo in queste terre è stato una dittatura molto più violenta rispetto a quello che è stato nel resto d'Italia.
Un fascismo specificamente razzista, antislavo, che ha portato alla italianizzazione forzata centinaia di migliaia di persone e una repressione etnica.

È stato usato il fatto che non si fosse parlato della storia del confine orientale in Italia, in questo dopoguerra, per introdurre, così, nel dibattito politico una questione come quella delle foibe, facendo credere alla gente che prima non fosse accaduto assolutamente nulla. Si è cioè isolata questa vicenda del resto della storia del confine orientale, dimenticando ciò che è stata la seconda guerra mondiale nel territorio del Friuli Venezia.
Coloro, infatti, che combattevano con la Repubblica Sociale in quei territori erano a diretto servizio dei nazisti, dei battaglioni Mussolini, della milizia difesa territoriale, della Decima Mas e di altre formazioni come la guardia civica, e giuravano direttamente fedeltà ad Hitler nel nostro territorio.

Tutte queste cose sono state nascoste, sono state naturalmente dimenticate.
In questo modo si sono presentati i fascisti, che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale al fianco dei nazisti e hanno sterminato e massacrato intere popolazioni, come coloro che avevano salvato il confine orientale d'Italia dall'invadenza slava, dimenticando che, se avesse vinto il nazismo, quei territori non sarebbero mai più stati in Italia.

Quindi, con questo “gioco”, in sostanza, si è fatto passare ciò che è successo nel dopoguerra in tutta Italia contro i fascisti come un preciso progetto del movimento di liberazione jugoslavo non contro i fascisti ma contro gli italiani in quanto tali.
In questo tipo di visione, la destra è riuscita a coinvolgere, purtroppo, anche una buona parte della sinistra. La funzione della propaganda revisionista è stata proprio quella di legittimare l'entrata dei fascisti nella scena politica e poi anche al governo. Attraverso il revisionismo storico si è sempre più equiparato coloro che avevano combattuto con la Repubblica Sociale ai partigiani, passando attraverso il discorso che tutti i morti sono uguali che poi tutti, comunque, hanno combattuto per un ideale indipendentemente da quale fosse, questo ideale.
Chi ha iniziato questo discorso è stato a suo tempo l'onorevole Violante, che a Trieste nel 1998, in un incontro organizzato dall'università con Gianfranco Fini, ha cominciato a parlare dei "ragazzi di Salò". Da allora in poi è stato un continuo distanziarsi sempre più rispetto alla all'impostazione della precedente lettura della Resistenza.

Dal carteggio intorno alla foiba di Basovizza - quella che viene considerata il simbolo, il monumento nazionale - che si trova oggi nei negli archivi di Washington, risulta chiaramente che non è mai stato infoibato nessuno, e che il tutto è assolutamente frutto di propaganda.
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della Resistenza jugoslava, che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso, si criminalizza tutta la Resistenza, e si apre il varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando Pansa con i suoi libri.

Dobbiamo renderci conto che la Repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo.
Dietro al discorso delle foibe c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste responsabilità.


Partito Comunista dei Lavoratori - sez. di Pavia “Tiziano Bagarolo”

lunedì 27 gennaio 2020

PER CHI SUONA IL CITOFONO



I risultati del voto regionale in Emilia-Romagna e Calabria hanno un profilo contraddittorio.

In Calabria lo sfondamento del blocco reazionario di centrodestra ha le proporzioni attese, capitalizzando l'autentico crollo del M5S, sullo sfondo dell'assenza sul piano elettorale di qualsiasi sinistra a sinistra del PD.

Diverso il caso dell'Emilia-Romagna, dove si è concentrato uno scontro politico di immediata valenza nazionale. Qui la Lega ha cercato lo sfondamento puntando a un effetto domino su scala generale. L'obiettivo era quello di conquistare il governo della regione per accelerare elezioni anticipate e rivincita politica nazionale.
Il piano è fallito.

