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venerdì 5 giugno 2020

IL TAVOLO ANNUNCIATO DEL PATTO SOCIALE

Bonomi abbaia, Landini sussurra



Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni, il capo del più grande sindacato italiano non propone nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma di rivendicazioni, persino nessuna contestazione verbale



Il governo annuncia con squillo di trombe l'avvio del Patto per la rinascita. Tutti gli “attori sociali e istituzionali”, governo e opposizioni, padroni e sindacati, governatori e sindaci, saranno chiamati al tavolo per concertare la gestione di una crisi drammatica.

Il nuovo Presidente di Confindustria si candida a ricomporre attorno a sé la grande borghesia italiana su un programma di sfondamento: mano libera sulla forza lavoro, cancellazione del contratto nazionale, liberalizzazione totale degli appalti, cancellazione totale dell'IRAP. C'è in questo posizionamento la volontà di massimizzare la propria pressione sul governo per incassare tutto ciò che si può. Ma c'è anche e soprattutto il peso di una catastrofe economica reale: calo dei profitti del 60% sul 2020 tra le società quotate, impossibilità di rilanciare sulle esportazioni per via della recessione mondiale, collasso dei consumi interni con 7 milioni di lavoratori in cassa integrazione. C'è una sola via per tamponare la crisi: comprimere i cosiddetti costi del lavoro, incrementare il tasso di sfruttamento, ottenere nuovi sgravi fiscali. La “rinascita”, per i padroni, è sempre quella dei propri profitti.

Il governo asseconda il programma padronale. La sua maggioranza parlamentare è gracile, tanto più a fronte dell'enormità della crisi. Le contraddizioni attraversano i partiti che lo compongono, tra un M5S in cerca d'autore e un PD privo di baricentro. L'unica stella polare comune è la salvezza del capitalismo italiano.
La crisi italiana è talmente profonda che la Germania e la Francia acconsentono di destinare all'Italia una straordinaria pioggia di miliardi per evitarne il tracollo, e con esso il disfacimento dell'UE. Negoziare l'importo e la ripartizione delle risorse annunciate è ormai la principale ragione di sopravvivenza del governo e della sua capacità contrattuale anche sul fronte interno.

Non è semplice, perché i tempi pressano. I fondi per la cassa integrazione stanno finendo. Gli aiuti del recovery fund attendono il 2021, mentre il MES è un calice troppo amaro per i pentastellati. In mezzo cade la fine del blocco dei licenziamenti, a partire da agosto. Il governo dovrà chiedere al Parlamento un nuovo scostamento di bilancio (cioè nuovo deficit) negoziandolo con le opposizioni e con la benedizione di Mattarella. Ma per gestire l'operazione ha bisogno di appoggiarsi alle parti sociali disinnescando ogni ostilità e atteggiandosi a indispensabile mediatore.

Il padronato denuncia formalmente l'irresolutezza del governo nel mentre ne ottiene i servigi e ne usa la fragilità.
Ha ottenuto la copertura dei crediti bancari con gigantesche garanzie pubbliche e la cancellazione di 4 miliardi di IRAP. Ora chiede di completare la detassazione delle imprese, di capitalizzare il grosso delle risorse europee, di disporre la libertà dei subappalti nel nome del “modello Genova”. Ma al tempo stesso Bonomi si dichiara insoddisfatto, per tenere il governo sotto schiaffo e segnare il campo negoziale. E intanto minaccia un milione e duecentomila licenziamenti per strappare una copertura di cassa integrazione per due anni, con salari taglieggiati a carico della Stato e a beneficio delle imprese. Il tavolo del patto sociale ha già il suo terreno di gioco, quale che sia il punto di mediazione.

