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sabato 29 luglio 2017

IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI DI FRONTE ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE



Lo scenario politico italiano si avvicina rapidamente alle prossime elezioni politiche segnato dai perduranti effetti dell'onda lunga del voto del referendum del 4 dicembre e della crisi del renzismo.
Il voto del 4 dicembre ha avuto come prima conseguenza la fine del progetto istituzionale e politico di Renzi; un progetto centrato sulle ambizioni dell'uomo solo al comando, pesantemente reazionario, che è franato sotto il peso delle contraddizioni emerse dalle prove di forza su articolo 18 e Buona Scuola che hanno avuto come conseguenza l'erosione significativa delle basi di consenso iniziali del renzismo. Il governo Renzi ha vinto le proverbiali battaglie, per perdere poi la guerra.

L'effetto politicamente più rilevante del 4 dicembre è la fine di ogni tentativo di costruire nel breve periodo un bipolarismo artificiale, basato sulla tradizionale alternanza di governabilità. L'Italia si trova oggi sprofondata in un quadro tripolare fortemente instabile, in larga misura confermato dal voto delle amministrative di giugno, e caratterizzato dall'assenza congiunta di un baricentro politico affidabile e di un paracadute istituzionale, da cui discende l'aperta possibilità di una crisi politico-istituzionale per il nostro paese. Se l'erosione del consenso dei partiti tradizionali di governo in Europa attraversa in modo trasversale tutta l'Unione, in nessun caso come in Italia la borghesia si trova senza un'ipotesi spendibile di governo che vada oltre il fragile equilibrio che tiene insieme il governo Gentiloni.

Le tre destre che dominano lo scenario politico italiano sono ad oggi attraversate da contraddizioni interne. Il renzismo si arrocca intorno al Capo e alla sua non negoziabile ambizione di riconquistare il governo, da qui il rifiuto di ogni ipotesi di coalizione di centrosinistra nello scenario post-referendum e le nuove frizioni interne con l'area di Orlando e Cuperlo, che potrebbero anche lasciar presagire una nuova spaccatura. Il centrodestra ha tratto nuova linfa vitale dall'affermazione nelle amministrative, ma paradossalmente la vittoria accentua, anziché risolvere, la guerra intestina tra Berlusconi e Salvini, entrambi indisponibili a cedere la leadership della coalizione su cui pesano inoltre le incertezze riguardo alla legge elettorale. Il M5S ha subito una grossa battuta d'arresto alle elezioni amministrative ma malgrado ciò continua a disporre di uno spazio politico considerevole. Si è lanciato in una pesante propaganda reazionaria per tentare di recuperare consensi sulle paure e sui peggiori umori trasversali che attraversano il paese sul tema dell'immigrazione. Contemporaneamente punta alla vittoria alle regionali siciliane da usare come trampolino di lancio per le politiche. Prosegue il proprio lavoro di accreditamento verso la borghesia e il padronato, a cui offre, tra le altre, l'abolizione dell'Irap e la disintermediazione nel rapporto con i lavoratori, ossia in altre parole un attacco esplicito al sindacato in quanto tale. La marcia verso il governo nazionale che il M5S si è dato continua ad alimentare infine il clima da guerra tra bande che ha caratterizzato la vita del movimento in molti dei suoi settori fondamentali, locali e nazionali, e come testimoniato da ultimo dalla vicenda delle comunali di Genova.

Il pasticcio parlamentare che si è consumato sulla legge elettorale è stata una cartina di tornasole delle crisi irrisolte che attraversano i partiti del cosiddetto patto a quattro, e misurano l'assenza di una strategia a breve termine di Renzi, fino all'ultimo indeciso se tentare la carta delle elezioni anticipate. Lo scambio politico organizzato da Renzi e Berlusconi, centrato sul proporzionale e con lo sbarramento al 5%, permetteva ai due di liberarsi da un lato della Lega e dall'altro di MDP, e a Renzi di giocarsi le elezioni senza il peso sulle spalle della legge di stabilità. La convergenza di M5S e Lega Nord sull'ipotesi si misurava sulla necessità dei primi di giocare, in assenza di premio elettorale, la gara col PD sul testa a testa su chi sia il primo partito, mentre per i secondi di capitalizzare l'exploit lepenista alle presidenziali francesi prima che si potesse disperdere.

