POST IN EVIDENZA

domenica 7 luglio 2019

“PRIMA GLI ITALIANI, NON CE N'È PER NOI, QUINDI LORO A CASA PROPRIA”



Siamo in un’epoca in cui gli attori politici sembrano avere a disposizione sempre meno autonomia.
Ci troviamo in una fase in cui lo strapotere economico è in grado di dettare, senza troppo sforzo, l'intero cammino della società. Tuttavia, ogni egemonia genera contraddizioni, genera uno sviluppo diseguale e sempre più domande insoddisfatte da molti che subiscono la diseguaglianza.
Non sembra vero ai nostri pessimi attori politici poter deviare l'attenzione su dispute virtuali che tengono l'attenzione del pubblico incentrata su questioni in cui è facile schierarsi emotivamente, a seconda del proprio terreno culturale, e delle contraddizioni vissute nella propria condizione.
Il teatro dell'immigrazione, nella politica italiana, risponde esattamente a questo schema.

Da un lato, il governo alimenta la paura di un pericolo esterno: l'immigrazione incontrollata.
Oggi, in tempi di attacco alla sussistenza per la classe proletaria, la paura gioca sull'immigrato che costringe lo stato a spendere, o sulla concorrenza nel lavoro e nei diritti sociali.

E' un meccanismo efficiente, perché semplifica le contraddizioni sulla carne viva: economia e lavoro.
I motti sono: “prima gli italiani, non ce n'è per noi, quindi loro a casa propria”
Questo è il quadro della semplificazione. Un quadro efficace che impedisce di chiedersi, tanto per fare un esempio,per quale vera ragione non ce n'è più per noi.
Impedisce di chiedersi quali siano le vere ragioni dello sviluppo diseguale del nostro mondo. Impedisce di chiedersi perché alcuni siano costretti a spezzare il pane e i soliti non dividano nemmeno un pezzo di aragosta. Impedisce di chiedersi se l'occidentale sprecone è quello che fatica a pagare affitto e pensione oppure quello che guadagna dal suo affitto, dalla riduzione della sua pensione o dall'immigrazione di nuova forza lavoro ricattabile, per tenere i salari più bassi possibile.
Il linguaggio dei personaggi politici, il filo logico dei loro discorsi, è indubbiamente diverso, addirittura opposto, ma Il fine è però lo stesso: tenere distante l'attenzione dalla realtà, da un mondo che ci rende tutti schiavi.
Il primo passo è metter subito mano alla cassetta degli attrezzi per demolire il capitalismo, da qualsiasi “attore comico” sia interpretato.

giovedì 4 luglio 2019

BATTERSI CON ENERGIA CONTRO IL CAPITALISMO



Dopo il successo elettorale, il partito di Salvini è diventato ancor più minaccioso, corporativo, repressivo e antioperaio.
Per la sopravvivenza del governo, pone continue condizioni; il taglio delle tasse per i ricchi, lo sblocca cantieri (TAV compresa), l’autonomia differenziata, il decreto sicurezza-bis, la chiusura ermetica dei porti e la deportazione dei migranti.
Mentre il premier Conte per ora va avanti pur sapendo che il suo destino è segnato dagli sviluppi della crisi economica e politica della borghesia italiana, Di Maio non può tirare troppo la corda, altrimenti il boss leghista farà saltare il tavolo puntando a insediarsi a Palazzo Chigi alla testa di una alleanza ultrareazionaria, appoggiata dai fascisti.
Infatti a causa del truffaldino sistema elettorale vigente, la Lega, presentandosi con una coalizione elettorale di destra, potrebbe ottenere la maggioranza parlamentare e formare un governo per portare avanti nei prossimi anni un programma d’assalto liberista, reazionario e antioperaio.
Il grande capitale “strizza l’occhio” alla Lega, ha  bisogno del populismo di  estrema destra, dei “decreti  sicurezza” per  conservare i rapporti sociali  esistenti, per intensificare lo  sfruttamento e ridurre  ulteriormente salari, diritti e  spese sociali, per sopprimere le  libertà democratiche, per  attaccare le organizzazioni di  classe e le forme di lotta più  decise, impedendo che la  protesta operaia e popolare si  diriga contro le basi del sistema  di sfruttamento.
La Lega con la sua politica di contrapposizione  e divisione sistematica del  proletariato, con il suo programma  di difesa degli interessi e dei  privilegi dei padroni, dei ricchi, è un alleato  permanente del capitale finanziario.
Il  consenso a Salvini è basato sulla  manipolazione, non sulle  realizzazioni.
 I fatti, a  partire dalla prossima  manovra finanziaria, si  incaricheranno di smentire le  “promesse sociali” della Lega,  così come le balle del M5S.
La sola forza che può sviluppare una reale e generale mobilitazione contro l'oligarchia   finanziaria, le sue istituzioni, le   sue forze politiche, che può   battere il leghismo ed il   fascismo, è la classe sociale più   interessata ad iniziare, a   condurre e a sviluppare fino in   fondo una lotta rivoluzionaria   contro il sistema capitalista, per   sostituirlo per un nuovo e giusto ordinamento sociale.
Il proletariato, deve abbandonare le illusioni e riconquistare la   sua coscienza di classe, battersi con energia contro il   capitalismo, stabilire   la sua egemonia per raccogliere ed   organizzare lavoratori e sfruttati  staccandoli dell'influenza riformista e reazionaria. 