E il sindacato? Già, il sindacato. Intervistato dal Manifesto, che gli chiede semplicemente un giudizio sul piano Bonomi e sulla cancellazione dell'IRAP, Maurizio Landini riesce a non dir nulla, ma proprio nulla, se non il fatto che... così si rischia il conflitto. E che invece lavoro e imprese hanno oggi davanti a sé «l'obiettivo comune da assumere: quello di migliorare contemporaneamente le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e la capacita competitività e di innovazione delle imprese».
Un ecumenismo commovente. Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni al lavoro, nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma di riferimento, persino nessuna chiara contestazione verbale, neppure sul Manifesto: solo la paura del conflitto e la prenotazione del tavolo istituzionale.
Chi si può seriamente stupire se Confindustria procede a testa bassa, alzando ogni volta la posta? Chi pecora si fa il lupo se la mangia, dice un vecchio adagio popolare. In questo caso, fuor di metafora, Bonomi non vuole mangiare (distruggere) la burocrazia sindacale, perché sa bene che può funzionare come ammortizzatore del conflitto. Ciò che vuole distruggere è quel che resta dei diritti del lavoro. Tanto meglio con la complicità della burocrazia.
“Quando è ora in piazza si va” conclude Landini. Ma se non ora, quando?
Il capo della CGIL, ex avversario di Marchionne, ha appena benedetto i 6,5 miliardi di copertura pubblica ai crediti bancari per FCA, senza neppure uno straccio di garanzia sui post di lavoro, né ovviamente sulla sede fiscale. Non può essere questa una direzione fiduciaria per il movimento operaio di fronte alla prova di uno scontro sociale drammatico. Con questi dirigenti si va a sbattere, esattamente come dieci anni fa.

Partito Comunista dei Lavoratori

FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI PADRONI!

PER IL FRONTE UNICO DI CLASSE LE PIAZZE UNITARIE DEL 6 GIUGNO



mercoledì 3 giugno 2020

UNIFICARE E GENERALIZZARE LE LOTTE PER L'AMBIENTE!

Verso il 5 giugno, a un anno dagli scioperi mondiali per il clima




È passato più di un anno dal primo sciopero mondiale per il clima, e sono stati milioni gli studenti che sono scesi nelle piazze italiane e nel mondo. Sorge quindi la necessità di definire con chiarezza quale prospettiva dare alle mobilitazioni. È un’esigenza pratica e immediata.


NESSUNA FIDUCIA VERSO I GOVERNI DELLA BORGHESIA

Alle promesse dei politici non sono seguiti i fatti. In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi dei veri responsabili della crisi climatica, ovvero i capitalisti. I politici non attuano le politiche ambientali necessarie. È un forse un caso? No, ma non è una questione di volontà dei gruppi dirigenti che ci governano, è invece la necessità del sistema di produzione capitalistico a richiedere una continuità irrazionale nelle scelte politiche, volte soltanto alla massimizzazione del profitto. Se in altri Paesi, nell’ambito parlamentare, si trova un maggior successo della “politica ambientale”, non dobbiamo avere nessuna illusione verso le concessioni pseudoambientaliste del capitale. Queste “svolte” politiche vengono costruite ad arte soltanto per disinnescare l’esplosività di un movimento di massa, e non colpiscono minimamente le fondamenta del sistema di produzione, la vera radice di tutti i problemi.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

La crisi sanitaria esplosa in questo periodo di epidemia dimostra come questo sistema sociale ed economico di organizzazione della società è fallito e non ha più nulla da dare alla maggioranza della popolazione. È giunto il momento di rovesciarlo in una prospettiva che possa rispondere alle esigenze della battaglia ambientalista ed alle rivendicazioni sociali del mondo del lavoro.
Una riconversione ecologica dell'economia creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile, ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista, nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.
È urgente più che mai mobilitare il movimento operaio, il solo che, in alleanza con gli studenti, può dare una prospettiva concreta alla battaglia per l’ambiente, in un'ottica rivoluzionaria e anticapitalista.
Quindi bisogna unificare e sostenere le mobilitazioni, a partire dallo sciopero generale dell’istruzione del 5 giugno, promosso da ADL Cobas e sostenuto dal Coordinamento precari della scuola autoconvocati, e dalla mobilitazione nazionale del 6 giugno, promossa dall’appello “Facciamo pagare la crisi ai padroni e ai loro governi!”, nato dal patto unitario d'azione per un fronte anticapitalista, cui il nostro partito aderisce insieme a diversi soggetti politici e sindacali.


