(video Dal profilo di John Reed, che si ringrazia)
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sabato 6 giugno 2020
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INTERVENTO DI MARCO FERRANDO
(video Dal profilo di John Reed, che si ringrazia)
(video Dal profilo di John Reed, che si ringrazia)
venerdì 5 giugno 2020
IL TAVOLO ANNUNCIATO DEL PATTO SOCIALE
Bonomi
abbaia, Landini sussurra
Di fronte
alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei
padroni, il capo del più grande sindacato italiano non propone nessuna
mobilitazione, nessuna piattaforma di rivendicazioni, persino nessuna
contestazione verbale
Il governo
annuncia con squillo di trombe l'avvio del Patto per la rinascita. Tutti gli
“attori sociali e istituzionali”, governo e opposizioni, padroni e sindacati,
governatori e sindaci, saranno chiamati al tavolo per concertare la gestione di
una crisi drammatica.
Il nuovo
Presidente di Confindustria si candida a ricomporre attorno a sé la grande
borghesia italiana su un programma di sfondamento: mano libera sulla forza
lavoro, cancellazione del contratto nazionale, liberalizzazione totale degli
appalti, cancellazione totale dell'IRAP. C'è in questo posizionamento la
volontà di massimizzare la propria pressione sul governo per incassare tutto
ciò che si può. Ma c'è anche e soprattutto il peso di una catastrofe economica
reale: calo dei profitti del 60% sul 2020 tra le società quotate, impossibilità
di rilanciare sulle esportazioni per via della recessione mondiale, collasso
dei consumi interni con 7 milioni di lavoratori in cassa integrazione. C'è una
sola via per tamponare la crisi: comprimere i cosiddetti costi del lavoro,
incrementare il tasso di sfruttamento, ottenere nuovi sgravi fiscali. La
“rinascita”, per i padroni, è sempre quella dei propri profitti.
Il governo
asseconda il programma padronale. La sua maggioranza parlamentare è gracile,
tanto più a fronte dell'enormità della crisi. Le contraddizioni attraversano i
partiti che lo compongono, tra un M5S in cerca d'autore e un PD privo di
baricentro. L'unica stella polare comune è la salvezza del capitalismo
italiano.
La crisi
italiana è talmente profonda che la Germania e la Francia acconsentono di
destinare all'Italia una straordinaria pioggia di miliardi per evitarne il
tracollo, e con esso il disfacimento dell'UE. Negoziare l'importo e la
ripartizione delle risorse annunciate è ormai la principale ragione di
sopravvivenza del governo e della sua capacità contrattuale anche sul fronte
interno.
Non è
semplice, perché i tempi pressano. I fondi per la cassa integrazione stanno
finendo. Gli aiuti del recovery fund attendono il 2021, mentre il MES è un
calice troppo amaro per i pentastellati. In mezzo cade la fine del blocco dei
licenziamenti, a partire da agosto. Il governo dovrà chiedere al Parlamento un
nuovo scostamento di bilancio (cioè nuovo deficit) negoziandolo con le
opposizioni e con la benedizione di Mattarella. Ma per gestire l'operazione ha
bisogno di appoggiarsi alle parti sociali disinnescando ogni ostilità e
atteggiandosi a indispensabile mediatore.
Il padronato
denuncia formalmente l'irresolutezza del governo nel mentre ne ottiene i
servigi e ne usa la fragilità.
Ha ottenuto
la copertura dei crediti bancari con gigantesche garanzie pubbliche e la
cancellazione di 4 miliardi di IRAP. Ora chiede di completare la detassazione
delle imprese, di capitalizzare il grosso delle risorse europee, di disporre la
libertà dei subappalti nel nome del “modello Genova”. Ma al tempo stesso Bonomi
si dichiara insoddisfatto, per tenere il governo sotto schiaffo e segnare il
campo negoziale. E intanto minaccia un milione e duecentomila licenziamenti per
strappare una copertura di cassa integrazione per due anni, con salari
taglieggiati a carico della Stato e a beneficio delle imprese. Il tavolo del
patto sociale ha già il suo terreno di gioco, quale che sia il punto di
mediazione.
