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domenica 14 maggio 2017

C’E’ BISOGNO DI SINISTRA… QUELLA VERA!



Il Partito Comunista dei Lavoratori partecipa alle elezioni comunali di Lissone con un punto di vista alternativo: quello dei lavoratori/lavoratrici, dei nativi e dei migranti, dei giovani, dei precari e dei disoccupati.
Noi non abbiamo altro interesse da difendere che quello dei lavoratori e la loro liberazione. Non facciamo politica per prendere voti, ma chiediamo voti a una politica: una politica intransigente di difesa del lavoro.
Per questo siamo contro le destre (quella di Renzi, di Salvini e di Grillo) che si contendono il potere ma che, tutte, sia pure in modo diverso, sono contro i lavoratori. In particolare il M5S disvela sempre più il proprio programma antioperaio. Una ideologia, quella grillina, che dissolve le classi, le loro rappresentanze sindacali, il conflitto in una massa indistinta di “cittadini” atomizzati", soli davanti al computer. Basta con gli operai contro i padroni; uno vale uno e tutti sono uguali.
“Ogni lavoratore si rappresenti da solo, il sindacato non serve a nulla”, affermava il grillino Di Maio a proposito dei licenziamenti dei lavoratori della società Almaviva. Ovviamente nulla di più gradito per padroni grandi e piccoli ma nulla di più falso storicamente e nella vita quotidiana di milioni di lavoratori.
Le nostre rivendicazioni programmatiche, sul terreno generale, sono dichiaratamente “di parte”: la parte del lavoro, dei giovani precari, dei disoccupati, dei migranti (la larga maggioranza della popolazione lissonese) contro la parte dei salotti, della borghesia benpensante, dei poteri forti cittadini (la piccola minoranza di banchieri, industriali, costruttori, Curia, e dei loro ambienti ramificati).
Rifiutiamo la scelta tra la peste e il colera, europeisti e sovranisti-nazionalisti sono la faccia della stessa medaglia: liberista, regressiva, antisociale. Costruiamo insieme l’alternativa socialista e rivoluzionaria al sistema capitalista.

sabato 13 maggio 2017

PER UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA IN VENEZUELA




La crisi del nazionalismo latinoamericano ha trovato in Venezuela il suo punto di massima precipitazione. La crisi ha una precisa base materiale, connessa alla crisi capitalistica internazionale iniziata nel 2008.

Il Venezuela è il paese che ha i maggiori giacimenti petroliferi del mondo. Il modello capitalistico venezuelano si reggeva e si regge sull'esportazione del petrolio. Il regime “bolivariano” ha fatto dell'esportazione petrolifera la fonte di finanziamento di misure sociali per ampi settori di massa, attraverso il sistema delle cosiddette missiones. Misure sociali sicuramente più limitate di quelle elargite a suo tempo, in un altro contesto storico, dal nazionalismo peronista in Argentina, e tuttavia capaci di assicurare al chavismo una vasta base di appoggio negli strati popolari, urbani e rurali. L'appoggio popolare, a sua volta, diveniva la principale leva negoziale del regime nazionalista nel proprio rapporto con la borghesia venezuelana (innanzitutto la Federcameras), con gli stati imperialisti (a partire dagli USA), con le loro multinazionali (in particolare nel campo estrattivo). L'organizzazione attiva della base di massa del chavismo era in funzione di questa politica. L'osmosi del regime con l'apparato militare, attraverso l'offerta di ruoli centrali agli ufficiali in campo economico (aziende statali) e istituzionale (governatorati), metteva in sicurezza questo equilibrio sociale.

All'interno di questo equilibrio non sono certo mancate contraddizioni profonde tra il regime nazionalista e l'imperialismo, perché il chavismo è, a suo modo, politicamente autonomo dall'imperialismo, a differenza dei vecchi partiti borghesi venezuelani. Tuttavia il regime nazionalista, lungi dal rompere con l'imperialismo, ha sempre salvaguardato un rapporto di collaborazione: ha pagato regolarmente il debito pubblico al capitale finanziario internazionale; ha tutelato le grandi imprese americane ed europee, anche nel caso di parziali interventi di nazionalizzazione, attraverso il sistema di lauti indennizzi (a volte superiori alle stesse quotazioni di borsa); ha risparmiato le proprietà della ricca borghesia venezuelana spesso intrecciata con gli interessi imperialisti. Ciò che ha inoltre alimentato lo sviluppo abnorme di una nuova borghesia affaristica e corruttrice (la cosiddetta “boliborghesia”), cresciuta nello spazio di intermediazione del regime col capitale finanziario, e per questo indissolubilmente legata al chavismo.
È quello che larga parte della sinistra ha chiamato... il “socialismo del XXI secolo”.


