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mercoledì 9 settembre 2020

SI PREPARA LO SCONTRO SOCIALE D'AUTUNNO

Classe contro classe. Forza contro forza. Contro il fronte unico padronale costruiamo insieme il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici




La burocrazia sindacale farà di tutto per evitare lo scontro sociale, i padroni faranno di tutto per usare la burocrazia sindacale come ammortizzatore delle lotte, il governo farà di tutto per avere l'appoggio della burocrazia sindacale. Solo una lotta dal basso, attraverso un fronte unico di massa, può rompere i loro piani e aprire un nuovo scenario politico


La ripresa politica in Italia è segnata da molte incognite: l'evoluzione della pandemia, la riapertura della scuola, le elezioni regionali e il referendum istituzionale del 20-21 settembre. L'incrocio di questi fattori indirizzerà lo scenario generale, a partire dalla tenuta o meno del governo.

Tra tante incognite, tuttavia, vi è una certezza: il grido di guerra di Confindustria attorno alla propria piattaforma di classe. Ulteriore abbattimento delle tasse sulle imprese, finanziato dalla cancellazione o riduzione delle protezioni sociali (la cosiddetta «pioggia di misure assistenziali»); piena libertà di licenziare, sino a cancellare un milione di posti di lavoro secondo l'esplicita stima di Bonomi (libertà peraltro già avviata col Decreto di agosto); abrogazione di ciò che resta dei contratti nazionali di lavoro, a partire dal rifiuto dello scambio («novecentesco») tra orario e salario: in parole povere, niente aumenti salariali generali e incremento del carico di lavoro azienda per azienda. Più miseria, più sfruttamento.

Questa piattaforma è talmente brutale da non richiedere alcun commento. I capitalisti vogliono scaricare sulla società i costi della crisi economica e sanitaria.

I padroni hanno già ottenuto molto dal governo PD-M5S: continuità della produzione in assenza di condizioni di sicurezza; mancata chiusura delle zone rosse nella bergamasca per garantire la continuità produttiva, con conseguente moltiplicazione di contagi e di morti; garanzie pubbliche sui crediti bancari per decine di miliardi a partire da FCA; pagamento di milioni di salari (tagliati) attraverso la cassa integrazione; ricorso alla cassa anche in assenza di crisi aziendale (un furto compiuto dal 30% delle imprese); il taglio della prima tranche dell'IRAP per 3,5 miliardi, in previsione della sua abolizione totale con la prossima legge di stabilità (13,4 miliardi); il taglio dei contributi per le imprese che operano nel Sud esteso persino ai contratti a termine...
Però ora i padroni vogliono tutto. L'emergenza è per loro la leva dello sfondamento sociale. La libertà di licenziare diventa la loro bandiera unificante.

Non è una dinamica solo italiana. I padroni francesi e spagnoli avanzano le stesse richieste ai propri governi.
Il governo “di sinistra” di Madrid ha appena siglato un nuovo patto della Moncloa con le organizzazioni padronali e le burocrazie sindacali, all'insegna del “siamo tutti sulla stessa barca”. Il vicepresidente del Consiglio Pablo Iglesias ha dato la propria benedizione.
Dal canto suo, il governo francese ha disposto dieci miliardi di tagli fiscali strutturali a vantaggio dei profitti, col plauso entusiasta della MEDEF (la Confindustria d'oltralpe) e l'invidia malcelata dei padroni italiani. Il riarmo industriale della Francia insidia la nostra seconda posizione nel panorama dell'industria europeo, sostiene allarmato Il Sole 24 Ore. È la richiesta del “fare come in Francia”. Non è un pretesto propagandistico, è la legge del mercato capitalista, anche nella fraterna UE.


CONFINDUSTRIA PERSEGUE IL FRONTE UNICO PADRONALE

Ma in Italia c'è una novità particolare: l'avvento alla testa del padronato di un nuovo stato maggiore. Uno stato maggiore che non si accontenta di ciò che ha ottenuto ma persegue una restaurazione sociale radicale, e per di più mira a ricomporre attorno a tale disegno l'intero blocco sociale dominante. Carlo Bonomi applica a modo suo la politica del fronte unico. La lettera inviata ai presidenti delle associazioni di categoria è emblematica: marciamo uniti, facciamo testuggine. Le poche aziende alimentari (Ferrero, Danone, Barilla) che hanno accordato un aumento salariale – la miseria di 119 euro – hanno sbagliato e sono richiamate all'ordine. La gestione delle relazioni industriali viene centralizzata e avocata attorno a una linea di rigore padronale intransigente.

La nuova linea di Confindustria denuda la subalternità delle burocrazie sindacali. Mai è apparso tanto ampio il divario di determinazione tra direzione padronale e direzione sindacale.
La burocrazia sindacale aveva siglato il 9 marzo 2018 il famoso “patto per la fabbrica”, che completava i vecchi accordi del 10 gennaio 2014. Il patto concedeva ai padroni l'amputazione del contratto nazionale mettendo i salari a rimorchio dell'IPCA, e allargando la partita di scambio a livello aziendale tra salario e produttività. Ora la nuova direzione confindustriale vuole andare all'incasso di quanto pattuito. “Se assumiamo a riferimento il codice IPCA, siamo noi in credito coi sindacati” dichiara Bonomi. Non solo non vi è margine per aumenti salariali generalizzati, ma semmai sono i salariati che debbono restituire qualcosa ai padroni. Tanto più a fronte della nuova grande crisi.

La burocrazia non sa come uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata. Alcune piattaforme contrattuali di categoria, nelle rivendicazioni salariali, scavallano l'IPCA. È il caso della piattaforma dei metalmeccanici, che chiede l'aumento dell'8% sui minimi tabellari. I padroni fanno muro sulla richiesta. Cosa vuol fare a questo punto la burocrazia FIOM e CGIL? Per ora, di fatto, scena muta. Nessuna iniziativa di lotta, nessuna mobilitazione reale, al di là delle chiacchiere. La sola soluzione che forse intravede è quella di ottenere dal governo una defiscalizzazione degli aumenti contrattuali, che è come mettere sul conto della generalità dei salariati i pochi spiccioli degli eventuali aumenti per sgravare i profitti, e al tempo stesso provare a dire agli operai che si è vinto. Non si può escludere che i padroni concedano alla burocrazia qualche foglia di fico firmando contratti pro forma. Ma innanzitutto l'operazione richiede il coinvolgimento dell'esecutivo, e il quadro politico incerto non dà garanzie. E in ogni caso il padronato non si accontenterebbe di questa soluzione, perché vuole affermare la propria piattaforma complessiva: ottenere mano libera nella gestione di orari e salari in fabbrica, innanzitutto la libertà di licenziare.
Il cerino resta dunque nella mano della burocrazia.

Maurizio Landini consuma la crisi della propria linea. Tutta la sua politica nell'ultimo anno ha mirato alla concertazione col governo, di cui la CGIL è oggi il principale sostegno. Gli accordi stipulati con il padronato sulla sicurezza per bloccare gli scioperi di marzo videro il governo come garante per volontà della CGIL. Confindustria ne fu la beneficiaria, più che il diretto soggetto negoziale. E del resto la trattativa tra imprese e prefetture, che l'accordo stesso prevedeva, lasciava ai padroni mano libera, con tutto ciò che questo ha comportato. Ma ora Confindustria non vuole più stare nel ruolo di terzo incomodo, perché punta al tavolo di comando di ogni negoziato; chiede soprattutto che il negoziato avvenga attorno alla propria piattaforma generale. Confindustria vorrebbe a questo fine la sponda forte di un governo Draghi al posto del claudicante governo Conte. Ma la presenza di un governo fragile non solo non spinge i padroni a indietreggiare, ma li motiva una volta di più a fare di testa propria.

