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martedì 20 settembre 2016
mercoledì 14 settembre 2016
NO ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE CHE PIACE AI CAPITALISTI
La riforma costituzionale
promossa da Renzi ha un solo obiettivo: rafforzare il potere di chi già lo
detiene.
Dal punto di vista
democratico è un insulto. Nel suo incastro con la legge elettorale, può
regalare a chi prende il 20% dei voti ,o poco più, il 55% dei parlamentari dell'unica Camera su
cui si appoggia il governo. Mentre il
Senato ( che resta) non verrebbe neppure eletto pur avendo poteri
costituzionali. Sarebbe questa la “democrazia”? Saremmo di fronte alla massima
concentrazione dei poteri nelle mani dell'uomo solo al comando. Non “la riforma istituzionale finalmente
realizzata che gli italiani attendono” come recita la propaganda di Renzi. Ma
l'opposto: il peggiore completamento di quel corso istituzionale
controriformatore che negli ultimi 25 anni ha rafforzato il potere di chi
governa, ad ogni livello, nel nome della cosiddetta “governabilità”.
Ma cosa significa
concretamente “governabilità”? Significa rendere ancora più forti e più “stabili”
i governi che demoliscono i diritti del
lavoro, tagliano sanità e istruzione, alzano l'età pensionabile... E' un caso
se Confindustria, le banche, il capitale finanziario europeo, sostengono
entusiasti le ragioni del Sì, proprio nel nome della “governabilità”? Perchè i
lavoratori, i precari, i disoccupati, dovrebbero sostenere e addirittura
rafforzare una “governabilità” diretta contro di loro?
E' necessario che la classe
lavoratrice e le sue organizzazioni promuovano una propria autonoma campagna
unitaria per il NO al disegno di Renzi, Confindustria e banche. Non basta il NO sussurrato e imbarazzato
della direzione CGIL al solo scopo di salvare l'immagine. Occorre al contrario
una battaglia vera che parta dalla denuncia della verità: un governo nemico dei
lavoratori e del sindacato vuol dare traduzione istituzionale al proprio corso
reazionario con una riforma costituzionale “bonapartista” a uso e consumo dei
poteri forti . Per questo è necessaria una campagna capillare a sostegno del
NO, che rilanci la battaglia democratica a partire dalla rivendicazione più
elementare: una legge elettorale interamente proporzionale, ad ogni livello,
che sancisca l'uguaglianza reale di ogni voto, e rappresentanze determinate dal
consenso, senza trucchi “maggioritari”di alcun genere.
Ma una campagna chiara a
sostegno del NO deve congiungersi al rilancio di una mobilitazione sociale di
massa in tutto il paese. Ci sono 12 milioni di lavoratori in attesa di
contratto, nel momento stesso in cui Federmeccanica rifiuta di firmare il
contratto, e il governo destina spiccioli ai contratti pubblici. Non solo:
siamo alla vigilia di una Legge di Stabilità che ancora una volta taglia le
tasse ai profitti padronali ( IRES), nel mentre continua la stretta su sanità e
pensioni. Cosa deve ancora accadere perchè si prepari finalmente uno sciopero
generale vero, attorno ad una piattaforma di rivendicazioni unificanti che
risponda unicamente alle ragioni del lavoro?
Ma c'è bisogno di definire
una prospettiva politica indipendente del movimento operaio . Apertamente
contrapposta al disegno bonapartista di Renzi, come al progetto lepenista di
Salvini, come alla Repubblica plebiscitaria del milionario Grillo. Tutti
progetti che in forme diverse mirano
a dirottare la rabbia dei lavoratori
contro “nemici” immaginari, per impedire che si rivolga contro il padronato.
Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro
organizzazione, può realizzare una vera “repubblica fondata sul lavoro”:
rovesciando il potere dei capitalisti e concentrando nelle mani dei lavoratori
le leve della produzione della ricchezza.