lunedì 1 luglio 2019

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: COSA SIGNIFICA, QUALE RISPOSTA

ANALISI E PROPOSTA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Ricognizione dei bisogni sociali dei lavoratori e dei poveri in tutta Italia. Definizione di un piano di lavoro e di investimenti dettato unicamente dalle urgenze sociali, contro ogni compatibilità. Per una risposta anticapitalista alla secessione dei ricchi



DA DOVE NASCE L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA

L'autonomia differenziata è un disegno politico e sociale che investirà gli assetti istituzionali e il conflitto di classe in Italia.
L'autonomia differenziata viene riconosciuta a livello legislativo dalla riforma dell'Articolo V della Costituzione promossa dal governo di centrosinistra di Giuliano Amato nel 2001. L'articolo 116 introdotto dalla riforma dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo centrale, e dunque con lo Stato nazionale, l'ampliamento delle proprie competenze sino a un massimo di 23 materie. Era l'epoca in cui il centrosinistra cercava di occupare il terreno federalista imposto dalla Lega inseguendola sul suo terreno.

Nella legislatura successiva fu il centrodestra a rilanciare il disegno autonomista inserendosi negli spazi aperti del centrosinistra. Nacque la riforma istituzionale della cosiddetta “devolution”, redatta da Calderoli e approvata nel 2005. Ma la riforma, sottoposta a referendum istituzionale, fu bocciata dall'elettorato il 25-26 giugno 2006.

Nel 2016 il progetto bonapartista di Renzi, ritagliato sulle sue ambizioni politiche, mirò a una riforma istituzionale di segno opposto, nel segno del rafforzamento politico e istituzionale del governo centrale a scapito dei poteri delle Regioni. Era il tentativo di dare al capitalismo italiano un assetto istituzionale più centralizzato attorno alla figura dominante del capo del governo.

Il fallimento clamoroso del disegno politico e istituzionale di Renzi (bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016) ha incoraggiato, per effetto di rimbalzo, il nuovo rilancio del disegno autonomista. Veneto e Lombardia intraprendono un'iniziativa referendaria, con l'appoggio sostanziale al Nord sia del PD che del M5S. Il referendum, tenutosi nel 2017, registra un successo plebiscitario. Parallelamente nel 2017 la regione Emilia Romagna, senza passare per il referendum, apre il negoziato col governo centrale per la concessione dell'autonomia regionale in 15 materie e competenze. Il governo Gentiloni, proprio alla vigilia delle fatidiche elezioni del 4 marzo 2018, sigla una pre-intesa con le tre regioni interessate, nel segno dell'apertura alle loro richieste. Nel varco aperto si muovono altre sette regioni a statuto ordinario (Liguria, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Campania), i cui governatori ottengono il mandato a intraprendere l'iter istituzionale del negoziato col governo centrale.

La ridefinizione dei rapporti istituzionali tra Stato e Regioni è parte dell'onda d'urto della sconfitta del renzismo, la stessa onda d'urto che sul piano politico ha sospinto l'inedito governo M5S-Lega, ha prodotto sul piano istituzionale un contraccolpo non meno profondo.


LA SECESSIONE DEI RICCHI

Il canovaccio dell'argomentazione autonomista ruota attorno ad un apparente senso comune: “Cosa c'è di male ad assicurare maggiori competenze ai governi locali? Non è forse un possibile vantaggio in fatto di minore burocrazia, maggiore vicinanza ai territori, maggiore possibilità di sostenere i cittadini e soddisfare i loro bisogni?”.

La realtà è esattamente opposta.

Il primo obiettivo di fondo dell'autonomia differenziata è trattenere sul proprio territorio il cosiddetto residuo fiscale, ossia lo scarto tra le entrate fiscali che lo Stato preleva da una regione e le risorse che vengono spese in quella regione. Le regioni del Nord, più ricche, hanno ovviamente un residuo fiscale alto. Per questo i governatori di Veneto e Lombardia chiedono di poter incassare il grosso del residuo. L'obiettivo iniziale era radicale: la giunta Zaia chiedeva di poter godere degli stessi privilegi delle province autonome di Trento e Bolzano, dove i nove decimi delle tasse pagate sul territorio restano a casa. Ma questa rivendicazione radicale serviva ad alzare contrattualmente la posta per strappare comunque un risultato vantaggioso. La bozza di accordo raggiunta tra governo Conte e Regioni interessate prevede clausole che tra loro combinate portano in quella direzione.