Ma l'accordo non ha retto alle tensioni e alle frizioni interne a M5S e PD che, unite a sentimenti di contrarietà alle elezioni anticipate e alla legge elettorale in quanto tale in parlamento, hanno prodotto il pasticcio parlamentare sull'emendamento Biancofiore che ha portato il PD a dichiarare immediatamente “morta” la legge e iniziando una gara allo scaricabarile col il M5S.


IL BALLO DELLE SINISTRE RIFORMISTE

Il campo della sinistra riformista è in grande subbuglio negli ultimi mesi. Gli strappi e le dinamiche parlamentari sulle leggi elettorali hanno costretto i vari soggetti in campo a riformulare in continuazione ipotesi di alleanze e di cartelli, caratterizzandosi contemporaneamente per una grande litigiosità e per il più limpido opportunismo.
L'ipotesi della legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% spingeva Campo Progressista, MDP, Sinistra Italiana e persino anche il PRC al tentativo di costruire un accordo di cartello obbligato per superare la fatidica soglia. La stessa iniziativa del Brancaccio promossa da Falcone e Montanari era nata inizialmente con l'intento di spingere per questa soluzione, dando una veste unitaria, civica e popolare all'operazione, capace di tenere dentro tutti. Ma il crollo dell'ipotesi di legge elettorale in parlamento ha fatto esplodere le contraddizioni e rilanciato i lavori di riposizionamento a sinistra, oltre che la caratteristica litigiosità delle varie anime, come testimoniato dalle recentissime bagarre tra Campo Progressista e MDP, con l'annullamento dell'incontro tra Pisapia e Speranza.
Il ritorno al Consultellum col 3% di sbarramento ha riaperto le danze, e il futuro rapporto col PD è uno degli spartiti che i gruppi dirigenti suonano più di frequente. Così si passa da Pisapia e le ambizioni di un progetto di nuovo centrosinistra alle varie ipotesi di una seconda lista “civica e progressista”, promossa dai promotori dell'iniziativa del Brancaccio, che aspira a coinvolgere il PRC e una Sinistra Italiana perennenente in bilico tra l'uno e l'altro campo. Una lista civica che sarebbe una riedizione di liste civiche già sperimentate nel passato con Ingroia e Barbara Spinelli, e che si caratterizzano per la rimozione di ogni orizzonte classista.


PER UN CARTELLO DELLA SINISTRA CLASSISTA

Non sarà l'ennesima illusione riformista a poter portare una parola di verità durante la prossima campagna elettorale. Non lo sarà nella sua forma più marcatamente governista, incarnata da Pisapia e da D'Alema. Non lo sarà nella sua veste civica: in primo luogo perché tutti gli attori e i protagonisti del rinnovato “civismo” sono in realtà uniti principalmente dall'essere stati scaricati dal carro di Pisapia. Più in generale, tutti i gruppi dirigenti coinvolti in questo o quel progetto di lista riformista di sinistra sono stati parte attiva dei governi padronali che hanno contribuito negli anni non solo a colpire duramente i lavoratori, i loro salari e i loro diritti, ma sono anche, come conseguenza di ciò, responsabili di una disfatta di lungo corso della sinistra politica italiana, incapaci di prospettare una soluzione di classe indipendente alla crisi e interessati esclusivamente alla loro salvezza istituzionale. In secondo luogo perché non sarà la rimozione di ogni orizzonte di classe, non sarà l'imboscamento dietro un civismo progressista e democratico che potrà dare prospettiva indipendente agli sfruttati.

