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sabato 18 aprile 2020

RIGOROSAMENTE ALLINEATI “ALL’EMERGENZA DEL CAPITALE”



Al potere giova questa emergenza, lo rende più forte, soprattutto se si considera che grazie al virus siamo tutti in casa, che non vi è opposizione e tutti sono disposti a rinunciare anche alle più elementari libertà pur di fare salva la propria vita. 

Evocava Marx “l'ideologia rovescia il mondo capovolto e lo fa apparire falsamente vero”. 

Oggi affidiamo anima e corpo ai tanti virologi televisivi e ai tanti tecnici delle task forces. Quelli, per inciso, che fino a febbraio dicevano che non c’era alcun pericolo e ora dicono che non si tornerà mai più alla normalità. Nulla sarà più come prima! Col virus dovremo imparare a convivere. 

Insomma, i rapporti di forza, saranno maggiormente riorganizzati, soprattutto al rientro sollecitato nelle fabbriche per continuare a garantire il profitto dei padroni, irreversibilmente: reclusione, niente spazio pubblico, niente assemblee, e soprattutto niente proteste.

Uno stato di polizia quale in parte già è: in nome dell’emergenza, certo, che, appunto, si protrarrà chissà fino a quando… 

Guai a chi osa dissentire e provare a indicare percorsi alternativi, non allineati. A ricordarcelo, giorno per giorno, ora per ora, ci pensa stampa e tv rigorosamente allineati “all’emergenza del capitale”. 

“Le notizie sono una cosa seria: fidati dei professionisti dell’informazione”: così ripete il nuovo ritornello del “grande fratello”, lo stesso, peraltro, che ha detto, impunemente, che per il Coronavirus “è morto Louis Sepulveda, autore di Cent’anni di Solitudine”. 

