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domenica 31 marzo 2019

UNIRE L’OPPOSIZIONE DI CLASSE

UNITÀ DI CLASSE – Giornale Comunista dei Lavoratori
Editoriale di Marco Ferrando





Il governo brinda al mantenimento delle promesse, ma le promesse si riducono ad elemosine truffaldine. E il prezzo dell'intesa col capitale finanziario, in sede nazionale ed europea.

ELEMOSINE E TRUFFA

La fatidica "abolizione" della Legge Fornero si riduce alla parentesi di tre anni cui le donne e moltissimi lavoratori non riusciranno peraltro ad accedere. Per il resto rimane l'età pensionabile a 67 anni, che continuerà a lievitare verso l'alto per il meccanismo immutato delle aspettative di vita, e resta il sistema contributivo quale mannaia per la giovane generazione. Il reddito di cittadinanza si riduce a un reddito minimo, quale esiste in tanti paesi capitalisti: una cifra irrisoria e temporanea, condizionata alla disponibilità di lavoro (precario) da un capo all'altro d'Italia, in una logica di concorrenza tra disoccupati (tra chi ha i requisiti e chi no) e di schiacciamento dei salari verso il basso; mentre le imprese ottengono in premio nuove massicce regalie fiscali e contributive. Per di più entrambe le elemosine sono subordinate, nero su bianco, alla tenuta dei conti. Se il deficit concordato con l'Unione Europea viene sforato le concessioni sociali saranno sforbiciate. In ogni caso a pagare le elemosine sono chiamati i beneficiari.
Sia attraverso nuovi prestiti sul mercato finanziario e relativi interessi; sia attraverso lo spostamento in avanti del carico di spesa sul 2020 e 2021 ( 23 miliardi di clausola sull'Iva il 2020, e ben 28,8 miliardi sul 2021); sia attraverso un insieme di misure di "austerità" scritte nero su bianco in finanziaria: blocco delle indicizzazioni delle pensioni dai 1520 euro lordi , come previsto dalla Fornero; taglio di 4 miliardi sulla scuola; blocco delle assunzioni per il 2019 in larga parte delle pubbliche amministrazioni, con un nuovo colpo alla sanità; liberalizzazione degli aumenti delle tasse locali; 18 miliardi di nuove privatizzazioni nel solo 2019 ( a proposito di chi in estate, dopo il caso Autostrade, alludeva alle "nazionalizzazioni").
Sarebbe questa la "manovra del popolo"?

LA SECESSIONE DEI RICCHI?

Non è tutto. Il governo Conte ha avviato una operazione di vera e propria secessione dei ricchi. Si tratta del negoziato con le regioni del Nord attorno al nodo delle autonomie. Il progetto delle autonomie sbandierato dai governatori di Veneto e Lombardia si presenta nella veste neutra di una riforma istituzionale: maggiori competenze alle Regioni, che sarebbero "più vicine ai cittadini" rispetto allo Stato centrale. In realtà si tratta di una operazione sociale. Le amministrazioni del Nord a guida leghista vogliono mettere le mani su una quota maggiore di entrate fiscali attraverso il loro trattenimento sul territorio. O attraverso il trattenimento in loco del 90% del gettito Irpef prodotto, come nella richiesta iniziale del governatore del Veneto. O attraverso un calcolo dei costi dei servizi prodotti che motivi in altra forma lo stesso risultato. L'obiettivo è dare più soldi e ridurre le tasse alle imprese del proprio territorio, a spese dei salariati e della popolazione povera del resto d'Italia. Da un lato si colpisce ogni criterio di solidarietà
Sociale nella redistribuzione delle risorse: se le regioni del Nord trattengono una parte più grande del gettito, sono le regioni del Sud, già svantaggiate, che ne sono private; dall'altro si progetta una regionalizzazione dei rapporti lavorativi e contrattuali, a partire dalla scuola: insegnanti che fanno lo stesso lavoro ma hanno salari diversi a seconda della ricchezza maggiore o minore della propria regione, per fare solo un esempio. E un progetto di attacco al lavoro salariato che mira alla sua frantumazione corporativa su base territoriale. E un colpo all'unità dei lavoratori, e dunque alla loro forza, ad esclusivo vantaggio dei loro padroni, al Nord e al Sud.