Diversi sono i fattori che hanno sospinto la vittoria di Bonaccini.
Lo scarto tra Bonaccini e Bergonzoni in fatto di immagine e “credibilità istituzionale”, come mostra il successo della lista personale Bonaccini (5,76%) a fronte del fallimento della lista Bergonzoni (1,73%).
La capitalizzazione di un voto disgiunto proveniente da elettori del M5S, di Forza Italia, delle tre liste di sinistra, unito per ragioni diverse dalla repulsione per Salvini: chi da un versante sociale e democratico, chi da un versante borghese liberale.
La rimotivazione al voto di un settore significativo di elettorato di sinistra e democratico che in precedenza si era astenuto e che in questo caso ha fatto la fila ai seggi. Qui ha svolto un ruolo il movimento delle sardine, che non ha ricollocato l'elettorato popolare che votava a destra ma certo ha trascinato al voto una parte di elettorato di sinistra passivizzato e deluso.

La sconfitta di Salvini sta qui. Le dimensioni della sconfitta politica sono superiori a quella della sconfitta elettorale. Elettoralmente il blocco reazionario del centrodestra tiene la propria base di massa, particolarmente concentrata nelle campagne, nella provincia profonda, nelle periferie. Ma politicamente non poteva esserci sconfitta più netta.
Salvini ha puntato sulla massima politicizzazione dello scontro e insieme sulla sua estremizzazione reazionaria. Bibbiano e il citofono ne sono stati l'emblema. L'obiettivo era impugnare la bandiera del cambiamento contro quella della conservazione – con tutto il peggiore armamentario bigotto e xenofobo – per polarizzare a destra in chiave anti-PD il crollo annunciato del M5S. La politicizzazione dello scontro è riuscita, ma ha prodotto prevalentemente (e paradossalmente) una dinamica opposta: prima il movimento delle sardine, nato non a caso in Emilia proprio in opposizione a Salvini; poi la crescita della partecipazione al voto, maggiore soprattutto nelle città, per sbarrare la strada a Salvini. Ha vinto dunque l'eterogenesi dei fini. Salvini ha suonato il citofono sbagliato. All'interno del centrodestra, l'arretramento della Lega a vantaggio di Fratelli d'Italia, che supera l'8%, è un ulteriore smacco per il suo segretario.

Il PD liberal-borghese capitalizza elettoralmente la sconfitta del Capitano, come dimostra la crescita della sua lista (34,69%) rispetto allo stesso risultato delle elezioni europee, nonostante il successo della lista personale di Bonaccini. Da un lato il PD ha spartito con la lista Bonaccini il voto di settori piccolo e medio-borghesi moderati, desiderosi di tranquillità, dunque appagati dalla “buona amministrazione” del Presidente uscente; dall'altro ha capitalizzato la spinta prevalente di un elettorato di sinistra legato alla tradizione democratica e antifascista, e spaventato dall'ex ministro degli interni in permanente divisa di polizia. Il 3,77% riportato dalla lista Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, interna alla coalizione di Bonaccini, ha anch'esso raccolto questa pulsione, cui le sardine non sono certo estranee.
Dunque il referendum su Salvini voluto da Salvini ha punito chi lo ha invocato. Mentre un governatore borghese come Bonaccini, eletto contro Salvini ma garante del padronato, potrà continuare a gestire la normale amministrazione degli interessi capitalistici in regione, non ultimo il progetto di autonomia differenziata ai danni di istruzione, sanità, servizi, contro i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera. Ciò che in assenza di un'opposizione di classe, e col tacito consenso della CGIL, continuerà a consegnare al blocco sociale reazionario un ampio settore di salariati.

A sinistra del PD, il richiamo del voto utile ha fortemente penalizzato le liste presenti. Il risultato d'insieme delle tre liste (complessivamente l'1,3%, un 1% tra i candidati presidente) è obiettivamente marginale, e nessuna di esse emerge come polo attrattivo rispetto alle altre. Il PC di Rizzo (0,48%) dimezza i voti rispetto alle elezioni europee anche nei collegi in cui era presente. Potere al Popolo (0,37%) disperde larga parte dell'elettorato conquistato nelle elezioni politiche del 2018. Ma è soprattutto la lista L'Altra Emilia-Romagna a conoscere il risultato peggiore: l'unica lista delle tre ad essere presente in tutta la Regione – e che per questo aveva rivendicato il voto utile per sé a scapito delle altre – è quella che ha raccolto meno voti in assoluto e in percentuale. Rifondazione Comunista, che ne è stata il perno, paga una volta di più il mimetismo della propria politica.

