POST IN EVIDENZA

venerdì 30 novembre 2018

MANIFESTAZIONE REGIONALE CONTRO IL CPR DI VIA CORELLI ED IL DECRETO SICUREZZA

Sabato, 1 Dicembre 2018 alle ore 14,30 - Milano Piazzale Piola (M2 Piola - filobus 90-91 bus 62) Milano



Il Pcl Lombardo aderisce alla manifestazione ed invita i propri iscritti e simpatizzanti a partecipare. L'appuntamento è a partire dalle 14,30 in piazzale Piola angolo via Pacini.

giovedì 29 novembre 2018

ALLA RADICE DELLA VIOLENZA SULLE DONNE



Dopo il 25 Novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, il governo ha approvato il DDL “Codice Rosso “, una corsia preferenziale per le denunce, indagini più rapide sui casi di violenza alle donne e l'obbligo per i pm di ascoltare le vittime entro tre giorni. 
Se da un lato, molti identificano la donna come soggetto intrinsecamente fragile, dall'altro, all'interno di questa cornice, bisogna anche smascherare la natura di classe che risiede alla radice della violenza sulle donne.
La prima violenza subita dalla donna nel sistema capitalista risponde alla subordinazione sociale cui è da sempre sottoposta: il lavoro precario e sottopagato, l'insicurezza di un orario di lavoro stabile, la cura dei figli, del marito magari disoccupato, degli anziani della famiglia che non avendo una copertura previdenziale colpiscono duplicemente la donna, sfruttata sul lavoro da un lato e costretta ad occuparsi alle mancanze dello Stato sociale dall’altro.
il capitalismo, in questa fase del suo sviluppo, ha spinto la donna sfruttata sotto il giogo dell'oppressione patriarcale, individuando in quest’ultimo come un valido alleato allo sfruttamento dell'intera classe lavoratrice.
La violenza di genere, come ogni prodotto del capitalismo, potrà essere estirpata attraverso una nuova organizzazione, dove le donne e gli uomini saranno nelle medesime condizioni,  con l'unità di classe, per la costruzione di una società dove lavoratrici, lavoratori e la maggioranza della società, hanno diritto a decidere del proprio futuro, senza doversi affidare a sfruttatori, speculatori, parassiti.
Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici è l'unico governo che può garantire queste condizioni. Per questo è l'unica vera alternativa.


PCL Pavia

mercoledì 28 novembre 2018

IL PASSO DEL GAMBERO DEL GOVERNO TRUFFA



Il 27 settembre, esattamente due mesi fa, il vicepremier Luigi Di Maio annunciava l'«abolizione della povertà» dai balconi di Palazzo Chigi, mentre il suo sodale-concorrente Matteo Salvini prometteva l'abolizione della Legge Fornero, opponendo alla UE il fatidico, e già sentito, “me ne frego”.

Due mesi dopo, il contrordine. Dopo la bocciatura della Commissione Europea, dopo l'impennata dei tassi di interesse sui titoli di Stato combinata con la diserzione delle aste, dopo le pressioni del capitale finanziario e di Confindustria, il governo SalviMaio pone all'ordine del giorno la “rimodulazione” della manovra economica. Il termine è aulico, la sostanza inequivoca: "quota 100" e reddito di cittadinanza saranno entrambe oggetto di revisione.
Intendiamoci, né la Lega né il M5S possono ammainare di colpo le rispettive bandiere, tanto più alla vigilia delle elezioni europee. La confezione d'immagine sarà dunque il più possibile salvaguardata. Ma sotto la confezione, il contenuto della merce sarà ulteriormente svuotato e impoverito, nella direzione richiesta dal capitale finanziario. Il gambero allunga il suo passo, naturalmente all'indietro.