E il
sindacato? Già, il sindacato. Intervistato dal Manifesto, che gli chiede
semplicemente un giudizio sul piano Bonomi e sulla cancellazione dell'IRAP,
Maurizio Landini riesce a non dir nulla, ma proprio nulla, se non il fatto
che... così si rischia il conflitto. E che invece lavoro e imprese hanno oggi
davanti a sé «l'obiettivo comune da assumere: quello di migliorare
contemporaneamente le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e la
capacita competitività e di innovazione delle imprese».
Un
ecumenismo commovente. Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e
a un attacco frontale dei padroni al lavoro, nessuna mobilitazione, nessuna
piattaforma di riferimento, persino nessuna chiara contestazione verbale,
neppure sul Manifesto: solo la paura del conflitto e la prenotazione del tavolo
istituzionale.
Chi si può
seriamente stupire se Confindustria procede a testa bassa, alzando ogni volta
la posta? Chi pecora si fa il lupo se la mangia, dice un vecchio adagio
popolare. In questo caso, fuor di metafora, Bonomi non vuole mangiare
(distruggere) la burocrazia sindacale, perché sa bene che può funzionare come
ammortizzatore del conflitto. Ciò che vuole distruggere è quel che resta dei
diritti del lavoro. Tanto meglio con la complicità della burocrazia.
“Quando è ora
in piazza si va” conclude Landini. Ma se non ora, quando?
Il capo
della CGIL, ex avversario di Marchionne, ha appena benedetto i 6,5 miliardi di
copertura pubblica ai crediti bancari per FCA, senza neppure uno straccio di
garanzia sui post di lavoro, né ovviamente sulla sede fiscale. Non può essere
questa una direzione fiduciaria per il movimento operaio di fronte alla prova
di uno scontro sociale drammatico. Con questi dirigenti si va a sbattere,
esattamente come dieci anni fa.
Partito
Comunista dei Lavoratori
mercoledì 3 giugno 2020
UNIFICARE E GENERALIZZARE LE LOTTE PER L'AMBIENTE!
Verso il 5
giugno, a un anno dagli scioperi mondiali per il clima
È passato
più di un anno dal primo sciopero mondiale per il clima, e sono stati milioni
gli studenti che sono scesi nelle piazze italiane e nel mondo. Sorge quindi la
necessità di definire con chiarezza quale prospettiva dare alle mobilitazioni.
È un’esigenza pratica e immediata.
NESSUNA
FIDUCIA VERSO I GOVERNI DELLA BORGHESIA
Alle
promesse dei politici non sono seguiti i fatti. In ogni Paese i governi e lo Stato
tutelano gli interessi dei veri responsabili della crisi climatica, ovvero i
capitalisti. I politici non attuano le politiche ambientali necessarie. È un
forse un caso? No, ma non è una questione di volontà dei gruppi dirigenti che
ci governano, è invece la necessità del sistema di produzione capitalistico a
richiedere una continuità irrazionale nelle scelte politiche, volte soltanto
alla massimizzazione del profitto. Se in altri Paesi, nell’ambito parlamentare,
si trova un maggior successo della “politica ambientale”, non dobbiamo avere
nessuna illusione verso le concessioni pseudoambientaliste del capitale. Queste
“svolte” politiche vengono costruite ad arte soltanto per disinnescare
l’esplosività di un movimento di massa, e non colpiscono minimamente le
fondamenta del sistema di produzione, la vera radice di tutti i problemi.
PER UN
FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA
La crisi
sanitaria esplosa in questo periodo di epidemia dimostra come questo sistema
sociale ed economico di organizzazione della società è fallito e non ha più
nulla da dare alla maggioranza della popolazione. È giunto il momento di
rovesciarlo in una prospettiva che possa rispondere alle esigenze della
battaglia ambientalista ed alle rivendicazioni sociali del mondo del lavoro.
Una
riconversione ecologica dell'economia creerebbe una mole immensa di nuovo
lavoro socialmente utile, ma solo il rovesciamento della dittatura dei
capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a
questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione
ecosocialista, nella quale sarà la maggioranza della società a decidere
finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.