Il PCL non ha potuto essere presente per via di una legge elettorale antidemocratica. Abbiamo dunque dato indicazione di voto a sinistra del PD, senza illusioni. Ma al tempo stesso diciamo forte e chiaro che non c'è possibilità di risalire la china a sinistra, sullo stesso terreno elettorale, senza la ripresa di una opposizione di classe e di massa. Chi pensa che la soluzione a sinistra sia questo o quell'altro cartello elettorale continua a pestare l'acqua nel mortaio. Le elezioni riflettono in modo distorto ciò che si muove, o non si muove, sul terreno sociale. Se si smarrisce il confine di classe nell'immaginario sociale quotidiano, perché quel confine dovrebbe apparire nel giorno del voto? Se la lotta di classe rifluisce, se con essa arretra la coscienza politica di massa e spesso della sua stessa avanguardia, nessuna alchimia elettoralista invertirà la condizione della sinistra politica. Semmai produrrà nuovi danni.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, fuori da ogni logica elettorale, è nato il 7 dicembre per unificare le lotte di resistenza e rilanciare l'opposizione sociale. Le campagne unitarie che sono partite in tutta Italia hanno esattamente questo scopo. Il PCL, che ha contribuito in modo determinante al coordinamento dell'unità d'azione, continuerà a lavorare per il suo allargamento, nazionale e locale, politico e sindacale, contro ogni settarismo e preclusione. E al tempo stesso porta e porterà in esso il proprio programma di rivoluzione per lo sviluppo della coscienza anticapitalista, contro ogni illusione riformista.

Senza unire l'azione di avanguardia non si può lavorare alla ripresa di massa né incidere sullo scenario politico. Senza un programma di rivoluzione non si può dare all'avanguardia una prospettiva vera di alternativa al capitale.

Per questo saremo come PCL i più unitari e i più radicali. Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 24 gennaio 2020

PRESIDIO CONTRO LA GUERRA

Sabato, 25 Gennaio 2020 alle ore dalle ore 10 - Via Italia Monza
Iniziativa promossa dal coordinamento unitario delle sinistre di opposizione







NO ALLA GUERRA!
DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI!
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ITALIANE ALL'ESTERO!
CHIUSURA DELLA BASI MILITARI AMERICANE SUL TERRITORIO ITALIANO!
FUORI L’ITALIA DALLA NATO E LA NATO DALL’ITALIA!










La promessa di un'era di pace per l'intera umanità, preconizzata dagli alfieri del capitalismo dopo la fine della contrapposizione in blocchi, si è rivelata falsa; la realtà è stata ed è caratterizzata da conflitti sempre più diffusi, drammatici, ed il rischio di una guerra su larga scala è tutt'altro che remoto.
La responsabilità di tale situazione è essenzialmente della NATO, che più che un'alleanza difensiva si evidenzia essere il braccio armato di una dimensione euro atlantica a guida statunitense.
La guerra di aggressione condotta dalla NATO nei confronti della ex Jugoslavia, nel 1999, ha dato il via alla globalizzazione degli interventi militari, tanti gli esempi possibili al riguardo (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, etc.) in aperta violazione oltretutto del cosiddetto diritto internazionale.
Il popolo italiano è tra quelli che subiscono condizionamenti molto forti dalla politica atlantista, volta a controllarne le scelte, e paga ad essa un prezzo molto alto: è costretta ad ospitare 150 basi militari, 70 testate nucleari, a sostenere la spesa di oltre 500 milioni di euro l'anno per la diaria dei circa 50000 soldati ed ufficiali nordamericani di stanza nelle basi militari USA, di circa 100 milioni di euro al giorno per le spese militari generali, di un'ulteriore spesa di circa un miliardo all'anno per finanziare le molteplici missioni militari all'estero al seguito delle guerre USA e NATO e per il riarmo.
All'Italia sostenere la NATO costa il 2% del proprio PIL, e già Trump chiede di giungere al 4% e di concorrere alle spese per la “guerra spaziale” per la quale ha dichiarato necessario attrezzarsi.

