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POST IN EVIDENZA
mercoledì 6 novembre 2019
martedì 5 novembre 2019
ILVA: NAZIONALIZZAZIONE, LA SOLA SOLUZIONE
La battaglia
dell'Ilva assume oggi una valenza centrale.
LA BUFALA
DELL'ACCORDO DI UN ANNO FA
L'accordo
firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale
azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale,
Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell'accordo, CGIL, CISL,
UIL, lo celebrarono come l'accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa
dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento
ambientale, un orizzonte radioso. Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto
a copertura, incredibile a dirsi, dell'allora governo M5S-Lega, ma anche col
plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”. Del resto...
garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si
poteva sconfessarlo?
Ma l'anno
trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica. Riduzione dell'occupazione
reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti
acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione,
risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali. Basti
pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la
copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a
Riva. Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e
previsto.
Il “recesso”
di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.
L'IMMUNITÀ
PENALE PER IL PROFITTO
Il colosso
franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia
dell'immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa
a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo,
e che in questo tempo l'azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non
risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro. L'esistenza
stessa di questa clausola, quale condizione dell'acquisto, chiarisce se ve
n'era bisogno la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale.
Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e
sindacati acconsentivano.
Ma dopo il
tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei
parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al
Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di
Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione
parziale dell'immunità. E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi
fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.
LA GUERRA
MONDIALE DELL'ACCIAIO
Una mossa
contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari
un nuovo accordo con tagli maggiori sull'occupazione? Lo vedremo. Certo
l'operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell'aspetto
giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli
innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell'acciaio è enorme sul
piano mondiale, anche per l'ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi
gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di
colpi. Questa guerra si combatte attraverso l'abbattimento dei costi: riduzione
della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole
ambientali (laddove esistono). Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra,
una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia.
L'Italia è solo un frammento di questa partita di domino. I grandi azionisti di
Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio
piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore
delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di
posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui
cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.
NON CI SONO
PADRONI BUONI
Tutta la
lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che
non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A
qualsiasi costo, per l'appunto, cancro incluso. Sempre con l'assistenza dello
Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali. Padron Riva comprò nel
1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per
quasi vent'anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri
sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a
partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per
garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio. La vicenda
della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal
hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente
immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo
come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.
Nessuna
solidarietà va data invece ai nuovi padroni. L'interesse di classe degli operai
non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori
e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli
stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio
dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e
poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o
morire di cancro. Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute,
diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per
questo avanziamo la parola d'ordine della nazionalizzazione dell'Ilva, senza
alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.
NAZIONALIZZAZIONE
E RICONVERSIONE
La
produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei
territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente
possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La
stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso
il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori
costi e dunque la non convenienza di mercato. Ma la non convenienza per gli
azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza
della società. Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto
controllo operaio. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono
tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell'orario a parità
di paga. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare
la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione
dell'acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione
povera dei quartieri. Più in generale, va nazionalizzata l'intera produzione
dell'acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito
dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.
DI
INCOMPATIBILE C'E SOLO IL CAPITALISMO
La
nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero
mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale
ad essere incompatibile con le esigenze della società umana. La battaglia per
la nazionalizzazione dell'ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per
un governo dei lavoratori, o non è.
Il PCL farà
della battaglia per la nazionalizzazione l'asse del proprio intervento tra i
lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all'Ilva. Se la più
grande azienda del paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai,
sommando l'indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su
scala nazionale, lo scontro riguarda l'intero movimento operaio italiano. Il
fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell'Ilva è la parola
d'ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.
Marco
Ferrando
lunedì 28 ottobre 2019
PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO CILENO
Il Cile è, insieme al Ruanda, uno degli otto paesi al mondo in cui la disuguaglianza tra i cittadini è più forte. Gli anni di governo “democratico” non hanno intaccato questo stato di cose, non hanno modificato la Costituzione ereditata dalla dittatura e non hanno cambiato il modello ultraneoliberista impiantato da Pinochet. L’acqua, la sanità, l’istruzione, la sicurezza sociale, il trasporto, l’alloggio: tutto è privatizzato e per avere accesso a questi beni fondamentali le famiglie sono costrette a indebitarsi pesantemente.