UNA PROSPETTIVA SOCIALISTA ANCHE PER L’AMBIENTE

Ora acquistano incredibile importanza le parole d’ordine come la nazionalizzazione, senza indennizzi alla proprietà, delle aziende che inquinano, della sanità e dell’industria farmaceutica e la loro immediata riconversione ecologica sotto il controllo dei lavoratori. Tuttavia, una prospettiva socialista non può limitarsi alla riconversione ecologica delle industrie e relativa cessazione delle tecnologie ad alto tasso entropico. Perché sarà necessario elaborare un bilancio energetico: ovvero un varo del piano energetico nazionale (calcolo dell’energia e della materia consumata in un anno, e bilancio preventivo) relativamente ai beni prodotti. È necessario programmare la quantità di energia utilizzabile per le nuove produzioni rivolte a rispondere ai bisogni reali della maggioranza della popolazione, e non a garantire i profitti di un pugno di capitalisti; definire un tasso programmato di entropia basato sull’impronta ecologica nazionale in rapporto con l’impronta ecologica mondiale.

I militanti del PCL sono impegnati nella costruzione di un partito, in Italia e nel mondo, che lotti per elevare la coscienza politica delle masse alla comprensione della necessità dell’alternativa anticapitalistica e del socialismo. Una società in cui l’umanità possa finalmente prendersi cura della salute propria e del mondo intero.
Lotta con noi!

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione ambiente

martedì 2 giugno 2020

MUMIA ABU-JAMAL: NON RIESCO A RESPIRARE, PARTE SECONDA



Il seguente commento del prigioniero politico Mumia Abu-Jamal, "Non riesco a respirare, parte seconda", è stato registrato da Prison Radio il 30 maggio.


La battaglia furiosa per ottenere giustizia per il defunto Eric Garner (1) ha richiesto anni, lunghi difficili anni. Ma la sua famiglia e i suoi amici si trovano davanti alla misera elemosina concessa con la decisione tardiva di licenziare il poliziotto che lo ha ucciso soffocandolo. Senza incriminazioni, aggiungerei. Il nome Eric Garner è il nome della condizione in cui si trova l'America nera da decenni, da secoli; la condizione di chi riesce a malapena a respirare aria libera.

Il cellulare che ha registrato l'uccisione di George Floyd nelle strade di Minneapolis, in Minnesota, da parte di un poliziotto muscoloso che gli ha messo il ginocchio sul collo, ci ha fatto sentire un'inquietante eco delle ultime parole di Garner, che riecheggiano da cinque anni. «Non riesco a respirare». Floyd, con il suo respiro interrotto, piange per la persona che gli ha dato la vita, sua madre. In pochi minuti Floyd se n'è andato.

Eric Garner venne avvicinato da una squadra di polizia dopo che un commerciante si era lamentato del fatto che egli stava vendendo merce sfusa e sigarette. George Floyd è stato avvicinato da alcuni poliziotti dopo che un commerciante ha affermato di aver ricevuto una banconota da 20 dollari falsa. Rifletteteci. Due uomini, due padri, soffocati a morte per lamentele di commercianti su sigarette sfuse e su 20 dollari probabilmente falsi. Questa è l'attestazione di quanto in una società capitalista la merce sia più importante della vita dei neri.

George Floyd si è aggiunto a una comunità alla quale non si sarebbe mai voluto aggiungere, e forse non si sarebbe mai aspettato di aggiungersi. È l'appello dei morti causati dallo Stato e dall'onnipervasivo sistema di repressione.