È urgente
più che mai mobilitare il movimento operaio, il solo che, in alleanza con gli
studenti, può dare una prospettiva concreta alla battaglia per l’ambiente, in
un'ottica rivoluzionaria e anticapitalista.
Quindi
bisogna unificare e sostenere le mobilitazioni, a partire dallo sciopero
generale dell’istruzione del 5 giugno, promosso da ADL Cobas e sostenuto dal
Coordinamento precari della scuola autoconvocati, e dalla mobilitazione
nazionale del 6 giugno, promossa dall’appello “Facciamo pagare la crisi ai
padroni e ai loro governi!”, nato dal patto unitario d'azione per un fronte
anticapitalista, cui il nostro partito aderisce insieme a diversi soggetti
politici e sindacali.
UNA
PROSPETTIVA SOCIALISTA ANCHE PER L’AMBIENTE
Ora
acquistano incredibile importanza le parole d’ordine come la nazionalizzazione,
senza indennizzi alla proprietà, delle aziende che inquinano, della sanità e
dell’industria farmaceutica e la loro immediata riconversione ecologica sotto
il controllo dei lavoratori. Tuttavia, una prospettiva socialista non può
limitarsi alla riconversione ecologica delle industrie e relativa cessazione
delle tecnologie ad alto tasso entropico. Perché sarà necessario elaborare un
bilancio energetico: ovvero un varo del piano energetico nazionale (calcolo
dell’energia e della materia consumata in un anno, e bilancio preventivo)
relativamente ai beni prodotti. È necessario programmare la quantità di energia
utilizzabile per le nuove produzioni rivolte a rispondere ai bisogni reali
della maggioranza della popolazione, e non a garantire i profitti di un pugno
di capitalisti; definire un tasso programmato di entropia basato sull’impronta
ecologica nazionale in rapporto con l’impronta ecologica mondiale.
I militanti
del PCL sono impegnati nella costruzione di un partito, in Italia e nel mondo,
che lotti per elevare la coscienza politica delle masse alla comprensione della
necessità dell’alternativa anticapitalistica e del socialismo. Una società in
cui l’umanità possa finalmente prendersi cura della salute propria e del mondo
intero.
Lotta con
noi!
Partito
Comunista dei Lavoratori - Commissione ambiente
martedì 2 giugno 2020
MUMIA ABU-JAMAL: NON RIESCO A RESPIRARE, PARTE SECONDA
Il seguente
commento del prigioniero politico Mumia Abu-Jamal, "Non riesco a
respirare, parte seconda", è stato registrato da Prison Radio il 30
maggio.
La battaglia
furiosa per ottenere giustizia per il defunto Eric Garner (1) ha richiesto
anni, lunghi difficili anni. Ma la sua famiglia e i suoi amici si trovano
davanti alla misera elemosina concessa con la decisione tardiva di licenziare
il poliziotto che lo ha ucciso soffocandolo. Senza incriminazioni, aggiungerei.
Il nome Eric Garner è il nome della condizione in cui si trova l'America nera
da decenni, da secoli; la condizione di chi riesce a malapena a respirare aria
libera.
Il cellulare
che ha registrato l'uccisione di George Floyd nelle strade di Minneapolis, in
Minnesota, da parte di un poliziotto muscoloso che gli ha messo il ginocchio
sul collo, ci ha fatto sentire un'inquietante eco delle ultime parole di
Garner, che riecheggiano da cinque anni. «Non riesco a respirare». Floyd, con
il suo respiro interrotto, piange per la persona che gli ha dato la vita, sua
madre. In pochi minuti Floyd se n'è andato.
Eric Garner
venne avvicinato da una squadra di polizia dopo che un commerciante si era
lamentato del fatto che egli stava vendendo merce sfusa e sigarette. George
Floyd è stato avvicinato da alcuni poliziotti dopo che un commerciante ha
affermato di aver ricevuto una banconota da 20 dollari falsa. Rifletteteci. Due
uomini, due padri, soffocati a morte per lamentele di commercianti su sigarette
sfuse e su 20 dollari probabilmente falsi. Questa è l'attestazione di quanto in
una società capitalista la merce sia più importante della vita dei neri.