Ciò non significa che il padronato persegua una linea di scontro con la burocrazia. Il timore di una rivolta sociale continua a tormentare i padroni. Le direzioni sindacali possono essere decisive per disinnescarla. Da qui la proposta loro rivolta di una riedizione aggiornata del patto per la fabbrica che coinvolga i sindacati nell'offensiva antioperaia. L'unico dato certo è la volontà dei padroni di vincere.


CLASSE CONTRO CLASSE

Su questo terreno generale si pone oggi l'esigenza del fronte unico di classe. Se il padronato stringe le file attorno alla propria piattaforma, la classe operaia deve rispondere con una politica uguale e contraria. La parola d'ordine imposta dallo scenario politico è quella della più ampia unità d'azione di tutte le organizzazioni di classe, sindacali e politiche, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente dei lavoratori, che punti a ricomporre attorno a sé un blocco sociale alternativo.
Tredici milioni di lavoratori e lavoratrici, su diciassette milioni di salariati, sono in attesa di contratto: dieci milioni nel privato, tre milioni nel pubblico, complessivamente una forza enorme. Questa forza va usata. Per usarla è necessario unirla attorno a rivendicazioni comuni che travalicano i confini di categoria e rispondono a un interesse generale.

Blocco dei licenziamenti. Nazionalizzazione delle aziende che licenziano senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo operaio. Ripartizione generale del lavoro che c'è attraverso una drastica riduzione dell'orario a parità di paga (30 ore pagate 40). Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità a partire dalla sanità, dalla scuola, dall'ambiente. Tassazione progressiva delle grandi ricchezze finanziarie e immobiliari.

Un programma troppo radicale? Non è meno radicale del programma di Bonomi e dei padroni. Semplicemente, è di segno opposto. Classe contro classe, forza contro forza. La burocrazia sindacale farà di tutto per evitare uno scontro sociale pur di sostenere un governo borghese traballante e recuperare le buone relazioni coi padroni. I padroni faranno di tutto per usare la burocrazia sindacale come ammortizzatore delle lotte, come già nella scorsa primavera. Il governo farà di tutto per custodire l'appoggio politico della burocrazia sindacale. Ogni attore svolgerà il proprio ruolo nella partita che si apre. Ma non tutto può essere sempre deciso nelle alte sfere. A volte è l'irruzione di una lotta dal basso che può rompere i piani e squadernare il gioco. Di certo solo per questa via si può aprire il varco per un nuovo scenario politico.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ci impegneremo in ogni lotta e in ogni fronte unitario di avanguardia per sostenere la proposta del fronte unico di classe e di massa nella prospettiva di una alternativa anticapitalista. L'unica alternativa vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 8 settembre 2020

REFERENDUM. CONTRO LA TRUFFA POPULISTA

Intervista del quotidiano La Repubblica a Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori




L'anticapitalistmo dice No al referendum sul taglio dei parlamentari del 20 e 21 settembre. E Marco Ferrando, portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori di ispirazione trotskista, spiega così le sue ragioni: "Ci sembra una truffa populista. Questa legge di marca grillina si pone nel lungo solco del populismo reazionario degli ultimi venti anni, che come tratto distintivo ha il disprezzo della rappresentanza".

Ferrando, per voi la democrazia non si misura con il numero dei parlamentari.
Il contenuto della legge costituzionale proposta ha il segno dell'antiparlamentarismo reazionario, di cui si è nutrito l'intero corso della seconda Repubblica, alimentando l'antipolitica.

Il populismo anti-casta è dunque un diversivo?
"Esatto, si è cercato di dirottare contro i politici e i parlamentari una rabbia sociale legata all'austerità e ai sacrifici subiti dai lavoratori per evitare che si rivolgesse contro le classi dominanti del Paese: banchieri, azionisti e capitalisti".

La rappresentanza democratica è subordinata alla governabilità?
Sì il governo è tutto, il parlamento è nulla e questa campagna per il taglio delle poltrone è figlia di questo lungo corso politico che ha mascherato e giustificato una politica antioperaia e antipopolare.

Perché tutti i partiti di governo hanno votato a favore di questa legge?
Perché sono sono tutti i partiti che si sono alternati in questi anni a gestire politiche di austerità e sacrifici contro la maggioranza della società. E che non potendo raccogliere consenso su queste politiche hanno dovuto ricorrere ai diversivi populisti che hanno come tratto comune il disprezzo della rappresentanza. Grillismo, renzismo e salvinismo sono il prodotto di questa lunga stagione reazionaria.

Anche il centrosinistra ha avallato il populismo di Lega e M5S?
Il centrosinistra è stato uno degli artefici e promotori della seconda Repubblica di leggi elettorali maggioritarie che rinunciano al principio della rappresentanza. E l'hanno fatto per legittimare istituzionalmente governi di minoranza.

Nel PD però ci sono molte voci contrarie.
Sono maldipancia fisiologici dei liberal-borghesi dopo che si sono inchinati e piegati a campagne pupuliste e reazionarie. In alcuni casi vedo anche calcoli meramente autoconservativi. Pd, LeU e Sinistra Italiana hanno fatto una conversione a U cambiando il no alla legge grillina, salviniana, meloniana e forzitaliota pur di governare con il M5S.

Il M5S sta implodendo?
Scusi il gioco di parole, ma da forza antisistema il M5S è diventato il partito di governo buono per tutti i governi, pur di essere al governo. Il trasformismo politico dei cinquestelle e del presidente Conte è un pezzo di letteratura politica.

Il vostro no si distingue dagli altri?
Il nostro no si distingue nettamente da quello di forze borghesi liberali o di sinistra riformista. Noi non ci identifichiamo nella cosiddetta 'Repubblica democratica', ovvero nelle istituzioni dello Stato democratico-borghese. Noi siamo per la democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, in cui nessun eletto abbia un privilegio sociale, come nella tradizione dei consigli operai.

Ci sarete anche voi domenica 12 in piazza Santi Apostoli a Roma?
Non abbiamo aderito alla comitato nazionale per il No, ma distribuiremo il nostro volantino.

L'emergenza Covid ha rafforzato il governo a scapito del Parlamento?
I cosiddetti dpcm sono atti monocratici che diventano prassi vigente, un obbrobrio persino dal punto di vista costituzionale borghese che non è il mio. L'emergenza sanitaria rischia di diventare il volano di una valanga sulle condizioni materiali di vita delle persone come mai le nostre generazioni hanno vissuto dal Dopoguerra.

Monica Rubino

domenica 6 settembre 2020

CHI PAGA IL CONTO DELLA PANDEMIA?

Testo del volantino nazionale settembre 2020



Una enorme valanga si sta per abbattere sui lavoratori e le lavoratrici. La stessa legge del profitto che ha moltiplicato i morti della pandemia, coi tagli di vent'anni alla sanità pubblica, presenta ora il conto ai salariati.

Altro che “siam tutti sulla stessa barca”!

In questi mesi, capitalisti, grandi azionisti, uomini d'affari, hanno ottenuto un nuovo taglio di tasse e contributi; hanno beneficiato, a partire da FCA, di crediti bancari coperti da garanzie pubbliche per decine di miliardi; si sono serviti della cassa integrazione anche quando continuavano a macinare fatturato e profitti. Ora annunciano un’ondata di licenziamenti sino alla distruzione (dichiarata) di un milione di posti di lavoro, e il rifiuto di rinnovare i contratti a cinque milioni di lavoratori spesso con la paga falcidiata dalla cassa. Mentre 600.000 precari sono già stati buttati su una strada e centinaia di migliaia di lavoratrici sono state costrette a rinunciare al lavoro nel lockdown per accudire i figli in assenza di asili.
L'emergenza sanitaria è ormai la coperta che giustifica ogni arbitrio nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.