Il PCL si batte in ogni lotta
per questa prospettiva. L'unica vera alternativa.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
domenica 11 settembre 2016
A QUARANTATRÉ ANNI DAL GOLPE DI PINOCHET UN 11 SETTEMBRE DIMENTICATO
Quarantatré
anni fa, un colpo di stato militare
rovescia il presidente Salvador Allende. La borghesia cilena e l’imperialismo
nordamericano pongono così fine al governo di Unidad Popular e istaurano una
feroce dittatura militare. La giunta che prende il potere è guidata dal
generale Augusto Pinochet che presiede un direttorio formato dai capi di stato
maggiore delle diverse forze armate. Dall’11 settembre in poi le esecuzioni
sommarie, l’uso sistematico della tortura e l’internamento degli arrestati
scandiscono drammaticamente la vita del paese latinoamericano. Il movimento
operaio è sradicato, la sua avanguardia annichilita, e ogni espressione di
sinistra viene cancellata e duramente repressa. Mentre il terrore si diffonde
nel paese andino, i circoli dominanti di Washington, che hanno ispirato e
sostenuto il pronunciamento militare, esprimono sollievo per lo scampato
pericolo. Spaventati dall’ascesa delle lotte e della combattività operaia temevano
che in Cile si sviluppasse una dinamica rivoluzionaria. All’indomani del golpe,
la stessa Democrazia cristiana cilena, che per tutta una fase aveva giocato un
ruolo ambivalente, fa appello “al patriottico senso di cooperazione di tutti i
settori con la giunta”. (1)
L’Unidad Popular
Il governo Allende nasce a seguito della vittoria di stretta misura riportata nelle elezioni del settembre 1970. La coalizione che lo sostiene propugna la “via pacifica al socialismo” e si rifà al modello del fronte popolare, come unione tra forze del movimento operaio e settori della cosiddetta borghesia progressista. Due sono gli intenti che lo muovono: modernizzare il paese e avviare delle profonde riforme nel campo socio-economico. Propone una politica di riformismo radicale: ridurre il potere delle compagnie multinazionali, interrompere il flusso delle ricchezze verso l’esterno, spezzare il monopolio e il latifondo. Da subito deve fare i conti con il fatto che il parlamento, l’apparato giudiziario e buona parte dell’amministrazione dello stato non sono sotto il suo controllo. Ciononostante una parte di questo programma viene realizzato. Istituisce un ampio settore di imprese pubbliche, mentre alcuni importanti comparti (minerario, bancario e telefonico) sono nazionalizzati dietro un congruo indennizzo versato ai proprietari. Nel corso del 1972 si aggravano le tensioni sociali. L’aggressione nordamericana si approfondisce. Nixon pone fine ad ogni assistenza economica e si attiva per far crollare le quotazioni del prezzo mondiale del rame. “Make the economy scream” è l’obiettivo che si pone l’amministrazione repubblicana. In questo quadro la destra cilena soffia sul fuoco organizzando scioperi e proteste contro il governo socialista. Paradossalmente la borghesia utilizza i metodi della classe operaia. Entra in sciopero trascinando con sé una parte consistente dei ceti medi. È uno sciopero guidato dall’alto e finanziato dai dollari nordamericani. Il paese viene bloccato per intere settimane. Prima i camionisti, con una spettacolare serrata, e poi i commercianti, i piloti, gli ingegneri e i medici fanno precipitare il paese nel caos. Mentre Unidad Popular ricerca invano un accordo con la Dc, sono i lavoratori a reagire. Costituiscono strutture di potere popolare - i cordones industriali - che occupano le fabbriche, fanno ripartire la produzione, assicurano i rifornimenti. Questi organismi, basati sulla forza e sull’autorganizzazione dei lavoratori, sono fondamentali nel vanificare il moto reazionario che lo sciopero padronale aveva innescato. Nati come espressione della volontà della base operaia di contrastare l’attacco padronale, questi organismi unitari rappresentano il nucleo costitutivo di una nuova istituzione: quella dei consigli dei lavoratori, che esercitando la democrazia diretta iniziano a costruire una nuova organizzazione del potere politico, alternativo e contrapposto a quello borghese. Il governo di Allende tenta in ogni modo di frenare e controllare il movimento delle masse che si è messo in moto. In alcuni casi lo reprime. Rispetto alla polarizzazione sociale determinata dallo scontro tra borghesia e proletariato, Unidad Popular tenta di salvare capra e cavoli. Non rompe con la propria base sociale ma ricerca con forza un accordo con le classi dominanti. Confidando nella neutralità dell’esercito cileno, consegna ai militari tre importanti ministeri del proprio governo. Agli inizi del 1973 è già chiaro l’epilogo, mentre si rinnovano le manovre reazionarie, segnate dal sabotaggio economico, da nuove serrate corporative e dal sempre più evidente lavorio golpista dei generali; il governo di sinistra è titubante, incerto e arrendevole. Malgrado le minacce sempre più pressanti di un colpo di stato, il governo di Allende si attesta su una linea legalitaria e rinuncia a tentare di golpear el golpe, opponendosi all’ipotesi di armare il popolo, come chiede il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR).
