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martedì 5 novembre 2019

ILVA: NAZIONALIZZAZIONE, LA SOLA SOLUZIONE

La battaglia dell'Ilva assume oggi una valenza centrale.



LA BUFALA DELL'ACCORDO DI UN ANNO FA

L'accordo firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale, Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell'accordo, CGIL, CISL, UIL, lo celebrarono come l'accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento ambientale, un orizzonte radioso. Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto a copertura, incredibile a dirsi, dell'allora governo M5S-Lega, ma anche col plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”. Del resto... garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si poteva sconfessarlo?

Ma l'anno trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica. Riduzione dell'occupazione reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione, risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali. Basti pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a Riva. Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e previsto.

Il “recesso” di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.


L'IMMUNITÀ PENALE PER IL PROFITTO

Il colosso franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia dell'immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo, e che in questo tempo l'azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro. L'esistenza stessa di questa clausola, quale condizione dell'acquisto, chiarisce se ve n'era bisogno la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale. Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e sindacati acconsentivano.

Ma dopo il tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione parziale dell'immunità. E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.


LA GUERRA MONDIALE DELL'ACCIAIO

Una mossa contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari un nuovo accordo con tagli maggiori sull'occupazione? Lo vedremo. Certo l'operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell'aspetto giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell'acciaio è enorme sul piano mondiale, anche per l'ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di colpi. Questa guerra si combatte attraverso l'abbattimento dei costi: riduzione della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole ambientali (laddove esistono). Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra, una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia. L'Italia è solo un frammento di questa partita di domino. I grandi azionisti di Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.


NON CI SONO PADRONI BUONI

Tutta la lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A qualsiasi costo, per l'appunto, cancro incluso. Sempre con l'assistenza dello Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali. Padron Riva comprò nel 1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per quasi vent'anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio. La vicenda della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.

Nessuna solidarietà va data invece ai nuovi padroni. L'interesse di classe degli operai non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute, diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per questo avanziamo la parola d'ordine della nazionalizzazione dell'Ilva, senza alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.


NAZIONALIZZAZIONE E RICONVERSIONE

La produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori costi e dunque la non convenienza di mercato. Ma la non convenienza per gli azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza della società. Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto controllo operaio. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell'orario a parità di paga. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione dell'acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione povera dei quartieri. Più in generale, va nazionalizzata l'intera produzione dell'acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.


DI INCOMPATIBILE C'E SOLO IL CAPITALISMO

La nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale ad essere incompatibile con le esigenze della società umana. La battaglia per la nazionalizzazione dell'ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per un governo dei lavoratori, o non è.

Il PCL farà della battaglia per la nazionalizzazione l'asse del proprio intervento tra i lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all'Ilva. Se la più grande azienda del paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai, sommando l'indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su scala nazionale, lo scontro riguarda l'intero movimento operaio italiano. Il fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell'Ilva è la parola d'ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.

Marco Ferrando

lunedì 28 ottobre 2019

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO CILENO



Il Cile è, insieme al Ruanda, uno degli otto paesi al mondo in cui la disuguaglianza tra i cittadini è più forte. Gli anni di governo “democratico” non hanno intaccato questo stato di cose, non hanno modificato la Costituzione ereditata dalla dittatura e non hanno cambiato il modello ultraneoliberista impiantato da Pinochet. L’acqua, la sanità, l’istruzione, la sicurezza sociale, il trasporto, l’alloggio: tutto è privatizzato e per avere accesso a questi beni fondamentali le famiglie sono costrette a indebitarsi pesantemente.
Dall’altra parte c’è una minoranza privilegiata che si appropria della stragrande maggioranza delle risorse nazionali e una classe politica che riesce ad approvare solo aumenti del proprio appannaggio. Solo due esempi: il presidente del Senato guadagna più del re di Spagna e la “pensione” degli ex capi di Stato è superiore a quella degli ex presidenti statunitensi.
La nostra solidarietà popolazione che lotta per il diritto all’acqua, alla salute, all’istruzione e chiede a gran voce le dimissioni del presidente Piñera.
Il Pcl invita iscritti e simpatizzanti a partecipare.