Parallelamente, la famosa pioggia di miliardi annunciati dal governo e dall'Unione Europea e presentati come “la fine dell'austerità” si rivela per quello che è: un nuovo gigantesco debito pubblico, nazionale ed europeo. Soldi ricavati vendendo titoli pubblici alle banche e da ripagare alle banche che li hanno comprati. Soldi messi sul conto dei salariati. Quelli che le tasse le pagano, che non dispongono di paradisi fiscali, che già hanno pagato con trent'anni di sacrifici il debito pubblico col capitale finanziario.
E tutto questo perché? Per tutelare i profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni. Quelli che si sono arricchiti sul precariato, il super sfruttamento, la cancellazione dei diritti, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo.

La pandemia ha rivelato agli occhi di tutti il massacro degli ultimi trent'anni e i suoi disastri.
Servizi sanitari ridotti a colabrodo, senza posti letto, senza infermieri, senza medicina territoriale, mentre la sanità privata sbarca in Borsa con profitti da favola e lascia i dipendenti senza contratto da 14 anni. Così la scuola, che non sa come riaprire in sicurezza, perché mancano insegnanti, mancano aule, i mezzi di trasporto locale sono stati tagliati e privatizzati. Né i Comuni possono venire in soccorso perché hanno dismesso il patrimonio pubblico per ovviare ai tagli e pagare anch'essi il debito alle banche.

Tutto questo ha un nome: si chiama capitalismo. Un'organizzazione fallita della società, che non ha più niente da dare ma solo da togliere.

È allora necessario dire basta! È ora di unire in una lotta sola tutte le lotte di resistenza. È ora di contrapporre al programma del padronato un programma di segno uguale e contrario:

·         Blocco dei licenziamenti
·         Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori
·         Ripartizione fra tutti del lavoro che c'è attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore pagate 40
·         Grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti pubblici, nel risanamento ambientale
·         Tassazione progressiva dei profitti e dei grandi patrimoni
·         Cancellazione del debito pubblico verso le banche e nazionalizzazione di quest'ultime

Solo queste misure possono segnare una svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzarle. Solo la generalizzazione della lotta può aprire dal basso questa prospettiva.

sabato 5 settembre 2020

CILE, LA TRAGEDIA DEL RIFORMISMO




Il 4 settembre 1970 la vittoria di Allende (prima parte)

A cinquant'anni dalla vittoria di Unidad Popular in Cile, ripubblichiamo un'approfondita analisi di Tiziano Bagarolo, scritta in occasione dei trent'anni dal golpe del 1973.



1. L'"ALTRO" 11 SETTEMBRE

Trent’anni fa in Cile, l’11 settembre del 1973, un colpo di Stato militare di inaudita violenza, ispirato e preparato con la collaborazione della CIA, rovesciava il presidente eletto Salvador Allende e il legittimo governo dell’Unidad Popular e instaurava una dittatura feroce e totalitaria.

Il golpe cominciò all’alba nella città portuale di Valparaiso. Si mosse per prima la Marina, secondo i piani prestabiliti, occupando il porto e la città. Informato di questi sviluppi, Allende si precipitò alla Moneda, il palazzo presidenziale nel centro di Santiago. Si rivolse attraverso la radio ai cileni e in particolare ai lavoratori per invitarli alla vigilanza e alla fermezza. Eppure mostrava ancora di prestar fede alle rassicurazioni appena ricevute da Pinochet che negava il coinvolgimento dell’Esercito nella sedizione. Solo alle 9 meno un quarto, quanto ormai anche la Moneda era circondata dai carri armati dell’Esercito e la Forza aerea si apprestava a bombardare il palazzo, Allende si arrese all’evidenza. A questo punto, con coraggio e dignità, dopo aver rifiutato la proposta dei golpisti di un salvacondotto per lasciare il paese, il compañero Presidente, armi alla mano, si apprestò a resistere e a morire, per dare una lezione morale ai generali “codardi, felloni e traditori”.

Se la sorte di Allende si compì in poche ore – e non è molto importante stabilire se si suicidò per non cadere nelle mani dei militari o fu da questi “suicidato”, annientare l’avanguardia di quella classe operaia che aveva osato troppo, per spezzare la volontà di resistenza delle masse, richiese invece molto più tempo e una barbarie confrontabile a quella del regime nazista o di quello franchista negli anni trenta del secolo scorso. Al riparo di uno stato d’assedio durato quasi cinque anni, in Cile furono uccisi, imprigionati, torturati, fatti scomparire, licenziati, esiliati (e perseguitati anche all’estero dalla famigerata polizia segreta del regime) migliaia e migliaia di quadri e attivisti della sinistra e delle organizzazioni popolari. Si aprirono in Cile 160 campi di concentramento e i primi furono gli stadi.

Purtroppo i “gorilla” di Santiago e i loro mandanti raggiunsero i loro obiettivi. Il movimento operaio cileno fu rimandato indietro di decenni. Ciò consentì un radicale esperimento “neoliberista” che avrebbe cambiato in profondità il paese e sarebbe diventando un “modello” ben oltre l’America latina. Ancora oggi, a tredici anni dalla fine del regime militare, la cosiddetta “democrazia” cilena è posta sotto la tutela dei militari al punto che non è ancora possibile perseguire e punire i crimini della dittatura.

Eppure il governo di Allende era tutto fuorché un governo rivoluzionario. Si era insediato attraverso regolari elezioni e il voto del parlamento. Agiva nel pieno rispetto della costituzione. Cercava costantemente accordi con l’opposizione borghese e in particolare con la Democrazia cristiana. Le principali riforme che stava attuando erano la riforma agraria che era stata deliberata dal precedente governo democristiano e la nazionalizzazione delle miniere del rame in mano alle multinazionali nordamericane che era stata votata dal parlamento all’unanimità! Addirittura, per ulteriore garanzia, Allende aveva fatto entrare nel governo i massimi rappresentanti delle Forze armate alle quali non aveva lesinato autonomia e privilegi.

Il governo della Unidad Popular era insomma un governo di collaborazione di classe, non si proponeva di costruire il socialismo espro­priando la borghesia e togliendole il potere statale, ma soltanto di modernizzare le strutture economiche e sociali del paese e di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari che erano ancora quelle tipiche di un paese arretrato e dipendente del terzo mondo. Il modello politico che l’Uni­dad Popular cercava di applicare era il “fronte popolare”, ossia un’alleanza delle forze operaie con settori pretesi “avanzati” della classe dominante allo scopo di realizzare un programma di riforme democratiche, non di realizzare il socialismo.

Perché allora un tale esito? Perché una repressione così spietata e una dittatura così prolungata? Che cosa è accaduto perché un movimento operaio in grado di conquistare il governo del paese subisse una così improvvisa e tragica disfatta?

Rispondere a queste domande significa ricostruire e fare il bilancio di un’esperienza storica di grande significato, e non solo per il movimento operaio cileno o latinoamericano. In Italia, come è noto, la tragedia cilena fornì lo spunto all’allora segretario del PCI per teorizzare il “compromesso storico”, ossia la ricerca di accordo organico con il principale partito della classe dominante (1). Cercheremo di rispondere a questi interrogativi nelle pagine che seguono, ricostruendo l’origine, gli sviluppi e lo sbocco finale della crisi rivoluzionaria vissuta dal Cile tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta del secolo scorso. E cercando, dopo la ricostruzione storica, di fare il bilancio politico e storico della vicenda di Allende e dell’Unidad Popular.


2. UNA CRISI CHE MATURA DA UN DECENNIO

L’esperienza dell’Unidad Popular si sviluppa sulla sfondo di eventi sia interni sia internazionali di grande portata. La vittoria di Allende alle presidenziali il 4 settembre del 1970 è lo sbocco di una parabola di ascesa delle lotte e della combattività della classe operaia e degli altri settori sfruttati e oppressi della società cilena che data da almeno un decennio. Questa ascesa, a sua volta, ha come sfondo una situazione internazionale che vede ovunque rimessi in discussione gli equilibri precedenti. Il 1968 è l’anno del Maggio francese, del Tet vietnamita, della “primavera” praghese; il 1969 è quello dell’autunno caldo italiano, del “Cordobazo” argentino e di grandi lotte operaie in Uruguay; il 1971 è l’anno dell’asamblea popular in Bolivia. Più in generale non va dimenticato che gli anni sessanta sono segnati in America latina dall’influenza della rivoluzione cubana.