L’eco del golpe in Italia.
Il colpo di stato dell’11 settembre 1973 è quello che più colpisce nel profondo un’intera generazione di militanti della sinistra. Di fronte alla tragedia cilena tutta la sinistra italiana è obbligata a ripensare la propria strategia. Ma la riflessione conduce ad approdi differenti. Il Pci, che attribuisce la sconfitta del governo di Allende ad un insufficiente consenso e a un mancato rapporto unitario tra le forze politiche cilene, vira deciso verso la svolta governativa. Proprio in quel frangente, Berlinguer formula per la prima volta la proposta di un compromesso storico con la Dc. Profonda è la divergenza tra il Pci e le forze si collocano alla sua sinistra. Il Manifesto - allora gruppo politico di una certa consistenza - insiste sul problema della disgregazione dei ceti medi e dell’egemonia su di essi. Evidenziando il legame tra la Dc cilena e quella italiana e indicando nel partito di Fanfani il nemico che la sinistra unita deve battere in Italia, attacca il tatticismo di Berlinguer e la sua strategia compromissoria. Le altre organizzazioni della nuova sinistra (Avanguardia Operaia e Lotta Continua) pur traendo conclusioni differenti sono concordi nel sottolineare i limiti e le ambiguità di Unidad Popular e nel criticare con forza quella via pacifica al socialismo che le forze riformiste propugnano. Soprattutto rimarcano l’incapacità del governo di Allende di affrontare il problema dell’inevitabile reazione violenta dello stato e dei suoi apparati militari, allorquando le classi dominanti si sentono minacciate dalla lotta di classe e temono di venire spodestate.
Il Cile come laboratorio
Negli anni della dittatura il regime attua un programma di trasformazione radicale dell’economia. Garantito dal terrore di Pinochet, il Cile diventa il primo laboratorio delle idee della scuola neoliberista dei Chicago Boys. Abolizione di ogni forma di diritto sindacale, smantellamento delle garanzie di previdenza sociale, messa al bando del codice di regolamentazione del lavoro sono le cifre distintive dell’operato degli allievi di Milton Friedman. Gran parte delle imprese vengono privatizzate mentre le terre distribuite ai contadini dalla riforma agraria sono requisite. Il nuovo dogma diventa il riequilibrio del bilancio statale, mentre la liberalizzazione dei tassi d’interesse e l’apertura delle frontiere favoriscono l’afflusso dei capitali e i prestiti finanziari degli organismi internazionali. Il costo sociale di questa politica è esorbitante: crescita della povertà e disoccupazione di massa. Come ha scritto il sociologo Tomàs Moulian il Cile si è trasformato man mano nel laboratorio sterile e nel paradiso del neoliberismo: paradiso per pochi, limbo consumista e indebitatore per altri, e inferno per buona parte della popolazione. Un paradiso guardato da arcangeli ben armati e senza scrupoli morali”. Per questo il premio Nobel per l’economia assegnato a Friedman nel 1976 rappresenta un presagio che annuncia una nuova era. Infatti, di lì a poco tempo, l’esperimento condotto nel laboratorio cileno verrà in forme diverse gradualmente applicato in tutto il mondo.
1) Sulla vicenda cilena si rimanda al saggio di Tiziano Bagarolo pubblicato sul secondo numero della rivista Marxismo Rivoluzionario e oggi disponibile in opuscolo presso le sedi del PCL.
