POST IN EVIDENZA

lunedì 20 novembre 2017

PERCHÉ NON ABBIAMO ADERITO ALL’APPELLO DI JE SO’ PAZZO

Per una sinistra rivoluzionaria alle prossime elezioni



Le elezioni politiche si avvicinano e come di consueto assistiamo al balletto di appelli, contrappelli, alle manovre che si camuffano dietro la società civile, le realtà di movimento, i “non professionisti della politica che vogliono autorappresentarsi senza la mediazione dei partiti”.

Con l’annullamento dell’assemblea del Brancaccio del 18 novembre è chiaro a tutti che questo tipo di appelli ha lo scopo deliberato di ingannare gli attivisti di sinistra e renderli strumenti inconsapevoli di operazioni che sotto la maschera della democrazia partecipata hanno il volto delle forze politiche screditate che negli anni passati si sono rese responsabili di governare le politiche di austerità.

Come si è visto, mentre nelle assemblee locali si discuteva, Falcone e Montanari trattavano "riservatamente" per una lista unitaria con MDP, Possibile e SI. Quando le tre forze hanno chiuso un accordo, i due “garanti” sono stati gettati via come limoni spremuti e l’assemblea del Brancaccio è stata annullata.

Rifondazione Comunista, dopo essere stata scaricata ha deciso di accodarsi, in maniera fin troppo tempestiva, all’appello del centro sociale Je so’ pazzo - ex Opg di Napoli, che sostanzialmente ha proposto di continuare il percorso del Brancaccio senza Falcone e Montanari e senza i tre partiti che sosterranno la candidatura di Grasso.

Ma anche se non ci sono più D’Alema, Civati e Fratoianni non ci pare che gli argomenti politici che hanno caratterizzato l’assemblea del Teatro Italia siano cambiati di molto, né le modalità di attuazione.

Proprio perché vogliamo essere onesti verso i compagni di Je so’ pazzo diremo senza mezzi termini che il loro discorso è intriso di demagogia soprattutto quando si ergono a rappresentanti dell’intera classe degli sfruttati di questo paese.

Citiamo dal loro appello:

«(…) Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio? (…) Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo? Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.»

Si tratta di una narrazione di tipo populista che sembra piacere molto a sinistra di questi tempi. Non a caso lo slogan dell’assemblea era "Potere al popolo!"

Si riprendono le concezioni di Laclau, che enormi disastri hanno prodotto in America Latina facendo salire la classe lavoratrice sul carro dei movimenti populisti borghesi (lo stesso Laclau ha abbandonato il marxismo per abbracciare il peronismo).

Come se la presenza all’assemblea di alcune realtà di movimento e dei lavoratori di determinate situazioni di lotta trasformasse un’assemblea di 600-700 persone nella legittima depositaria dei sogni, dei desideri e della volontà di un intero popolo di sfruttati.

La realtà è che l’assemblea era composta da avanguardie, qualche forza politica e di movimento che esprimono posizioni sulla cui base riteniamo giusto esprimere il nostro giudizio.

La principale forza presente, Rifondazione Comunista, era pronta ad accettare un accordo con MDP, purché non ci fossero ex ministri nelle liste (come se questo cambiasse qualcosa).

Al discorso che fanno i compagni dell’ex Opg contro le forze politiche ci preme far presente che una delle forze di quello che loro definiscono “il teatrino della politica” è intervenuta all’assemblea con il suo segretario, numerosi esponenti, e che seduto in sala c’era un ex ministro del governo Prodi.

Il punto non sono le forze politiche ma cosa difendono, e metterle tutte sullo stesso piano è un errore di primaria importanza.

Le organizzazioni che sottoscrivono questo testo non si sono mai macchiate e rese responsabili di attacchi alle condizioni di vita degli sfruttati. E ci teniamo a ricordare ai compagni che non abbiamo “fatto finta di litigare” con D’Alema, Bertinotti, Vendola, Ferrero ma abbiamo condotto una battaglia campale contro di loro e le politiche padronali che hanno difeso durante l’esperienza dei due governi Prodi.