Come Partito Comunista dei Lavoratori consideriamo da sempre le elezioni un importante momento di propaganda rivoluzionaria. Nella tornata elettorale che ci aspetta, dove tre destre si contenderanno la leadership del paese e dove un arcipelago di piccole sinistre riformiste spargeranno illusioni in un quadro ancora in via di definizione, noi riteniamo cruciale che ci sia lo spazio per una voce apertamente classista e anticapitalista, una voce che non parta dal principio astratto di unità della sinistra pur che sia, ma parta dal principio di realtà che solo una sinistra marcatamente classista, anticapitalista e rivoluzionaria può rispondere alle esigenze e ai bisogni della classe lavoratrice e delle masse operaie.

Le leggi elettorali della democrazia borghese oppongono ingenti ostacoli alla presentazione e alla rappresentanza di formazioni classiste e rivoluzionarie. Sia in termini di sbarramenti, sia in primo luogo in termini di difficoltà burocratiche per costruire una presentazione a carattere nazionale che possa guadagnare la tribuna della più ampia comunicazione di massa. L’enorme mole di firme autenticate necessarie per la presentazione di formazioni non istituzionali a conclusione della legislatura ne è un esempio.

In questa situazione concreta, riteniamo come Partito Comunista dei Lavoratori che sia possibile costruire con Sinistra Anticapitalista e a Sinistra Classe Rivoluzione un cartello elettorale classista e anticapitalista, rispettoso della riconoscibilità di ogni soggetto, che punti a superare gli ostacoli burocratici indicati e dunque a consentire una presenza elettorale classista con una presenza su ampia parte del territorio, e quindi un profilo nazionale. Un cartello elettorale che certo non annulla i diversi percorsi e progetti, ma che punti a valorizzare i riferimenti comuni classisti mettendoli al servizio di una campagna elettorale unitaria. Una campagna mirata alla ricomposizione di una opposizione di classe, unitaria, radicale e di massa. Una campagna che sia capace di parlare alle masse di lavoratori, di migranti, di precari, di disoccupati, al movimento delle donne e delle minoranze oppresse, alla domanda di svolta ambientalista, da una comune angolazione classista, internazionalista e anticapitalista.

Come PCL riteniamo che una presentazione indipendente e con un profilo nazionale della sinistra classista, possibile solo se unita, sia un passaggio centrale oggi per smascherare tutte le illusioni riformiste che vengono seminate sia da chi persegue apertamente un nuovo centrosinistra, sia da chi vuole imboscarsi nel civismo democratico aclassista, sia da chi sbandiera il sovranismo nazionalista di sinistra.

Dentro questo comune quadro generale, come Partito Comunista dei Lavoratori, continueremo la nostra specifica battaglia controcorrente per la costruzione di un autonomo partito marxista rivoluzionario impegnato per la prospettiva di un governo dei lavoratori e della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 28 luglio 2017

L'ARMATA TRICOLORE VERSO LA LIBIA



«Pronta un'armata con navi, aerei e droni per fermare le partenze dei migranti». Così il Corriere della Sera annuncia con squillo di fanfare la nuova impresa di Libia.

I dettagli forniti dalla stampa più accreditata presso il ministero della Difesa sono molto istruttivi. Prevedono l'invio di una flotta militare guidata da una nave comando, seguita da cinque navi leggere, e accompagnata da aerei ed elicotteri, per un totale di mille uomini in divisa. La flotta dovrebbe entrare per la prima volta in acque libiche coordinando l'intervento della guardia costiera locale per intercettare, bloccare, respingere sotto costa i barconi di migranti, prima che entrino nelle acque internazionali. I migranti, letteralmente sequestrati, verrebbero poi “trasferiti a terra” e internati nei campi libici, dove “i richiedenti asilo” dovrebbero inoltrare le proprie richieste.