Il meccanismo sancito dalla bozza prevede la compartecipazione della Regione al gettito di tributi erariali maturati sul territorio. Attraverso la compartecipazione delle imposte la Regione copre il finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato alla sua competenza. Tanto spendeva lo Stato, tanto spende la Regione: sembrerebbe una operazione a costo zero. Ma non è così.

Innanzitutto la bozza d'accordo prevede come riferimento di calcolo il criterio della spesa media pro capite su scala nazionale: «l’ammontare delle risorse assegnate alla Regione per l’esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia di cui alla presente intesa non può essere inferiore al valore medio nazionale pro capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse» (1). Il punto è che Lombardia, Veneto ed Emilia hanno valori di spesa pro capite che si posizionano al di sotto della media nazionale. Quindi vuol dire che in base all'intesa le tre regioni vanno subito all'incasso. E non si tratta di pochi spiccioli. I bilanci di Lombardia, Veneto, Emilia aumenterebbero del 50%. Il solo Veneto di Zaia potrebbe contare su 5-6 miliardi aggiuntivi. Per dare un'idea, prendiamo il capitolo istruzione. Lombardia e Veneto dichiarano che in fatto di istruzione lo Stato versa loro una cifra pro capite di 480 euro per abitante, ben inferiore alla spesa media nazionale pro capite di 537 euro (trascurando il piccolo dettaglio che la maggiore spesa del Sud per l'istruzione è dovuta anche al fatto che lì si pagano insegnanti di ruolo, mentre al Nord si pagano di più i supplenti di insegnanti che hanno chiesto il trasferimento al Sud). Il risultato è che già al piede di partenza dell'autonomia, Lombardia e Veneto si troverebbero a incassare rispettivamente 265 e 742 milioni in più solo per allinearsi alla spesa media pro capite nell'istruzione. Un primo miliardo sottratto alla ripartizione, innanzitutto alle scuole del Sud.

In secondo luogo la bozza d'accordo prevede che tutti gli aumenti di gettito fiscale restino sul proprio territorio: «l’eventuale variazione di gettito maturato nel territorio della Regione dei tributi compartecipati o oggetto di aliquota riservata rispetto alla spesa sostenuta dallo Stato nella Regione o, successivamente, rispetto a quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard, anche nella fase transitoria, è di competenza della Regione». È una clausola che da un lato incentiva le tasse locali (le famose addizionali sull'Irpef), per di più a carico dei “propri” salariati, dall'altro sottrae strutturalmente e cumulativamente le risorse aggiuntive alla ripartizione nazionale, a danno della popolazione povera del Meridione. Maggiore è la ricchezza incassata, prelevata dalle tasche dei lavoratori, minore è la ricchezza distribuita. Per di più, la bozza prevede che l'entità stessa dei fabbisogni venga col tempo rapportata al gettito fiscale della regione: «I fabbisogni standard sono misurati in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale». Significa che le regioni più ricche offriranno i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza e non dalla eguale natura dei bisogni.

Si obietta che il primo anno il criterio di compartecipazione regionale al gettito avrà come riferimento la “spesa storica” (cioè quanto tradizionalmente si spende regione per regione), come a dire che nessuno sarà penalizzato. Ma l'obiezione è curiosa. Non solo perché si tratta per l'appunto di un criterio di riferimento temporaneo di cui già si programma il superamento in direzione peggiorativa, ma anche perché la “spesa storica” è esattamente la sanzione dell'ingiustizia e della disuguaglianza attuale. Già oggi il regionalismo ha sancito condizioni ineguali in prestazioni e servizi. Già oggi la regionalizzazione della sanità fa sì che esistano 21 sistemi sanitari regionali diversi, con 750.000 malati che devono curarsi fuori regione per assenza di servizi pubblici o costi incompatibili. Già oggi nel Centro-nord le risorse pubbliche complessive pro capite sono di quasi 15.000 euro, in Campania di 10.800. Il rispetto della spesa storica è dunque la sanzione dell'ineguaglianza attuale. L'autonomia differenziata mira solo ad allargarla ulteriormente e radicalmente a vantaggio dei ricchi. La secessione dei ricchi non è un argomento propagandistico, ma la realtà di un progetto.


CHI PAGA? IL SACCHEGGIO DEI POVERI

Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.
La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.
Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale. Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni. Il padronato del Nord – grande, piccolo e medio – è il beneficiario dichiarato di tutta l'operazione dell'autonomia. La grande partita politica che gioca Salvini è proprio questa. La nuova Lega non può scaricare la vecchia. Può cancellare il suo vecchio leader e la simbologia nordista nel nome della proiezione verso Sud, ma lo può fare solo in cambio di precise contropartite da assicurare al Nord. E la contropartita è una nuova valanga di soldi alle “proprie” imprese. Nella prima legge di stabilità la Lega ha dovuto sacrificare al reddito di cittadinanza il progetto annunciato della flat tax; deve dunque compensare oggi non solo col rilancio di quel progetto ma anche con l'autonomia differenziata. Questo chiedono Fontana e Zaia, grandi elettori di Salvini nella Lega. E il capo ha garantito loro il malloppo.