Se siamo d’accordo con i compagni di Je so’ pazzo, che certi personaggi non ci rappresentano (e lo abbiamo scritto fin da giugno definendo il Brancaccio una mascherata), non per questo possiamo dare una delega in bianco a chi nel proprio appello non avanza proposte politica di rottura e di netta discontinuità con quelle avanzate al Brancaccio.

Nell’appello che ha convocato la riunione del teatro Italia si dice:

«Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…»

Patrimoniale, recupero dell’evasione fiscale, abolizione del Jobs Act, tagli alle spese militari per attuare politiche sociali ed investimenti pubblici e disobbedienza sul Fiscal Compact (qualsiasi cosa voglia dire): obiettivi positivi ma assolutamente insufficienti a configurare un vero progetto anticapitalista. Il tema della lotta all’Unione Europea e al capitalismo non è stato neanche posto, e non a caso l’assemblea non si è spinta oltre l’idea di una sinistra antiliberista. Non si tratta di un programma che si discosta dal precedente, ma di un “riformismo temperato”, che in fondo può andar bene non solo a Rifondazione Comunista ma, tutto sommato, anche a MDP e Sinistra Italiana.

Né dei compagni (e non è un aspetto secondario) ci convince il discorso che viene fatto sulla rappresentanza:

«È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!»

Non si tratta di rifiutare ogni forma di organizzazione politica, pensando che i soggetti possano rappresentarsi individualmente senza organizzarsi.

Finché gli sfruttati non si organizzano in un soggetto politico, in un partito che li rappresenti realmente, ci saranno sempre burocrazie politiche e di movimento che utilizzeranno le assemblee come sfogatoi per decidere tutto nelle “ristrette”, vale a dire quattro o sei persone che decidono sulla testa di tutti. Quello che è avvenuto al Brancaccio è successo anche nel 2013 con Rivoluzione Civile dove le assemblee avevano individuato le candidature che sono state ribaltate dalle segreterie dei partiti dalla notte alla mattina.

Che garanzie abbiamo che questo non possa ripetersi ancora?

Vogliamo assemblee democratiche e decisionali, e non mascherate, dove le differenti posizioni politiche possano misurarsi in piena libertà rifiutando “garanti” di ogni tipo, e con tutto il rispetto, le cose non assumono un significato diverso se questi garanti hanno la “camicia bianca” o la felpa grigia di un centro sociale occupato.

La musica non cambia se non c’è un esplicito rifiuto della logica pseudo-assembleare, che ha dominato in questi anni, dove c’è un formale rifiuto dei partiti, che continuano a decidere dietro le quinte nel modo più scorretto e antidemocratico. Preferiamo che si riconosca il diritto di proposta dei partiti (così come di altri soggetti e dei singoli) e che questi si misurino sui programmi. Preferiamo una contesa egemonica nella chiarezza delle posizioni dove si confrontano posizioni politiche e su queste si definiscono le proposte.

Per quanto ci riguarda il punto di rottura è proprio questo. Non siamo disposti a veicolare politiche fallimentari che hanno distrutto la sinistra di questo paese, unendo un movimentismo di facciata a un governismo deteriore come quello che ha guidato Rifondazione Comunista durante l’esperienza dei governi Prodi. Abbiamo già avuto l’esperienza dei disobbedienti, molto radicali a parole, che poi hanno finito per candidarsi nelle liste di Sinistra Italiana e prima ancora in quelle dell’Arcobaleno.

Quando nel 2015 Tsipras ha tradito il voto del popolo greco nel referendum, non solo Rifondazione Comunista, ma - ci risulta - anche i compagni di Je so’ pazzo hanno giustificato quella scelta. Su questo punto non ci avrete mai, e pensiamo che non sia una casualità che chi si mantiene dentro un’ottica antiliberista e non anticapitalista sia disposto a giustificare questi voltafaccia.

Non basta la demagogia sull’“unire gli sfruttati” e un programma di 4-5 punti (come è stato detto dai compagni nelle conclusioni al Teatro Italia) per impedire che questi tradimenti si ripropongano; è necessario dotarci di un programma e di metodi rivoluzionari, se si vuole una rottura con il riformismo e dei disastri che ha prodotto in tutta Europa.