Il cinismo regna sovrano. Lo scopo evidente della missione militare è impedire con la forza il diritto di fuga dalla fame e dalle guerre provocate dalle rapine imperialistiche, segregando in fetide galere centinaia di migliaia di persone disperate, già provate da violenze indicibili, e ora date nuovamente in pasto a vessazioni, torture e stupri. Il richiamo al controllo dell'ONU è pietoso. È come sempre la coperta diplomatica e rassicurante offerta alla opinione pubblica democratica per coprire le peggiori nefandezze. L'ipocrisia sulla natura “umanitaria” della missione è svelata dalle regole d'ingaggio richieste dal governo italiano. Infatti verrà utilizzato il cosiddetto modello SOFA (Status Of Forces Agreement) della Nato, che ha lo scopo di «concedere ai militari presenti nei Paesi ospiti la massima immunità possibile dalle leggi locali» (Corriere 27/7). Questo significa una cosa sola: il diritto dei militari occupanti a delinquere impunemente, in mare e in terra.

Non è casuale peraltro il modello esemplare indicato: quello della cosiddetta missione Alba del 1997 contro la “invasione albanese". Il Corriere la esalta perché «riuscì a frenare il flusso migratorio dalla Albania alla Puglia». In realtà la fuga dall'Albania continuò sino ai primi anni 2000. In compenso le navi militari tricolori speronarono e affondarono nel Mare di Otranto la barcarola albanese Kater i Rades, assassinando 108 persone. Un crimine tuttora impunito, e persino rimosso a sinistra come non fosse avvenuto. Governava Romano Prodi, con l'appoggio di Bertinotti, Cossutta, Ferrero, Rizzo. Si vuole oggi rinverdire quelle gesta nel mare di Libia?

Il calendario della missione militare non è casuale, e non riguarda solo la partita migranti. La missione italiana è annunciata il giorno dopo l'incontro a Parigi del presidente francese Macron con al-Sarraj e il generale Haftar. Un incontro funzionale a rilanciare l'imperialismo francese quale forza egemone in Nord Africa, a tutela della presenza della Total in Cirenaica, e del controllo sulla fascia del Sahel (Niger, Mali, Ciad). L'imperialismo italiano, già in forte contrasto con gli interessi francesi su altri fronti (cantieristica), non è disposto a subire in silenzio. Dopo essersi accorto di essere salito sul cavallo sbagliato (al-Sarraj), mentre i francesi cavalcavano il vincente Haftar (col sostegno interessato di Egitto e Russia), il governo italiano ora cerca rimedio allestendo una propria diretta presenza militare sul campo a supporto degli interessi di Eni e del proprio ruolo negoziale in Nord Africa e sui confini del Niger: là dove passano le carovane tormentate dei migranti che Minniti vuole bloccare alla partenza. La pioggia di miliardi promessa dalla UE ai diversi governi africani interessati serve non solo a ingrassare le corrotte polizie locali e a dissodare il terreno per nuovi investimenti rapina (sotto la bandiera dell'“aiutiamoli a casa loro”), ma anche a coprire il braccio di ferro tra imperialismo francese e imperialismo italiano per l'egemonia nel Nord Africa.

I migranti e le loro sofferenze sono dunque ostaggio di una partita più grande tra le vecchie potenze coloniali. Anche per questo la mobilitazione contro la missione italiana non può muovere solo da un versante “democratico” a tutela dei migranti e dei loro diritti. Deve muovere anche da un'aperta denuncia degli interessi dell'imperialismo, innanzitutto del nostro imperialismo. Quello che piace a tanti improvvisati sovranisti (magari di sinistra), e che invece resta per noi, come un secolo fa, il nemico principale.


Marco Ferrando

giovedì 27 luglio 2017

IL SUCCESSO DI ALEXIS TSIPRAS: LA FAME DEI LAVORATORI GRECI

Il governo Syriza festeggia il ritorno della Grecia sui mercati



«Un successo assoluto»: così Alexis Tsipras ha salutato il ritorno della Grecia sul mercato dei capitali.