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

mercoledì 15 aprile 2020

LE DONNE DENTRO E FUORI DAL LOCKDOWN




Siamo a un passo dalla fine del lockdown, e tutti e tutte dovremo quindi affrontare quella che chiamano la "fase due".
Che si tratti di una fase diversa però non lo dice il numero dei contagi, che pur in calo resta nel paese superiore al migliaio al giorno (dati al 9 di aprile) e neanche il numero dei decessi, anche quello di diverse centinaia al giorno. E sono i numeri "ufficiali", cioè quelli rilasciati giornalmente dalla Protezione Civile, che tanto fanno discutere, messi a confronto con le statistiche sulla mortalità (1) che vedono incrementi dolorosi nelle settimane centrali di marzo.
E in particolare non lo dice la preoccupazione sulla città di Milano, dove i numeri dei contagi cittadini sono a lungo rimasti un mistero, incrociato con la particolarità d'avere in casa il reparto Covid-19 dell'Ospedale Sacco, dove sono affluiti i contagiati anche da fuori città, e col silenzio dell'istituzione comunale.
Quindi si riparte, e sembrava dovessimo ripartire dopo il fine settimana del 1 maggio, ma in realtà fra pochissimo saranno molte le realtà produttive e alcune del commercio che riapriranno i battenti.
E se le guardate bene sono tante le realtà commerciali dove sappiamo bene che il front desk (le casse) sono un luogo fondamentalmente popolato di donne. E sono una magra consolazione le dichiarazioni della virologa Ilaria Capua che ci comunica che le donne sembrano più resistenti agli effetti più gravi della malattia (almeno sembra, in base a studi però su campioni non particolarmente ampi e soprattutto non ancora "armonizzati", cioè efficacemente incrociati e su un più alto livello di campione). Così come non ci convince la formula che i datori di lavoro dovranno fornire guanti monouso e mascherine. In Lombardia trovare una confezione di guanti monouso in un qualsiasi supermercato è impossibile, e se entrate nei supermercati potrete vedere chiaramente che non sempre gli operatori li indossano, così come è ben raro che li indossino gli addetti alla consegna della spesa a casa (altro che la pubblicità dell'Esselunga con il corriere in tuta integrale).
Quindi in questa fiera dell'ipocrisia, ci chiediamo se dovremo appellarci alla bontà della natura o se semplicemente, arrivando al punto in cui gli ospedali "cominciano a respirare" (eufemismo per dire che forse i lavoratori al loro interno sperano di vedere una luce in fondo al tunnel, non avendo più centinaia di casi in arrivo giornalmente), il dato di fatto sarà che ci affideremo alla cosiddetta immunità di gregge, che però purtroppo ci deve preparare a perdere diversi dei nostri cari.
E in tutto questo, come sin dal principio, le donne pagheranno dei prezzi supplementari.
Li hanno pagati in ospedale, dove sono la maggioranza della forza lavoro, medici a parte, soprattutto dirigenti medici a parte; infermiere, operatrici socio-sanitarie, addette alle pulizie sanitarie sono prevalenti rispetto ai loro colleghi maschi, tanto che alcune agenzie di ricerca di lavoro qui e là si lasciano scappare "cercasi addetta alle...", pur precisando di seguito che la richiesta è rivolta ad ambo i sessi. E in questo periodo per aumentare gli organici al massimo possono sperare in "contratti Covid", cioè contratti a termine, mantenendo la logica della precarietà in questo settore martoriato dall'emergenza.
Li hanno pagati nella presenza alle casse nei supermercati, dove sono probabilmente il 95% della forza lavoro, pur non essendo esonerate nei casi di maggior urgenza persino dal riempimento delle scaffalature. Per queste donne il governo ha ben pensato di far trovare loro un coniglio pasquale: l'allungamento degli orari di apertura, quindi ancora più turni disagiati (ma si sa, potrebbero crearsi code troppo lunghe), contratti part time non voluti e sorrisi obbligatori.
Li hanno pagati anche nel lockdown più fortunato (si fa per dire), quello dove il lavoro, e quindi di conseguenza lo stipendio, lo hanno mantenuto con lo smart working, dove in spazi non funzionali, con tempi irregolari, intrecciando il lavoro ai computer con la preparazione degli spezzatini, dovendo alternare i sì e i no all'attenzione di cura per i figli (che anche per modello sociale a loro si rivolgono per prime, avete presente la pubblicità della mamma pinguina?), secondo quanto è necessario per tenere tutto insieme, le donne attuano quella "meravigliosa" attitudine al multitasking che ci ha ossessionato per due decenni a cavallo del volgere del secolo.
Li hanno pagati nella perdita del lavoro irregolare, precario, come nella ristorazione, negli studi professionali, nella cultura, come le educatrici che in grande maggioranza sono ormai tutte lavoratrici precarie, sia nel privato, sia nel pubblico.
Li hanno pagati nella perdita di salario, decurtato dal ricorso agli ammortizzatori sociali senza la copertura del 100%, diventando più vulnerabili e più difficilmente capaci di potere conquistare o mantenere la propria autonomia.

Li hanno pagati nell'assenza di un qualsiasi supporto se slegate dal mondo del lavoro: non sono infatti previste indennità di alcun tipo per tutte quelle donne che non sono inserite nel mondo del lavoro ufficiale, ma noi sappiamo quante donne traggono la sussistenza delle loro famiglie (prima che la loro) da innumerevoli lavori in nero.

Li hanno pagati nei tentativi di mettere l'aborto tra le attività non necessarie negli ospedali, con la vergognosa vicenda della petizione di Pro Vita e Famiglia, come se la pandemia dovesse diventare per l'appunto una punizione divina per le condotte sessuali non accettate dal bigottismo e dai reazionari.

E li hanno pagati nelle case dove sono rimaste rinchiuse anche con quei famigliari che le vessano, le picchiano e purtroppo, come abbiamo visto, le uccidono, secondo la maggior parte della stampa per l'ennesimo dramma – quello della convivenza forzata, non quello della cultura patriarcale.
Mentre nel frattempo crollano le chiamate ai centri antiviolenza, questo sì dramma della convivenza forzata, dove non ti puoi liberare mai della presenza del tuo aguzzino.