Oggi, nel centesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, molti affermano che “c’è bisogno di rivoluzione”, ma serve ricordare che la rivoluzione fu possibile perché a dirigerla c’era un partito politico, che non faceva alcuna concessione alla retorica movimentista, economicista e anti-partito. Così come allora, dobbiamo combattere e sconfiggere le posizioni riformiste, non unirci ad esse.

Senza partito siamo una massa informe pronta allo sfruttamento. Il movimento di per sé non è sufficiente, tanto meno avere dei rappresentanti in parlamento se alle spalle non c’è un progetto rivoluzionario. Questa cosa che era vera 100 anni fa, resta vera ancora oggi.

Il problema non sono i partiti in quanto tali. Il problema sono i partiti riformisti legati a doppio filo alle classi dominanti.

In questa situazione Sinistra Classe Rivoluzione e il Partito Comunista dei Lavoratori si impegnano affinché nell’imminente scontro elettorale sia presente una lista che rappresenti in modo coerente il punto di vista di classe, di chi lavora e subisce lo sfruttamento di questo sistema economico.

Abbiamo tutto l’interesse a che altri partecipino su una base programmatica chiara. Non a caso in questi mesi abbiamo interloquito con diverse realtà politiche e sociali. Tra queste le affinità maggiori si sono registrate con Sinistra Anticapitalista.

Fin dal mese di giugno ci siamo riuniti più volte con i compagni riscontrando significative convergenze sul piano programmatico ma anche una divergenza sul tipo di proposta elettorale, che tuttavia sembrava superata. Nell’ultimo incontro che si è tenuto il 15 novembre scorso, invece, i dirigenti di Sinistra Anticapitalista hanno deciso di non sottoscrivere una proposta comune per le prossime elezioni e di aderire al percorso lanciato da Je so’ pazzo.

Prendiamo atto della loro decisione ma allo stesso tempo rinnoviamo il nostro appello a Sinistra Anticapitalista e ai suoi militanti, così come ad altre forze interessate, a non perdere l’opportunità di dare vita a una lista anticapitalista, la più larga possibile.

Una lista che lotti contro l’austerità, contro l’Unione Europea capitalista e per un programma di nazionalizzazione delle banche e delle grandi imprese strategiche, l’unico che può indicare una via d’uscita alla grande maggioranza della popolazione attanagliata da 10 anni di crisi di questo sistema.

A differenza di altri non ci autonominiamo come rappresentanti dell’insieme della classe. Sappiamo di partire da forze ancora limitate, ma siamo fermamente convinti che questa proposta possa parlare a molti. Questi anni sono stati anche anni di lotte e resistenza, dagli scioperi contro il Jobs act e la buona scuola, alle manifestazioni delle donne, alla campagna referendaria che il 4 dicembre ha ribaltato Renzi, e tante altre. Non è vero che “la gente” è passiva e subisce tutto in silenzio. È vero invece che va costruita una forza significativa che organizzi e rappresenti davvero il movimento operaio e le classi sfruttate.
Consideriamo un nostro compito prioritario lavorare alla sua costruzione in qualsiasi terreno possibile: nei movimenti di lotta, nelle battaglie sindacali, fra gli studenti, e anche sul terreno elettorale.
La crisi del progetto del Brancaccio non è uno spiacevole incidente diplomatico. È l'epilogo annunciato dell'equivoco politico su cui si basava. La pretesa di costruire “una sinistra che non c'è”, ma senza rompere con quella che c'è.

La riunione del Teatro Italia non ha rotto con questo equivoco.

La pretesa di una radicale discontinuità di metodi e programmi, ma “nel rispetto della Costituzione” e della proprietà privata. La pretesa di una svolta sociale, ma senza riferimento di classe e senza rottura con il capitale.

La “sinistra che non c'è ancora” può essere solo una sinistra rivoluzionaria.
Non una generica sinistra “civica” di cittadini progressisti. Né una sinistra che metta insieme sovranismi nazionalisti e costituzioni borghesi. Lo diciamo questo ai compagni di Eurostop che il 2 dicembre hanno convocato un’altra assemblea per lanciare la loro proposta elettorale e che erano presenti al Teatro Italia.