LA CRISI PROFONDA DEL CHAVISMO

Questo equilibrio sociale ha retto sino a che ha retto la rendita petrolifera. La rendita assicurata da un barile di petrolio a (oltre) cento dollari consentiva un ampio spazio di manovra al regime nazionalista e alla sua autorappresentazione propagandistica di baluardo del popolo. Tutto si teneva: i sussidi e i servizi a favore delle periferie assieme alla corruzione dilagante e al pagamento del debito. Ma proprio per questa ragione il crollo del prezzo del petrolio sino a 40 dollari (per poi risalire di poco) ha minato le fondamenta dell'intero edificio, confermando una dipendenza strutturale del Venezuela dal greggio che il chavismo non ha mai neppure scalfito.

La recessione che ha colpito il Venezuela ha pochi paragoni al mondo: nei soli due ultimi anni il PIL è calato del 18%, si prevede un ulteriore calo del 4% quest'anno. L'inflazione è salita al 600%. La penuria di luce elettrica, acqua corrente, medicinali, beni alimentari segna la vita quotidiana delle masse popolari. I prezzi calmierati sanciti dal governo sono aggirati da un mercato nero sempre più vasto e incontrollato. Tutto ciò mentre la borghesia venezuelana osserva la crisi dalle lussuose terrazze di Caracas e porta all'estero i propri capitali attraverso il canale delle banche.

La crisi di consenso del chavismo, ulteriormente aggravata dalla morte di Ugo Chavez, ha trovato una espressione inequivocabile nelle elezioni politiche dell'Assemblea Nazionale del 6 dicembre 2015. Per la prima volta il chavismo perdeva la maggioranza in Parlamento a vantaggio della destra della MUD. Le dimensioni della sconfitta (MUD al 56%, PSUV al 40%) davano la misura del tracollo. Si configurava così quella sorta di dualismo di poteri tra Assemblea Nazionale da un lato, governo e regime chavista dall'altro, che segna l'attuale precipitazione della crisi politica.


FUORI E CONTRO LA MOBILITAZIONE REAZIONARIA E FILOIMPERIALISTA

La mobilitazione di massa animata dalla MUD ha il segno indiscutibile della reazione.

Il personale politico del MUD, a partire da Voluntad Popular, è in larga parte lo stesso che aveva puntato al rovesciamento golpista di Chavez nel 2002. Esso cerca di sfruttare l'onda lunga della svolta a destra in Argentina e Brasile ai fini della propria rivincita. Ha il sostegno politico e materiale dell'imperialismo USA, che ambisce riprendere il controllo politico diretto del Venezuela attraverso il proprio personale fiduciario, tanto più in un contesto in cui la Russia e soprattutto la Cina hanno allargato la propria presenza nel paese.

Il programma della MUD punta a smantellare l'intero sistema delle missiones chaviste per imporre una drastica svolta liberista: privatizzazione generale, liberalizzazione dei prezzi, vendita delle case popolari, licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione, cancellazione dei sussidi. La bandiera propagandistica delle libere elezioni, della lotta alla corruzione, di una libera costituente, avvolge questo preciso contenuto sociale, antioperaio e antipopolare.

La destra venezuelana ha sicuramente conquistato una base attiva nelle libere professioni, nella piccola borghesia, in settori popolari (in particolare studenteschi), facendone uno strumento di mobilitazione di massa. Le contraddizioni politiche tradizionali all'interno della MUD (tra un settore borghese liberale disposto a negoziare col chavismo e il settore più apertamente golpista) sembrano temporaneamente congelate dalla polarizzazione dello scontro col governo e dalla crisi dello stesso spazio negoziale. La parola d'ordine unificante della mobilitazione della destra è oggi “dimissioni di Maduro”. Il suo metodo di lotta l'occupazione delle piazze.