Di cosa si tratta? Si tratta del fatto che il governo greco è tornato a emettere bond sul mercato finanziario. Esattamente bond a cinque anni, che gli hanno fruttato tre miliardi di euro. Più di metà della somma raccolta è giunta dai vecchi creditori della Grecia, cioè dagli Stati e banche imperialiste che hanno affamato quel paese. A vendere i bond (in gergo si chiama “gestire il collocamento”) hanno pensato guarda caso sei grandi banche internazionali appositamente incaricate dal governo ellenico (BNP Paribas, Citigroup Global Markets, Goldman Sachs, Merril Lynch, Deutsche Bank, HSBC), le quali in parte hanno comprato direttamente i titoli greci, in parte li hanno piazzati ad altri acquirenti. Il tutto naturalmente in cambio di un rendimento (interesse sul debito) notevolmente elevato: 4,26 %. Per fare un raffronto i titoli italiani, grazie agli investimenti della BCE, sono oggi scambiati con un rendimento dello 0,80%.

Prima domanda: perché i creditori imperialisti sono tornati a comprare i titoli greci? Perché Tsipras si è sufficientemente prostrato in questi due anni a tutte le richieste degli strozzini della troika per guadagnarsi una medaglia di affidabilità. Seconda domanda: perché rendimenti tanto elevati sulle nuove emissioni? Perché il capitale finanziario conosce bene il collasso dell'economia greca (crollo del 25% del pil, debito al 180%) - prodotto della sua stessa rapina - e dunque si cautela (da perfetto strozzino) con alti interessi... a loro volta volàno di nuovo debito, in una spirale senza fine. L'unica cosa chiara è che a pagare il conto sono chiamati come sempre i lavoratori, i disoccupati, la popolazione povera di Grecia. Gli stessi che hanno retto sulle proprie spalle la bancarotta del capitalismo greco e gli effetti della crisi mondiale.

Mentre la sinistra riformista continua a benedire Tsipras, il Sole 24 Ore ha commentato con cinica soddisfazione: «...Un ex giovane comunista come Tsipras si è convertito dalla politica suicida di collisione con la UE alla stagione di austerità e riforme strutturali» (26 luglio). È un bilancio di verità: l'unico assoluto successo di Tsipras è il successo dei creditori imperialisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 26 luglio 2017

DIETRO SICCITÀ E INCENDI IL FALLIMENTO DEL CAPITALE



Gli intellettuali borghesi accusano i marxisti con bonaria sufficienza di pregiudizio ideologico verso il capitalismo. In realtà manifestano, in forma capovolta, il proprio pregiudizio ideologico. Lo dimostrano i fatti più semplici.

L'Italia (ma non solo, vedi Portogallo e USA) è investita in queste settimane da una straordinaria siccità, un dilagare degli incendi, una gravissima carenza d'acqua. Sono fenomeni non casuali. Le stesse commissioni di studio dell'ONU prevedevano già nel 2007 che “...le emissioni di CO2 e di metano porteranno siccità frequenti e prolungate con rischi d'incendio... Il problema dell'acqua aumenterà nell'Europa centrale e meridionale, dove i flussi estivi potrebbero ridursi dell'80%”. Testuale. Dunque i fenomeni riflettono indirettamente la distorsione di un modello economico fondato sul primato delle energie fossili, a sua volta dettato dalle ragioni di profitto. Di cosa parliamo se non del capitalismo?