Ebbene non si toglie nulla alle difficoltà affrontate dagli uomini nell'emergenza dovuta all'epidemia di coronavirus, ma, come detto in principio, questi sono prezzi supplementari, che nuovamente le donne sono chiamate a pagare in "virtù" del loro essere donne.

Per questo all'uscita da questo lockdown, ancora più forte sarà l'esigenza di riprendere le lotte per la distruzione della società classista, paradigma di ogni oppressione, contro il patriarcato, modello di prevaricazione.

Saranno i tempi per rivendicare il blocco dei licenziamenti, l'abolizione dei contratti precari, la parità salariale, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, la regolarizzazione di tutti i rapporti di lavoro in nero, sussidi di disoccupazione per tutte e tutti, il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulla salute e la sicurezza. Lavoro, indipendenza economica, e non caritatevoli concessioni.
I tempi per rivendicare una sanità pubblica, gratuita e universale. La piena libertà di aborto e di uso delle alternative farmacologiche sicure. Percorsi di sicurezza per tutte le donne sotto lo scacco della violenza maschile, finanziamenti ai centri antiviolenza, apertura di servizi territoriali per l'ascolto e la protezione.


Partito Comunista dei Lavoratori - commissione donne e oppressioni di genere

lunedì 13 aprile 2020

IL PCL DENUNCIA GOVERNO NAZIONALE, REGIONE LOMBARDIA E CONFINDUSTRIA

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del #governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del #contagio e delle morti nella regione Lombardia. 

 Intervento di Marco Ferrando



 

venerdì 10 aprile 2020

IL PCL DENUNCIA GOVERNO, REGIONE LOMBARDIA E CONFINDUSTRIA

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia con un proprio esposto le responsabilità del governo nazionale, di quello lombardo e della Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti nella regione Lombardia



Qui di seguito l’esposto presentato dal nostro partito alle procure di Bergamo, Brescia, Milano, Roma nei confronti del governo nazionale (in primis Conte e Speranza) di quello regionale lombardo (in primis Fontana e Gallera) e dei vertici di Confindustria (in primis quella lombarda) relativamente alla mancata creazione di una “zona rossa” almeno nel bergamasco (Alzano Lombardo, Nembro).
Da molti giorni sottolineiamo il ruolo criminale dei padroni lombardi, le cui pressioni a Milano e a Roma, come denunciava il moderato sindaco PD di Brescia in una intervista al Fatto Quotidiano, hanno portato a non aver deciso l'istituzione di zone rosse in Lombardia dopo quella di Codogno.
Ora, senza essere infettivologi, a noi è apparso chiaro, per logica non formale ma dialettica, dall’esperienza cinese e da quella di Codogno, che una quarantena rafforzata in focolai di epidemia particolarmente virulenti riduce l’epidemia sia all’esterno che all’interno della zona in cui viene applicata.
Negli ultimi giorni sono diventati di pubblico dominio alcuni fatti gravi.
Il 2 marzo il comitato tecnico-scientifico nazionale inviava al governo una nota urgente, a firma del suo presidente Brusaferro, chiedendo l'istituzione di una zona rossa a Alzano e Nembro. Invece di applicare questa misura immediatamente, Conte e Speranza prendevano tempo fissando una riunione non immediata, ma due giorni dopo, per verificare "se c'era proprio la necessità”. Nel contempo si interfacciavano con il governo lombardo, il quale aveva, per confessione al sito The Post Internazionale del presidente di Confindustria lombarda Bonometti, un incontro sulla questione con i vertici dell'organizzazione padronale, di cui si può ben immaginare le posizioni sulla questione.
Il problema era ovvio. A Codogno c'è solo una fabbrica chimica medio-grande, la Unilever. In Val Seriana ci sono centinaia di fabbriche metalmeccaniche, di cui decine medie e grandi. È probabile, considerando quello che ha affermato il sindaco di Brescia, che analoghi incontri o colloqui si siano svolti a Roma, o con Roma. Quello che è certo è che, ad ogni modo, il 4 marzo erano già pronte le forze di polizia e dell'esercito per bloccare la zona dall'indomani all'alba. E invece l'ordine non è mai arrivato. Su questo abbiamo assistito al vergognoso rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e regionale Lombardia, come tra due complici sorpresi con le mani nel sacco.
Quello che è certo è che migliaia di morti in tutta la Lombardia sono stati il frutto della criminalità dei padroni, che in nome del profitto se ne fregano della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, e di quella dei loro servi contenti della politica borghese.
Noi non sappiamo quale futuro avrà questo esposto. Sappiamo che la magistratura è una delle sovrastrutture dello Stato borghese. È difficile che il nostro esposto vada avanti. Speriamo di trovare in almeno una delle quattro procure un giudice democratico (o magari ambizioso) che cerchi di sviluppare una inchiesta. In ogni caso questo esposto e una campagna possibile su di esso serviranno almeno a ricordare la vera natura dei padroni al numero più largo di lavoratori, lavoratrici e giovani. Perché noi siamo perfettamente d'accordo con quello che il grande vecchio filosofo marxista Antonio Labriola scrisse alla fine dell’800 in polemica e contrasto con il riformista gradualista e pacifista Turati (certo in ogni caso più a sinistra di governisti e mutualisti vari della cosiddetta nuova sinistra odierna): «In quanto a me i borghesi li credo buoni soltanto a farsi impiccare. Non avrò la fortuna d’impiccarli io, ma non voglio nemmeno contribuire a dilazionarne l’impiccagione».