IL GOVERNO SI AVVALE DELL'ASSENZA DI UNA OPPOSIZIONE.

Il punto critico è che il governo conserva un elevato consenso a livello di massa, perché le sue truffe non appaiono ancora come tali. Non conta la realtà ma l'apparenza. Per meglio dire l'apparenza è un tassello della realtà. Il governo continua infatti a beneficiare, nella percezione di massa, della memoria dell'austerità dei governi passati.
L'opposizione liberale di PD e FI alle misure sociali del governo, nel nome del rigore dei conti, rafforza questo effetto ottico.
Tra Lega e M5S c'è e ci sarà una lotta a coltello per la spartizione del consenso, con un indubbio rafforzamento della Lega a scapito del suo alleato rivale. Ma un diverso equilibrio nel rapporto di forza tra le due destre avviene nel quadro di un consenso complessivo sostanzialmente immutato. Mentre le odiose campagne xenofobe e la recita nazionalista contro Macron mantengono una sintonia col senso comune di ampi strati popolari, depistando le loro insoddisfazioni.
Questo quadro d'insieme non è certo privo di contraddizioni. Lega e M5S rispondono a blocchi sociali diversi. La Lega è sotto la pressione di una borghesia del Nord che punta alle grandi opere, a partire dalla Tav, e chiede l'ulteriore riduzione fiscale promessa. Il M5S è sotto la pressione di un blocco sociale meridionale che chiede protezione e garanzie, a partire da reddito e lavoro. Prima l'accordo di governo, poi la legge di stabilità, hanno trovato un punto di equilibrio tra esigenze politiche diverse. Ma l'equilibrio è provvisorio e instabile. Lo è dal punto di vista politico, perché una eccessiva divaricazione tra M5S e Lega alle elezioni europee potrebbe destabilizzare l'alleanza. Lo è dal punto di vista economico sociale, se solo si pensa al negoziato sulle autonomie regionali o alla composizione della prossima legge finanziaria sotto l'enorme peso delle clausole Iva.

PER UN' ALTRA DIREZIONE DEL MOVIMENTO OPERAIO E SINDACALE.

Tuttavia, l'esperienza di questi mesi conferma una volta di più una lezione di fondo: nessuna contraddizione politica tra le due destre al governo potrà essere capitalizzata a sinistra senza una ripresa dell'iniziativa di massa dell'opposizione di classe.
È l'arretramento progressivo del movimento operaio di questi anni ad aver sospinto la stagione populista. È solo una ripresa di lotta di massa che può cambiare lo scenario italiano. L'esperienza internazionale ci dice che una ripresa di massa può essere innescata da fattori imprevedibili. Ma l'avanguardia della classe e dei movimenti sociali ha la responsabilità di affrettare i processi e lavorare all'innesco: attraverso il metodo dell'unità d'azione, una proposta di piattaforma generale unificante, la chiarezza di un progetto anticapitalista. Il solo che può contrapporsi alla reazione.

La CGIL ha concluso il proprio congresso, dopo una lotta sorda all'interno della burocrazia dirigente, senza la minima indicazione in termini di mobilitazione. L'immagine pubblica di Landini può mascherare ma non rimuovere questa realtà. La verità è che Landini ha coronato le proprie ambizioni di carriera dopo il peggior contratto della storia dei metalmeccanici e grazie ad esso; ed ora a braccetto con CISL e UIL si limita a pietire l'attenzione del governo. Ma i lavoratori non hanno bisogno dell'attenzione di Salvini e di Maio, che in ogni caso rispondono ad altri interessi sociali. Hanno bisogno di una direzione nuova e di lotta che sappia ricostruire tra le masse la fiducia nella propria forza e la riconoscibilità delle proprie ragioni indipendenti. Costruire controcorrente una direzione alternativa del movimento operaio è parte inseparabile, tanto più oggi, del rilancio dell'opposizione di massa.