Il punto è che il capitale non solo è incapace di intervenire sui problemi a monte che esso stesso crea, ma aggrava i loro effetti anche a valle. Il caso italiano è emblematico. I soli interventi di emergenza per spegnere gli incendi si confrontano col taglio drastico degli investimenti nella protezione civile realizzato da tutte le leggi finanziarie dell'ultimo decennio (dalle finanziarie di Prodi a quelle di Renzi). Parallelamente le aziende dell'acqua sempre più concentrate e privatizzate, e con tariffe sempre più esose, preferiscono distribuire i lauti dividendi agli azionisti piuttosto che investire nella riparazione delle tubature. Il fatto che l'incuria delle tubature disperda il 40% dell'acqua (il 44% a Roma) non è un problema degli azionisti. Che semmai provvederanno a reclamare l'aumento delle bollette per i consumatori. Mentre Stato e comuni (azionisti complici delle SPA dell'acqua) piangono ogni giorno sull'assenza di risorse pubbliche per la rete idrica e la protezione civile, quando pagano complessivamente alle banche quasi cento miliardi l'anno di soli interessi sul debito, e poi destinano altri venti miliardi a favore del “risanamento” di quelle stesse banche.

Questa è la realtà del capitalismo. Un mondo capovolto. Un sistema irrazionale e parassitario, capace di ingrassare il portafoglio degli azionisti ma incapace di risolvere persino il problema dell'acqua e del fuoco. Le sinistre cosiddette realiste che pensano di “riformare” il capitale, e di renderlo umano ed ecologico, vendono truffe, che servono loro unicamente per prenotare assessorati o ministeri al fianco dei partiti borghesi.
L'unica soluzione realista è il rovesciamento del capitalismo e la riorganizzazione della società dalle sue fondamenta. Solo un governo dei lavoratori può espropriare le aziende SPA che sfruttano l'acqua per ragioni di profitto, investire risorse massicce nella riparazione della rete idrica e nel risanamento ambientale, fare del risanamento del territorio la leva di un grande piano di lavori pubblici, capace oltretutto di creare milioni di nuovi posti di lavoro per lavoratori italiani e immigrati. Dove si prendono i soldi? Abolendo il debito pubblico verso le banche e nazionalizzando le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori. Ciò che solo un governo dei lavoratori può fare.

Questa è l'unica soluzione possibile. Il resto è chiacchiera e inganno.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 25 luglio 2017

ALTRI MILIARDI DELLO STATO PER SALVARE LE BANCHE E GARANTIRE PROFITTI

Concentrazione e centralizzazione di capitali con le tasche dei contribuenti e dei lavoratori


Mentre continuano le politiche di lacrime e sangue per i lavoratori e gli sfruttati, in tutto si regalano alle banche oltre 42 miliardi di euro e si consente di spalmare sulla collettività attraverso i meccanismi finanziari altri 26 miliardi di euro in titoli spazzatura. Questa è la volta di una doppia operazione MPS-banche venete, con il regalo di enormi capitali a Intesa San Paolo e lo scarico su collettività e lavoratori i costi del salvataggio e delle ristrutturazioni
Mentre continuano le politiche di lacrime e sangue per i lavoratori, i precari, i disoccupati e i migranti (causa di ogni male), la parte più consistente dei responsabili di questa crisi gode degli sforzi dello Stato e dei governi per poter forzare le regole europee e strappare la possibilità di salvare le tasche dei capitali finanziari e industriali.
Così, dopo gli oltre 37 miliardi di euro pubblici, tra garanzie, investimenti e acquisti di titoli tossici, per salvare le banche venete e garantire gratuitamente a Intesa San Paolo miliardi e miliardi di profitti e depositi, arriva la formalizzazione dell’operazione di salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena.