In Cile il decennio si chiude con la crisi dell’ambizioso tentativo riformista borghese rappresentato dal governo del presidente democristiano Eduardo Frei, nato sull’onda della kennediana “Alleanza per il progresso” (2). Ed è proprio da questo fallimento del riformismo borghese che occorre prendere le mosse per comprende il successo di Allende e la crisi rivoluzionaria che si sviluppa in Cile all’inizio degli anni settanta.


Il riformismo borghese della DC e la sua crisi

La DC cilena era nata a metà degli anni cinquanta guardando ai modelli delle DC europee al governo in Italia e in Germania e ispirandosi ideologicamente alla dottrina sociale della chiesa. Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta essa si afferma del panorama politico cileno come una forza ad un tempo riformista e moderata, che si contrappone sia al liberalismo borghese sia al socialismo del movimento operaio, che si dichiara apertamente per la collaborazione di classe in opposizione alla lotta di classe “marxista” e si rivolge non solo ai ceti medi e agli intellettuali ma anche alla base sociale della sinistra, cioè alle masse operaie e ai contadini. Al di là dell’ideologia, la DC si presenta soprattutto come una carta di ricambio per la classe dominante, in sintonia con le promesse dell’“Alleanza per il progresso”, nel momento in cui si delinea l’ascesa delle lotte sociali, la crisi dei vecchi equilibri e l’usura dei tradizionali strumenti di dominio.

Le elezioni presidenziali del 1958, che hanno visto prevalere il candidato conservatore Jorge Alessandri per pochi punti percentuali sul candidato delle sinistre Salvador Allende, convince Washigton a puntare a fondo sulla carta democristiana. Così, nel 1964, ad Allende si contrappone il democristiano Eduardo Frei come unico candidato di un fronte borghese che comprende, oltre alla DC, i tradizionali partiti liberale e conservatore. Frei si presenta con lo slogan “Revolución en Libertad” e un programma riformista: riforma agraria, “cilenizzazione” del rame, investimenti per sostenere il mercato interno e le esportazioni, modernizzazione delle strutture statali, ecc. Frei conquista la maggioranza assoluta con il 56% dei voti, ma Allende e il fronte delle sinistre (Frap, Frente de Acción Popular) arrivano al 39% (il 5% va a un terzo candidato, il radicale Duran) (3).

Con l’appoggio di Washington, che autorizza prestiti al Cile per varie decine di milioni di dollari (4), Frei attua buona parte del suo progetto. Punto saliente è la nazionalizzazione delle risorse minerarie del paese, ovviamente con congrui indennizzi per le società straniere espropriate. La principale ricchezza del Cile è il rame. Frei intende acquisire subito il 51% del settore, che è quasi per intero in mano alle multinazionali statunitensi Anaconda Copper Mining e Kennecott Copper Co., e in un secondo momento di riscattare il restante 49% (5).

Con la riforma agraria, rivendicazione storica in Cile, Frei si propone due obiettivi: uno sociale, disinnescare una fonte di conflitto sociale creando una classe di contadini proprietari socialmente conservatori; e uno economico-produttivo, modernizzare il settore agricolo, estendendo l’utilizzo del suolo, aumentando la produttività, per ampliare il mercato interno quale base per lo sviluppo dell’industria nazionale (6). Nel 1965 il latifondo occupa in Cile quasi i tre quarti della superficie, con milioni di ettari di terreni lasciati incolti (7). La riforma fissa alle proprietà un tetto di 80 ettari di terra di buona qualità o una superficie equivalente (che nel caso di terreni cattivi, ad esempio di montagna, significa che la superficie può quintuplicarsi). Il resto deve essere redistribuito.

L’attuazione della riforma agraria provoca a Frei problemi crescenti. L’annuncio ha suscitato grandi aspettative fra i piccoli proprietari e i contadini senza terra, che si tramutano però rapidamente in scontento per la lentezza con cui la riforma procede (8). Nel contempo essa è violentemente contrastata dall’oligarchia latifondista, appoggiata dal neonato Partido Nacional (nato dalla fusione dei partiti conservatore e liberale), che non esita neppure di fronte all’assassinio dei funzionari statali incaricati della riforma. Insomma, più che riuscire a soddisfare i bisogni, le riforme di Frei hanno l’effetto di creare e legittimare le aspettative dei settori sfruttati e di stimolare lo sviluppo dei movimenti, mostrando così indirettamente che i bisogni e la volontà delle masse vanno oltre le compatibilità del riformismo borghese.


L’ascesa delle masse

Tra il 1965 e il 1969 si verifica un crescendo di scioperi contadini e di occupazioni di terre e si sviluppa il processo di sindacalizzazione (9); si rafforzano inoltre i legami fra i braccianti agricoli e gli operai industriali e si realizzano anche episodi di autodifesa delle lotte. A partire dal 1966 si rianima anche il proletariato urbano e delle miniere e si mobilitano i lavoratori del settore pubblico. Si succedono episodi di lotte prolungate e di occupazioni di fabbriche a cui il governo dà una dura risposta repressiva (10). Si sviluppano le lotte dei pobladores (abitanti dei quartieri poveri), in particolare dei senza casa, con una crescente partecipazione delle donne e la nascita di organizzazioni di base.

Malgrado i tentativi di divisione sindacale e la dura repressione (11), l’ascesa delle masse non si interrompe e coinvolge sempre nuovi settori. Il progetto di riforma universitaria provoca la nascita di un vivace movimento studentesco (12).

Nel contempo, a partire dal 1967, si deteriora il quadro economico, anche per la caduta del prezzo mondiale del rame, la principale voce delle esportazioni cilene. Nel 1969-'70 l’inflazione sfiora il 30% e la disoccupazione tocca il 7% a Santiago e supera il 10% nel resto del paese. Gli investimenti esteri e la presenza straniera (in particolare statunitense) continuano comunque a crescere; in particolare in settori industriali dinamici come l’automobile, la metallurgia, il petrolio, l’elettrico e la cellulosa, sostanzialmente controllati dal capitale estero. La crisi sfocia in una recessione che vede inutilizzato il 30% degli impianti. Cresce inoltre in modo esponenziale il debito estero: da meno di 1,9 miliardi di dollari nel 1964 a quasi 3,9 miliardi di dollari nel 1970.

I settori della destra cilena, che pure avevano inizialmente sostenuto Frei, cominciano a voltargli le spalle e a invocare un’alternativa conservatrice dai toni sempre più oltranzisti. Si distingue a questo proposito il principale quotidiano borghese, “El Mercurio”. Non mancano voci che cominciano a chiedere l’intervento dei militari (lo stesso Frei, per altro, ha legittimato il coinvolgimento in politica delle Forze armate istituendo il Consiglio superiore di sicurezza nazionale, composto dal ministro della difesa e dai vertici delle Forze armate). La destra accusa Frei sempre più rumorosamente di “aprire la strada al comunismo” (13).

Cade in questo clima, nell’ottobre del 1969, il fallito pronunciamento militare del generale Roberto Viaux e del Regimiento Tacna di Santiago, non distante dalla Moneda. Frei fa apello al popolo, la Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) dichiara lo sciopero generaale. Gli ammutinati di Tacna cedono senza combattere; le loro richieste economiche, comunque, sono accolte; il generale Viaux è semplicemente collocato a riposo. Viene nominato nuovo comandante in capo dell’Esercito il generale René Schneider.