Da questo punto di vista, appaiono totalmente sbagliate le posizioni di quei settori della sinistra trotskista che in nome dell'opposizione al chavismo si schierano, formalmente o di fatto, al fianco della mobilitazione in atto. È il caso della LIT e della sua sezione venezuelana (UST), che ha appoggiato il referendum revocatorio promosso dalla destra con la parola d'ordine “via Maduro”. È il caso della UIT e della sua organizzazione in Venezuela (PSL) che il 20 aprile ha pubblicamente rivendicato il pieno sostegno alla mobilitazione della MUD, salvo richiedere "un'altra sua direzione politica”. La stessa rivendicazione da parte della FT-QI di “una costituente libera e sovrana”, pur combinandosi con una denuncia della natura reazionaria della MUD, rischia oggi di avallare, al di là di ogni intenzione, la campagna “democratica” della destra.

I marxisti rivoluzionari non possono collocarsi all'interno o al fianco di una mobilitazione reazionaria, sia pure con proprie parole d'ordine. Valeva per piazza Maidan in Ucraina, vale per l'attuale mobilitazione della destra venezuelana. La denuncia della sua natura, la sconfitta dei suoi obiettivi, la disgregazione del suo campo, sono e debbono essere un aspetto centrale della politica rivoluzionaria.


NESSUN SOSTEGNO POLITICO A MADURO

Questo significa allora sostegno politico a Maduro? Per nulla.

Il governo chavista è il primo responsabile della crisi sociale e della stessa avanzata della destra. Il suo modello economico e sociale è fallito. La sua pretesa di continuare a pagare il debito pubblico al capitale finanziario (70 miliardi negli ultimi tre anni), riducendo parallelamente le importazioni alimentari, concorre alla miseria popolare. La sua volontà di preservare la proprietà privata di quella stessa industria alimentare (Polar) che promuove il sabotaggio economico imboscando prodotti per il mercato nero è complice della crisi. La sua difesa delle banche private copre di fatto l'evasione fiscale e l'esportazione di capitali all'estero, colpendo al cuore la bilancia dei pagamenti.

Il regime ha tentato di uscire dalla crisi ricercando un dialogo di pacificazione con l'opposizione della MUD, attraverso i canali della diplomazia internazionale (il Vaticano e Zapatero). Ma il risultato è stato quello di agevolare la sua campagna reazionaria. Maduro è giunto persino a ricercare buoni rapporti con la nuova amministrazione Trump, con la donazione di 500.000 dollari per le celebrazioni della investitura del nuovo presidente USA attraverso la PDSVA. Ma il risultato è il pubblico sostegno di Trump alla mobilitazione della MUD nel nome improbabile della libertà.

Di fronte al vicolo cieco del regime, di fronte alle crepe interne al chavismo che minacciano la sua tenuta, Maduro ha cercato nell'ultima fase una soluzione bonapartista alla crisi, in più direzioni. Prima col tentativo di attribuire i poteri parlamentari alla Corte Costituzionale controllata dal chavismo, tentativo bloccato da settori chavisti della magistratura (Luisa Ortega) e alla fine revocato. Poi con il lancio pubblico e solenne, nel giorno del primo maggio, di una “costituente operaia, veramente operaia” per ridisegnare la costituzione del '99. È il tentativo estremo del chavismo di riattivare la propria base sociale d'appoggio, profondamente incrinata, ma ancora presente in diverse fabbriche e aziende.

Ma la rivendicazione del potere della classe operaia”in bocca a Maduro ha lo stesso valore che aveva il socialismo del XXI secolo sulla bocca di Chavez. La cosiddetta costituente viene convocata da una Commissione presidenziale guidata dall'attuale ministro dell'educazione (Elías Jaua), sotto il controllo del regime. Alla sua elezione non possono concorrere i partiti, e peraltro diversi partiti della sinistra venezuelana si vedono tuttora privati di un riconoscimento legale. La sua composizione di 500 delegati costituenti vedrebbe per la metà rappresentanti “della classe operaia” designati in realtà dalla burocrazia sindacale chavista (in un contesto in cui le elezioni sindacali nelle aziende sono bloccate per decreto); per l'altra metà da esponenti designati dalle associazioni d'impresa, dalle professioni liberali, da strutture comunali controllate dal chavismo. L'Assemblea costituente “veramente operaia” si riduce dunque a una finzione burocratica, alla ricerca di una collaborazione istituzionale e “patriottica” tra le classi sociali sotto il controllo del regime bolivariano.