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All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano
All'Ill.ma Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma



Il sottoscritto Marco Ferrando residente in [...], [...], n. CF. [...], in persona e nella qualità di portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori,

gravemente allarmato per i fatti avvenuti recentemente nelle province di Bergamo e Brescia, segnatamente per la mancata chiusura e realizzazione della zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, poiché dalle notizie riferite dalla stampa e dai telegiornali emergono ictu oculi gravi responsabilità politiche e penali a carico della Regione Lombardia, nonché del Governo della Repubblica, intende sottoporre al vaglio dell'Ill.ma S.V. tali fatti al fine di rilevare condotte illecite e l'esistenza di reati.

In buona sostanza, dall'inchiesta emersa dal Corriere della Sera (cfr Corriere della Sera 6 aprile ultimo scorso) risulta che tra gli ultimi giorni di febbraio e i primi di marzo fosse tutto pronto per erigere una "zona rossa" nei comuni di Alzano, Nembro ed altri, così come giustamente è stato fatto precedentemente per Codogno.

Riferisce il Corriere della Sera che camion della Polizia e dell'Esercito erano già pronti per intervenire, quando inspiegabilmente furono ritirati all'ultimo momento senza alcuna ragione.

Occorre rilevare che i primi due malati di Covid-19 vengono scoperti il 23 febbraio, e che già alla fine di febbraio era chiaro, purtroppo, che nel comune di Alzano e più in generale nella bergamasca fosse esploso un rilevante e violento focolaio di infezione.

Alla luce di codeste considerazioni, vorremmo sottolineare la gravità di questa notizia: chi ha bloccato e impedito il meccanismo di costruzione della zona rossa ad Alzano e Nembro? Perché? Cui prodest?

Chi ha disatteso le indicazioni di costruzione delle zone rosse intorno ai focolai di infezione, richieste dall'Istituto Superiore di Sanità, come risulta chiaramente da tale articolo?

Un ulteriore elemento di abnormità e grave imprudenza è determinato dalla riapertura dell'ospedale di Alzano, solo dopo poche ore dopo la chiusura, nel pomeriggio del 23 febbraio.

Mi sia solo consentito, sommessamente, di rilevare che queste condotte non sembrano ispirate a criteri di prudenza, ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione.

Successivamente, come è noto, vi è stata una polemica non proprio edificante circa le responsabilità, afferenti alla omessa realizzazione delle zone rosse nella bergamasca, tra il governo centrale e regione, vedi in proposito dichiarazioni del Presidente del Consiglio, nonché le risposte del Presidente della Regione Lombardia.