La Lega cerca i voti dei lavoratori salariati e della popolazione povera del Sud proprio quando carica sul loro portafoglio la più grande regalia ai padroni del Nord.


LA FRANTUMAZIONE TERRITORIALE DELLA CLASSE LAVORATRICE

L'autonomia differenziata non si limita a trattenere localmente una parte sempre più ampia della ricchezza a scapito delle regioni povere. Prevede anche una destrutturazione territoriale di condizioni contrattuali, normative e salariali.

La scuola in particolare sarà investita da un vero ciclone. Lombardia e Veneto ottengono precisi poteri sulla «disciplina, anche mediante contratti regionali integrativi, dell'organizzazione e del rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario». I neoassunti diventeranno dipendenti regionali, chi già lavora potrà scegliere se “trasferirsi” alla Regione. Il risultato sarà la frantumazione su base territoriale del settore più consistente dei lavoratori pubblici. I lavoratori assunti dalla Regione o che sceglieranno il contratto regionale potranno eventualmente ottenere qualche vantaggio corporativo di natura salariale, ma al prezzo della lacerazione della forza contrattuale della categoria e di ogni principio di uguaglianza. A pari lavoro, contratti e stipendi diversi, nella stessa regione e su scala nazionale. Tutto dipenderà dalla residenza. Doveva essere “prima gli italiani!”, è diventato “prima i lombardi, i veneti, gli emiliani!”.

Lo stesso vale per la sanità. La sanità è già in parte a gestione regionale, ma l'autonomia differenziata conferisce ancor più poteri in campo sanitario ai governatori delle regioni interessate. Essi «potranno rendere più flessibile la capacità di gestione della spesa, mediante la rimozione di vincoli specifici presenti e futuri in materia di personale». I vincoli dei contratti nazionali di lavoro «presenti e futuri» potranno dunque essere aggirati, contratti regionali potranno affiancare anche qui quelli nazionali contro ogni logica di tutela sociale, mentre i padroni delle cliniche private potranno allargare con maggiore libertà la torta dei propri affari. Inoltre negli Atti preliminari del disegno di legge si afferma che l'obiettivo è quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione». Una sanità per i residenti. I malati delle regioni del Sud, magari costretti a cercare le cure negli ospedali del Nord a seguito dello sfascio della sanità meridionale, saranno discriminati rispetto ai malati lombardo-veneti. Stessa malattia, diverso trattamento.

Intanto Lombardia e Veneto ottengono più ampi poteri in fatto di previdenza integrativa e sanità integrativa. Non è un caso. Mentre la sanità pubblica nazionale continuerà ad essere falcidiata ogni anno dalle leggi di stabilità (non solo per pagare il debito alle banche e ridurre le tasse ai padroni, ma ora anche per finanziare il surplus fiscale alle regioni ricche), le Regioni beneficiarie faranno affari con le polizze sanitarie private. Magari con campagne promozionali nel nome della “tutela della salute”. Parallelamente, siccome la legge Fornero non è affatto abolita, e giovani non giungeranno mai a 38 o 41 anni di contributi, le regioni autonome si portano avanti con l'affare sempreverde della previdenza integrativa. La stessa Lega che crocifigge a parole la Fornero si appresta a lucrare (in senso letterale) sul suo mantenimento. I lavoratori lombardi, veneti e emiliani sono le prime vittime di questa truffa.


LIBERI TUTTI

Il rafforzamento dei poteri regionali sarà un “liberi tutti” in fatto di gestione dell'ambiente, del territorio, del patrimonio artistico e culturale.

Sui trasporti si gioca una partita enorme. L'Emilia vanta già un'intesa per la potestà legislativa e amministrativa della rete stradale, autostradale, ferroviaria, proprio come la Lombardia: «Sono trasferite al demanio della Regione le tratte autostradali comprese nella rete autostradale nazionale insistente sul territorio lombardo. I beni, gli impianti e le infrastrutture sono retrocesse al demanio della Regione alla scadenza delle concessioni». I governatori potranno dunque decidere sull'affidamento e «l'approvazione di costruzione ed esercizio di autostrade e sulla vigilanza delle medesime». La possibilità fa gola a Zaia, che ancora non ha raggiunto l'accordo per la gestione delle autostrade ma intanto ha inserito in bozza la competenza su 18 tratte ferroviarie e il controllo degli aeroporti. La Regione è pronta a subentrare al ministero nelle trattative miliardarie sulle concessioni. Un passaggio rilevante nella costruzione di relazioni in proprio col capitale e fonti di ulteriori incassi.