PER UNA MOBILITAZIONE DI CLASSE INDIPENDENTE

Una reale mobilitazione “veramente operaia” è invece l'unica via per indicare una soluzione progressiva della crisi venezuelana. Ma può svilupparsi solamente in piena autonomia dal regime chavista e in aperta opposizione al governo Maduro.

La linea della sinistra critica chavista, è finita su un binario morto. È la linea seguita da Marea Socialista (sezione osservatrice del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale), che ha rotto col PSUV nel 2015, e, in forme diverse, dal PCV (Partito Comunista Venezuelano) stalinista. Una linea che ha a lungo rivendicato una correzione a sinistra della linea del governo nel nome di un mitologico “chavismo originario”. Questa linea si è scontrata con la natura irriformabile del regime nazionalista, con la sua sua politica organica di subordinazione e irregimentazione del movimento operaio e popolare in funzione della salvaguardia del proprio potere e della collaborazione con la borghesia. Il fatto che sia Marea Socialista sia il PCV si siano visti respingere la semplice richiesta del proprio riconoscimento giuridico come partiti indipendenti dà la misura del loro scacco. Il sostegno critico di Marea Socialista alla linea del dialogo con la MUD con la parola d'ordine delle elezioni esprime una politica insieme codista verso il chavismo ed equivoca di fatto verso la mobilitazione della MUD: una somma di subalternità.

Una mobilitazione “veramente operaia” richiede invece un programma di lotta indipendente, in aperta contrapposizione alla politica del chavismo come alla mobilitazione della destra. Un programma straordinario di emergenza imposto dalla drammaticità della crisi. Un programma di rottura anticapitalista e antimperialista.

Scala mobile dei salari, per proteggersi dal carovita. Difesa del lavoro e blocco dei licenziamenti, con l'esproprio sotto controllo dei lavoratori di tutte le aziende che licenziano. Cessazione immediata del pagamento del debito pubblico al capitale finanziario, per destinare le risorse così risparmiate alla protezione sociale e alimentare. Nazionalizzazione delle banche e loro unificazione in un unica banca pubblica, sotto controllo sociale, per stroncare la fuga dei capitali. Controllo operaio sulla produzione, per il colpire sabotaggio economico. Nazionalizzazione sotto controllo operaio e senza indennizzo dell'industria petrolifera e del commercio con l'estero, per troncare gli artigli della speculazione e della corruzione.
Senza queste misure di svolta non vi sarà alcuna via d'uscita dalla crisi. Solo una mobilitazione indipendente della classe operaia attorno a questo programma di svolta può ricomporre un blocco sociale alternativo, disgregare il blocco reazionario, capovolgere i rapporti di forza, aprire la via di una alternativa anticapitalista.


PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI BASATO SULLA LORO FORZA

Questo programma di mobilitazione è inseparabile dall'autorganizzazione democratica di massa.

Una autorganizzazione “veramente operaia” passa per la rivendicazione di libere elezioni sindacali. Ma anche per la libera elezione nei luoghi di lavoro di consigli di lavoratori, quali strutture di controllo della economia, nel campo della produzione e della distribuzione (innanzitutto oggi dei beni alimentari e dei medicinali), nella prospettiva di un loro coordinamento e centralizzazione su scala nazionale. Un congresso nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro, a partire dalle fabbriche, può diventare riferimento centrale e punto di aggregazione per più ampi strati di popolazione povera, immiseriti dalla crisi, segnati dalla disperazione, che rischiano oggi di cercare a destra ciò che non trovano a sinistra.