Dall’altra parte c’è una minoranza privilegiata che si appropria della stragrande maggioranza delle risorse nazionali e una classe politica che riesce ad approvare solo aumenti del proprio appannaggio. Solo due esempi: il presidente del Senato guadagna più del re di Spagna e la “pensione” degli ex capi di Stato è superiore a quella degli ex presidenti statunitensi.
La nostra solidarietà popolazione che lotta per il diritto all’acqua, alla salute, all’istruzione e chiede a gran voce le dimissioni del presidente Piñera.
Il Pcl invita iscritti e simpatizzanti a partecipare.
sabato 26 ottobre 2019
GIÙ LE MANI DAL ROJAVA! GIÙ LE MANI DAI CURDI!
Via le
truppe turche e quelle di tutte le potenze imperialiste dalla Siria!
Testo del
volantino del PCL
Il
recente accordo di Sochi tra Putin ed Erdogan, che segue il ritiro delle truppe
USA da parte di Trump, ha dimostrato ancora una volta che i curdi sono soli
nella loro lotta per l’autodeterminazione ed una diversa società. Essi, al di
là di ogni errore e limite dei loro gruppi dirigenti, meritano il sostegno
pieno di tutto il movimento operaio, antimperialista e democratico nel mondo.
In Italia il nostro partito partecipa a tutte le iniziative possibili in tal
senso. Qui di seguito il testo del volantino (in fondo alla pagina in allegato)
che esprime le nostre posizioni e che diffonderemo, in particolare alla due
manifestazioni, nazionali o interregionali, del 26 ottobre a Milano e del primo
novembre a Roma.
Poche settimane fa l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteria contro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista. Cinismo che è oggi ripetuto dal neoimperialismo russo che, dopo aver «fermamente condannato» l’azione della Turchia di Erdogan, le permette di realizzare i suoi obbiettivi, con in contraccambio una possibilità accentuata di sviluppare i suoi interessi in Siria e in Medio Oriente.
Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord-siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, non sarebbe stato possibile piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.
Trump li ha abbandonati alla furia di Erdogan e dell'esercito turco. L'accordo fra Trump ed Erdogan è stato un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fatto non solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti neo-ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda.
Oggi l’accordo tra Putin ed Erdogan permette alla Turchia di raggiungere i propri obiettivi col minimo sforzo. Purtroppo, è certo che domani la Turchia non si accontenterà di quanto raggiunto, e cercherà di riprendere la sua offensiva per cercare di distruggere del tutto ogni forma di resistenza curda. E lì si riaprirà il vergognoso balletto (che sarebbe ridicolo se non fosse tragico) di alleanze cangianti. Salvo che, rapidamente, non sia il regime totalitario di Assad a intraprendere direttamente, con l’aiuto delle truppe russe, il tentativo di “pacificare” il Rojava. Tutte le forze in campo: turchi, statunitensi, russi, esercito di Assad, ex “rivoluzionari antitotalitari” dell’Esercito Libero Siriano, trasformatisi in mercenari di Erdogan, non sono che forze controrivoluzionarie, e oggi chiunque esprime sostegno o speranza in una qualsiasi di essa aiuta obiettivamente l’imperialismo e la reazione.
Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non voleva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli ha lasciato via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.
Per gli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale del regime che lo promuove. La macelleria contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.
Quanto alla Russia di Putin, si è con abile rapidità inserita nel vacuum lasciato aperto dagli USA, ponendosi alla testa di una situazione di “accordo” favorevole ad Erdogan, ma che rafforza il suo ruolo in termini esponenziali. Mentre Trump ha fatto buon viso a cattivo gioco, salutando l’accordo, togliendo le sanzioni alla Turchia, ma cercando di mantenere un piccolo contingente militare a protezione… dei pozzi di petrolio.
Le organizzazioni curde hanno tentato di resistere con tutte le proprie forze all'invasione turca, ma il divario di potenza era ed è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno al popolo curdo e al Rojava da parte del movimento operaio italiano, europeo, mondiale, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria.
Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese. Non hanno favorito i popoli oppressi, ma solo i loro avversari. La lezione della grave scelta del governo del Rojava di porsi in alleanza con l’imperialismo USA, per poi essere vilmente tradito, è lì a dimostrarlo.