Questi sviluppi hanno un riflesso anche a livello elettorale. La DC, che aveva conquistato il 42,5% nelle elezioni legislative del 1965, scende in quelle del 1969 al 31,1%; mentre si verifica un’avanzata dei partiti di sinistra e un successo a destra del Partido Nacional. In seno alla DC si delineano differenziazioni crescenti; mentre un settore moderato, preoccupato per la stabilità e l’ordine, guarda a destra, settori riformisti più legati alla base operaia e contadina, insoddisfatti delle incertezze di Frei, propugnano un approfondimento delle riforme. Uno di questi settori rompe nel 1969 con il partito e fonda il MAPU (Movimiento de Acción Popular Unitario) che si dichiara marxista e anticapitalista e si orienta verso l’Unidad Popular.

La polarizzazione politica tocca anche il Partido Radicale, storica formazione borghese progres­sista: mentre un settore si unisce alla destra, un altro rompe a sinistra formando Democracia Radical.

Avvicinandosi le presidenziali del settembre 1970, il bilancio del riformismo democristiano non può essere più disastroso. Da un lato la DC si avvia alla sconfitta, dall’altro i conflitti sociali e politici si vanno radicalizzando: le masse operaie e contadine, i pobladores, tutti gli strati sfruttati della società cilena vogliono di più e subito, mentre le classi dominanti, sempre più divise, stanno perdendo il controllo della situazione e si ritirano spaventate dai propri stessi propositi riformisti. Settori crescenti, anzi, guardano alla destra e ai militari come agli unici strumenti utilizzabili per una rapida restaurazione dell’ordine e dei propri privilegi.

Anche a Washington l’allarme per la situazione politica cilena è massimo e ci si prepara ai peggiori scenari (14). In estrema sintesi: si va delineando una crisi profonda della società e dello Stato che preannuncia sviluppi rivoluzionari.

Il risultato elettorale del 4 settembre 1970 è un riflesso di questa crisi e a sua volta contribuisce ad accelerarla e ad approfondirla.


3. IL PROGETTO DI ALLENDE E DELL'UNIDAD POPULAR

Il movimento operaio cileno ha una lunga tradizione di lotte e di organizzazione che risale alla fine dell’Ottocento. Qualche informazione essenziale a questo proposito. Nei primi anni del XX secolo diversi episodi di sangue segnano l’apprendistato del movimento operaio. Nel 1909 si forma la prima centrale sindacale, la Federacion Obrera de Chile, diretta da Luis Emilio Recabarren, il primo operaio eletto al parlamento (nel 1906). Sotto il suo impulso nel 1913 viene fondato il primo partito operaio della storia cilena, Partido Obrero Socialista. Nel 1919, sull’esempio della rivoluzione russa, si realizza per qualche tempo un’esperienza di poder popular nella città portuale di Puerto Natales. Nel 1922 viene fondato il Partito Comunista, che ha in Recabarren il dirigente più rappresentativo.

Nel 1933 sorge anche il Partito Socialista, che conserverà una particolare fisionomia di sinistra e la presenza di tendenze diverse, anche “rivoluzionarie” (più propriamente definibili centriste da un punto di vista marxista rivoluzionario), tanto è vero che ancora nel 1969 il congresso del partito vota una mozione che rivendica la conquista del potere per “via insurrezionale”.

Nel 1933 si forma Izquierda Comunista, che si collega all’Opposizione di sinistra internazinale trotskista, e da cui sorge più tardi il Partido Obrero Revolucionario (POR), che ha nel dirigente sindacale Humberto Valenzuela il suo esponente più noto. Nel 1965, nel clima creato dalla rivoluzione cubana, il Por partecipa alla formazione del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR). Il Mir è il frutto di un processo di raggruppamento di tendenze clas­siste e rivoluzionarie di diverso orientamento (guevarista, trotskista, maoista). Diventa in pochi anni una delle organizzazioni rivoluzionarie più importanti dell’America latina, forte di più di due mila militanti, con un’importante influenza in settori studenteschi e popolari e una presenza operaia non marginale. È però segnato da gravi limiti politici e strategici; in estrema sintesi: da una linea guerriglierista che lo porta ad azioni sostitutiste e all’incomprensione e all’isolamento rispetto al movimento reale delle masse, proprio nel momento cruciale della vittoria elettorale dell’Unidad Popular (15).

Nel 1953 è sorta anche la Central Unica de Trabajadores de Chile (CUT), la centrale sindacale operaia che alla fine degli anni sessanta organizza la maggioranza relativa del proletariato industriale.

Tuttavia, a dispetto della forte vocazione classi­sta che si esprime sul terreno organizzativo, i partiti maggioritari (comunista e socialista) si caratterizzano sostanzialmente per una linea riformista che si è già tradotta in diversi momenti precedenti (segnatamente nel 1938 e nel 1947) nel sostegno e/o nella partecipazione dei partiti operai ad alleanze e governi di “fronte popolare” guidati dal Partito radicale. Anche la realizzazione del Frente de Acción Popular (FRAP) nel 1957, coalizione elettorale fra il Partito comunista e quello socialista, rientra in uno schema politico di tipo democratico-frontepopulista. In questo senso, la costituzione nel 1969 della coalizione di Unidad Popular, pur con la rilevante novità dell’egemonia dei partiti operai, si inserisce nella continuità di una consolidata tradizione riformista del movimento operaio cileno.


Il programma dell’Unidad Popular

La proposta di una alleanza politico-elettorale ampia, che superi a destra i confini della coalizione esistente (il Frap), viene avanzata dal Partito comunista che, in coerenza con la propria ispirazione stalinista e in una chiara logica di “rivoluzione a tappe”, vuole realizzare un’al­leanza fra la classe operaia e i settori “avanzati” della borghesia nazionale, in con­trapposizione ai settori “arretrati” della stessa, identificati in Cile con l’oligarchia latifon­dista, i settori monopolistici e/o legati all’impe­rialismo straniero, in particolare nordameri­cano (16).

L’Unidad Popular (UP) si forma dunque verso la metà del 1969 in vista delle elezioni presidenziali dell’anno successivo. Oltre al PC e al PS, vi confluiscono il MAPU (nato dalla scissione di sinistra della DC di cui si è detto), il Movimiento de Accion Popular Independiente (API, una formazione piccolo borghese), il piccolo Partido Socialdemocrata (in realtà di orientamento cristiano sociale), e il Partido Radical, che rinuncia a presentare Alberto Blatra come proprio candidato (17).

Il programma dell’Unidad Popular (18), presentato alla fine dell’anno, delinea una strategia democratica che combina propositi antimperialisti e antioligarchici con un progetto avanzato di riforme economico-sociali e politiche che ha come referenti dichiarati la classe operaia, i contadini e le masse popolari, ma anche i ceti medi e i settori borghesi interessati alla modernizzazione del paese, al controllo delle risorse nazionali, allo sviluppo del mercato interno e al sostegno all’industria nazionale. Le proposte sul terreno economico (riforma agraria, redistribuzione del reddito, nazionalizzazione del rame, delle banche e dei settori industriali strategici) si pongono in continuità piuttosto che in rottura con la politica del governo Frei (19).

Sul terreno politico l’UP cerca di rassicurare la borghesia con dichiarazioni di lealtà democratica e costituzionale, arrivando a delineare un rafforzamento del ruolo delle Forze armate. Nel contempo prospetta alcune riforme razionalizzatrici (camera unica eletta con criteri proporzionali) e un allargamento della democrazia attraverso la partecipazione delle organizzazioni popolari a nuovi organismi di un preteso poder popular, non contro ma a lato delle istituzioni esistenti, così da trasformarle in un vero estado popular (20) attraverso il quale sia possibile avviare il processo di transizione pacifica al socialismo. Viene anche annunciata una nuova Cosituzione, che “incorpori il popolo nell’esercizio del potere statale”, da approvare con un referendum popolare.

Il programma chiama anche alla costruzione di comitati di base dell’Unidad Popular, che non solo devono agire come comitati elettorali ma devono altresì “prepararsi a esercitare il poder popular” (21).