C'ERA UNA VOLTA L'ABOLIZIONE DELLA FORNERO

L'abolizione della famigerata legge Fornero è durata solamente per la campagna elettorale. Già il contratto di governo trasformava l'abolizione della Fornero in "quota 100" (somma dell'età anagrafica e contributiva). Poi la stessa “quota 100” ha visto l'introduzione del vincolo dei 38 anni di contributi, ciò che inevitabilmente alza la quota richiesta per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, con una forte penalizzazione delle donne; e inoltre comporta un'inevitabile riduzione dell'assegno, per via dei minori contributi, per tutti coloro che andranno in pensione anticipatamente rispetto ai 67 anni (il tetto della pensione di vecchiaia stabilito dalla Fornero che resta intatto).

Ora il nuovo negoziato con la Commissione Europea trascina una nuova corsa al ribasso. Da un lato si rinvia l'entrata in vigore della riforma e si dilatano i tempi di accesso al pensionamento (le cosiddette finestre, tre mesi nel settore privato, sei nel settore pubblico) con l'obiettivo dichiarato di ridurre la spesa. Dall'altro, si mira a ridurre ulteriormente la platea degli interessati, allungando sino a cinque anni il divieto di cumulo con altre fonti di reddito. Lo scopo complessivo dell'operazione è rivelato dal quotidiano di Confindustria: «traghettare da quota 100 ai 41 anni per tutti per il 2023, quando oltre il 65% dei nuovi pensionati avranno un calcolo misto (retributivo più contributivo) e il coefficiente di trasformazione del montante in pensione a 62 anni sarà più penalizzante rendendo naturale il contenimento delle future uscite» (27 novembre). Detto in linguaggio più semplice, si punta a ridurre il ricorso alla pensione anticipata attraverso la deterrenza della “naturale” riduzione degli assegni. In altri termini, una riforma che doveva “abolire” la Fornero punta a spingere i lavoratori il più possibile a “scegliere” di andare in pensione all'età di vecchiaia prevista dalla Fornero. Mentre, in ogni caso, i giovani d'oggi restano condannati dalla riforma a un immutato destino: chi mai maturerà 38 anni di contributi, col precariato dilagante, e a quanto ammonterà una futura pensione interamente contributiva?


SI CHIAMAVA REDDITO DI CITTADINANZA

Non va diversamente col cosiddetto reddito di cittadinanza.

Nel 2013 il M5S presentava una proposta di legge che prevedeva di stanziare 17 miliardi l'anno a favore di 9 milioni di poveri, attraverso un reddito minimo di 780 euro al mese. Il famoso contratto di governo recepiva questa proposta di legge, aggiungendovi la pensione di cittadinanza per i pensionati poveri.
Poi il disegno di legge di bilancio presentato dal governo, ed oggi all'esame della Camera, ha dimezzato al piede di partenza la proposta di legge originaria: i fondi stanziati passano da 17 a 9 miliardi, la platea dei destinatari passa da 9 milioni a 5 milioni. Più precisamente, in base all'indicatore della ricchezza familiare (Isee), assunto come parametro di riferimento della povertà assoluta, si tratterebbe di 1.800.000 famiglie cui destinare mediamente 370 euro al mese.
La riduzione di cifra e platea si è combinata non a caso con una progressiva moltiplicazione di vincoli: obbligo di otto ore settimanali di lavoro gratuito presso il comune, obbligo di partecipazione a corsi di formazione, obbligo di accettazione, entro il limite di tre, delle offerte di lavoro (anche precarie, e dalla seconda offerta senza limiti distanza geografica dalla residenza), esclusione degli stranieri con meno di cinque anni di residenza. Di fatto, un incentivo al lavoro precario, nella logica della concorrenza al ribasso dei salari.

Ora il negoziato con la UE, combinato con le pressioni di Lega e Confindustria, comporta un ulteriore passo indietro. Da un lato si sposta in avanti la data di partenza del reddito (di tre mesi, probabilmente) e si parla di una sua durata sperimentale di 18 mensilità. Dall'altro, si trasforma il reddito in un incentivo per l'impresa o per l'agenzia interinale che assume il disoccupato: tre mensilità intascate dall'impresa o dall'agenzia (Di Maio), o addirittura l'intera corresponsione all'impresa dei sussidi previsti (proposta di Armando Siri, Lega). Così, dopo i 18 miliardi di sgravi contributivi regalati da Renzi per tre anni alle imprese, queste verrebbero a intascare in tutto o in parte la posta equivalente del reddito “di cittadinanza”. È l'ennesima forma di assistenza alle imprese nel nome della lotta alla povertà. Il Sole 24 Ore del 27 marzo plaude alla nuova offerta: “Reddito di cittadinanza, sgravi alle aziende”, titola festoso. Così il presidente di 4.Manager Stefano Cuzzilla: «Se confermato è un cambio di passo positivo a favore delle politiche attive che auspichiamo siano ulteriormente incentivate». I padroni sentono l'inconfondibile profumo dei soldi, e non si sbagliano.