I curdi, come i palestinesi, possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.
La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella nazione araba e in Medio Oriente.
Non è il pur generoso tentativo del cosiddetto confederalismo democratico, cioè l’utopia di una società egualitaria in un quadro localista e pur sempre col permanere della divisione in classi e l’accettazione dei confini attuali, che può liberare il popolo curdo dall’oppressione nazionale e sociale; ma solo una prospettiva di rivoluzione internazionale in Medio Oriente che, liberandolo dal dominio imperialista, sionista e dei regimi borghesi e feudo-borghesi (monarchie arabe), può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.
La costruzione dell'Internazionale marxista rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.
Via tutte le truppe turche e imperialiste (USA, europee e russe) dalla Siria!
Stop all’armamento dell’esercito turco e di quello di Assad!
Armi ai curdi!
Per un Kurdistan libero, unito, indipendente, socialista!
Per la Federazione socialista del Medio Oriente, con il diritto di autodeterminazione per tutti i suoi popoli!
Poche settimane fa l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteria contro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista. Cinismo che è oggi ripetuto dal neoimperialismo russo che, dopo aver «fermamente condannato» l’azione della Turchia di Erdogan, le permette di realizzare i suoi obbiettivi, con in contraccambio una possibilità accentuata di sviluppare i suoi interessi in Siria e in Medio Oriente.
Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord-siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, non sarebbe stato possibile piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.
Trump li ha abbandonati alla furia di Erdogan e dell'esercito turco. L'accordo fra Trump ed Erdogan è stato un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fatto non solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti neo-ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda.
Oggi l’accordo tra Putin ed Erdogan permette alla Turchia di raggiungere i propri obiettivi col minimo sforzo. Purtroppo, è certo che domani la Turchia non si accontenterà di quanto raggiunto, e cercherà di riprendere la sua offensiva per cercare di distruggere del tutto ogni forma di resistenza curda. E lì si riaprirà il vergognoso balletto (che sarebbe ridicolo se non fosse tragico) di alleanze cangianti. Salvo che, rapidamente, non sia il regime totalitario di Assad a intraprendere direttamente, con l’aiuto delle truppe russe, il tentativo di “pacificare” il Rojava. Tutte le forze in campo: turchi, statunitensi, russi, esercito di Assad, ex “rivoluzionari antitotalitari” dell’Esercito Libero Siriano, trasformatisi in mercenari di Erdogan, non sono che forze controrivoluzionarie, e oggi chiunque esprime sostegno o speranza in una qualsiasi di essa aiuta obiettivamente l’imperialismo e la reazione.
Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non voleva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli ha lasciato via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.
Per gli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale del regime che lo promuove. La macelleria contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.
Quanto alla Russia di Putin, si è con abile rapidità inserita nel vacuum lasciato aperto dagli USA, ponendosi alla testa di una situazione di “accordo” favorevole ad Erdogan, ma che rafforza il suo ruolo in termini esponenziali. Mentre Trump ha fatto buon viso a cattivo gioco, salutando l’accordo, togliendo le sanzioni alla Turchia, ma cercando di mantenere un piccolo contingente militare a protezione… dei pozzi di petrolio.
Le organizzazioni curde hanno tentato di resistere con tutte le proprie forze all'invasione turca, ma il divario di potenza era ed è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno al popolo curdo e al Rojava da parte del movimento operaio italiano, europeo, mondiale, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria.
Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese. Non hanno favorito i popoli oppressi, ma solo i loro avversari. La lezione della grave scelta del governo del Rojava di porsi in alleanza con l’imperialismo USA, per poi essere vilmente tradito, è lì a dimostrarlo.
I curdi, come i palestinesi, possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.
La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella nazione araba e in Medio Oriente.
Non è il pur generoso tentativo del cosiddetto confederalismo democratico, cioè l’utopia di una società egualitaria in un quadro localista e pur sempre col permanere della divisione in classi e l’accettazione dei confini attuali, che può liberare il popolo curdo dall’oppressione nazionale e sociale; ma solo una prospettiva di rivoluzione internazionale in Medio Oriente che, liberandolo dal dominio imperialista, sionista e dei regimi borghesi e feudo-borghesi (monarchie arabe), può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.