Ma è su ambiente e territorio che i nuovi poteri minacciano le conseguenze più pesanti. Tra le competenze richieste dalle tre Regioni c'è la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Considerando che le tre regioni sono quelle segnate già oggi dal consumo del suolo più alto del paese, si tratta della rivendicazione di un via libera definitivo. I governatori puntano alla completa liberalizzazione dei piani di cementificazione e saccheggio. Gli argomenti per cui non c'è nulla di male se è la Regione e non lo Stato ad amministrare il territorio è un argomento a geometria variabile a seconda degli interessi del capitale. Non vale magari per la TAV Torino-Lione, a fronte di interessi borghesi preminenti, ma vale se si tratta delle sorti delle coste e delle foreste, dove ad esempio i poteri della Regione a statuto speciale della Sicilia hanno consentito più agevolmente la peggiore speculazione e la logica di scambio con gli interessi affaristici delle cosche locali. Non è un caso se Lombardia e Veneto guardano alla Sicilia come modello in fatto di competenze paesaggistiche. Lo stesso vale per il patrimonio artistico e culturale. “Che male c'è - dice Salvini - se il direttore di Brera o il soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece che dal ministero dei beni culturali?”. In realtà Brera ai lombardi e l'Accademia di Venezia ai veneti vogliono introdurre una scomposizione del patrimonio artistico su base territoriale, a scapito del suo valore nazionale e universale. Premessa a sua volta dell'ulteriore sviluppo della gestione privatistica e mercantile di tali beni.


QUALE RISPOSTA

Se il disegno autonomistico ha una valenza classista e capitalista, anticapitalista e di classe deve essere la risposta.

C'è bisogno sicuramente di costruire il fronte unitario più vasto in opposizione al disegno.
L'assemblea nazionale della Scuola del 7 luglio a Roma si muove in questa direzione. Un'iniziativa tanto più importante dopo che un mese fa la CGIL ha revocato uno sciopero generale della scuola già indetto, con un regalo insperato al governo in cambio del nulla. E dopo che l'opposizione interna alla CGIL, un fronte di sindacati di base, numerose associazioni della scuola, hanno reagito unitariamente alla revoca mantenendo lo sciopero. Il PCL ha dunque aderito convintamente all'assemblea nazionale del 7 luglio.

Anche l'appello promosso da un gruppo di personalità politiche, sindacali, intellettuali per la formazione di un coordinamento del No alla "secessione dei ricchi" solleva una giusta esigenza unitaria. Tuttavia il taglio essenzialmente costituzional-democratico dell'appello, incentrato sulla “difesa della Repubblica” e sulla proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sui diritti sociali in Italia, ci pare fuorviante.
Le istituzioni della Repubblica sono le stesse che hanno accompagnato e gestito negli ultimi trent'anni l'offensiva contro i diritti del lavoro e le protezioni sociali e ambientali. Lo stesso disegno autonomista si è sviluppato nel varco che queste istituzioni hanno aperto. L'identificazione nelle istituzioni di questa Repubblica collocherebbe il fronte del No nella immagine pubblica sul terreno della conservazione, regalando al populismo reazionario la bandiera del cambiamento e della svolta. La richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta rivolta oltretutto a un parlamento a composizione reazionaria è un ulteriore messaggio di impotenza privo di qualsiasi efficacia pratica.

L'impostazione crediamo vada esattamente rovesciata. È il movimento operaio che in piena autonomia dal governo e dalle istituzioni dello Stato ha il compito di sviluppare la propria inchiesta e mobilitazione. Tre sono le necessità che si tengono insieme, dentro la proposta di una iniziativa di classe indipendente:

1) La CGIL e tutti i sindacati di classe debbono intraprendere su scala nazionale la ricognizione/inventario dei bisogni sociali insoddisfatti dei lavoratori e della popolazione povera di ogni territorio, al Nord, nel Sud, nelle isole: in fatto di servizi sociali, sistema dei trasporti, assetto idrogeologico, bonifiche ambientali. Un inventario che può e deve passare attraverso la promozione di un'azione attiva (assemblee nei luoghi di lavoro, rapporto con le organizzazioni e i comitati ambientalisti, assemblee popolari).

2) Sulla base di questa ricognizione indipendente delle urgenze sociali va definito un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici su scala nazionale, con la quantificazione delle risorse necessarie e della nuova occupazione richiesta: un piano unicamente dettato dalle urgenze sociali, e dunque estraneo ad ogni logica di cosiddetta “compatibilità”. Un piano combinato con la ripartizione del lavoro tra tutti, occupati e disoccupati, attraverso la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (scala mobile delle ore di lavoro).

3) Il piano deve indicare le fonti del proprio finanziamento: cancellazione dei trasferimenti pubblici a imprese e banche private, tassazione progressiva dei grandi patrimoni, tassazione progressiva di rendite e profitti, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro conseguente nazionalizzazione.