Le vite dei neri importano? [Does black life matter?] Non ancora.



(1) Morto il 17 luglio 2014 a New York. Anche lui, come George Floyd, nero. Anche lui, come George Floyd, strangolato. Anche lui, come George Floyd, dicendo "I can't breathe" (Non riesco a respirare).




da Socialist Resurgence


Mumia Abu-Jamal

lunedì 1 giugno 2020

NON SI FERMA LA RIVOLTA ANTIRAZZISTA NELLE CITTÀ AMERICANE

L'avanguardia della gioventù USA, nera e bianca, si ribella alla polizia e al governo




Saint Paul, Chicago, Detroit, Washington, New York, Atlanta, Houston, Denver, San Francisco... Il grosso degli Stati americani e tutte le grandi città degli USA sono investiti da una mobilitazione radicale di decine di migliaia di giovani, per protestare contro l'assassinio a Minneapolis di George Floyd, uomo di pelle nera, da parte di un poliziotto bianco, e chiedere l'arresto dei quattro agenti corresponsabili dell'omicidio.

Non è una sollevazione dalle proporzioni di massa, ma neppure un'ordinaria protesta antirazzista. Non ha le dimensioni della grande rivolta nera del 1967, ma è molto più estesa di quella di Los Angeles del 1992. Di certo è assai più ampia e radicale di quella che nel 2014 investì la città di Ferguson per un omicidio simile. Nel 2014 si mobilitò essenzialmente il movimento del Black Lives Matter, un movimento importante di pelle nera. Oggi la rivolta ha tutti i colori: afroamericani, bianchi, ispanici, in larghissima maggioranza giovani, in buona parte donne. È la rivolta del popolo della sinistra americano, quello forgiatosi in Occupy Wall Street e poi sviluppatosi contro il trumpismo.

L'elemento antirazzista è centrale, ma si intreccia con ragioni di classe. La grande crisi del 2008 ha accresciuto tutte le disuguaglianze della società americana. La lunga ripresa del decennio successivo, costruita su precarizzazione e supersfruttamento, le ha paradossalmente approfondite. È stata la ripresa di Wall Street, non certo degli operai americani con diritti tagliati o di studenti impiccati a una montagna di debiti. Questo divario a sua volta ha spesso un colore. Una famiglia nera di Minneapolis guadagna in media 36000 dollari l'anno, il 44% di una bianca. Solo una famiglia nera su quattro possiede una casa, a fronte del 76% dei bianchi. La divaricazione sociale si sovrappone a quella razziale e la sospinge.

La pandemia ha fatto il resto. L'esplosione del contagio negli USA ha colpito la comunità nera più di ogni altra. Nel Kentucky solo l'8% della popolazione è di colore, ma lo sono quasi un quinto dei morti di Covid. I lavoratori più a rischio, meno protetti e meno pagati, dagli infermieri ai dipendenti dei supermercati, sono in larga parte neri o latini. Diverse inchieste e denunce parlano di numerose discriminazioni nei tempi di soccorso dei malati di colore, mentre oggi milioni di neri sono in prima fila nel nuovo esercito di licenziati e disoccupati. George Floyd è diventato il simbolo di tutte queste ragioni. Nere, ma non solo nere. La composizione sociale dei manifestanti – studenti, precari, disoccupati – ne è un riflesso.

La polizia americana, lo Stato americano, sono il bersaglio centrale della protesta. La polizia è il concentrato peggiore e più odiato del razzismo USA. Una polizia largamente bianca, guidata da ufficiali bianchi, abituata a esercitare violenza ordinaria contro i neri. Il fatto che degrado ed emarginazione metropolitane si addensino innanzitutto tra i neri fortifica a sua volta il pregiudizio razziale tra le forze dell'ordine. Soprusi, umiliazioni, violenze poliziesche sono pane quotidiano nelle grandi periferie americane, segnando l'esperienza di vita di milioni di giovani. L'omicidio razziale, spesso impunito, ne è solo il risvolto più tragico. Per questo la rivolta oggi si scaglia contro la polizia, le sue macchine, i suoi edifici, sino a dare alle fiamme il commissariato dei quattro agenti assassini.