In buona sostanza governo e regione, scaricandosi addosso la responsabilità politica per la colposa condotta omissiva, affermavano e convenivano sul fatto che poiché era stata dichiarata in data otto marzo la zona rossa in tutta la Lombardia, e in generale in tutta Italia, venivano meno le ragioni di esecuzione di un’area di sicurezza ad Alzano e Nembro. Tale giustificazione non ha, a mio giudizio, alcuna validità, perché quello che veniva decretato per tutta la Lombardia e tutta Italia non era l’istituzione di una cosiddetta zona rossa, ma di quella che è stata a volte definita "zona arancione”. Se così non fosse, non potrebbe intendersi perché alcune regioni (ad esempio Campania e Lazio) sottoposte alle stesse regole di quarantena del resto d’Italia, hanno istituito, su decisione dei propri presidenti, “zone rosse” in alcuni comuni del proprio territorio; ciò perché, all’evidenza e come si è visto nel caso di Codogno, “zona rossa” implica una quarantena rafforzata rispetto a quella vigente nel resto del paese, incluso la Lombardia.

Ci sia consentito rilevare che così come richiesto dall'Istituto Superiore di Sanità, considerata la virulenza e l'aggressività del contagio, sarebbe stato opportuno e prudente prendere opportune e specifiche misure di sicurezza in alcuni comuni della bergamasca e del bresciano, istituendo appunto in essi uno o più zone rosse.

Ma in ogni caso, nella denegata ipotesi che si volesse aderire alla semplicistica e tautologica tesi del Presidente del Consiglio, rimangono scoperti sette/otto giorni, tra la grave esplosione del contagio in quelle aree e la proclamazione della zona rossa in Lombardia.

Settimana in cui il contagio ha avuto modo di esplodere incontrollato (dati ISTAT rilevano che nella bergamasca il contagio in tale settimana è cresciuto di oltre il 1000%).

Circa le ragioni di tale comportamento scellerato ed inopportuno non si può non considerare le pressioni fatte da Confindustria lombarda per non creare zone rosse nella bresciana e bergamasca, vista l'alta concentrazione industriale, (cfr intervista sul sito tpi.it al presidente Confindustria lombarda in data 7 aprile ultimo scorso in cui, tra l’altro, si parla di un incontro svoltosi ai primi di marzo in regione Lombardia, evidentemente allo scopo di bloccare la istituzione della zona rossa nella bergamasca).

Ulteriore conferma a tale sospetto si ha leggendo le dichiarazioni del sindaco di Brescia Emilio Del Bono (intervista su Il Fatto Quotidiano del 17 marzo ultimo scorso) in cui si afferma «Il peso del mondo industriale sia a Roma che a Milano si è fatto sentire», e prosegue affermando che con un comportamento più cauto sarebbe stato minore e più diluito nel tempo.

Tutto ciò premesso, il sottoscritto Marco Ferrando chiede all'Ill.ma S.V., accertati i fatti della narrazione de quo, ove ritenuto, di voler accertare la penale rilevanza delle condotte innanzi evidenziate del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, del Ministro della salute pro tempore, del Presidente della Regione Lombardia pro tempore, dell’assessore alla salute pro tempore, di persone aventi ruoli dirigenti in Confindustria lombarda o nelle sue strutture, e di ogni altro soggetto ritenuto responsabile, per i reati di contagio colposo, omissione e abuso in atti di ufficio, ed ogni reato che la Ill.ma S.V. intenderà ravvisare.

Con ossequio ed osservanze,


firmato

(Marco Ferrando)


9 aprile 2020

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 9 aprile 2020

MAURIZIO LANDINI PER LA LIQUIDITÀ ALLE IMPRESE

La burocrazia sindacale ai tempi del coronavirus



La burocrazia sindacale ai tempi del coronavirus
«Va assicurata subito la liquidità alle imprese [...] È importante prevedere forme di prestito agevolato e misure fiscali che tutelino le imprese, anche il sistema bancario può svolgere un importante ruolo sociale. Ma le imprese non devono chiudere, né delocalizzare...»