Questo piano mira a ricomporre il fronte sociale che governo e Lega vogliono dividere (lavoratori e lavoratrici del Nord e del Sud, pubblici e privati, precari e indeterminati, italiani e immigrati) e a raccogliere attorno ai lavoratori, su scala nazionale, l'insieme della popolazione povera. Attorno a questo piano va aperta una grande vertenza nazionale e una mobilitazione radicale a suo sostegno, in aperta contrapposizione al progetto del governo. Al tempo stesso una lotta reale per tale piano pone inevitabilmente il tema della prospettiva, il tema della soluzione politica necessaria perché esso possa essere davvero realizzato. Per noi questa soluzione è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fondato sulla autorganizzazione democratica e di massa dei lavoratori stessi. L'unico governo che può realizzare queste misure di svolta, e ridisegnare l'ossatura stessa dello Stato in base agli interessi degli sfruttati.

Nel più vasto fronte unico di lotta contro il disegno del governo il PCL porterà questo indirizzo generale di proposta.




Note:

(1) Per questo e i successivi riferimenti legislativi e citazioni: Ecco l’accordo: su scuola e sanità l’Italia è divisa in 2, Lorenzo Giarelli, Il Fatto Quotidiano, 12 Febbraio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 29 giugno 2019

LA SQUALLIDA CAMPAGNA SULLA SEA WATCH



Sulla vicenda di 42 migranti sequestrati in mare per quindici giorni dal ministro degli Interni che ne vieta lo sbarco si sta consumando una squallida campagna di opinione.

Il ministro Matteo Salvini grida alla violazione della Legge e del Diritto e invoca l'arresto per l'equipaggio della Sea Watch. Il liberale Corriere della Sera, che pur non è di impostazione governativa, preferisce associarsi alla denuncia di una «manifesta illegalità». Persino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, a lungo venerato dalla sinistra riformista, ha riscoperto per l'occasione la propria vocazione giustizialista e manettara, elencando le violazioni di legge da parte della nave, e fornendo al ministro degli Interni un'insospettabile copertura. Per questo campionario di borghesi reazionari o “democratici” la legge diventa il totem cui subordinare ogni principio di giustizia e umanità.

Una vergogna, se solo si parte da dati di fatto incontestabili. I 42 migranti salvati dalla Sea Watch sono fuggiti dalla tortura delle galere libiche, le stesse galere di fatto finanziate dai governi italiani, prima da Minniti poi da Salvini. Nessuno può smentire questa verità. Il governo al-Sarraj, protetto dall'Italia, amministra una parte dei centri di detenzione libici, le milizie private ne gestiscono un'altra parte. La Guardia Costiera libica è legata alle milizie e cogestisce i suoi affari. Le milizie si fanno pagare dalle famiglie dei migranti esibendo i segni delle torture loro inflitte come arma di ricatto. Dopo il pagamento, i migranti partono e la guardia costiera, in cambio di mazzette, punta a riprenderli e a riportarli in galera, dove ricomincia il giro infernale. Altro giro, altre torture, altri soldi. Per tre, quattro, cinque volte. Alcuni migranti della Sea Watch erano partiti più e più volte ripresi dalle stesse canaglie. I “trafficanti di esseri umani” che Salvini denuncia sono gli stessi che lui finanzia ed equipaggia, con tanto di motovedette.

“La Sea Watch ha violato la legge!”. Vero. Ha violato un Decreto sicurezza bis che punta a intimidire e proibire ogni salvataggio in mare che sia sottratto alla Guardia Costiera Libica. Un Decreto sicurezza bis che assegna di fatto al governo libico e ai trafficanti con cui collabora il potere della vita e della morte su decine di migliaia di migranti. Basta che non arrivino sulle nostre coste e Salvini possa lucrare sulla “fine dei flussi”. Ma la riduzione degli arrivi è solo l'altra faccia dell'aumento dei torturati. E dalla tortura si cerca sempre di fuggire, come a volte riescono a fare quelli che scampano alla guardia costiera e ai suoi ripescaggi. La Sea Watch ha semplicemente salvato alcuni di questi. Ha potuto farlo solo addentrandosi nella zona di spettanza libica e solo violando la legge Salvini. Per questo la capitana e il suo equipaggio vanno difesi dalle grinfie del ministro dell'Interno, dei suoi prefetti, di eventuali magistrati compiacenti. E i migranti della nave vanno sbarcati e assistiti, tutti e subito.

Ma in questa vicenda c'è anche altro. L'Unione Europea ha dimostrato una volta di più il proprio volto. Ogni governo gioca a scaricare sui propri alleati il fardello degli immigrati per non perdere consenso interno, restare in sella e poter continuare a rapinare i propri salariati. Lo spettro degli immigrati è infatti agitato non solo dalla canea reazionaria di Salvini e dei suoi amici di cordata, ma anche dai campioni liberali ed europeisti, Macron in testa. Gli accordi di Dublino da tutti firmati, Italia inclusa, non è scandaloso solo perché “grava l'Italia dell'onere dell'accoglienza”, ma perché nega diritti e libertà di migrare in Europa a chi fugge da guerre, fame, torture. Peraltro la stessa Unione Europea che rifiuta la ripartizione dei rifugiati e canali umanitari legali per l'immigrazione, copre il governo italiano e la sua Legge: la sentenza della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo che ha respinto il ricorso della Sea Watch ha solo onorato il principio di complicità con Salvini, in una logica di collaborazione tra briganti. I...“diritti dell'Uomo” se ne faranno una ragione.