E' ORA DI DIRE BASTA, DI USCIRE DA UN SISTEMA DI GUERRA CHE CI DANNEGGIA SEMPRE PIÙ E CI ESPONE AL PERICOLO, TUTT'ALTRO CHE REMOTO, DI UNO SCONTRO GLOBALE.

La risposta non è la costruzione di una difesa europea comune, di un esercito europeo a sostegno di un'Unione Europea che si caratterizza sempre più per l'essere un blocco imperialista in formazione, un esercito, tra l'altro, che non sarebbe in alternativa alla Nato, agli USA, ma complementare ad essi, come da più parti sostenuto.
Serve dire no alla NATO, alle missioni militari all'estero, all'incremento delle spese militari, all'acquisto degli F35, serve riconvertire tali ingenti risorse a sostegno della spesa sociale.

SERVE DIRE NO AD OGNI ALLEANZA MILITARE, BATTERSI PER UN'ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA E SOCIALISTA IN ITALIA ED IN EUROPA, CONTRO L'IMPERIALISMO, BATTERSI PER UN MONDO LIBERO DAL CAPITALISMO, NEL QUALE SI REALIZZINO LE ASPIRAZIONI DEI POPOLI ALLA PACE, ALLA LIBERTÀ, ALLA GIUSTIZIA SOCIALE.
NO ALLA GUERRA, RITIRO DI TUTTE LE TRUPPE ITALIANE ALL'ESTERO,FUORI L'ITALIA DALLA NATO, FUORI LA NATO DALL'ITALIA!

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

lunedì 20 gennaio 2020

21 GENNAIO 1921 - NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA!


Sono trascorsi 99 anni da quel 21 gennaio 1921, nel quale a Livorno i comunisti e gli elementi di avanguardia della classe operaia italiana fondarono il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale comunista.
La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine, nel biennio 1919-20,  a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell'occupazione delle fabbriche: una situazione che trova ancor oggi il suo miglior commento in alcune pagine scritte, cinque anni dopo, da Antonio Gramsci sul quotidiano del partito, «l’Unità».
«L'occupazione delle fabbriche non è stata dimenticata dalle masse. […] Essa è stata la prova generale della classe rivoluzionaria. […] Se il movimento è fallito, la responsabilità non può essere addossata alla classe operaia come tale, ma al Partito socialista, che venne meno ai suoi doveri, che era incapace e inetto, che era alla coda della classe operaia e non alla sua testa. […] Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. […] Non furono occupate le ferrovie e la flotta. […] Non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati, che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista» («l'Unità», 1° ottobre 1926).
«Il proletariato era troppo forte nel 1919-20 per assoggettarsi più oltre passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli interiormente, perché il Partito socialista non era che un amalgama di almeno tre partiti» («l'Unità», 26 settembre 1926).
Non è un discorso di ieri. E' un discorso che riguarda direttamente la classe operaia italiana di oggi, una parte della quale continua a identificarsi politicamente e organizzativamente in partiti con un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo, che seminano oggi le peggiori illusioni: nessuna prospettiva di rottura rivoluzionaria con il sistema istituzionale dello Stato borghese e con la sua falsa democrazia parlamentare.
Il Gramsci di ieri è più attuale che mai: «Che cosa ci sta a fare il massimalismo, questo terzo incomodo? O  con la socialdemocrazia o col comunismo. […] Finché la borghesia esiste è naturale e inevitabile che essa, attraverso i propri agenti più svariati, introduca di continuo nella classe operaia la propria ideologia a contaminare e a deviare l'ideologia proletaria. La scissione risoluta e netta da tale ideologia è inevitabile e assolutamente necessaria. Prima dividersi, ossia dividere l'ideologia rivoluzionaria dalle ideologie borghesi (socialdemocrazia di ogni gradazione); poi unirsi, ossia unificare la classe operaia intorno all'ideologia rivoluzionaria» («L'Unità», 9 gennaio 1926).
I partiti comunisti, negli anni ’20 del secolo scorso, nacquero in aperta rottura col revisionismo di quel periodo storico.
Nel 1921, al momento della nascita del Partito Comunista d’Italia, l’omogeneità ideologica dei suoi dirigenti e militanti non era ancora completa. Ma, sotto la guida della Terza Internazionale e attraverso quello che fu allora chiamato il processo di «bolscevizzazione», l’assimilazione del leninismo fu sostanzialmente raggiunta fra il 1924 e il 1927, e il Partito, con le tesi del suo Terzo Congresso, poté darsi alfine una piattaforma conseguentemente internazionalista e rivoluzionaria.
Oggi in Italia gli autentici comunisti, attraverso il confronto, il dibattito aperto, la critica e l’autocritica, debbono lottare per raggiungere la loro unità ideologica e politica sulla base del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario, assieme al legame sempre più stretto con gli elementi più coscienti ed avanzati della classe operaia e con le loro lotte.