George Floyd
si è aggiunto a una comunità alla quale non si sarebbe mai voluto aggiungere, e
forse non si sarebbe mai aspettato di aggiungersi. È l'appello dei morti
causati dallo Stato e dall'onnipervasivo sistema di repressione.
Le vite dei
neri importano? [Does black life matter?] Non ancora.
(1) Morto il
17 luglio 2014 a New York. Anche lui, come George Floyd, nero. Anche lui, come
George Floyd, strangolato. Anche lui, come George Floyd, dicendo "I can't
breathe" (Non riesco a respirare).
da Socialist
Resurgence
Mumia
Abu-Jamal
lunedì 1 giugno 2020
NON SI FERMA LA RIVOLTA ANTIRAZZISTA NELLE CITTÀ AMERICANE
L'avanguardia
della gioventù USA, nera e bianca, si ribella alla polizia e al governo
Saint Paul, Chicago, Detroit, Washington, New York,
Atlanta, Houston, Denver, San Francisco... Il grosso degli Stati americani e tutte le grandi città degli
USA sono investiti da una mobilitazione radicale di decine di migliaia di
giovani, per protestare contro l'assassinio a Minneapolis di George Floyd, uomo
di pelle nera, da parte di un poliziotto bianco, e chiedere l'arresto dei
quattro agenti corresponsabili dell'omicidio.
Non è una
sollevazione dalle proporzioni di massa, ma neppure un'ordinaria protesta
antirazzista. Non ha le dimensioni della grande rivolta nera del 1967, ma è
molto più estesa di quella di Los Angeles del 1992. Di certo è assai più ampia
e radicale di quella che nel 2014 investì la città di Ferguson per un omicidio
simile. Nel 2014 si mobilitò essenzialmente il movimento del Black Lives
Matter, un movimento importante di pelle nera. Oggi la rivolta ha tutti i
colori: afroamericani, bianchi, ispanici, in larghissima maggioranza giovani,
in buona parte donne. È la rivolta del popolo della sinistra americano, quello
forgiatosi in Occupy Wall Street e poi sviluppatosi contro il trumpismo.
L'elemento
antirazzista è centrale, ma si intreccia con ragioni di classe. La grande crisi
del 2008 ha accresciuto tutte le disuguaglianze della società americana. La
lunga ripresa del decennio successivo, costruita su precarizzazione e
supersfruttamento, le ha paradossalmente approfondite. È stata la ripresa di
Wall Street, non certo degli operai americani con diritti tagliati o di
studenti impiccati a una montagna di debiti. Questo divario a sua volta ha
spesso un colore. Una famiglia nera di Minneapolis guadagna in media 36000
dollari l'anno, il 44% di una bianca. Solo una famiglia nera su quattro
possiede una casa, a fronte del 76% dei bianchi. La divaricazione sociale si
sovrappone a quella razziale e la sospinge.
La pandemia
ha fatto il resto. L'esplosione del contagio negli USA ha colpito la comunità
nera più di ogni altra. Nel Kentucky solo l'8% della popolazione è di colore,
ma lo sono quasi un quinto dei morti di Covid. I lavoratori più a rischio, meno
protetti e meno pagati, dagli infermieri ai dipendenti dei supermercati, sono
in larga parte neri o latini. Diverse inchieste e denunce parlano di numerose
discriminazioni nei tempi di soccorso dei malati di colore, mentre oggi milioni
di neri sono in prima fila nel nuovo esercito di licenziati e disoccupati.
George Floyd è diventato il simbolo di tutte queste ragioni. Nere, ma non solo
nere. La composizione sociale dei manifestanti – studenti, precari, disoccupati
– ne è un riflesso.
La polizia
americana, lo Stato americano, sono il bersaglio centrale della protesta. La
polizia è il concentrato peggiore e più odiato del razzismo USA. Una polizia
largamente bianca, guidata da ufficiali bianchi, abituata a esercitare violenza
ordinaria contro i neri. Il fatto che degrado ed emarginazione metropolitane si
addensino innanzitutto tra i neri fortifica a sua volta il pregiudizio razziale
tra le forze dell'ordine. Soprusi, umiliazioni, violenze poliziesche sono pane
quotidiano nelle grandi periferie americane, segnando l'esperienza di vita di
milioni di giovani. L'omicidio razziale, spesso impunito, ne è solo il risvolto
più tragico. Per questo la rivolta oggi si scaglia contro la polizia, le sue
macchine, i suoi edifici, sino a dare alle fiamme il commissariato dei quattro
agenti assassini.