Queste sono le parole che Maurizio Landini ha voluto riservare al quotidiano di Confindustria in una lunga intervista di domenica 5 aprile, alla vigilia del Consiglio dei ministri che avrebbe varato 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore delle banche perché facciano prestiti alle imprese.
Il significato dell'intervista non sta negli appelli platonici ai padroni perché non chiudano. Sta nella pubblica perorazione della richiesta centrale di Confindustria: “dateci soldi e datecene tanti”. Non a caso Il Sole 24 Ore ha incorniciato l'intervista col titolo “Urgente la liquidità alle imprese”. Come dire: messaggio ricevuto e rilanciato.

Il gioco è trasparente. Confindustria cerca tutte le sponde possibili per difendere gli interessi dei propri associati. Assolve in definitiva il proprio ruolo. La sponda sindacale, se è disponibile, è di prim'ordine per i padroni. Ma in questo caso la sponda della burocrazia CGIL non è servita loro per (cercare di) rimuovere gli scioperi di fabbrica, come in occasione del protocollo d'intesa sulla sicurezza. No. È servita solamente per battere cassa, con un'eco più forte, presso il Consiglio dei ministri. Così come i padroni usarono a fine febbraio un comunicato congiunto Confindustria/sindacati contro gli eccessivi “allarmismi” sul coronavirus nel nome de “L'Italia non si ferma”. Anche allora gli industriali si fecero forti nel rapporto col governo della complicità sindacale. Purtroppo erano gli stessi giorni in cui Confindustria lombarda poneva il veto (criminale) alla soluzione Codogno per Bergamo e Brescia.

Ma la funzione di un segretario della CGIL è quella di sostenere le cause degli industriali presso il governo? Qualcuno dirà che quella di Landini è una tattica intelligente per ottenere contropartite vantaggiose sul terreno sindacale. Ma di quali contropartite stiamo parlando? I padroni stanno forzando ovunque per riaprire le fabbriche attraverso la pressione sulle prefetture mettendo in gioco la salute dei lavoratori. E ora, dopo aver beneficiato, col plauso CGIL, dei 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore dei prestiti bancari, chiedono di “non sperperare denaro pubblico” per dare reddito a chi finisce su una strada (magari dopo essere stato usato come lavoratore in nero da un padrone evasore). Di più: chiedono liberi voucher in agricoltura, “assoluta e totale libertà di deroga negli appalti” (Bonomi), nuova flessibilità in fabbrica per “ritrovare la produttività” (Bazoli), e naturalmente un progetto di rientro prima o poi dal nuovo debito accumulato dallo Stato. Tradotto in prosa: nuovi sacrifici per gli operai.

Sarebbero queste le contropartite della disponibilità mostrata da Landini?
Il paradosso è che oggi la concertazione sindacale, in buona parte, è praticata solo dalle direzioni sindacali, non dai padroni. È una concertazione... unilaterale, se così si può dire. Ma ugualmente vantaggiosa per lor signori. Perché i padroni sanno, col loro fiuto di classe, qual è il vero rischio. Leonardo del Vecchio, fondatore di Luxottica, lo ha esplicitato chiaramente: «Ho vissuto le bombe e la guerra, la fame e la povertà. Da tutto questo ne potremo uscire solo in due modi: con la rabbia lasciata correre per le strade, o puntando sul sacrificio e sulle energie di tutti» (La Repubblica, 4 aprile). E per i sacrifici di «tutti» (?), e soprattutto per contenere «la rabbia», la burocrazia sindacale è uno strumento sperimentato.

Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 5 aprile 2020

NON STA A NOI RISOLVERE I PROBLEMI DEL CAPITALE, DA CHI CI SFRUTTA È MEGLIO DIVIDERSI



La necessità di un coordinamento tra tutte le forze antifasciste e anticapitaliste è quanto mai urgente. Quando finalmente ci lasceranno uscire di casa la rabbia popolare divamperà in ogni direzione e quello che assolutamente serve è una guida politica capace e credibile in grado di indirizzare questa rabbia in senso rivoluzionario.
Mai nella storia del capitalismo si è verificato un blocco della produzione generalizzato  e basta conoscere l’abc dell’economia per sapere che la produzione non potrà ripartire subito e che si verificheranno fallimenti a catena nell'economia reale e nella sfera finanziaria.