giovedì 16 gennaio 2020

UNIAMO LE LOTTE ATTORNO AD UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA E RIVOLUZIONARIO!

Un governo padronale di cartapesta si regge sul sostegno di Maurizio Landini, a tutto vantaggio di Matteo Salvini (e Meloni). L'intero scenario politico si riassume in questa verità

Editoriale del nuovo numero di Unità di Classe

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

IL CAPITALE INGRASSA, I LAVORATORI PAGANO

Quanto alle politiche di bilancio, hanno onorato fedelmente i patti europei. Quattordici miliardi versati nel Fondo europeo di stabilità, una cassa di mutuo soccorso del capitale finanziario di tutta Europa a carico dei lavoratori di tutta Europa. Ventitré miliardi per disinnescare le clausole Iva nel 2020, ed altri quarantasette miliardi per disinnescare quelle del 2021 e 2022, in omaggio alle richieste dei creditori. Altri sette miliardi versati in forme diverse nel portafoglio delle imprese, le stesse che nel solo 2019 hanno fatto in borsa 21 miliardi di capitalizzazione e dividendi, cui si aggiungono un altro miliardo di soldi pubblici a beneficio dei grandi azionisti della Banca Popolare di Bari, ed altri miliardi annunciati a vantaggio di quegli acquirenti privati di ex Ilva e Alitalia, che già pongono come condizione d'acquisto nuove migliaia di esuberi e licenziamenti.
Chi paga il conto di tanta manna? I lavoratori e le lavoratrici: penalizzazione dei contratti pubblici, nulla su scuola e università, nulla in fatto di investimenti pubblici in opere sociali e risanamento ambientale (alla faccia della retorica sul clima!), mentre si fanno altri quattordici miliardi di deficit sul mercato finanziario da ripagare in futuro con tagli annunciati. Il tutto mascherato come in passato da piccole mance caritatevoli: una riduzione irrisoria del cuneo fiscale senza che i padroni versino un euro, il pannicello caldo del superamento del superticket in una sanità pubblica che resta allo sfascio, i bonus per gli asili nido in un paese che non conosce asili in quasi tutto il Mezzogiorno. L'unica differenza è che le mance sono più esigue di quelle non meno ingannevoli del passato.