La vicenda della Sea Watch è solo la punta dell'iceberg.
Sono il capitalismo e l'imperialismo i veri responsabili delle migrazioni. Sono le politiche di guerra delle “democrazie”. Le desertificazioni prodotte da saccheggi ambientali e cambi climatici. La rapina – quella sì assolutamente “legale” – che Stati Uniti, Cina, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna, Russia stanno promuovendo in tutto il continente africano, sgomitando tra loro, per procurarsi litio e cobalto, le materie prime indispensabili per le batterie elettriche e le tecnologie informatiche, il nuovo affare del secolo. Molti milioni di africani stanno migrando all'interno dell'Africa stessa, di paese in paese, costretti dalla privazione delle terre e dalla fame. Chi arriva nelle galere libiche, e spera di arrivare in Europa, è solo una goccia nel mare di questa enorme migrazione.

Per questo la risposta alla tragedia dell'immigrazione non può fermarsi alla rivendicazione dell'accoglienza. Accoglienza e apertura dei porti dev'essere sostenuta senza riserve e ambiguità, a maggior ragione senza ammiccamenti obliqui e mascherati al sovranismo reazionario. Ma la battaglia democratica va ricondotta ad una prospettiva anticapitalista e antimperialista, una prospettiva di liberazione senza frontiere, l'unica che possa recidere il male alla radice.


Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 27 giugno 2019

WHIRLPOOL: DI MAIO E AZIENDA INGANNANO NUOVAMENTE I LAVORATORI



Incontro  tra Whirlpool e governo, Di Maio in persona. “Nessuna chiusura, nessun disimpegno, piena occupazione dei lavoratori coinvolti” assicura il ministro. “Non chiuderemo Napoli. Il ministro ha dato grandissima apertura per valutare tutte le possibilità” dichiara soddisfatta l'azienda. L'inganno sta nell'espressione “nessuna chiusura”. L'azienda infatti non ha mai parlato di chiudere lo stabilimento, ma di venderlo. Continuare ad assicurare di non voler chiudere serve a confermare, tra le righe, che si vuole vendere. Questo è il sottotesto vero delle rassicurazioni pubbliche. E una vendita, come dimostra l'esperienza, lascia sempre sul campo una moria di posti di lavoro.

Dire da parte dell'azienda che “il governo ha dato massima apertura per valutare tutte le possibilità” significa dire in linguaggio cifrato che il governo continua a interessarsi del possibile acquirente dell'azienda. Ciò che Di Maio ha fatto – come nessuno ha smentito – dal 13 aprile scorso, tenendo all'oscuro i lavoratori. Non solo. La “massima apertura” del governo ha trovato concretizzazione nel piano di agevolazioni e defiscalizzazioni che Di Maio ha annunciato a vantaggio di Whirlpool. Si chiama in gergo “fiscalità di vantaggio”: regalie direttamente concesse a singole aziende, messe sul conto dell'erario pubblico (cioè di tutti i lavoratori). Altro che “ritireremo i fondi pubblici assegnati all'azienda”, come Di Maio aveva detto dieci giorni fa a uso delle telecamere. Il governo sborsa altri soldi a favore degli azionisti, i quali ne ricaveranno doppio vantaggio. Un vantaggio economico immediato e diretto, ma anche un vantaggio come venditori dello stabilimento: uno stabilimento è più appetibile per un nuovo acquirente se sgravato di tasse.

Intanto l'azienda ha sciorinato un piano industriale che guarda caso sconta la riduzione della produzione nello stabilimento campano già in atto nel 2018 e nel 2019. Lo stabilimento di Napoli ha chiuso il 2018 con la riduzione dei volumi del 62%. La proiezione sul 2019 prevede una riduzione ulteriore e pesante (255.000 lavatrici invece che le 368.000 previste). E questa sarebbe l'azienda che assicura il futuro dei lavoratori? La verità è che il ballo continua, con soldi pubblici e profitti privati, sulla pelle dei lavoratori.