Un'organizzazione indipendente della classe lavoratrice ha diritto a provvedere alla propria autodifesa, con tutti i mezzi necessari. Anche intervenendo nelle contraddizioni dell'esercito. La destra filoimperialista si rivolge alle gerarchie militari per chiedere loro un golpe reazionario contro Maduro. Maduro cerca di assicurarsi il sostegno fedele dell'apparato militare offrendogli ruolo politico e ricche prebende. Il movimento operaio non può certo fare affidamento sui generali chavisti. Può e deve rivolgersi ai soldati e ai gradi inferiori dell'esercito venezuelano per assicurarsi il loro sostegno contro ogni golpe reazionario, così come contro ogni repressione del regime. Ma può farlo solo sviluppando innanzitutto la propria forza organizzata di massa.

La prospettiva indipendente di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla forza della classe operaia, sulla sua mobilitazione, sulla sua capacità di autodifesa, è l'unica reale prospettiva di svolta per le masse oppresse del Venezuela. Non esistono soluzioni istituzionali progressive della crisi in corso al di fuori di una soluzione socialista.


LA MATURAZIONE DI UN'AVANGUARDIA DI CLASSE

La classe operaia venezuelana è oggi prevalentemente passiva e disorientata, sotto il peso della delusione verso il chavismo e della drammatica crisi sociale. È l'aspetto politico più problematico della crisi in corso.

Ma settori di avanguardia della classe vanno maturando un orientamento nuovo e più avanzato. Sono ad esempio i settori che si sono raccolti attorno alla Plataforma del pueblo en lucha, che rivendica la cessazione del pagamento del debito e la nazionalizzazione dell'industria petrolifera. Questa piattaforma è divenuta un punto di confluenza di ambienti classisti della sinistra e di settori di sinistra del chavismo (Fronte Nazionale Simon Bolivar). Al di là della linea politica errata dei gruppi dirigenti di queste sinistre, emerge un settore della classe operaia che cerca una propria via d'uscita dalla crisi politica e sociale. I marxisti rivoluzionari venezuelani possono sviluppare in questo bacino d'avanguardia un lavoro prezioso di propaganda e agitazione, in funzione della propria politica di raggruppamento e della costruzione del partito rivoluzionario della classe. Che resta in Venezuela, come ovunque, la questione strategica decisiva.

Marco Ferrando


venerdì 12 maggio 2017

Elezioni Lissone:17 maggio primo faccia a faccia fra candidati, mercoledì sera

L'appuntamento alle 21, al teatro comunale di Palazzo Terragni in piazza Libertà. 
Sarà targato Giornale di Monza il primo faccia a faccia fra i sei candidati che si scontreranno per conquistare la poltrona di sindaco di Lissone. 
I candidati sindaco Sono sei i pretendenti che si confronteranno all’incontro organizzato dal nostro Giornale: 
• Concetta Monguzzi, sindaco uscente sostenuta da Partito Democratico, Listone, “Lissone bene comune” e lista “Concetta Monguzzi Sindaco”; 
• Fabio Meroni, candidato di Lega Nord, Forza Italia, Fratelli             d’Italia, “Per Lissone Oggi” e lista “Meroni 2022”; 
• Emanuele Sana, candidato del Movimento 5 Stelle; 
• Mauro Guglielmin, candidato della lista “Lissone la mia città”; 
• Filippo Piacere, candidato del Partito comunista dei lavoratori; 
• Roberto Perego, candidato delle liste “Lissone in movimento” e “Lissone futuro”. Una serata per conoscere meglio i candidati, la loro proposta politica e i rispettivi programmi elettorali. 

giovedì 11 maggio 2017

PRC: NUOVO SEGRETARIO, VECCHIO VIZIO




Il Partito della Rifondazione Comunista ha un nuovo segretario. La scelta di Paolo Ferrero, segretario uscente, di non ricandidarsi alla leadership di Rifondazione era nota da tempo.

In questi ultimi anni, Ferrero ha visto lo sgretolarsi del PRC: la perdita di qualsiasi posto nel Parlamento e nelle istituzioni, tranne qualche piccola eccezione, il calo drastico degli iscritti, dai circa 40.000 del 2008, ai 17.000 attuali – per non considerare i 100/120.000 iscritti dei primi anni 2000 – la chiusura definitiva di Liberazione, la fuoruscita di varie correnti, e più in generale una marginalizzazione politica ed elettorale del suo partito.