giovedì 28 marzo 2019

COMUNISTI E GUERRA IN KOSOVO. I CRIMINI NON VANNO TACIUTI


 “20 anni fa la NATO aggrediva la Jugoslavia bombardando Belgrado, con la complicità dell’Italia e del Governo D’Alema. La maschera di una alleanza “difensiva” cadeva definitivamente, dinanzi all’evidenza di una aggressione criminale voluta dai grandi monopoli ma giustificata con il pretesto dei “diritti umani”, come poi sarebbe avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc. L’Italia non sia mai più complice di una guerra imperialista. Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia.

Il Fronte della Gioventù Comunista (FGC), organizzazione giovanile del Partito Comunista di Marco Rizzo, con queste parole il 24 marzo ha ricordato l’inizio dei bombardamenti contro la Jugoslavia ad opera della NATO. Vent’anni fa Belgrado veniva bombardata, con aerei italiani che partivano dalla base italiana di Aviano. Un crimine imperialista che i rivoluzionari denunciarono allora e denunciano oggi.

L’opposizione dei comunisti agli interventi dell’imperialismo è una questione di principio, e non è nostro interesse quindi polemizzare con questa giusta presa di posizione del FGC in merito a quei drammatici eventi. Anzi, siamo perfettamente d’accordo con la dichiarazione delle compagne e dei compagni.

Tuttavia, ci pare necessario ricordare quale è stata la natura del governo D’Alema: un governo di cui faceva parte, con tanto di ministri, il Partito dei Comunisti Italiani, nato nel 1998 come scissione (di destra!) dal Partito della Rifondazione Comunista, con l’esplicita volontà di continuare a sostenere il primo governo Prodi, al quale Bertinotti era stato costretto a togliere la fiducia.

Ebbene Marco Rizzo, oggi segretario del Partito Comunista, fu tra i principali organizzatori della scissione del Partito dei Comunisti Italiani, e all’epoca era deputato e coordinatore della segreteria nazionale del PdCI.

A nulla possono valere i tentativi di giustificazione o rimbalzo di responsabilità riguardo ai fatti di vent’anni fa. La storia parla chiaro. Cossutta, Diliberto, Rizzo hanno rappresentato in Italia la peggiore deriva governista di uno stalinismo italiano che, nell’ottica delle “alleanze contro la destra” e dell’unità con il centrosinistra, è passato dai compromessi storici alla partecipazione criminale ai governi della guerra.

C’è chi, come Marco Rizzo vent’anni fa, ha rotto con il PRC per appoggiare un governo di centrosinistra che ha bombardato Belgrado, e chi invece, come il Partito Comunista dei Lavoratori, è nato contro i governi di centrosinistra, contro i governi di guerra, per l’opposizione a tutti i governi borghesi.

Si obietterà: “oggi Rizzo è cambiato, ha ammesso i suoi errori, il PC è alleato del grande KKE greco”. Tralasciando per un istante quali furono i veri motivi della “svolta a sinistra” che Marco Rizzo fece nel 2009, il punto è un altro: non è cambiato il bilancio che è necessario fare riguardo a tutta la storia dello stalinismo internazionale, perché è in questo che risiede l’origine degli errori. Non è forse vero che il KKE greco, oggi partito fratello del PC di Marco Rizzo, dall’alto della fraseologia pseudorivoluzionaria, ben dieci anni prima di Rizzo partecipò al governo di unità nazionale del 1989, a braccetto della socialdemocrazia e della destra postfascista? Può essere, questo, semplicemente un errore di percorso?