La vittoria di Allende

Il 22 gennaio 1970 l’Unidad Popular sceglie Salvador Allende come proprio candidato alle elezioni presidenziali. Per Allende, figura di prestigio della sinistra cilena, sarà la quarta volta che corre per la presidenza come candidato comune delle sinistre (22). Nelle condizioni di crisi e di ascesa delle masse, la sua candidatura diventa il canale attraverso cui si esprime la volontà di cambiamento di vasti settori del popolo cileno. La sua vittoria viene perciò sentita come una sconfitta della classe dominante e contribuirà pertanto a stimolare la determinazione e le lotte dei lavoratori.

Significativamente, la borghesia non riesce a contrapporre ad Allende una candidatura unica. Mentre la destra si rivolge alla figura di Jorge Alessandri, nella DC prevale la componente riformista che candida un esponente della sinstra interna, l’ex ambasciatore a Washington Rodomiro Tomic (23).

Se è vero che la divisione dal fronte borghese favorisce il candidato dell’Unidad Popular, è anche vero che la scelta di Tomic da parte della DC non riflette solo lo spostamento a sinistra della base popolare del partito ma esprime anche il disegno cosciente di contendere ad Allende i settori popolari attratti dalla sua candidatura. In effetti, delineatasi una divisione dei consensi dei settori popolari (operai, contadini, pobladores...) fra Allende e Tomic, sembra a un certo punto che Alessandri possa facilmente prevalere. La campagna elettorale conosce comunque toni molto accesi che contribuiscono a radicalizzare gli animi. La destra sviluppa una campagna terroristica in cui arriva a prevedere, se vincesse Allende, i carri armati russi fuori dalla Moneda; Tomic radi­ca­lizza progressivamente i propri toni nel tentativo di sottrarre al candidato delle sinistre l’elettorato popolare. Il 4 settembre, tuttavia, anche se per poche decine di migliaia di voti, Allende vince (24). Va anche osservato che, malgrado l’allargamento a destra al Partito radicale, l’UP ottiene nel 1970 un risultato inferiore a quello del 1964.

Ora, non avendo nessun candidato ottenuto la maggioranza assoluta, la tradizione costituzionale del Cile prevede che il Congresso in seduta congiunta nomini presidente il candidato primo piazzato. In questo caso, però, il rispetto di questa prassi appare tutt’altro che scontato e cominciano subito i tentativi per rimettere il discussione l’esito del voto popolare. In parlamento, infatti, la DC e la destra godono della maggioranza assoluta (25).


Dal 4 settembre al 4 novembre

La borghesia cilena ha già fatto due volte in precedenza l’esperienza del fronte popolare, negli anni trenta e quaranta, e sempre con risultati “positivi” dal suo punto di vista. Ma questa volta il quadro è diverso: la credibilità dei suoi partiti è logorata, il peso dei partiti operai predominante, la radicalizzazione delle masse più profonda.

Forse più ancora che dalla borghesia cilena – una frazione della quale può sperare di ricavare dei benefici da un governo riformista – il governo Allende viene giudicato intollerabile a Washington. Kissinger e Nixon sono allarmati dalle possibilità di contagio dell’esempio di un governo “marxista” che giunge al potere attraverso le elezioni. Il segretario di Stato, Henry Kissinger, spiega che “è facile prevedere che se Allende ottiene la presidenza, ci sono molte probabilità che nel giro di qualche anno si instauri un governo comunista... un governo comunista unito, ad esempio, all’Argentina, che già è profondamente lacerata, unito al Perù... unito alla Bolivia, che già è andata molto a sinistra, contro gli Stati Uniti. Credo che non dobbiamo autoilluderci che se Allende assume il controllo del Cile non ci provocherà dei problemi...”. L’amministrazione repubblicana, che ha rinfacciato per un decennio ai democratici la nascita di Cuba socialista, teme una replica in Cile di quella sfida. Per questo si vuole evitare in tutti i modi l’insediamento di Allende e a tale scopo Richard Nixon autorizza la CIA a “fare tutto il possibile, salvo un’azione del tipo Repubblica Dominicana”. Il 15 settembre, in una riunione con Richard Helms, il capo della CIA, Richard Nixon dà mandato ai capi dell’agenzia di predisporre un piano da sottoporre a Kissinger “Una possibilità su dieci, ma liberiamo il Cile da quel figlio di puttana!”) mettendo subito a disposizione dieci milioni di dollari. Ovviamente c’è il massimo allarme anche nelle multinazionali Usa che hanno i maggiori investimenti in Cile, come l’ITT che è minacciata dal programma di nazionalizzazioni di Allende.

In effetti, appena noto l’esito del voto del 4 settembre si delinea immediatamente una situazione allarmante, accentuata ad arte dalle dichiarazioni dei rappresentanti del governo in carica: fuga di capitali all’estero, corsa al ritiro dei depositi dalle banche, immediata sospensione degli investimenti e dei pagamenti da parte delle imprese straniere, riduzione degli investimenti interni, dichiarazioni allarmi­stiche della stampa dei ministri del governo uscente. È solo l’inizio.

Sul terreno politico si delineano subito tre pos­si­bili scenari. Il primo: la ratifica parlamentare di Allende; ma la DC subordina il suo voto a determinate condizioni: l’esplicito impegno di Allende di rispettare tutta una serie di vincoli politici e istituzionali che prendono la forma di un documento denominato Estatuto de las Garantías Costitucionales (ne parliamo più estesamente più avanti).

Il secondo: la DC vota per Alessandri, il candidato secondo arrivato, con l’impegno di quest’ultimo di dimettersi subito e di indire nuove elezioni in cui la DC e la destra dovrebbero accordarsi su un candidato comune (eventualmente lo stesso Frei) da opporre ad Allende.

Infine il terzo scenario: esso prevede né più né meno che un colpo di Stato militare che impedisca l’insediamento di Allende.

Washington si muove immediatamente per realizzare il secondo, o se il secondo non riesce, il terzo, degli scenari descritti. L’ambasciatore statunitense a Santiago, Edward Korry, dichiara a Frei che gli Stati Uniti non lasceranno arrivare in Cile “una sola vite e un solo dado, sotto Allende”. Ma Frei non è disponibile a tentare il golpe istituzionale per timore della reazione popolare (26).

Anche il secondo scenario – un golpe preventivo delle forze armate – si dimostra impraticabile per l’indisponibilità dei vertici militari, in particolare del comandante in capo dell’Esercito, il generale Renè Schneider, secondo il quale nel contesto dato l’intervento dei militari può provocare una rivolta popolare e la guerra civile (27).

Non rassegnata, l’estrema destra cerca di forzare la mano ai militari con un’azione che si rivela un disastro. Il 22 ottobre, un gruppo paramilitare diretto dal generale Viaux e armato dalla CIA, tenta di sequestrare il generale Schneider con l’intento di farne ricadere la responsabilità sull’estrema sinistra. Ma il piano fallisce: il generale reagisce con le armi e viene gravemente ferito; muore tre giorni dopo. I suoi assassini sono rapidamente individuati e arrestati (28).

Il fallito attentato contribuisce a far realizzare il primo scenario. Il 24 ottobre il Congresso ratifica l’elezione di Allende. Due giorni prima ha approvato le riforme costituzionali, proposte dalla DC e accettate da Allende, con cui questi si vincola: ad applicare senza modifiche la riforma agraria di Frei; a non ostacolare la costituzione e lo sviluppo delle scuole private; a non modificare i testi scolastici della scuola primaria e secondaria; a non espropriare i mezzi di comunicazione di massa; a non ammettere “organismi di fatto che operino in nome di un supposto poder popular”; e, soprattutto, a lasciare immutata la struttura gerarchica delle Forze armate e dei Carabineros e le regole di selezione e avanzamento degli ufficiali; nonché a riconoscere l’autonomia (!) dei corpi armati dello Stato borghese (invece del tradizionale dovere di obbedienza nei confronti del potere esecutivo) e la loro funzione di “garanti della convivenza democratica” (una sorta di “diritto di ingerenza” nella vita politica...). Viene così precostituito, con la firma dello stesso Allende, l’appiglio legale per il golpe del settembre 1973 (29).