Il nostro cuore non batte per il tricolore ma per la bandiera rossa, simbolo degli sfruttati e degli oppressi in ogni angolo del pianeta.

Vogliamo risollevare quella bandiera rossa, gettata nel fango dai riformisti, e tornare a sventolarla con orgoglio ricostruendo una sinistra di classe, schierata sempre e dovunque dalla parte dei lavoratori, impegnata nella unificazione delle loro lotte e resistenze sociali, a partire dalle rivendicazioni più semplici; ma soprattutto impegnata a ricondurre ogni lotta di opposizione e di resistenza all'unica prospettiva di alternativa vera: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, che rompa col capitalismo e riorganizzi da cima a fondo la società.

Chi sente come noi questa esigenza imprescindibile venga a dare il suo contributo di idee e di militanza!

Sinistra Classe Rivoluzione - Partito Comunista dei Lavoratori

SPECIALE CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA

INDICE:
La rivoluzione bolscevica nel campo dell'istruzione. Dalla scuola unica del 1918 alla controrivoluzione stalinista – CasalottiI / PAG.3
DOCUMENTO: Discorso al Primo Congresso Panrusso per l'istruzione - LENIN / PAG.9 DOCUMENTO: Decreto del consiglio dei commissari del popolo del 16 ottobre 1918 - Lunacharsky / PAG.11
DOCUMENTO: Estratto di Progetto di Programma del Partito Comunista RUSSO del marzo 1919 / PAG.15
INVITO ALLA LETTURA: Introduzione di Marxismo Rivoluzionario N' 13 - Grisolia / PAG.16
INVITO ALLA LETTURA: Prefazione del libro "Cento Anni" di marco Ferrando - Terra / PAG.17


 

giovedì 9 novembre 2017

IL GROVIGLIO POLITICO ITALIANO



Il risultato delle elezioni regionali siciliane è di per sé inequivocabile. La coalizione di centrodestra conquista la maggioranza relativa, il M5S manca il successo atteso ma registra un consolidamento, la coalizione tra PD e Alfano conosce una pesante sconfitta annunciata, il blocco MDP-SI-PRC supera la soglia di sbarramento ma non raggiunge le percentuali sperate.

Al di là delle specificità regionali, questo risultato d'insieme assume una valenza politica nazionale.

Il renzismo ha totalmente fallito, e da tempo, i due obiettivi strategici su cui puntava: lo sfondamento nel blocco sociale di centrodestra grazie all'attacco frontale al lavoro (Jobs Act), e l'incursione nell'elettorato grillino grazie alle pose concorrenziali populiste (critica di Bankitalia, critica della UE, promesse a futura memoria su tasse e pensioni...). Questo fallimento non si traduce nell'immediata caduta della segreteria Renzi, perché il segretario dispone di una maggioranza autosufficiente nella Direzione Nazionale del PD, e perché la nuova legge elettorale approvata gli mette in mano il pieno controllo sulle prossime liste elettorali del partito. Ma certo la crisi del renzismo consuma in Sicilia un nuovo capitolo del proprio romanzo, con effetti sull'insieme del quadro politico. Per la prima volta si delinea la possibilità di una competizione diretta tra centrodestra e M5S per il primato nazionale, che releghi il PD in terza posizione.

Gli stati maggiori del PD, in apprensione per il proprio futuro, premono su Renzi perché lavori a ricomporre una coalizione competitiva per le prossime elezioni politiche. Renzi stesso per rimanere in sella mima la disponibilità all'apertura. Ma apertura in quale direzione? Sulla sua destra, il partito di Alfano è letteralmente esploso dopo il mancato ingresso nel parlamento siciliano, e in ogni caso il suo apporto elettorale sarebbe insignificante se non negativo. Sulla sua sinistra, Pisapia è evaporato nel nulla (...da cui in realtà non si era mai scostato), mentre MDP, che già registra gli effetti di una scissione tardiva e disastrosamente gestita, non sembra disponibile al suicidio definitivo facendo blocco con Renzi nel momento della sua disfatta: prima di una ricomposizione (annunciata) col PD vuole vedere il cadavere del suo segretario. In questo quadro tutto sembra precipitare verso la disfatta definitiva del renzismo.