Milano 26 ottobre 2019 GIÙ LE MANI DAL ROJAVA! GIÙ LE MANI DAI CURDI!

sabato 26 ottobre 2019

GIÙ LE MANI DAL ROJAVA! GIÙ LE MANI DAI CURDI!

Via le truppe turche e quelle di tutte le potenze imperialiste dalla Siria!


Testo del volantino del PCL



Il recente accordo di Sochi tra Putin ed Erdogan, che segue il ritiro delle truppe USA da parte di Trump, ha dimostrato ancora una volta che i curdi sono soli nella loro lotta per l’autodeterminazione ed una diversa società. Essi, al di là di ogni errore e limite dei loro gruppi dirigenti, meritano il sostegno pieno di tutto il movimento operaio, antimperialista e democratico nel mondo. In Italia il nostro partito partecipa a tutte le iniziative possibili in tal senso. Qui di seguito il testo del volantino (in fondo alla pagina in allegato) che esprime le nostre posizioni e che diffonderemo, in particolare alla due manifestazioni, nazionali o interregionali, del 26 ottobre a Milano e del primo novembre a Roma.


Poche settimane fa l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteria contro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista. Cinismo che è oggi ripetuto dal neoimperialismo russo che, dopo aver «fermamente condannato» l’azione della Turchia di Erdogan, le permette di realizzare i suoi obbiettivi, con in contraccambio una possibilità accentuata di sviluppare i suoi interessi in Siria e in Medio Oriente.

Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord-siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, non sarebbe stato possibile piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.

Trump li ha abbandonati alla furia di Erdogan e dell'esercito turco. L'accordo fra Trump ed Erdogan è stato un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fatto non solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti neo-ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda.
Oggi l’accordo tra Putin ed Erdogan permette alla Turchia di raggiungere i propri obiettivi col minimo sforzo. Purtroppo, è certo che domani la Turchia non si accontenterà di quanto raggiunto, e cercherà di riprendere la sua offensiva per cercare di distruggere del tutto ogni forma di resistenza curda. E lì si riaprirà il vergognoso balletto (che sarebbe ridicolo se non fosse tragico) di alleanze cangianti. Salvo che, rapidamente, non sia il regime totalitario di Assad a intraprendere direttamente, con l’aiuto delle truppe russe, il tentativo di “pacificare” il Rojava. Tutte le forze in campo: turchi, statunitensi, russi, esercito di Assad, ex “rivoluzionari antitotalitari” dell’Esercito Libero Siriano, trasformatisi in mercenari di Erdogan, non sono che forze controrivoluzionarie, e oggi chiunque esprime sostegno o speranza in una qualsiasi di essa aiuta obiettivamente l’imperialismo e la reazione.

Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non voleva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli ha lasciato via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.

Per gli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale del regime che lo promuove. La macelleria contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.

Quanto alla Russia di Putin, si è con abile rapidità inserita nel vacuum lasciato aperto dagli USA, ponendosi alla testa di una situazione di “accordo” favorevole ad Erdogan, ma che rafforza il suo ruolo in termini esponenziali. Mentre Trump ha fatto buon viso a cattivo gioco, salutando l’accordo, togliendo le sanzioni alla Turchia, ma cercando di mantenere un piccolo contingente militare a protezione… dei pozzi di petrolio.

Le organizzazioni curde hanno tentato di resistere con tutte le proprie forze all'invasione turca, ma il divario di potenza era ed è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno al popolo curdo e al Rojava da parte del movimento operaio italiano, europeo, mondiale, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria.

Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese. Non hanno favorito i popoli oppressi, ma solo i loro avversari. La lezione della grave scelta del governo del Rojava di porsi in alleanza con l’imperialismo USA, per poi essere vilmente tradito, è lì a dimostrarlo.
I curdi, come i palestinesi, possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.

La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella nazione araba e in Medio Oriente.
Non è il pur generoso tentativo del cosiddetto confederalismo democratico, cioè l’utopia di una società egualitaria in un quadro localista e pur sempre col permanere della divisione in classi e l’accettazione dei confini attuali, che può liberare il popolo curdo dall’oppressione nazionale e sociale; ma solo una prospettiva di rivoluzione internazionale in Medio Oriente che, liberandolo dal dominio imperialista, sionista e dei regimi borghesi e feudo-borghesi (monarchie arabe), può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.