La costruzione dell'Internazionale marxista rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.
Via tutte le truppe turche e imperialiste (USA, europee e russe) dalla Siria!
Stop all’armamento dell’esercito turco e di quello di Assad!
Armi ai curdi!
Per un Kurdistan libero, unito, indipendente, socialista!
Per la Federazione socialista del Medio Oriente, con il diritto di autodeterminazione per tutti i suoi popoli!
Partito
Comunista dei Lavoratori
venerdì 25 ottobre 2019
CILE. UNA CRISI RIVOLUZIONARIA MEZZO SECOLO DOPO
“Siamo
l'unica oasi dell'America Latina” aveva dichiarato dieci giorni fa il
Presidente del Cile Sebastián Piñera. E tutti gli osservatori internazionali a
partire dai mercati finanziari non avevano ragione di dubitarne. Crescita annua
del 3%, “riduzione della povertà estrema”, allargamento della classe media,
tutti gli indicatori convenzionali sembravano avvalorare l'immagine di un paese
politicamente stabile con una base sociale d'appoggio in espansione. Ma era
solo una rappresentazione capovolta della realtà. Dopo quarant'anni di
politiche sociali iperliberiste dettate dalla scuola dei Chicago boys, il Cile
era un'oasi solo per il grande capitale, americano ed europeo. L'allargamento
della classe media ha convissuto per decenni con l'impoverimento di ampi strati
popolari e con la crescita abnorme delle disuguaglianze, in un paese in cui il
costo della vita è europeo ma i salari sono miserabili, le pensioni da fame,
gli studenti sono indebitati a livelli americani, il servizio sanitario è
inaccessibile per milioni di cileni. Questo è il grande deposito di dinamite su
cui Piñera sedeva. Ora è esploso.
Il
fiammifero che ha acceso la miccia è apparentemente banale: l'aumento ulteriore
del 3,7% del prezzo del biglietto della metropolitana, dopo continui rincari.
Migliaia di giovani hanno risposto con lo scavalcamento dei tornelli e il
rifiuto di pagare. La polizia ha reagito con la tipica ottusità di regime:
criminalizzazione e repressione, ciò che ha innescato il dilagare della rivolta
sociale e il suo carattere incontrollabile. Il Presidente ha aggravato la
situazione domenica sera con una dichiarazione demenziale: “Siamo in guerra
contro un nemico subdolo e potente che minaccia la sicurezza pubblica”. Da qui il
ricorso al pugno di ferro, con la convinzione di intimidire la piazza.
Coprifuoco, stato di emergenza nella capitale e nelle principali città, 20.000
militari nelle strade a supporto della polizia con relativi blindati. Il
bilancio è di 18 morti (molti crivellati dalle armi da fuoco), di centinaia di
feriti, ma anche di sequestri, stupri e torture, come denunciato e documentato
dalle organizzazioni democratiche cilene. In un paese in cui certo non manca la
professionalità militare. Ma questo ricorso alla repressione non solo non ha
isolato le prime proteste ma le ha generalizzate in tutto il Cile, e
soprattutto ha allagato a macchia d'olio la base sociale della mobilitazione.
Tra domenica e martedì una autentica sollevazione popolare ha attraversato il
Cile. L'onda d'urto è stata talmente dirompente che martedì sera il Presidente
Piñera ha dovuto cambiare spartito. Dalla minaccia militare alla “richiesta di
perdono” a reti unificate per la propria «incapacità di cogliere sino in fondo
le ragioni sociali della protesta», e dunque l'invito al «dialogo nazionale per
riportare il Cile alla pace», salvo mantenere i militari per le strade e il
relativo stato di emergenza. Una contraddizione talmente plateale da privare la
postura dialogante di ogni credibilità. Salvo un paio di partiti borghesi,
persino l'opposizione liberale ha dovuto smarcarsi dal Presidente, e così ha
fatto il Partito Socialista di Bachelet, partito chiave del precedente governo,
nella sorpresa generale.