L'unica soluzione vera passa per l'esproprio dell'azienda, senza un centesimo di indennizzo, sotto il controllo degli operai. Battersi per questa soluzione, promuovere una mobilitazione compatta che la sorregga, dovrebbe essere il compito di un sindacato che si rispetti. Il PCL continuerà a sostenere questa proposta tra i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 10 giugno 2019

10 GIUGNO 1924: IL DELITTO MATTEOTTI

Le motivazioni di questo omicidio politico del regime fascista sono molteplici ed in parte presentano alcuni lati oscuri. La cronaca storica tradizionale ci racconta come motivazione principale il fatto che Matteotti viene ucciso dopo il suo celebre discorso alla Camera dove denuncia i brogli e le violenze delle elezioni del regime. Ma se si va ad approfondire la questione ci si accorge che le motivazioni sono più complesse e diversificate. Matteotti stava per presentare alla Camera un dossier riguardante le tangenti e le mazzette che la Sinclair Oil americana pagava al Duce e al Re per poter trivellare il suolo siciliano e per i suoi interessi sul suolo libico. Il dossier avrebbe rivelato le collaborazioni economiche americane e multinazionali al regime, ed è un'ulteriore prova di quanto il fascismo del ventennio sia stato espressione degli interessi e dei meccanismi economici e di sfruttamento del capitale. L'omicidio di Matteotti non è il primo nè l'ultimo compiuto dall'apparato fascista ma rappresenta una pratica politica del fascismo vecchio e nuovo.



 

martedì 4 giugno 2019

SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLUZIONE SUDANESE ATTACCATA DAGLI ISLAMISTI




Più di dieci morti è il bilancio provvisorio del sanguinoso attacco scatenato questa mattina dalle forze del regime militare-islamista sudanese che hanno attaccato il sit-in di massa che da mesi permaneva di fronte al palazzo presidenziale, non accettando il gattopardesco tentativo dei militari islamisti di continuare il regime reazionario e autoritario esistente, solo liberandosi del presidente al-Bashir.
La rivoluzione sudanese, la più laica delle rivoluzioni sviluppatesi dal 2011 nei paesi arabi, è pienamente in piedi e siamo sicuri resisterà alla attuale repressione. Il tentativo dei militari di raccogliere la vandea contadina e piccolo-borghese più arretrata in nome dello slogan “Viva l’Islam, abbasso i comunisti”, per il momento non sembra essere riuscito. Il proletariato e le masse sudanesi hanno una lunga tradizione di lotta e di coscienza di classe. Non a caso il Partito Comunista Sudanese era un partito di massa, il più grande del Medio Oriente (Africa del Nord inclusa) dopo quello iracheno, e dirigeva i sindacati. La sua natura stalinista con una conseguente politica oscillante in nome del carattere “nazionaldemocratico antimperialista” e non socialista della rivoluzione, in particolare nei confronti dei militari “progressisti”, a volte entrando negli scontri tra le diverse fazioni militari e schierandosi dalla parte dei perdenti, lo hanno portato a subire forti momenti di repressione, in particolare negli anni ’70; ma non lo hanno distrutto, e la tradizione di sinistra è rimasta certamente tra i lavoratori, nonostante la irregimentazione islamica delle strutture sindacali. Ciò spiega lo sviluppo, per il momento limitato ma reale, degli scioperi nelle fabbriche, a fianco delle mobilitazioni popolari, giovanili, studentesche, che hanno trovato una leadership provvisoria nelle associazioni professionali della piccola borghesia (avvocati, etc. riuniti nello SPA, Sudanese Professionals Association) non irregimentate dal regime.
Il Partito Comunista, il cui segretario generale è attualmente in prigione e che nel suo momento peggiore aveva appoggiato la “rivoluzione nazionale” di al-Bashir, oggi si è spostato a sinistra e si pronuncia contro il compromesso con i vertici militari; tuttavia mantiene la prospettiva della rivoluzione “democratico-nazionale” riproponendo le posizioni dei menscevichi cento anni fa nella Rivoluzione russa, poi riprese dallo stalinismo.
Invece quello che si pone in Sudan è la trascrescenza dalla rivoluzione per le libertà democratiche a quella socialista, senza soluzione di continuità (rivoluzione permanente).
In questo quadro, esprimiamo la nostra fraterna solidarietà alla unica organizzazione trotskista presente nel paese, Socialist Alternative (Alternativa Socialista). SA non fa parte della nostra corrente internazionale (è la sezione sudanese del Comitato per un'Internazionale Operaia - CWI). Ma, per quanto la conosciamo, noi condividiamo la sua politica nella situazione data. SA fa appello allo sviluppo e coordinamento dei comitati nelle fabbriche, nei quartieri e tra i ranghi dell’esercito, e al loro coordinamento nella prospettiva di un “governo dei lavoratori e dei poveri”; solo in questo ambito pone il problema dell'assemblea costituente. Una politica di tipo bolscevico, che condividiamo.
Il movimento di massa sudanese si confronterà nei prossimi giorni con scadenze drammatiche. La stessa direzione ufficiale democratico-piccolo-borghese del movimento ha deciso, dopo il massacro, di interrompere le trattative con i militari. Esso ha la necessità della massima attenzione e solidarietà da parte del movimento operaio e democratico di tutto il mondo. Il PCL non mancherà a questo dovere.


Partito Comunista dei Lavoratori - commissione internazionale