A tutto
questo si aggiunge il fattore politico. Trump ha investito sin dall'inizio
nella divisione razziale per capitalizzare il consenso bianco e dividere la
classe operaia americana. L'operazione è in parte riuscita con la conquista di
un settore importante del proletariato bianco della grande industria. Il nuovo
corso protezionista anticinese all'insegna dell'America first mira a
consolidare questo blocco sociale. Ma ora la pandemia e la nuova grande crisi
capitalista mettono Trump in difficoltà. La sua gestione dell'emergenza
sanitaria, concausa della tragedia, è stata rovinosa.
Il sistema
sanitario privato, nel quale Trump più di ogni altro si è identificato, è stato
un moltiplicatore criminale, non solo nei fatti ma agli occhi di larga parte
della società americana, inclusi tanti proletari bianchi. Ora il Presidente USA
cerca di risolvere il problema dell'ordine pubblico minacciando di sparare o di
scatenare cani feroci (ricorso tragico dell'Alabama schiavista), e mobilitando
le truppe federali a sostegno della polizia, come non accadeva dal 1992. Ma la
radicalità della risposta d'ordine a difesa della polizia, nel momento in cui
proprio la polizia è sotto accusa, rischia di ampliare il fossato. Nel mentre,
la pandemia è ben lungi dall'essere liquidata, e la nuova recessione è ormai in
pieno corso.
Il Partito
Democratico degli USA , a partire dal candidato Joe Biden e dal suo sponsor
Obama, criticano naturalmente l'assassinio poliziesco, ma lavorano al riflusso
della protesta di piazza, una protesta che non controllano e in larga parte
subiscono. L'unico loro timore è che Trump possa recuperare nei sondaggi come
uomo d'ordine contro "le violenze" dei manifestanti. Non si distingue
in questo la cosiddetta ala “socialista” del Partito Democratico, che ha visto
scendere in piazza il suo stesso popolo e non sa bene come riportarlo
all'ovile.
L'evocazione
di (fantasiose) presunte infiltrazioni di suprematisti bianchi nelle
manifestazioni da parte di questo ambiente mira a boicottare il movimento,
provocare defezioni, riportare la calma. Il commentario delle sinistre
riformiste italiane avalla, in varie forme, l'operazione. Così come ha avallato
il ritiro di Sanders dalla competizione elettorale in obbedienza allo stato
maggiore democratico, in omaggio all'eterno bipolarismo USA.
Noi stiamo,
da marxisti rivoluzionari, su un altro binario, quello della costruzione di un
movimento di classe e di massa indipendente negli USA, e in esso di una
egemonia anticapitalista.
Per questo
salutiamo la ribellione dell'avanguardia della gioventù americana, bianca e
nera, e ne rivendichiamo senza riserve la radicalità antipoliziesca e
antigovernativa. Per questo diciamo che il futuro della ribellione e delle sue
ragioni è affidato all'incontro col più vasto proletariato americano.
Decine di
milioni di lavoratori e di lavoratrici sono e saranno investiti da una nuova
gigantesca crisi sociale, che colpirà nuovamente lavoro, salari, diritti. Una
irruzione sulla scena della lotta di classe di questa immensa massa di
salariati è il fattore che potrebbe fare la differenza e segnare davvero una
svolta.
In questi
anni di Trump, contro tante previsioni disfattiste, si sono sviluppate lotte
importanti dei salariati USA, dal movimento nazionale dei fazzoletti rossi
nella scuola alle lotte operaie, radicali e prolungate, della General Motors.
Vedremo quale sarà l'impatto della crisi su queste dinamiche sociali. Di certo
la ribellione in corso dell'avanguardia della gioventù parla anche e
soprattutto a loro.
Partito
Comunista dei Lavoratori
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