Dopo mesi di inattività, in un contesto che non era certo roseo prima dell’emergenza coronavirus, nemmeno le imprese più solide potranno riprendere subito la produzione. Dovranno fare i conti con fornitori che non ci sono più e vecchi acquirenti che non hanno più un euro in cassa.

I tempi sono stretti e il capitale finanziario lo sa. Se non si interviene in fretta salta tutto in pochi mesi. Per questo super Mario Draghi scende in campo in prima persona: dopo aver dedicato la vita ad imporci il rigore di bilancio, ci propone oggi di rilanciare il debito pubblico come strumento per accollare allo stato l’onere dei salvataggi, sapendo bene che questo manderà in crisi il bilancio stesso dello stato, rendendo insostenibile il debito pubblico, e creerà le condizioni materiali per completare il trasferimento del comando dell’economia alle istituzioni finanziarie sovranazionali che detteranno autoritariamente le misure di tritacarne sociale necessarie a ripristinare le condizioni affinché il capitale possa riprendere a macinare profitti.

Ci aspettano quattro giri di vite sulle condizioni di lavoro e di sfruttamento in tutti i settori dell’economia con l’azzeramento dei diritti dei lavoratori e dei servizi ai cittadini.
Insomma, questa crisi sanitaria non fa che mostrare i limiti di un modello economico che se ne frega della nostra salute semplicemente perché se ne frega della nostra vita.
Siamo solo strumenti di valorizzazione del capitale, sistema che per continuare a produrre ricchezza deve produrre sempre più miseria.

Siamo di fronte a una biforcazione della storia e mai come oggi il problema si presenta come socialismo o barbarie. Se vincono loro, dimentichiamoci non solo il diritto alla salute ma i diritti in genere.
In nome della salvaguardia dei risparmiatori e della difesa dell’occupazione, oggi vorrebbero di nuovo imporci di salvare le loro banche e le loro imprese.
Non sta a noi risolvere i problemi del capitale e non abbiamo tempo per discutere con i vecchi e i nuovi salvatori del sistema. L’urgenza ora è creare un fronte unico rivoluzionario, unito e deciso.

Dobbiamo organizzarci. Non è il momento dei personalismi e delle ripicche tra partiti, né tra sindacati. L’obiettivo oggi è creare un’avanguardia politico-sindacale che sappia lanciare le parole d’ordine opportune al momento giusto.

Costruire un sistema sanitario in cui non si muore per un virus e un sistema economico che risponda alle esigenze di chi lavora invece che a quelle dei banchieri.

No alla logica dell’emergenza e all’unità nazionale. L’emergenza è la loro, non la nostra. E da chi ci sfrutta è meglio dividersi.

mercoledì 1 aprile 2020

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI UNITÀ DI CLASSE

Questo numero di Unità di Classe esce in formato digitale  a causa dell’emergenza coronavirus. Ma l'attività del PCL continua più intensa che mai!

Aiutaci a propagandare le idee del marxismo rivoluzionario. Diffondi e sostieni Unità di Classe con un contributo libero. Puoi fare una donazione con PayPal, in modo rapido e sicuro, inviando il pagamento a: info@pclavoratori.it

In questo numero:

Dall'emergenza sanitaria alla tragedia del capitalismo - Federico Bacchiocchi

Il cambio di scenario - Marco Ferrando

La nostra proposta nell'emergenza

La fabbrica e il coronavirus: intervista a un operaio di FCA- Juan Catracho Malverde

Morire di Posta ai tempi del coronavirus - Cristian Briozzo

La crisi dei migranti tra Grecia e Turchia - comunicato di OKDE-Spartakos

Il proibizionismo ha fallito - Attilio Armando Tronca

Togliatti e l'amnistia ai fascisti - Piero Nobili





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