In realtà, l’accettazione dello Statuto delle garanzie (preteso dalla DC per conto della classe dominante e dell’imperialismo) contraddice qualsiasi dichiarazione sulla “transizione al socialismo” proclamata nel programma del­l’Uni­dad Popular o nei discorsi di Allende. Essa rappresenta l’accettazione piena e definitiva del quadro dello Stato borghese cileno quale esso è, la rinuncia a ogni intenzione anche solo di “riforma” dello stesso, addirittura la rinuncia ad esercitare alcune delle prerogative costituzionali del presidente.

Questo passo svela la vera natura dell’Unidad Popular: si tratta di una forma di collaborazione di classe fra i gruppi dirigenti del movimento operaio e la classe dominante nel contesto di una acuta crisi politica e sociale (“fronte popolare”). La borghesia accetta di cedere (per il momento) la massima carica dello Stato in cambio della garanzia di conservare sotto il proprio diretto controllo gli strumenti fondamentali del proprio dominio. Insomma, una lezione di “marxismo pratico” impartita ai dirigenti “marxisti” del movimento operaio dai rappresentanti della classe dominante, la quale dimostra di sapere per lunga esperienza storica in che cosa consista, in ultima analisi, il suo dominio sulla società. Resta da aggiungere che i dirigenti del PC e del PS minimizzarono il valore della firma di questo accordo e il suo testo fu tenuto accuratamente nascosto alla base.




Note

(1) Su questo aspetto si veda l’articolo di Marco Ferrando "Il “compromesso storico” nella storia del Pci, il mito e la realtà", in Marxismo Rivoluzionario n.2 ottobre-dicembre 2003

(2) “Alleanza per il pro­gresso” si autode­nomi­nò la politica riformista promossa da Kennedy in America latina, con cui gli Usa cercarono di neutralizzare l’influsso della rivoluzione cuba­na sulle masse popolari del continente moder­nizzando gli assetti so­cia­li e allargando le basi sociali del potere.

(3) Prima di sostenere Allende, il PC aveva proposto alla DC di so­­stenere un comune candidato indipendente e vi aveva rinunciato solo dopo il rifiuto di quest’ultima (Luis Vitale, Interpretacion marxista de la Historia de Chile).

(4) Nelle sue Memorie Kissinger ricorda che a Frei furono concessi 40 milioni di dollari nel 1969 e 70 milioni nel 1970.

(5) Le condizioni d’acquisto delle azioni del­l’Anaconda sono più che favorevoli per la multinazionale. Esse pevedono che il prezzo del 51% delle azioni sia calcolato comprendendo il valore dei giacimenti (cioè del sotto­suolo cileno) e un ren­di­mento particolarmente elevato; che l’indennizzo sia versato in 12 anni; che per il restante 49% delle azioni, da acquisire a partire dal 31 dicembre 1973, sia pagato un prezzo tre volte superiore a quello del 51% iniziale. A queste condizioni le compagnie americane avrebbero ottenuti in pochi anni 4.500 milioni di dollari di utili, ossia 1.000 milioni di dollari in più di quelli che avevano ricavato nel precedente mezzo secolo di sfruttamento! (Luis Vitale, op. cit.).

(6) “In sintesi, questa riforma agraria, sostenuta dall’Alleanza per il progresso, fu importante per il processo sociale che aprì nelle campagne, ma limitata circa le trasformazioni radicali della struttura agraria. In ultima analisi la distribuzione delle terre incolte aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo del capitalismo agrario e di accrescere la produzione agropastorale, nel tentativo di ampliare il mercato interno per l’industria dei beni di consumo, nonché di canalizzare l’ascesa del movimento contadino creando una sorta di ammortizzatore sociale mediante i piccoli proprietari bene­ficiati dalla distribuzione delle terre.” (Luis Vitale, op. cit.).

(7) Mentre il 50% dei proprietari possiede meno di 5 ettari pro capite e complessivamente meno dell’1% delle terre, meno del 2% dei proprietari, possiede fondi superiori ai 1.000 ettari e detiene complessivamente il 72% dei terreni coltivabili (Luis Vitale, op. cit.).

(8) Alla fine del 1969 hanno avuto la terra solo 17.400 famiglie, su un totale di circa 100.000 che il governo si è ripromesso di soddisfare; sono state espro­priate poco più del 10% delle superfici e il latifondo resta largamente dominante (Luis Vitale, op. cit.).

(9) Da 24 sindacati con 1658 affiliati nel 1964 a 394 sindacati con 103.644 as­sociati nel 1969.

(10) Si passa da 723 scioperi nel 1965 a 1.142 nel 1967 a 1.939 nel 1969 (con 230.725 lavorati coinvolti) a 5.295 nel 1970 (con 316.280 lavoratori partecipanti).

(11) Non mancarono gli episodi sanguinosi, come gli 8 morti della repressione dei minatori di El Salvador del marzo 1966, o gli 11 uccisi fra i pobladores di Puerto Montt nel 1969, o l’utilizzo su larga scala dell’esercito contro scioperi o proteste contadine, come nel novembre del 1967.

(12) Nel giugno 1967 gli studenti occupano a Valparaiso l’Università cattolica; il movimento si estende a Concepcion e a Santiago, dove nell’agosto del 1968 studenti del Movimiento Iglesia Joven occupano la cattedrale chiedendo una maggiore attenzione da parte della chiesa per i poveri e gli oppressi.

(13) Un opuscolo della destra descrive Frei come “il Kerensky cileno” (Luis Vitale, op. cit.).

(14) “Non vedo perché dobbiamo starcene qui a vedere come un paese diventa comunista per colpa dell’irresponsabilità del suo popolo”, di­chiara il 27 giugno ‘70 il segretario di Stato Henry Kissinger a una commissione speciale del Consiglio nazionale per la si­cu­rezza degli Stati Uniti.

(15) Sul Mir si veda l’articolo dedicato ad esso in questo stesso numero di “Mr”.

(16) Sulla storia e la po­li­tica del PC cileno si può vedere Nicolás Miranda, Historia mar­xista del Partido Comunista de Chile (1922-1973), al sito www.clasecontraclase.cl.

(17) Quest’ultimo diventerà ministro della giustizia nel governo Allende, salvo passare dalla parte del­la con­tro­rivoluzione progol­pista nell’ottobre 1972.

(18) Lo si può leggere e scaricare alla pagina: http://www.salvador-allende.cl/Textos/Documentos/programa.htm.

(19) Il programma del­l’UP prevedeva la na­zio­nalizzazione (con in­dennizzo) delle risorse minerarie in mani stra­niere e dei settori strategici per lo sviluppo del paese: le miniere di rame, salnitro, ferro e carbone; le banche e le assicurazioni; il com­mercio estero; le grandi imprese e i mo­nopoli della distribuzione; i monopoli industriali in settori come la produzione e la distribuzione dell’energia e­lettrica; i trasporti fer­ro­viari, aerei e marittimi; le comunicazioni; la produzione e la raffi­nazione del petrolio e dei suoi derivati; la chimica pesante e la pe­trol­chimica; la siderurgia, le industrie del ce­mento, della cellulosa e della carta; tutte queste imprese avrebbero dovuto confluire nell’Area de Propietad Social (Aps) che sarebbe diventata il cuore del si­ste­ma di pianificazione economica nazionale. Si prevedeva inoltre, accanto all’Aps e al set­tore privato, la creazione di un terzo settore denominato Area mixta, costituito da imprese con capitali privati e pubblici.