Perché allora il FGC tace sulle responsabilità del segretario del Partito Comunista? Se sostenere un governo borghese è di per sé imperdonabile per i comunisti, sostenere e partecipare ad un governo di guerra non è un semplice errore o una svista, ma un crimine.

Chiamare i propri dirigenti alle loro responsabilità, riscoprire il marxismo rivoluzionario e studiare con spirito libero la storia del movimento operaio e comunista: è questo l’invito e l’augurio che facciamo alle giovani compagne e compagni del FGC.

Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 27 marzo 2019

SABATO, 30 MARZO 2019 ALLE ORE 13.30 - PIAZZA XXV APRILE - STAZIONE VERONA PORTA NUOVA VERONA

Spezzone PCL - corteo transfemminista NUDM a Verona

Il Partito Comunista dei Lavoratori parteciperà con un proprio spezzone al corteo transfemminista organizzato da Non Una Di Meno il 30 marzo a Verona.

Il ritrovo per compagne, compagni e simpatizzanti del PCL è per le ore 13.30 all'uscita della stazione di Verona Porta Nuova. 


«Verona libera, Italia laica» è la parola d’ordine della società civile nazionale e internazionale che si mobilita il 30 marzo nella città ormai simbolo degli attacchi ai diritti delle donne, sede del World Congress of Families.
Insieme ad una vasta rete di associazioni e movimenti  appuntamento a Verona per denunciare  quello che si è autodefinito il Congresso mondiale delle Famiglie: l’iniziativa internazionale contro la libertà e l’autodeterminazione delle donne, contro i diritti civili e contro l’autodeterminazione delle scelte affettive e familiari. 


domenica 24 marzo 2019

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo



“La Cina è vicina”, gridavano i maoisti di casa nostra cinquant'anni fa, nel nome della cosiddetta rivoluzione culturale. In realtà presentavano l'operazione burocratica stalinista della frazione di Mao contro la frazione di Liu come elisir del socialismo da indicare a modello. Ma nonostante tutto si riferivano a una Cina che era allora uno Stato operaio, seppur burocraticamente deformato, entro un quadro mondiale ancora segnato dal confronto tra imperialismi d'Occidente e blocco staliniano ad Est.

Ripetere oggi “la Cina è vicina” è cosa diversa, a fronte della realtà capitalistica e imperialistica della Cina attuale, restaurata dalla stessa burocrazia stalinista. Eppure è la cantica che si leva in questi giorni da diversi ambienti intellettuali e politici dell'area sovranista, in occasione degli accordi tra Italia e Cina.
«Accordo Italia-Cina: un'occasione storica per la difesa degli interessi del nostro popolo», scrive Mauro Gemma (Associazione Marx XXI). «Il PCI è per l'adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta» dichiarano Mauro Alboresi e Fosco Giannini, a nome del proprio partito. Ma anche l'area di Contropiano, seppur con toni meno enfatici, presenta l'accordo come «ossigeno puro per un'economia [italiana] asfissiata dalla austerità teutonica» (Francesco Piccioni).

La base di partenza è duplice. Da un lato, la caratterizzazione della Cina come paese socialista. Dall'altro, la rappresentazione dell'Italia come paese oppresso dalla Germania e dalla UE “tedesca”. Se queste sono le premesse, cosa c'è di meglio per “il nostro paese” dell'abbraccio liberatorio con Xi Jinping? L'accordo con la Cina diventa la celebrazione della “sovranità” riconquistata dell'Italia. Le obiezioni dell'imperialismo USA, le resistenze di Germania e Francia, non provano forse la bontà dell'accordo?