La costruzione dell'Internazionale marxista rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.


Via tutte le truppe turche e imperialiste (USA, europee e russe) dalla Siria!

Stop all’armamento dell’esercito turco e di quello di Assad!

Armi ai curdi!

Per un Kurdistan libero, unito, indipendente, socialista!

Per la Federazione socialista del Medio Oriente, con il diritto di autodeterminazione per tutti i suoi popoli!

Partito Comunista dei Lavoratori


venerdì 25 ottobre 2019

CILE. UNA CRISI RIVOLUZIONARIA MEZZO SECOLO DOPO



“Siamo l'unica oasi dell'America Latina” aveva dichiarato dieci giorni fa il Presidente del Cile Sebastián Piñera. E tutti gli osservatori internazionali a partire dai mercati finanziari non avevano ragione di dubitarne. Crescita annua del 3%, “riduzione della povertà estrema”, allargamento della classe media, tutti gli indicatori convenzionali sembravano avvalorare l'immagine di un paese politicamente stabile con una base sociale d'appoggio in espansione. Ma era solo una rappresentazione capovolta della realtà. Dopo quarant'anni di politiche sociali iperliberiste dettate dalla scuola dei Chicago boys, il Cile era un'oasi solo per il grande capitale, americano ed europeo. L'allargamento della classe media ha convissuto per decenni con l'impoverimento di ampi strati popolari e con la crescita abnorme delle disuguaglianze, in un paese in cui il costo della vita è europeo ma i salari sono miserabili, le pensioni da fame, gli studenti sono indebitati a livelli americani, il servizio sanitario è inaccessibile per milioni di cileni. Questo è il grande deposito di dinamite su cui Piñera sedeva. Ora è esploso.

Il fiammifero che ha acceso la miccia è apparentemente banale: l'aumento ulteriore del 3,7% del prezzo del biglietto della metropolitana, dopo continui rincari. Migliaia di giovani hanno risposto con lo scavalcamento dei tornelli e il rifiuto di pagare. La polizia ha reagito con la tipica ottusità di regime: criminalizzazione e repressione, ciò che ha innescato il dilagare della rivolta sociale e il suo carattere incontrollabile. Il Presidente ha aggravato la situazione domenica sera con una dichiarazione demenziale: “Siamo in guerra contro un nemico subdolo e potente che minaccia la sicurezza pubblica”. Da qui il ricorso al pugno di ferro, con la convinzione di intimidire la piazza. Coprifuoco, stato di emergenza nella capitale e nelle principali città, 20.000 militari nelle strade a supporto della polizia con relativi blindati. Il bilancio è di 18 morti (molti crivellati dalle armi da fuoco), di centinaia di feriti, ma anche di sequestri, stupri e torture, come denunciato e documentato dalle organizzazioni democratiche cilene. In un paese in cui certo non manca la professionalità militare. Ma questo ricorso alla repressione non solo non ha isolato le prime proteste ma le ha generalizzate in tutto il Cile, e soprattutto ha allagato a macchia d'olio la base sociale della mobilitazione. Tra domenica e martedì una autentica sollevazione popolare ha attraversato il Cile. L'onda d'urto è stata talmente dirompente che martedì sera il Presidente Piñera ha dovuto cambiare spartito. Dalla minaccia militare alla “richiesta di perdono” a reti unificate per la propria «incapacità di cogliere sino in fondo le ragioni sociali della protesta», e dunque l'invito al «dialogo nazionale per riportare il Cile alla pace», salvo mantenere i militari per le strade e il relativo stato di emergenza. Una contraddizione talmente plateale da privare la postura dialogante di ogni credibilità. Salvo un paio di partiti borghesi, persino l'opposizione liberale ha dovuto smarcarsi dal Presidente, e così ha fatto il Partito Socialista di Bachelet, partito chiave del precedente governo, nella sorpresa generale.