Questa crisi ha causato non poche grane nel controllo interno del PRC: senza una maggioranza stabile nel Comitato Politico, più volte messo in minoranza, più volte criticato dai suoi compagni di maggioranza e di minoranza. Una crisi di Rifondazione e della leadership interna di Ferrero che non è stata figlia del destino cinico e baro, ma è la diretta conseguenza della compromissione di governo – con i voti all’aumento delle spese militari, alla riduzione delle imposte sui profitti, alla precarizzazione del mondo del lavoro (pacchetto Treu) – da parte del Partito della Rifondazione Comunista nei governi di centrosinistra, e in prima persona di Paolo Ferrero come Ministro del welfare nel secondo governo Prodi.


UNA (FINTA) SVOLTA PER USCIRE DALLA CRISI

Il gruppo dirigente di Rifondazione, per uscire da questa impasse, opta per il cambio di segretario. Maurizio Acerbo, già consigliere comunale a Pescara e parlamentare dal 2006 al 2008, è stato eletto Segretario dal Comitato Politico riunitosi subito dopo il congresso, che si è svolto dal 31 Marzo al 2 aprile.

Il nuovo segretario ha dimostrato, fin da subito, la propria continuità con la precedente linea Ferrero, che non a caso ha sempre sostenuto negli organi dirigenti del PRC. Un generico richiamo all’“unità della sinistra”, senza alcuna delimitazione programmatica, all’“ antiliberismo”, coltivando l’illusione di un capitalismo buono (Keynes), a una “sinistra di governo: come Chavez, Lula e Tsipras”, non cogliendo che sono regimi profondamente in crisi, per colpa delle loro politiche di compromesso col capitale internazionale (accordo di Tsipras con la troika e di Lula con il FMI) e con i partiti della borghesia nazionale (AnEl in Grecia e PMDB in Brasile) che li ha portati alla catastrofe economica e a misure di austerità sociale verso i lavoratori e i ceti popolari.

Questa torta di opportunismo ha la sua ciliegina: la netta apertura a De Magistris, «compagno che se domani mattina si mettesse a disposizione di una soggettività a sinistra, gli darei la mano e lo applaudirei», perché ha un programma di «rivoluzione, radicalità, affidabilità di governo e innovazione». Anche la subordinazione al populismo questurino non è una novità della Rifondazione Comunista a guida Ferrero. Già c’era stata la subordinazione a Di Pietro e a Ingroia, nelle varie liste civiche e “civili”, ovviamente con l’uso (o meglio abuso) della parola “rivoluzione”.

Come si vede dall’intervento congressuale del compagno Acerbo - da cui sono state prese le citazioni - non c’è alcun cambio nel PRC. Lo spartito è rimasto lo stesso. Solo, è cambiato il direttore d’orchestra.
Per questo chiamiamo tutti i veri comunisti a costruire il partito della rivoluzione socialista, l’unica vera rivoluzione possibile, il Partito Comunista dei Lavoratori: un partito che non si subordina al populismo, che ha un chiaro programma anticapitalista, di rottura con il capitale internazionale e nazionale, e che si batte sì per un governo, ma per un governo dei lavoratori.


Michele Amura

lunedì 8 maggio 2017

EMMANUEL MACRON, LA VITTORIA DEL GRANDE CAPITALE



La vittoria di Macron alle elezioni presidenziali ha avuto proporzioni consistenti. Nelle sue dimensioni quantitative, e nella sua estensione omogenea alla quasi totalità del territorio francese e di oltremare. È un'affermazione che ha capitalizzato fattori diversi: la domanda di sicurezza di ampi settori di classe media che temono le ricadute di un'uscita dall'euro sui propri risparmi; il profilo d'immagine di un candidato giovane, estraneo alle vecchie nomenclature degli (ex) partiti dominanti, capace di intercettare una confusa domanda popolare di cambiamento; il richiamo della contrapposizione al lepenismo, non travolgente come nel 2002, ma tuttora capace di motivare al voto ampi settori dell'elettorato della sinistra (compresa la maggioranza dell'elettorato di Mélenchon, che è cosa diversa dalla maggioranza degli attivisti di Francia Ribelle) e dello stesso elettorato gollista.