MAURIZIO LANDINI, LA GUARDIA DEL CORPO DI CONTE

Il punto è che tutta questa politica non si regge sulla forza politica del governo. Il governo è anzi sotto ogni profilo un governo dai piedi di argilla che vive alla giornata, preso in ostaggio dalla disgregazione interna del M5S, dai rilanci destabilizzanti di Matteo Renzi, dalla crisi irrisolta del PD. La politica padronale si regge sulle spalle della sinistra. Di tutta la sinistra parlamentare, a partire da Sinistra Italiana di Fratoianni, che aveva giurato sei mesi fa “mai più col PD” e che oggi si ritrova al governo con Renzi. Ma soprattutto della burocrazia dirigente della CGIL, Maurizio Landini in testa, che offre al governo la propria ciambella di salvataggio attraverso l'ennesima proposta di “patto col governo e con le imprese”, un rilancio in grande stile della concertazione con l'avversario. Per di più nel momento in cui il governo perpetua tutte le misure di precarizzazione del lavoro, e i padroni rifiutano persino di discutere gli aumenti contrattuali rivendicati dai metalmeccanici. Il tutto accompagnato dalla rinuncia a qualsiasi mobilitazione vera, mascherata con la farsa innocua di qualche comizio ad uso telecamere.

Ecco, il governo del capitalismo italiano si regge su Maurizio Landini. Quello che dieci anni fa era l'eroe della sfida a Marchionne e che tutta la sinistra cosiddetta radicale (non noi) elevava a feticcio è diventato la guardia del corpo di Conte. E purtroppo la prostrazione umiliante della CGIL non ha solamente conseguenze sindacali, ma politiche, e di prima grandezza. Alimenta la ripresa di Salvini, e la scalata di Meloni, presso larghi settori di classe lavoratrice. E priva i movimenti democratici contro Salvini (le “sardine”) di un riferimento sociale di classe favorendo la loro subordinazione al PD.
Non c'è svolta possibile dello scenario italiano senza chiamare in causa la politica della burocrazia CGIL. Non è una questione sindacale, ma politica. Salvini non avrebbe la forza che ha tra i lavoratori senza il lasciapassare, a suo tempo, alla legge Fornero. Né oggi conoscerebbe la ripresa che ha senza la politica subalterna e passiva della principale organizzazione di massa del movimento operaio italiano.

PER UNA PIATTAFORMA DI LOTTA GENERALE, PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

Occorre dunque un cambio di rotta e direzione. Questo cambio va costruito in ogni singola lotta di resistenza, spesso oggi isolata e abbandonata a sé stessa. Ma va costruito anche e soprattutto dando battaglia ovunque per un'altra prospettiva generale. La grande lotta dei ferrovieri, degli insegnanti, degli infermieri, in Francia, nonostante anche lì una (diversa) resistenza delle burocrazie, indica le potenzialità di una alternativa. È falso che i lavoratori sono deboli, che le lotte siano destinate alla sconfitta. È vero invece che 17 milioni di salariati in Italia sono una forza enorme, che va semmai organizzata e impiegata, facendo emergere una piattaforma di lotta unificante, ponendo il tema di uno sciopero generale prolungato per sostenerla e di una grande assemblea nazionale di delegati eletti per approvarla. Il PCL si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione sindacale di classe perché questa alternativa emerga, conquisti settori crescenti dell'avanguardia, sappia imporsi all'attenzione della grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici.
È necessario che il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, emerso dalla grande assemblea del 7 dicembre, investa in questo lavoro. Finalmente si è prodotto un fatto unitario a sinistra, contro la logica settaria della frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, o peggio ancora di veti incrociati e preclusioni reciproche. Ma ora occorre che l'unità d'azione diventi per l'appunto azione. Le campagne unitarie per la riduzione dell'orario, per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano ed inquinano, per la cancellazione dei decreti sicurezza, per il ritiro delle missioni militari, possono dare un contributo importante, se sono sviluppate in una direzione coerentemente anticapitalista e se sono investite in una battaglia vera, concentrata, di massa in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato di classe, in ogni movimento progressivo.
Come PCL ci batteremo per questo. Abbiamo contribuito in modo determinante alla nascita del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione, contro resistenze settarie o timidezze. Ci batteremo ora con ugual vigore perché il campo dell'unità d'azione si allarghi e perché cresca nell'avanguardia l'influenza politica di un programma di rivoluzione.
La costruzione e il rilancio del Partito Comunista dei Lavoratori sono per questo tanto più indispensabili.
La ritirata è finita. Inizia una stagione nuova.

Marco Ferrando

martedì 14 gennaio 2020