Ma a favore di quale prospettiva? M5S e centrodestra giocano alla contrapposizione diretta l'uno contro l'altro per beneficiare di un bipolarismo simulato, e accrescere le difficoltà del PD. Il M5S gioca a presentarsi come l'unica vera alternativa a Berlusconi, puntando a capitalizzare una quota crescente di elettorato PD nel nome del voto utile contro la rimonta della destra. Berlusconi all'opposto gioca a presentarsi come l'unico vero argine al populismo del M5S nel nome della governabilità contro l'”avventura”, con la significativa benedizione di Angela Merkel e del PPE. Entrambi usano la contrapposizione bipolare come leva di polarizzazione elettorale e di possibile sfondamento.

Ma un conto è la simulazione, un conto la realtà. L'assetto politico generale resta ancora al momento tripolare, e dentro l'assetto tripolare né il M5S né il centrodestra sembrano in grado di conquistare la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento. Un simile sbocco richiederebbe infatti, con la nuova legge elettorale, la conquista del 45% dei voti sul livello proporzionale, e parallelamente del 70% dei voti al livello maggioritario dei collegi (calcoli di D'Alimonte). Una combinazione difficilmente raggiungibile, proibitiva per il PD, improbabile per centrodestra e M5S. Anche nel caso di un ipotetico crollo del PD nei collegi tradizionali di centro Italia (per l'effetto di una presenza concorrenziale a sinistra), la contesa tra centrodestra e M5S tenderebbe infatti a sancire un relativo equilibrio, non uno sfondamento unilaterale.

Resta l'ipotesi di scuola di un governo PD-Forza Italia per lo scenario post-voto. È un'ipotesi sicuramente contemplata dagli stati maggiori dei due partiti, e dal commentario di retroscena del giornalismo borghese. Ma presenta due problemi rilevanti.
Il primo è numerico. Nessuna proiezione dei sondaggi attuali indica una possibile maggioranza parlamentare PD-Forza Italia nelle due Camere. La crisi del PD, e l'accresciuta forza contrattuale della Lega nella spartizione con FI dei collegi del Nord, rende oggi ancor più difficile un simile esito.
Il secondo problema è politico. Un governo PD-Forza Italia non solo implicherebbe lo sfascio delle rispettive coalizioni elettorali, ma innescherebbe una dinamica destabilizzante in entrambi i partiti e nel rapporto coi rispettivi elettorati. Sia nel PD, esposto più che mai alla crisi di rigetto del renzismo; sia in Forza Italia, dove buona parte degli eletti nei collegi del Nord dovrebbe rompere quel patto con la Lega che ha reso possibile la propria elezione.
A differenza che in Germania, dove un governo di unità nazionale tra CDU e SPD aveva spalle relativamente larghe, un governo PD-FI, se anche fosse numericamente possibile, sarebbe solo un ulteriore capitolo del processo di decomposizione degli equilibri borghesi.

È un caso che già si pensi all'eventuale ricorso a nuove elezioni nel caso di un prossimo parlamento ingovernabile?

La crisi italiana si avvita. I padroni non sono mai stati tanto forti nei luoghi di lavoro, ma faticano a tradurre questa forza in un equilibrio politico-istituzionale stabile, mentre debito pubblico e crisi bancaria misurano un nodo irrisolto, senza punti di paragone nei paesi imperialistici europei. L'Italia è e resta dunque un anello debole dell'unione capitalistica europea. Ma solo l'irruzione di un'azione di massa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe può entrare nel varco di questa contraddizione e aprire una prospettiva politica nuova per gli sfruttati.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 7 novembre 2017

UNIRE LA LOTTA DEI LAVORATORI ILVA!



Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene pienamente la scelta dei lavoratori Ilva di occupare gli stabilimenti di Cornigliano a difesa dell'accordo di programma del 2005.