L’Unidad Popular
Il governo Allende nasce a seguito della vittoria di stretta misura riportata nelle elezioni del settembre 1970. La coalizione che lo sostiene propugna la “via pacifica al socialismo” e si rifà al modello del fronte popolare, come unione tra forze del movimento operaio e settori della cosiddetta borghesia progressista. Due sono gli intenti che lo muovono: modernizzare il paese e avviare delle profonde riforme nel campo socio-economico. Propone una politica di riformismo radicale: ridurre il potere delle compagnie multinazionali, interrompere il flusso delle ricchezze verso l’esterno, spezzare il monopolio e il latifondo. Da subito deve fare i conti con il fatto che il parlamento, l’apparato giudiziario e buona parte dell’amministrazione dello stato non sono sotto il suo controllo. Ciononostante una parte di questo programma viene realizzato. Istituisce un ampio settore di imprese pubbliche, mentre alcuni importanti comparti (minerario, bancario e telefonico) sono nazionalizzati dietro un congruo indennizzo versato ai proprietari. Nel corso del 1972 si aggravano le tensioni sociali. L’aggressione nordamericana si approfondisce. Nixon pone fine ad ogni assistenza economica e si attiva per far crollare le quotazioni del prezzo mondiale del rame. “Make the economy scream” è l’obiettivo che si pone l’amministrazione repubblicana. In questo quadro la destra cilena soffia sul fuoco organizzando scioperi e proteste contro il governo socialista. Paradossalmente la borghesia utilizza i metodi della classe operaia. Entra in sciopero trascinando con sé una parte consistente dei ceti medi. È uno sciopero guidato dall’alto e finanziato dai dollari nordamericani. Il paese viene bloccato per intere settimane. Prima i camionisti, con una spettacolare serrata, e poi i commercianti, i piloti, gli ingegneri e i medici fanno precipitare il paese nel caos. Mentre Unidad Popular ricerca invano un accordo con la Dc, sono i lavoratori a reagire. Costituiscono strutture di potere popolare - i cordones industriali - che occupano le fabbriche, fanno ripartire la produzione, assicurano i rifornimenti. Questi organismi, basati sulla forza e sull’autorganizzazione dei lavoratori, sono fondamentali nel vanificare il moto reazionario che lo sciopero padronale aveva innescato. Nati come espressione della volontà della base operaia di contrastare l’attacco padronale, questi organismi unitari rappresentano il nucleo costitutivo di una nuova istituzione: quella dei consigli dei lavoratori, che esercitando la democrazia diretta iniziano a costruire una nuova organizzazione del potere politico, alternativo e contrapposto a quello borghese. Il governo di Allende tenta in ogni modo di frenare e controllare il movimento delle masse che si è messo in moto. In alcuni casi lo reprime. Rispetto alla polarizzazione sociale determinata dallo scontro tra borghesia e proletariato, Unidad Popular tenta di salvare capra e cavoli. Non rompe con la propria base sociale ma ricerca con forza un accordo con le classi dominanti. Confidando nella neutralità dell’esercito cileno, consegna ai militari tre importanti ministeri del proprio governo. Agli inizi del 1973 è già chiaro l’epilogo, mentre si rinnovano le manovre reazionarie, segnate dal sabotaggio economico, da nuove serrate corporative e dal sempre più evidente lavorio golpista dei generali; il governo di sinistra è titubante, incerto e arrendevole. Malgrado le minacce sempre più pressanti di un colpo di stato, il governo di Allende si attesta su una linea legalitaria e rinuncia a tentare di golpear el golpe, opponendosi all’ipotesi di armare il popolo, come chiede il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR).
L’eco del golpe in Italia.
Il colpo di stato dell’11 settembre 1973 è quello che più colpisce nel profondo un’intera generazione di militanti della sinistra. Di fronte alla tragedia cilena tutta la sinistra italiana è obbligata a ripensare la propria strategia. Ma la riflessione conduce ad approdi differenti. Il Pci, che attribuisce la sconfitta del governo di Allende ad un insufficiente consenso e a un mancato rapporto unitario tra le forze politiche cilene, vira deciso verso la svolta governativa. Proprio in quel frangente, Berlinguer formula per la prima volta la proposta di un compromesso storico con la Dc. Profonda è la divergenza tra il Pci e le forze si collocano alla sua sinistra. Il Manifesto - allora gruppo politico di una certa consistenza - insiste sul problema della disgregazione dei ceti medi e dell’egemonia su di essi. Evidenziando il legame tra la Dc cilena e quella italiana e indicando nel partito di Fanfani il nemico che la sinistra unita deve battere in Italia, attacca il tatticismo di Berlinguer e la sua strategia compromissoria. Le altre organizzazioni della nuova sinistra (Avanguardia Operaia e Lotta Continua) pur traendo conclusioni differenti sono concordi nel sottolineare i limiti e le ambiguità di Unidad Popular e nel criticare con forza quella via pacifica al socialismo che le forze riformiste propugnano. Soprattutto rimarcano l’incapacità del governo di Allende di affrontare il problema dell’inevitabile reazione violenta dello stato e dei suoi apparati militari, allorquando le classi dominanti si sentono minacciate dalla lotta di classe e temono di venire spodestate.