UN GOVERNO DEI CAPITALISTI COL CONSENSO (SINORA) DELLE LORO VITTIME

Vedremo in corso d'opera lo sbocco del negoziato con la Commissione Europea e all'interno dello stesso governo. Ma la direzione di marcia è tracciata. Il “governo del cambiamento” è la finzione scenica di un governo truffa. Si cambia tutto per non cambiare nulla. Si continua a detassare le imprese, mentre i salariati reggono sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale. Si continua a pagare il debito pubblico alle banche, con tassi di interesse oltretutto in crescita, riducendo a elemosina le concessioni sociali.
Siamo in presenza di un governo dei capitalisti con sembianze mutate. Un governo che continua a ingrassare i padroni col consenso (sinora) delle sue vittime. Fino a quando?


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 25 novembre 2018

SOLIDARIETÀ A RI-MAFLOW E AL COMPAGNO MASSIMO LETTIERI

Ordine del giorno del Comitato Centrale del PCL





Il Comitato Centrale del Partito Comunista dei Lavoratori esprime la totale solidarietà ai compagni dell'occupazione dello stabile dell'ex fabbrica metalmeccanica Maflow, di Trezzano sul Naviglio.
Se lo Stato e la magistratura hanno messo in mostra fin da subito la propria sudditanza alle logiche del mercato e agli interessi del capitale, opponendo ogni sorta di ostacolo possibile al progetto e allo sforzo dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolte, fino all'arresto vessatorio del presidente della neonata cooperativa Massimo Lettieri – cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, oggi questo attacco viene spinto fino alla minaccia di sgombero dello stabile in data 28 novembre 2018.
Il Comitato Centrale del PCL si impegna a sostenere attivamente la resistenza allo sgombero e ribadisce la propria solidarietà all'occupazione e al compagno Massimo Lettieri, così come a tutte le altre occupazioni e resistenze alle dismissioni industriali. Invitiamo a sostenere economicamente l'attività colpita dalle misure giudiziarie finalizzate a stroncare gli sforzi dei lavoratori e delle lavoratrici.
Vengano processati ed arrestati i padroni, che hanno delocalizzato e costretto alla fame e all'occupazione i lavoratori e le lavoratrici, requisendo loro proprietà e beni al fine di finanziare la ripresa di un'attività produttiva.
Venga nazionalizzato sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici tutto il progetto, al fine di regolarizzare e fornire dei finanziamenti e permessi necessari l'attività lavorativa.
Venga immediatamente liberato e vengano fatte decadere immediatamente tutte le accuse nei confronti del compagno Massimo Lettieri.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 23 novembre 2018

NESSUNO SI ASPETTAVA L'INQUISIZIONE SPAGNOLA! IL 24 NOVEMBRE TUTTE E TUTTI IN PIAZZA!



Testo del volantino che verrà distribuito al corteo di Non Una di Meno
Nessuno si aspettava l'inquisizione spagnola. Eppure le politiche clericali, familiste e discriminatorie del governo giallo-verde nei confronti delle donne, dei minori, così come delle persone LGBT evidenziano il trionfo del peggior oscurantismo religioso.
Dall'attacco alla salute sessuale delle donne e alla 194 alla nuova santificazione della famiglia patriarcale e nazionalpopolare attraverso i “premi di maternità” dal retrogusto fascista, passando per la delegittimazione dei centri antiviolenza e dei consultori, ma anche attraverso il Disegno di legge Pillon, che concepisce i figli come “proprietà” dei genitori e non come soggetti di diritto, e che castiga le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti o comunque le scoraggia – anche attraverso il ricatto economico – dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Dopo anni di denunce e battaglie per far emergere la realtà della violenza domestica, e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento femminista e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli un affare privato, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.