C'è davvero da stropicciarsi gli occhi di fronte a una rappresentazione tanto grottesca.
L'imperialismo USA fa i propri interessi, e dunque teme l'espansione della potenza imperialista cinese, sua rivale strategica. L'imperialismo tedesco fa i propri interessi, e dunque vuole tutelare la primazia dei propri affari con la Cina, e in Cina contro la concorrenza italiana. L'imperialismo francese fa i propri interessi, ha con l'Italia un contenzioso aperto su vari tavoli, e per questo osteggia l'operazione. Ma l'imperialismo italiano? Già, perché anche il “nostro” paese è un paese imperialista, che ha i suoi propri interessi. Più precisamente, l'Italia è la settima potenza mondiale e la seconda manifattura d'Europa. È alleata degli USA e della Germania, ma non è una loro colonia. Contende alla Germania l'egemonia nei Balcani, contende alla Francia l'egemonia nel Nord Africa, contende alla Spagna un'area di influenza in Sud America. Per questa stessa ragione oggi l'imperialismo italiano mira ad allargare il proprio bacino d'affari con la Cina e verso la Cina, il più grande mercato di merci e capitali esistente al mondo, e al tempo stesso la più grande potenza imperialista emergente.

La natura concreta dell'accordo è evidente per entrambi i contraenti. L'imperialismo cinese attraverso i porti italiani, Trieste in primis, allarga il canale di espansione in Europa, sbocco importante dei propri capitali in eccesso. L'imperialismo italiano attraverso l'accordo mira a contropartite altrettanto appetitose: l'apertura degli appalti pubblici in Cina per i costruttori italiani, l'allargamento delle esportazioni italiane nell'enorme mercato cinese, la compartecipazione italiana agli investimenti cinesi in Africa. La nomenclatura delle imprese italiane coinvolte negli accordi Italia-Cina è significativa: Ansaldo, SNAM, CDP, ENI, Intesa, Danieli... tutti i più grandi capitalisti italiani, nessuno escluso. Non meno significativo è l'appoggio della grande stampa padronale all'accordo italo-cinese. Persino la stampa borghese liberale, oggi all'opposizione del governo giallo-bruno, ha coperto e sostenuto l'accordo, sino ad offrire pagine intere, un lungo e largo tappeto rosso, all'intervento cerimonioso del leader cinese (Corriere della Sera). Per non parlare della Presidenza della Repubblica, grande sponsor istituzionale dell'intesa. Del resto il significato dell'accordo è stato illustrato nel modo più semplice da Du Fei, presidente della cinese CCCC, azienda gigantesca di costruzioni con 70 miliardi di dollari di fatturato e 118 mila dipendenti: “La torta è grande, mangiamola insieme” (testuale!). Questo è “l'ossigeno puro” dell'intesa: riguarda i profitti, non altro.

Il problema, allora, non è essere “a favore” o “contro” l'intesa tra l'imperialismo cinese e l'imperialismo italiano, ma di avere un angolo di sguardo indipendente sulla faccenda. Un angolo di sguardo che muova dall'interesse indipendente dei lavoratori, italiani e cinesi, e da una prospettiva socialista contro ogni imperialismo (USA, UE, Cina...), a partire dall'imperialismo nazionale di casa nostra. L'unica intesa Italia-Cina che ci può interessare è quella che passa per la costruzione di un'alleanza internazionale tra operai italiani e operai cinesi contro i rispettivi capitalisti e imperialismi. “Proletari di tutti i paesi, unitevi” significa questo. L'”unitevi” rivolto all'imperialismo italiano e cinese muove da una logica opposta: subalterna verso l'imperialismo di casa nostra e verso la realtà dell'imperialismo mondiale. Subalterna verso gli sfruttatori della classe lavoratrice, verso i nemici della causa socialista.


Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 22 marzo 2019

“Ogni tempesta comincia con una singola goccia”



Lorenzo Orsetti è morto combattendo da antifascista contro l’ISIS nella Siria orientale.
La sua scelta di essere un combattente del popolo curdo ha accompagnato parte della sua giovinezza fino al 18 marzo, quando è rimasto ucciso in uno degli ultimi scontri contro i miliziani dello stato islamico nella battaglia di Deir Ez-Zor.
Combatteva nelle YPG, le unità di difesa del popolo curdo, per quella rivoluzione del Rojava che aveva fatto propria ma mai abbandonando i suoi ideali di anarchico. Credeva nel confederalismo democratico: un’unione di popoli con un nuovo modello che unisce insieme curdi, arabi, cristiani, laici, islamici. Con questa visione ha cercato di battersi per i più deboli in una parte di mondo contesa da diversi interessi imperialistici. Non solo per il popolo curdo ma in difesa dell’umanità e contro la barbarie in un modo che solo i rivoluzionari conoscono e che a volte porta fino alle estreme conseguenze.
Aveva scritto un testamento ideale, nel caso fosse arrivato il suo momento:

«Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole.»

Le sue parole sono rivolte a tutti, ma in particolare a chi crede ancora nella lotta di classe e nell’antifascismo. È un invito a non cedere mai, anche nei momenti più bui e difficili. Ci implora a non cadere nell’individualismo e di continuare organizzati insieme ai compagni di lotta. Un testamento che ci parla di tempi difficili di una fase dove i più deboli sono sacrificati in nome del profitto. In questa situazione anche la barbarie della reazione, il fascismo e razzismo fermentano dentro la cultura delle classi dominanti, che diventa anche parte della mentalità degli sfruttati, in uno scontro di esclusi contro esclusi, dove anche il ruolo della donna viene sottomesso in modo drammatico agli interessi di classe.
Lorenzo credeva in qualcosa di diverso, che la particolare “rivoluzione del Rojava” aveva creato. Il ruolo della donna, in particolare all’interno di un'idea di governo basata sul confederalismo democratico formulata da Abdullah Öcalan, con un municipalismo libertario ed un'ecologia sociale multi-culturale, antimonopolistica, ed orientati verso il secolarismo, il femminismo e l'ecologismo come pilastri centrali.
Questo modello di società non è privo di contraddizioni, ma è comunque ad un livello avanzato e progressivo rispetto a tutta l’area medio-orientale, ed è forse l’unico argine anche militare in questa fase contro lo Stato nazi-islamico.
Le scelte della “rivoluzione del Rojava” che Lorenzo ha difeso fino all’ultimo istante della sua vita sono ora schiacciate nella morsa di interessi imperialistici contrapposti. Una morsa fatta anche da alleanze incrociate e ambigue. Tra tutte, quella tra gli USA e la Turchia, con quest’ultima spinta verso l’annientamento della "rivoluzione del Rojava” dei curdi, nei suoi interessi nazionalistici e apertamente sostenitrice dello Stato Islamico.
Ma gli USA appoggiano anche militarmente le YPG, le unità di difesa del popolo curdo nell’interesse imperialistico nell’area contro le ingerenze di Russia e Iran. Contraddizioni che sono alla base dello stallo nel quale sono immersi i curdi.
Solo la precisa spinta della rivoluzione del Rojava verso la lotta di classe, l’antimperialismo e l’anticapitalismo potrebbe risolvere questo stallo. Uno tra i limiti principali della dirigenza curda è quello di aver agito troppo limitatamente dentro la classe operaia turca e di non aver chiesto il suo sostegno in una lotta comune. Solo il socialismo e la sua rivoluzione possono distruggere la barbarie ed essere esempio per tutto il Medio Oriente.

La morte di Lorenzo va comunque al di là di tutto questo. È l’esempio universale che deve crescere dentro ogni rivoluzionario, dove tutti gli interessi personali sono lasciati alle spalle con un amore anche estremo rivolto verso gli sfruttati e gli oppressi generati dal capitalismo. L’Europa, l’Italia e la stessa sua terra d’origine, la Toscana, non sono lontane dal quel pezzo di terra siriana. Il suo internazionalismo e quello di tutti i combattenti che come lui sono ancora in quei campi di battaglia è anche il nostro.