Il Cile come laboratorio
Negli anni della dittatura il regime attua un programma di trasformazione radicale dell’economia. Garantito dal terrore di Pinochet, il Cile diventa il primo laboratorio delle idee della scuola neoliberista dei Chicago Boys. Abolizione di ogni forma di diritto sindacale, smantellamento delle garanzie di previdenza sociale, messa al bando del codice di regolamentazione del lavoro sono le cifre distintive dell’operato degli allievi di Milton Friedman. Gran parte delle imprese vengono privatizzate mentre le terre distribuite ai contadini dalla riforma agraria sono requisite. Il nuovo dogma diventa il riequilibrio del bilancio statale, mentre la liberalizzazione dei tassi d’interesse e l’apertura delle frontiere favoriscono l’afflusso dei capitali e i prestiti finanziari degli organismi internazionali. Il costo sociale di questa politica è esorbitante: crescita della povertà e disoccupazione di massa. Come ha scritto il sociologo Tomàs Moulian il Cile si è trasformato man mano nel laboratorio sterile e nel paradiso del neoliberismo: paradiso per pochi, limbo consumista e indebitatore per altri, e inferno per buona parte della popolazione. Un paradiso guardato da arcangeli ben armati e senza scrupoli morali”. Per questo il premio Nobel per l’economia assegnato a Friedman nel 1976 rappresenta un presagio che annuncia una nuova era. Infatti, di lì a poco tempo, l’esperimento condotto nel laboratorio cileno verrà in forme diverse gradualmente applicato in tutto il mondo.
1) Sulla vicenda cilena si rimanda al saggio di Tiziano Bagarolo pubblicato sul secondo numero della rivista Marxismo Rivoluzionario e oggi disponibile in opuscolo presso le sedi del PCL.
Piero
Nobili
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
sabato 10 settembre 2016
venerdì 9 settembre 2016
Solidarietà ai compagni del CSA Vittoria ed in particolare ai compagni condannati per la loro attività antifascista.
La repressione che sta colpendo molte situazioni di lotta, col
tentativo di rappresentarle come "situazioni devianti" e di
contrastare un loro possibile allargamento, è dimostrata esattamente dalla
pretesa di affidare il compagno sottoposto a regime di misure cautelari per
essere "reinserito nella società civile". Tutto questo non è che
conferma della realtà: non esiste democrazia in regime di dittatura della
borghesia, della dittatura del profitto e del capitale. La lotta per difendere
le condizioni di vita e di lavoro è per loro un "reato".
Nessuna illusione quindi nel confronto con questo stato che
ci troverà sempre nemici del sistema di sfruttamento che
garantisce."
--
Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Milano
Sezione di Milano
domenica 4 settembre 2016
A 10 ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PCL MEETING NAZIONALE – FIRENZE 3 SETTEMBRE
“SE NE VADANO TUTTI.
GOVERNINO I LAVORATORI”
Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici.
Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici.
Naturalmente
lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la
classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime
lotte. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro
l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale
pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei
singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà delle
donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni
forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le
minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica.
Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui la maggioranza della
società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la trufferà in
Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del
proprio futuro.
Per questo
rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei
lavoratori stessi e delle larghe masse popolari, con rappresentanti eletti
direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero
confronto tra diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla
base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere
popolare; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di
difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai
lavoratori stessi e sono posti sotto il loro controllo.
A chi
obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta
progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità
pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi
solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario. Nessuna soluzione è
più efficiente di quella che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale
burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori la
repressione della mafia e della grande criminalità organizzata.
Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare.
Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare.