Finito con le spalle al muro, e senza sapere che fare, Sebastián Piñera ha giocato mercoledì sera la carta delle concessioni sociali: aumento del 20% delle pensioni, un'assicurazione sanitaria pubblica, un reddito minimo garantito di 500 dollari al mese, la cancellazione degli aumenti dell'elettricità, l'aumento dell'aliquota fiscale per i redditi superiori a 11.000 dollari al mese, persino l'immancabile riduzione degli stipendi dei parlamentari. Non poco, per molti aspetti, per un governo iperliberista: la misura della forza della sollevazione. La prova, se ve n'era bisogno, che solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme, non altro. Ma le concessioni sociali di un regime screditato sono apparse alle grandi masse del Cile per quello che sono: la misura della fragilità del potere, il fallimento della repressione, un ulteriore incoraggiamento alla ribellione.

Mercoledì, mentre Piñera giocava la carta sociale, il movimento operaio ha fatto il suo ingresso prepotente sulla scena. Fino ad allora la rivolta popolare aveva un carattere indistinto, una sorta di magma sociale acefalo popolato da una miriade di gruppi spontanei, collettivi popolari di quartiere, settori diseredati delle periferie. Con l'ingresso sulla scena della classe operaia, il quadro cambia. L'ingresso in sciopero prima dei portuali e poi dei minatori ha finito col trascinare con sé il movimento operaio cileno. I minatori del rame sono la spina dorsale del proletariato cileno, i portuali detengono una grande tradizione sindacale. La loro irruzione nella lotta ha indotto la burocrazia sindacale della CUT a proclamare lo sciopero generale, attorno alla rivendicazione della fine dello stato di emergenza e della punizione dei responsabili dei crimini, quali condizione dell'apertura del dialogo con Piñera. È il tentativo della burocrazia di recuperare il controllo della mobilitazione sociale e di rafforzare il proprio peso negoziale d'apparato. Ma al di là del gioco burocratico, l'ingresso della classe operaia sulla scena può dare alla mobilitazione di massa una direzione e un baricentro sociale, con potenzialità dirompenti.

Il ricambio generazionale è un'ulteriore chiave di lettura degli avvenimenti. La giovane generazione che occupa le strade e le piazze non ha conosciuto il trauma della dittatura militare di Pinochet, se non attraverso le memorie della generazione precedente. Anche per questo non è segnata dal riflesso condizionato della paura. E questo vale anche per la giovane classe operaia cilena. Inoltre, il controllo dei vecchi apparati riformisti sul movimento di massa è l'ombra di quello che fu mezzo secolo fa. Allora il Partito Comunista stalinista di Corvalan e il Partito Socialista di Altamirano godevano di una forza capillare e un radicamento enorme. Se ne servirono per subordinare la rivoluzione cilena al cappio della collaborazione con la borghesia in cambio di riforme sociali, ciò che spianò la strada al fallimento di Allende e al golpe fascista del generale Pinochet, lo stesso cui Allende aveva consegnato la... tutela della democrazia. Oggi la socialdemocrazia cilena è usurata dalla lunga pratica del governo di centrosinistra di Bachelet (2014-2018) che ha governato il Cile nel rispetto ossequioso del FMI e delle sue ricette, mentre il Partito Comunista, fedele alla sua tradizione, si è compromesso nel governo Bachelet e nella sua rovina. Il disincanto di massa verso i vecchi partiti di governo e di opposizione ha questa radice. Tutto ciò allarga il potenziale della rivoluzione cilena, ma pone perciò stesso il nodo cruciale della sua direzione.

Seguiremo la dinamica degli avvenimenti, e ci occuperemo in un prossimo articolo del confronto interno alla sinistra cilena, sul ruolo dei marxisti rivoluzionari, sul dibattito relativo alle parole d'ordine che l'attraversa. Ma a partire dalla difesa della seconda rivoluzione cilena, e per costruire la direzione politica che le mancò mezzo secolo fa.


Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 24 ottobre 2019

LA FABBRICA DELLA PAURA

La trattativa della Lega per i soldi e il petrolio russo è solo una tessera di un mosaico molto più ampio

“SALVINI VIENI A SPIEGARCI!”  MA AL PARLAMENTO PREFERISCE LA SPIAGGIA!