La vittoria di Macron è indubbiamente un fattore di tenuta dell'Unione capitalistica europea. Il tripudio delle Borse, la soddisfazione dei governi imperialisti del vecchio continente, sono comprensibili. La rappresentazione di una Unione irreversibilmente condannata a un rapido crollo sotto la pressione travolgente dei partiti populisti - rappresentazione diffusa in ambienti diversi della sinistra dopo l'affermazione della Brexit - si è rivelata prematura e sbagliata. Il risultato delle elezioni olandesi e francesi ci parla di un quadro più complesso, in cui fenomeni di polarizzazione politica ed elettorale si combinano con riflessi conservatori. Il ridimensionamento annunciato del nazionalismo populista in Germania porta lo stesso segno.

Al tempo stesso sarebbe ugualmente sbagliato ricavare dalla vittoria di Macron un quadro di facile stabilizzazione. Un conto è la sconfitta del lepenismo e della sua minaccia destabilizzante, di fatto mortale per l'Unione. Altra cosa è la costruzione di un nuovo equilibrio politico e istituzionale. Ciò vale innanzitutto per la Francia.


MACRON ALLA RICERCA DI UNA MAGGIORANZA PARLAMENTARE

Le elezioni del primo turno hanno fotografato la crisi profonda di quel bipolarismo che aveva incardinato la lunga storia della V Repubblica. Il Partito Socialista è collassato e rischia una autentica "pasokizzazione". Il partito gollista, per la prima volta escluso dal ballottaggio, è attraversato da una guerra intestina lacerante. Da un lato Le Pen e il suo alleato Dupont, dall'altro Mélenchon hanno polarizzato sul piano elettorale questa crisi. Insieme hanno raccolto quasi la metà dell'elettorato francese.

Il sistema elettorale del doppio turno ha salvato la Presidenza della Repubblica dagli effetti di questa polarizzazione, incoronando Emmanuel Macron. Ma nessun sistema elettorale può annullare una geografia politica. Da questo punto di vista le prossime elezioni legislative dell'11 giugno saranno un test complicato. Il doppio turno di collegio tra i partiti che superano l'asticella elettorale del 12,5% sarà esposto alle risultanze imprevedibili del nuovo quadro politico. Forte del proprio successo presidenziale, Macron chiede e chiederà un voto di “governabilità” a favore dei propri candidati: ma non dispone di una propria ossatura di partito e di un radicamento sul territorio. Raccoglierà sul carro del vincitore forze di diversa provenienza liberate dalla crisi dei vecchi partiti (Valls si è già prenotato, ambienti gollisti segnalano il proprio interesse), ma può rivelarsi un'ammucchiata imbarazzante per l'immagine dell'”uomo nuovo”. E la competizione collegio per collegio, dove le vecchie strutture di partito e le loro clientele hanno maggiore resistenza, sarà in ogni caso senza risparmio di colpi. Ad oggi Macron non ha a disposizione una maggioranza parlamentare, ma dovrà cercarla nelle urne.


LA RIORGANIZZAZIONE IN CORSO NELLE OPPOSIZIONI

Parallelamente, tutto si muove sul versante delle opposizioni, in un quadro altrettanto instabile e incerto.

Le Pen annuncia la costituente di un “nuovo partito patriottico” con un nuovo nome. È il tentativo di investire nella crisi del gollismo completando il processo di mutazione politica del Front National in direzione di un partito di governo “sdoganato”. Ma sconta non solo l'opposizione pubblica del padre (“Non consentirò la svendita del nostro nome”), bensì anche quella di Marion Le Pen, già candidata alla successione nel nome dell'integralismo cattolico.

A sinistra Mélenchon punta a investire il proprio straordinario successo elettorale al primo turno (quasi il 20%) nella costruzione della propria forza politica (sovranista di sinistra) con l'ambizione di costruire una forte presenza parlamentare; ma per questa stessa ragione si scontra frontalmente con il PCF che vorrebbe negoziare accordi di desistenza nei collegi. Un accordo reso difficile proprio dai nuovi rapporti di forza. Mentre lo stesso Partito Socialista sarà attraversato sul territorio dalla polarizzazione interna tra Macron e Mélenchon.