Questo perché la sacra famiglia è innanzitutto un supplente di quel welfare che lo Stato non intende più garantire alle classi popolari e lavoratrici per poter abbassare le tasse ai capitalisti e pagare il debito delle banche, ma è anche il terreno della costruzione dell'egemonia della Chiesa cattolica, ossia della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere; quella che ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

Le sfide che hanno di fronte a sé le donne e tutti i soggetti oppressi della società sono grandi. Per questo è necessaria la costruzione di un fronte vasto che unifichi il movimento delle donne, la rete dei centri antiviolenza, tutte le associazioni democratiche e antifasciste, le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici per costruire un'opposizione a questo governo e alle sue politiche reazionarie.
Ma è anche necessario prendere atto che non ci sarà alcuna liberazione delle donne che non preveda la messa in discussione dei privilegi politici ed economici della Chiesa cattolica in Italia come nel mondo: per questo rivendichiamo l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’esproprio senza indennizzo di tutte le grandi proprietà immobiliari ecclesiastiche, e in definitiva l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.


Partito comunista dei lavoratori - sezione di Roma

mercoledì 21 novembre 2018

I DELITTI CONTRO I LAVORATORI CONTINUANO A RESTARE IMPUNITI



I governi cambiano e si susseguono, ma gli operai continuano a essere sfruttati e a morire come prima, più di prima, perché nella democrazia borghese, sono solo forza lavoro da usare quando l'industria tira e da licenziare quando non servono più a valorizzare il capitale.
Pur di aumentare i profitti, i padroni risparmiano anche i pochi centesimi sulle misure di sicurezza, sostenuti in questo da leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione. Anche nei pochi casi in cui sono inquisiti, se la cavano monetizzando la morte, la salute e la vita umana degli sfruttati.
In ogni caso, i loro delitti contro i lavoratori continuano a restare impuniti.
Le vittime del profitto e della brutalità del sistema capitalista sono considerati incidenti di percorso, danni ed effetti collaterali considerati "normali" al di sotto di una certa soglia. I padroni e i mass-media da loro controllati chiamano i morti sul lavoro "morti bianche", come se i lavoratori  fossero morti per caso, cioè alla disattenzione degli operai stessi.
Ogni anno oltre mille persone muoiono sul posto di lavoro, altre decine di migliaia per malattie professionali, più di 4mila solo per malattie legate all'amianto.
Tuttavia se i morti per malattia professionale sono invisibili agli occhi della popolazione, quelli sul lavoro generano comunque un moto di indignazione, rabbia e, raramente,  mobilitazione nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, nei luoghi di lavoro.
Lo stesso non avviene per tutti i morti causati dal profitto.
Per esempio con la privatizzazione di una serie di servizi, primi fra tutti la sanità, la salute  della popolazione più povera è molto diminuita in quanto impossibilitata a curarsi al di là delle chiacchiere dei governi che, oltretutto,  hanno aumentato l'età pensionabile cianciando di un'aumentata aspettativa di vita.
Tutto questo avviene senza alcuna reazione perché questi morti nessuno li vede.
I morti per il profitto non sono il frutto di una disgrazia ma una scelta cosciente del capitalismo.
Certo non possiamo aspettare che il capitalismo crolli da solo. Dobbiamo creare pratiche unitarie di lotta su tematiche e obiettivi anticapitalisti rimettendo al centro il soggetto rivoluzionario, il proletariato.
Solo un'azione di lotta generale può unire gli sfruttati, aprire dal basso una pagina nuova.
Non serve a nulla cambiare l'amministratore delegato del capitale, illudendosi ogni volta che possa difendere il lavoro. E' necessaria un'altra società, libera dai padroni e dallo sfruttamento, dove siano finalmente i lavoratori a comandare.


PCL Pavia