Finito con
le spalle al muro, e senza sapere che fare, Sebastián Piñera ha giocato
mercoledì sera la carta delle concessioni sociali: aumento del 20% delle
pensioni, un'assicurazione sanitaria pubblica, un reddito minimo garantito di
500 dollari al mese, la cancellazione degli aumenti dell'elettricità, l'aumento
dell'aliquota fiscale per i redditi superiori a 11.000 dollari al mese, persino
l'immancabile riduzione degli stipendi dei parlamentari. Non poco, per molti
aspetti, per un governo iperliberista: la misura della forza della sollevazione.
La prova, se ve n'era bisogno, che solo la minaccia di una rivoluzione può
strappare riforme, non altro. Ma le concessioni sociali di un regime screditato
sono apparse alle grandi masse del Cile per quello che sono: la misura della
fragilità del potere, il fallimento della repressione, un ulteriore
incoraggiamento alla ribellione.
Mercoledì,
mentre Piñera giocava la carta sociale, il movimento operaio ha fatto il suo
ingresso prepotente sulla scena. Fino ad allora la rivolta popolare aveva un
carattere indistinto, una sorta di magma sociale acefalo popolato da una
miriade di gruppi spontanei, collettivi popolari di quartiere, settori
diseredati delle periferie. Con l'ingresso sulla scena della classe operaia, il
quadro cambia. L'ingresso in sciopero prima dei portuali e poi dei minatori ha
finito col trascinare con sé il movimento operaio cileno. I minatori del rame
sono la spina dorsale del proletariato cileno, i portuali detengono una grande
tradizione sindacale. La loro irruzione nella lotta ha indotto la burocrazia
sindacale della CUT a proclamare lo sciopero generale, attorno alla
rivendicazione della fine dello stato di emergenza e della punizione dei
responsabili dei crimini, quali condizione dell'apertura del dialogo con
Piñera. È il tentativo della burocrazia di recuperare il controllo della
mobilitazione sociale e di rafforzare il proprio peso negoziale d'apparato. Ma
al di là del gioco burocratico, l'ingresso della classe operaia sulla scena può
dare alla mobilitazione di massa una direzione e un baricentro sociale, con
potenzialità dirompenti.
Il ricambio
generazionale è un'ulteriore chiave di lettura degli avvenimenti. La giovane
generazione che occupa le strade e le piazze non ha conosciuto il trauma della
dittatura militare di Pinochet, se non attraverso le memorie della generazione
precedente. Anche per questo non è segnata dal riflesso condizionato della
paura. E questo vale anche per la giovane classe operaia cilena. Inoltre, il
controllo dei vecchi apparati riformisti sul movimento di massa è l'ombra di
quello che fu mezzo secolo fa. Allora il Partito Comunista stalinista di
Corvalan e il Partito Socialista di Altamirano godevano di una forza capillare
e un radicamento enorme. Se ne servirono per subordinare la rivoluzione cilena
al cappio della collaborazione con la borghesia in cambio di riforme sociali,
ciò che spianò la strada al fallimento di Allende e al golpe fascista del
generale Pinochet, lo stesso cui Allende aveva consegnato la... tutela della
democrazia. Oggi la socialdemocrazia cilena è usurata dalla lunga pratica del
governo di centrosinistra di Bachelet (2014-2018) che ha governato il Cile nel
rispetto ossequioso del FMI e delle sue ricette, mentre il Partito Comunista,
fedele alla sua tradizione, si è compromesso nel governo Bachelet e nella sua
rovina. Il disincanto di massa verso i vecchi partiti di governo e di
opposizione ha questa radice. Tutto ciò allarga il potenziale della rivoluzione
cilena, ma pone perciò stesso il nodo cruciale della sua direzione.
Seguiremo la
dinamica degli avvenimenti, e ci occuperemo in un prossimo articolo del
confronto interno alla sinistra cilena, sul ruolo dei marxisti rivoluzionari,
sul dibattito relativo alle parole d'ordine che l'attraversa. Ma a partire
dalla difesa della seconda rivoluzione cilena, e per costruire la direzione
politica che le mancò mezzo secolo fa.
Partito
Comunista dei Lavoratori
giovedì 24 ottobre 2019
LA FABBRICA DELLA PAURA
La
trattativa della Lega per i soldi e il petrolio russo è solo una tessera di un
mosaico molto più ampio
“SALVINI VIENI A SPIEGARCI!” MA AL PARLAMENTO PREFERISCE LA SPIAGGIA!
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