(20) La formula “Stato popolare”, che allude a istituzioni neutrali al di sopra delle classi, è di per sé una negazione del marxismo, come sa chiunque abbia letto gli scritti di Marx e di Engels, in particolare le “critiche” ai programmi socialdemocratici di Gotha e di Erfurt, o di Lenin, in particolare Stato e rivoluzione; si tratta in ultima analisi di una formula mistificante e irrealistica, che ipotizza la possibilità di piegare le istituzioni “realmente esistenti”, cioè borghesi, a fini opposti a quelli per cui esse esistono e agiscono (la tutela e la conservazione del dominio della classe dominante); un’ipotesi che proprio la vicenda cilena ha dimostrato tragicamente illusoria.

(21) Tutto il discorso del poder popular, già confuso nelle premesse teoriche e nelle formu­la­zioni, non avrà comunque seguito se non nella propaganda. Sarà accantonato ancor pri­ma dell’insediamento di Allende, durante la trat­ta­tiva con la DC per l’Estatu­do de ga­ran­cias. I 20 mila co­mitati di Uni­dad Popular nati in tut­to il paese durante la campagna elettorale vengono sciol­­ti tre set­ti­­mane dopo le elezioni, come segno di buona volontà, accogliendo una pre­cisa richiesta in tal senso della DC. Quando nell’aprile del 1971 l’U­nidad Popular ottiene la maggioranza assoluta nelle elezioni amministrative, i suoi dirigenti si guardano bene dal convocare il referendum che dovrebbe istituzionalizzare il po­der popular. Sono queste scelte concrete, più che la carta scritta, a chiarire la vera ispirazione del­l’UP: la volontà di preservare il quadro statale esistente come terreno d’intesa con la classe dominante. In questo senso, la strategia dell’Unidad Popular non è che una variante delle politiche di “fronte popolare”. Anche se non tutte le sue componenti concordavano con questa qualificazione, essa era invece pienamente ac­colta dal PC, che ne era l’ispiratore e che si muoveva dentro agli schemi dello stalini­smo; non a caso, il PC aveva cercato e cer­che­rà costantemente di allargare l’ac­cordo alla stessa DC.

(22) Salvador Allende Gossens ha allora 61 anni, proviene da una famiglia alto borghese di Valparaiso di tradizioni progressiste e massoniche, è medico ed è stato nel 1933 tra i fondatori del Partito socialista. Dal 1939 al 1942 è stato mi­nistro della sanità nel governo di fronte popolare del radicale Aguirre Cerda. Nel 1945 è stato eletto senatore. Il profilo politico di Allende è quello di un so­cialista vecchio stampo che si è sempre battuto per l’unità con il PC. Professa una fede incondizionata nella prospettiva della trasformazione socialista del Cile per via pacifica, gradualista e parlamentare, nel pieno rispetto della legalità costituzionale, e fino all’ultimo si illuderà sull’esistenza di una analoga lealtà nei vertici delle Forze armate cilene.

(23) Vale la pena di ricordare che il PC avrebbe voluto cercare un accordo fra l’UP e la DC su un candidato indipendente. Anni dopo, lo stesso Carlos Alta­mirano, all’epoca dirigente della sinistra socialista, dichiarerà che la sinistra arebbe dovuto cercare un accordo programmatico con la DC e sostenere Tomic (Luis Vitale, op. cit.).

(24) Salvador Allende ottiene il 36,3% (1.075.616 voti), contro il 35,0% di Ales­sandri (1.036.000 voti) e il 27,8% di Tomic (824.849 voti). Allende vince nettamente nel voto maschile (in Cile uomini e donne votano separatamente), in quello femminile prevale Alessandri mentre i suffragi per Tomic sono quasi pari a quelli per Allende. Il candidato socialista trionfa nel Nord, a Concepcion, secondo centro industriale del paese, nelle aree a forte concentrazione operaia e di lavoratori delle miniere; Alessandri prevale invece a Santiago e nel Sud rurale; Tomic vince a Valparaiso e ottiene i migliori risultati nelle circoscrizioni a forte presenza contadina ma anche in alcune zone operaie (Luis Vitale, op. cit., e Luis Vitale, Y despes 4, ¿que?).

(25) Il quadro parlamentare condizionerà in seguito l’azione di Allende come presidente. Pur essendo il Cile una repubblica presidenziale e avendo il predecessore di Allende, Eduardo Frei, rafforzato i poteri presidenziali, il parlamento manteneva la facoltà di sconfessare i progetti di legge del governo e di ricusare il capo dello Stato e i suoi ministri; fuori dal controllo del presidente restava anche la Contraleria Generale de la Republica, che aveva la supervisione sugli atti amministrativi dell’esecutivo e della magistratura. Alla luce di questi vincoli politico-istituzionali (e di quelli introdotti successivamente con lo Statuto delle garanzie preteso dalla DC) risulta ancora più utopistica la convinzione di Allende e dell’UP circa la centralità della presidenza della repubblica e delle isti­tuzioni statali come leve di un processo di trasformazione sociale.

(26) Anche Alessandri si esprime in modo analogo fin dal primo momento in cui sono resi noti i risultati elettorali (Luis Vitale, op. cit.).

(27) Sono molto significative le parole usate dal generale Schneider in un vertice delle Forze armate per spiegare perché il Congresso deve ratificare l’elezione di Allende: “Le Forze armate non possono impedire adesso... i cambiamenti. Una parte molto importante dei cileni non è disposta a farsi sottrarre un trionfo elettorale che pensa potrà cambiare la sua vita... Il signor Allende ci ha dato assicurazione che si atterrà alla Costituzione e alle leggi... Il senatore mi ha detto personalmente un’altra cosa su cui sono d’accordo con lui: in questo mo­mento un governo come quello di Allende è l’unico tipo di governo che può im­pedire che scoppi un’insurrezione popolare violenta... Le Forze armate, che sono la garanzia che questa società continui ad essere occidentale e cristiana, devono aspettare e vedere quello che accadrà. Il futuro ci dirà se dovremo intervenire per rimettere le cose a posto o se il signor Allende manterrà il suo impegno di calmare l’inquietudine popolare e di impedire l’insurrezione dei non possidenti.” (in Luis Vega, La Caída de Allende, citato da M. Novello, art. cit.).

(28) Non così i mandanti... Il diretto coin­vol­gimento della Cia, in questo e in successive azioni di terrorismo o di provocazione, è stato ormai ampiamente pro­vato, oltre che da diverse inchieste giornalistiche, anche dalla pubblicazione di tutta una serie di atti ufficiali del governo americano desecretati dopo il ‘98. In proposito vedere il sito www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB8/nsaebb8i.htm.

(29) “Il condizionamen­to a cui si era sottomesso lo schieramento di maggioranza relativa conteneva un punto di estrema gravità per il futuro del paese: il con­cetto di “autonomia” delle Forze armate, che non si trova nella Costi­tuzione del 1833 né nella Costituzione del 1925 in vigore. Questa esigenza venne così mo­­tivata dalle massime autorità della DC: “Ci interessa che le Forze armate e il corpo dei Carabineros continuino ad essere una garanzia della nostra convivenza democratica. Ciò esige che si rispettino le strutture e le gerarchie delle Forze armate e del corpo dei Carabineros, i sistemi di selezione, i requisiti e le norme di­sciplinari vigenti, che si assicurino ad esse una equipaggiamento ade­guato alla loro missione di vegliare sulla sicu­rezza nazionale, che non si utilizzino i compiti di partecipazione che si esigono da esse per lo sviluppo na­zionale per farle de­viare dalle loro funzioni spe­cifiche e che non si compromettano i lo­ro bilanci”. Questo punto... fu presentato sotto for­ma di riforma costituzionale e appro­vato il 22 ottobre 1970... Que­sta fu la giustificazione che si utilizzò per effettuare il colpo di Stato militare contro il governo Allende.”

(Luis Vitale, op. cit.).

Tiziano Bagarolo