Come i fatti dimostrano, i nuovi acquirenti Arcelor Mittal e Marcegaglia non hanno alcuna intenzione di rispettare i precedenti accordi sindacali. E non si tratta solo dei lavoratori genovesi. L'intero negoziato nazionale si muove sul piano inclinato della manomissione dei diritti. Ai lavoratori di tutti gli stabilimenti Ilva si chiede non solo di scegliere tra il mantenimento dei livelli salariali e il taglio drastico dei posti di lavoro - un'alternativa già di per sé inaccettabile - ma di subire la riassunzione dei lavoratori rimasti con il cosiddetto contratto a tutele crescenti, cioè la licenziabilità senza giusta causa. Dopo aver recitato una finta intransigenza a fini d'immagine, Calenda e Gentiloni vogliono ora rassicurare la nuova proprietà sui vantaggi dell'affare. Per questo chiedono ai lavoratori di rientrare nei ranghi e subire in silenzio. “Altrimenti si mette a rischio il negoziato” dichiara il MISE, col pronto accodamento di FIM e UILM. Ma è proprio questo negoziato che è una partita a perdere per i lavoratori!

È necessario costruire una unità di lotta tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti Ilva per bloccare ogni svendita dei diritti operai, e ogni tentativo di dividere i lavoratori di Genova dai lavoratori degli altri stabilimenti della fabbrica. L'esperienza dei fatti dimostra una volta di più che nell'attuale panorama della sovrapproduzione mondiale di acciaio non ci sono in circolazione possibili acquirenti generosi tra i capitalisti della siderurgia. Tutti i capitalisti del settore, quale che sia la loro nazionalità e provenienza, si contendono le fette di mercato abbattendo lavoro e diritti.

Solo una nazionalizzazione dell'Ilva e dell'intera siderurgia, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori, può tutelare salario lavoro diritti salute. È l'ora di unire i lavoratori dell'Ilva attorno a questa rivendicazione di svolta. È ora di assumere la consapevolezza che il capitalismo sa offrire solo sacrifici e miseria agli operai. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, può realizzare una vera alternativa.


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 5 novembre 2017

MARXISMO RIVOLUZIONARIO

Rivista teorica del Partito Comunista dei Lavoratori


SOMMARIO
Introduzione
Di Franco Grisolia

Ottobre ’17: l’assalto al cielo – una lezione ancora attuale
Di Marco Ferrando

La natura e il ruolo del Partito Leninista
Di Franco Grisolia

Cronologia della Rivoluzione Russa- 1917, la conquista del potere
Di Gino Candreva

La Rivoluzione russa
Di Eugenio Gemmo

“ La rivoluzione russa” da l’Ordine Nuovo (1922)

Le lezioni dell’Ottobre. Strategia e tattica della conquista del potere
Di Tiziano bagarolo

Tesi d’aprile – Vladimir Ilic lenin

CENTO ANNI DOPO RICORDARE LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Il centenario della Rivoluzione d'Ottobre è l'occasione per, ritornare alle origini delle vittorie del movimento rivoluzionario proletario e riflettere sul che fare per lottare contro la barbarie capitalista e imperialista

A cento anni di distanza dalla rivoluzione siamo tornati a condizioni di sfruttamento ottocentesche.

Le continue crisi capitaliste, l'intensificarsi dello sfruttamento nella ricerca del massimo profitto continuano inesorabilmente a colpire la classe operaia, le masse proletarie e popolari. 


La scomposizione economica-politica-organizzativa del proletariato e del movimento comunista ha fatto perdere in molti casi anche la memoria storica delle vittorie degli obiettivi storici del proletariato.


La mancanza di un'organizzazione politica di classe comporta che oggi, spesso, non si lotta neanche più contro il sistema capitalista, vera causa delle disgrazie, dello sfruttamento, della disoccupazione, della miseria, della fame, della sete, delle guerre, dei morti sul lavoro e delle malattie professionali e ambientali, ma contro i suoi effetti.



Discutere oggi della Rivoluzione d'Ottobre, delle sue conquiste per gli sfruttati serve per confrontarci e dibattere come costruire la nostra organizzazione politica di classe, l'unico strumento con cui la classe operaia può liberarsi dalla schiavitù salariata, con i proletari coscienti, fra operai comunisti, avanguardie di lotta e intellettuali onesti.