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Dal sito www.retekurdistan.it:

Le YPG hanno rilasciato una dichiarazione sull’internazionalista italiano Lorenzo Orsetti caduto in Siria orientale. L‘ufficio stampa delle Unità di Difesa del Popolo YPG ha rilasciato una dichiarazione su Lorenzo Orsetti (Tekoser Piling). L’internazionalista proveniente dall’Italia è caduto ieri nella battaglia contro IS ad al-Bagouz.
Nella dichiarazione le YPG fanno sapere:
Lorenzo Orsetti (Tekoser Piling) si è unito alla resistenza nel Rojava nel 2017 e con la sua identità internazionalista-rivoluzionaria ha partecipato attivamente alla lotta di liberazione. Era organizzato nelle unità internazionaliste all’interno delle strutture delle YPG e ha combattuto per libertà in ogni condizione con grande determinazione. Anche nella resistenza contro l’occupazione di Efrîn da parte dello Stato turco ha combattuto sul fronte più avanzato.
Nell’offensiva ‚Tempesta di Cizîrê‘ contro IS a Deir ez-Zor ha mostrato un impegno grande e generoso. Era attivo nella regione anche nelle unità internazionaliste del TKP/ML-TIKKO e mostrava un atteggiamento sostanziale e determinato rispetto ai valori universali del socialismo. Con il suo legame con la rivoluzione ha vissuto una vita esemplare.
Tekoser Piling è caduto il 18 marzo in uno scontro nell’operazione contro l’ultimo territorio occupato da IS. Ricordiamo tutte le internazionaliste e tutti gli internazionalisti caduti nella rivoluzione del Rojava. Esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e a tutte e tutti coloro che lo hanno amato.“
Nome in codice: Tekoser Piling
Nome e cognome: Lorenzo Orsetti
Nome della madre: Annalisa
Nome del padre: Alessandro
Luogo e data di nascita: Italia, 1986



Luogo e giorno della morte: Deir ez-Zor, 18 marzo 2019

Ruggero Rognoni

martedì 19 marzo 2019

LA ROSA ROSSA DELLA LA RIVOLUZIONE

di Piero Nobili.

  “Ordine regna a Berlino! Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. La rivoluzione già da domani di nuovo si rizzerà in alto con fracasso e al vostro terrore annuncerà con clangore di trombe io ero, io sono, io sarò”.


lunedì 18 marzo 2019

MALVA PRESENTA EUGÈNE POTTIER

SPETTACOLO MUSICALE CON LE TRADUZIONI, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIANO, DEL POETA COMUNARDO FRANCESE. A CURA DI MALVA E SALVO LO GALBO.



Eugène Pottier (1816-1887) fu poeta e rivoluzionario. Nato a Parigi, di professione operaio e disegnatore tessile, partecipò attivamente alle lotte degli operai parigini nel 1848. Sotto il Secondo Impero fu ideatore e promotore della "Chambre Syndicale des Dessinateurs", che aderì in seguito all'Internazionale. Membro della guardia nazionale, prese parte ai combattimenti durante l'assedio di Parigi del 1870, in seguito alla disfatta di Sedan, e fu poi un influente membro della Comune di Parigi, ove fu eletto rappresentate del 2° Arrondissement.
Dopo la "Semaine sanglante", durante la quale la Comune fu schiacchiata nel sangue dalle truppe reazionarie di Thiers, dovette fuggire in Inghilterra essendo stato condannato a morte in contumacia. Dall'Inghilterra emigrò negli Stati Uniti, dove organizzò una rete di aiuto e solidarietà per i Comunardi deportati. Dopo l'amnistia generale del 1880 rientrò in Francia dove, nonostante la sua povertà, continuò a pubblicare canzoni e poesie.
Nel giugno 1871, ovvero pochi giorni dopo la fine nel sangue della Comune di Parigi, Eugène Pottier scrive il testo del canto per il quale è universalmente conosciuto: l' "Internationale". L'inno del movimento operaio mondiale, messo in musica nel 1888 da Pierre Degeyter (di Lille) conta versioni in quasi cento lingue diverse.