La borghesia
ha fatto della sua politica un costoso strumento di raggiro e di privilegio.
Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon
mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in
strumento di gestione collettiva e libera del bene comune.
Dopo la rottura con il PRC, abbiamo sviluppato il movimento costitutivo del PCL aggregando, su chiari principi, compagni e compagne di diversa provenienza, ed estendendo la nostra presenza organizzata in tutte le regioni e nella quasi totalità delle province. Ci siamo battuti, anche come partito, nella campagna per il no all' accordo del 23 luglio, costruendo e prendendo parte ai comitati per il no, promuovendo comizi davanti ai cancelli delle fabbriche, estendendo anche per questa via la nostra presenza e radicamento nei luoghi di lavoro.
Dieci anni fa il congresso nazionale del PCL, portando così a compimento la prima fase di aggregazione delle forze.
Questo progetto è tanto più attuale, qui e ora, di
fronte ai processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra
italiana che promuove una ulteriore unificazione per continuare a governare col Partito
Democratico e i poteri forti. Intransigenti sui principi, ci rivolgiamo nel
modo più aperto, a tutti coloro che vogliono ridare una prospettiva alla classe
operaia e ai movimenti di lotta di questo paese: ai lavoratori che cercano una
loro autonoma rappresentanza contro una politica dominante che li
colpisce;Dopo la rottura con il PRC, abbiamo sviluppato il movimento costitutivo del PCL aggregando, su chiari principi, compagni e compagne di diversa provenienza, ed estendendo la nostra presenza organizzata in tutte le regioni e nella quasi totalità delle province. Ci siamo battuti, anche come partito, nella campagna per il no all' accordo del 23 luglio, costruendo e prendendo parte ai comitati per il no, promuovendo comizi davanti ai cancelli delle fabbriche, estendendo anche per questa via la nostra presenza e radicamento nei luoghi di lavoro.
Dieci anni fa il congresso nazionale del PCL, portando così a compimento la prima fase di aggregazione delle forze.
agli attivisti sindacali, ovunque collocati, che vogliono un sindacato che stia dalla parte dei lavoratori e non del padronato e del governo;
a tutti i protagonisti di una stagione di lotte (operaie, no-global, antimperialiste) che ha investito l’Italia negli anni passati e che è stata tradita;
ai tanti iscritti e militanti delusi delle attuali sinistre di governo e agli elettori allo sbando di un popolo di sinistra che si sentono orfani di riferimenti credibili. Senza altro interesse che non sia l’emancipazione e la liberazione di tutti gli oppressi, in Italia e nel mondo.
giovedì 1 settembre 2016
GIOVANI: DISOCCUPAZIONE GLOBALE
La
disoccupazione giovanile rimane alta a livello globale e i dati sembrano
indicare che sia destinata a crescere ulteriormente.
Lo dice un
rapporto recentemente pubblicato dall'International Labour Organization (ILO),
che mette anche in guardia sul fatto che pure i giovani che lavorano si trovano
spesso in situazioni di semi-povertà a causa di lavori precari e malpagati e
che la percentuale di giovani che vogliono emigrare per sempre dal proprio
paese è in costante crescita.
I dati
dell'ILO ci dicono che a livello globale il tasso di disoccupazione dei giovani
fra i 15 i 24 anni è salito dal 12.9 al 13.1 per cento, molto vicino quindi al
picco toccato nel 2013 (13.2 per cento). Si noti che l'Italia è ben sopra
questa media, visto che il suo tasso è attorno al 40 per cento (dati Istat).
Un risultato
trainato dal brusco arresto della crescita del fenomeno nei paesi emergenti
come Russia, Brasile e Argentina, ma anche i paesi occidentali non vanno tanto
meglio, visto che ci si aspetta che la disoccupazione cresca nel 2016 per poi
diminuire solo dello 0.2 per cento nel 2017.
Il rapporto
sottolinea poi che anche per i giovani che lavorano la situazione non è molto
migliore. Secondo uno studio dell'Università di Milano, l'Italia con il suo 26
per cento si trova al primo posto in Europa.
Gli ennesimi
segnali di un'economia globale che ormai si trova in una situazione permanente
di stagnazione, e di come uno degli aspetti di questa crisi sia stato un
attacco globale senza precedenti alle fasce giovanili della società.
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