A tutto questo si aggiunge il fattore politico. Trump ha investito sin dall'inizio nella divisione razziale per capitalizzare il consenso bianco e dividere la classe operaia americana. L'operazione è in parte riuscita con la conquista di un settore importante del proletariato bianco della grande industria. Il nuovo corso protezionista anticinese all'insegna dell'America first mira a consolidare questo blocco sociale. Ma ora la pandemia e la nuova grande crisi capitalista mettono Trump in difficoltà. La sua gestione dell'emergenza sanitaria, concausa della tragedia, è stata rovinosa.
Il sistema sanitario privato, nel quale Trump più di ogni altro si è identificato, è stato un moltiplicatore criminale, non solo nei fatti ma agli occhi di larga parte della società americana, inclusi tanti proletari bianchi. Ora il Presidente USA cerca di risolvere il problema dell'ordine pubblico minacciando di sparare o di scatenare cani feroci (ricorso tragico dell'Alabama schiavista), e mobilitando le truppe federali a sostegno della polizia, come non accadeva dal 1992. Ma la radicalità della risposta d'ordine a difesa della polizia, nel momento in cui proprio la polizia è sotto accusa, rischia di ampliare il fossato. Nel mentre, la pandemia è ben lungi dall'essere liquidata, e la nuova recessione è ormai in pieno corso.

Il Partito Democratico degli USA , a partire dal candidato Joe Biden e dal suo sponsor Obama, criticano naturalmente l'assassinio poliziesco, ma lavorano al riflusso della protesta di piazza, una protesta che non controllano e in larga parte subiscono. L'unico loro timore è che Trump possa recuperare nei sondaggi come uomo d'ordine contro "le violenze" dei manifestanti. Non si distingue in questo la cosiddetta ala “socialista” del Partito Democratico, che ha visto scendere in piazza il suo stesso popolo e non sa bene come riportarlo all'ovile.
L'evocazione di (fantasiose) presunte infiltrazioni di suprematisti bianchi nelle manifestazioni da parte di questo ambiente mira a boicottare il movimento, provocare defezioni, riportare la calma. Il commentario delle sinistre riformiste italiane avalla, in varie forme, l'operazione. Così come ha avallato il ritiro di Sanders dalla competizione elettorale in obbedienza allo stato maggiore democratico, in omaggio all'eterno bipolarismo USA.

Noi stiamo, da marxisti rivoluzionari, su un altro binario, quello della costruzione di un movimento di classe e di massa indipendente negli USA, e in esso di una egemonia anticapitalista.
Per questo salutiamo la ribellione dell'avanguardia della gioventù americana, bianca e nera, e ne rivendichiamo senza riserve la radicalità antipoliziesca e antigovernativa. Per questo diciamo che il futuro della ribellione e delle sue ragioni è affidato all'incontro col più vasto proletariato americano.
Decine di milioni di lavoratori e di lavoratrici sono e saranno investiti da una nuova gigantesca crisi sociale, che colpirà nuovamente lavoro, salari, diritti. Una irruzione sulla scena della lotta di classe di questa immensa massa di salariati è il fattore che potrebbe fare la differenza e segnare davvero una svolta.
In questi anni di Trump, contro tante previsioni disfattiste, si sono sviluppate lotte importanti dei salariati USA, dal movimento nazionale dei fazzoletti rossi nella scuola alle lotte operaie, radicali e prolungate, della General Motors. Vedremo quale sarà l'impatto della crisi su queste dinamiche sociali. Di certo la ribellione in corso dell'avanguardia della gioventù parla anche e soprattutto a loro.

Partito Comunista dei Lavoratori

COORDINAMENTO DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE - MILANO




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