La composizione politica del prossimo parlamento francese sarà la risultante imprevedibile di questo quadro di frantumazione. La vittoria di Macron dovrà dunque confrontarsi con uno scenario politico in pieno movimento, ancora senza baricentro, segnato da molte incognite.


IL PROGRAMMA DI MACRON ALLA PROVA DEL FRONTE SOCIALE

Un secondo ordine di difficoltà è dato dal segno del programma Macron. È il programma del capitale finanziario. Un programma che sviluppa ulteriormente a destra la politica del governo Hollande: aumento dell'età pensionabile, appesantimento della legge El Khomri, taglio verticale della spesa sociale, attacco frontale al posto di lavoro nel settore pubblico. La campagna d'immagine attorno alla propria figura e la contrapposizione a Le Pen hanno in parte velato questo programma, ma esso indica la bussola reale della nuova presidenza. Macron punta a una riforma strutturale del capitalismo francese, combinata con la ricerca negoziale di un nuovo equilibrio con la Germania, dentro il quadro della UE.

Questo progetto passa per una linea d'attacco al movimento operaio. Il movimento operaio francese ha subito una sconfitta sulla legge El Khomri, per responsabilità preminente delle sue direzioni. Ma ha accumulato un'esperienza di lotta che ha selezionato nuovi settori d'avanguardia, e dispone di un potenziale combattivo non ancora domato. Il fronte sociale può tornare ad essere, come in tanti passaggi della storia francese, il banco di prova del nuovo governo. Per molti aspetti il più difficile.


PER UN PARTITO RIVOLUZIONARIO DELLA CLASSE LAVORATRICE

L'estrema sinistra francese ha raccolto complessivamente al primo turno il voto prezioso di un'avanguardia politica della classe lavoratrice (oltre 600.000 voti tra NPA e LO), in contrapposizione ai candidati padronali, ma anche al sovranismo di sinistra di Mélenchon.

L'indicazione di astensione al secondo turno, fuori e contro ogni fronte repubblicano a sostegno di Macron, ha rappresentato un'indicazione corretta. Tanto più importante considerando la (grave) indicazione di appoggio a Chirac da parte della LCR nel ballottaggio Chirac-Le Pen del 2002. La parola d'ordine “né la peste né il colera” ha costituito il punto di riferimento di mobilitazioni d'avanguardia, conquistando l'adesione di strutture sindacali di classe (a partire dalla CGT della Goodyear). È un capitale da investire nella costruzione di una opposizione sociale radicale e di massa al futuro governo.

La costruzione del partito rivoluzionario della classe operaia francese resta la questione strategica fondamentale. Ed anche il banco di prova di tutti i marxisti rivoluzionari francesi, a partire dalla nuova maggioranza rivoluzionaria nell'NPA.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 2 maggio 2017

K-FLEX, PARTITE LE LETTERE DI LICENZIAMENTO

Roncello MB



L'azienda invia 187 telegrammi senza attendere l'udienza del 4 maggio, quella in cui il giudice deciderà sull'annullamento della procedura.

È l'ennesimo schiaffo ai lavoratori. La decisione unilaterale, infatti, arriva a pochi giorni dall'udienza del 4 maggio presso il Tribunale di Monza, dove il giudice deciderà in merito alla richiesta dei sindacati di annullare la procedura di licenziamento. Intanto i lavoratori che continuano la loro protesta con il presidio in attesa che si faccia giustizia ripristinando gli accordi sindacali sul mantenimento dei posti.
Nell'ultimo incontro del 26 aprile, si è registrata l'indisponibilità dell'azienda a discutere di un piano industriale che prevedesse il mantenimento di un insediamento produttivo in Italia, e la mancata disponibilità a creare le condizioni per concedere ammortizzatori sociali ordinari e straordinari. Sindacati e lavoratori sono comunque ottimisti: “Confidiamo che la giustizia possa restituire ai lavoratori i loro diritti e il rispetto degli accordi sindacali sottoscritti”.
I sindacati infine chiedono “alle istituzioni, a tutti gli schieramenti politici e al governo di mantenere il più ampio sostegno ai lavoratori e di produrre interventi immediati in grado di impedire che aziende che prendono finanziamenti pubblici e che vedono lo Stato nella compagine azionaria delocalizzino e licenzino i lavoratori”.