Altri 5,4 miliardi di euro pubblici per assumersi le perdite e 26,1 miliardi di titoli tossici spalmati sul mercato e su piccoli azionisti, diffusi tramite vari passaggi che prevedono il coinvolgimento del fondo finanziario Atlante2. Quest’ultimo, infatti, mostra come l’operazione banche venete e quella MPS siano strettamente collegate. Le lunghe trattative per cercare di non scontentare nessuna grande cordata di capitali si concludono con la scelta di accollare allo Stato, con una bad bank, i titoli tossici di quelle banche, regalare profitti e capitali a Intesa San Paolo, così Atlante2 - non più costretto ad occuparsi dei titoli tossici delle banche del Nord-est - può investire nella cartolarizzazione delle sofferenze di MPS, permettendo così allo Stato di divenire azionista di maggioranza fino a che tutta l’operazione di ristrutturazione non sarà conclusa. Solo allora verrà il momento per regalare nuovamente ai capitali privati un nuovo gioiellino che ha scaricato i costi del suo salvataggio sulla collettività.

Tra questi costi del programma di ristrutturazione di MPS - e nella stampa borghese vi si accenna sapientemente solo sottovoce – vi sono almeno 5.000 esuberi – posti di lavoro in meno, in qualsiasi modo si ottengano - e il taglio del 30% delle filiali con una bella aggressione al “costo e ai ritmi del lavoro”.

Ma non finisce qui. Tutte queste operazioni aprono lo scenario di un altro effetto domino. Perché appena si concluderà il cambio del pannolino alle venete e a MPS, si aprirà un nuovo caso di “necessaria ripulitura”. Quello delle Casse di Cesena, Rimini e S. Miniato che devono essere acquisite da Cariparma e Crédit Agricole Italia. Ovviamente i capitalisti coraggiosi si sentono sicuri di acquistare il tutto dopo che altri, principalmente lo Stato, si occupino di eliminare tutti i rischi e i titoli tossici “in eccesso” per altri due miliardi di NPL. L’ipotesi principale e preferita dai capitali finanziari, infatti, rimane quella sperimentata con Intesa San Paolo: una bella bad bank pubblica che si assorba debiti, sofferenze e titoli tossici per garantire profitti e accumulazione di capitali ai nuovi acquirenti.
Insomma, lo Stato mette a nuovo i pacchetti di capitali e mercato finanziario per fornirli senza rischi e complicazioni a cordate di capitali che possono migliorare i propri posizionamenti nelle classifiche del potere economico.
Nel frattempo continua la solfa del debito pubblico e della necessità di tagliare servizi, welfare, assistenza sociale e quant’altro, così come si pone come impensabile nel sistema del “libero mercato” l’intervento dello Stato per far pagare a industriali, banchieri e capitali privati di ogni sorta il costo del sistema che garantisce loro profitti, ricchezze e potere.

Lo Stato come capitalista collettivo e comitato d’affari della borghesia mostra sempre più il suo vero volto, ed è dovere di ogni sfruttato non accettare supinamente simili soprusi, simili dimostrazioni del disinteresse totale verso chi realmente produce e suda con le proprie sofferenze l’intero apparato produttivo, organizzativo e distributivo della società. Solo unendosi in una lotta generale per rivendicare condizioni di vita dignitose, salari adeguati e diritti sociali, economici e politici uguali per tutti si potranno mettere in discussione questi meccanismi. Solo battendosi per la nazionalizzazione di tutte le banche e istituti di credito in un’unica banca pubblica e gestita direttamente dai lavoratori e dall’intera società attraverso il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, si potrà dare un indirizzo diverso alle politiche di uscita dalla crisi economica oppure gli sfruttati rimarranno sfruttati e gli sfruttatori sempre più ricchi e potenti.

Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 23 luglio 2017

DALLA PARTE DEI PALESTINESI



Il governo Netanyahu, sostenuto dalla peggiore destra sionista, ha aperto il fuoco contro migliaia di palestinesi che manifestavano presso quella spianata delle moschee che era stata loro sbarrata.

Non si tratta di un episodio isolato. Lo Stato sionista sta cercando di capitalizzare a proprio vantaggio la dissoluzione generale dei vecchi equilibri del Medio Oriente per allargare e fortificare le proprie posizioni. Si fa scudo in particolare del nuovo corso ultrasionista di Donald Trump non solo per archiviare la recita delle famigerate “trattative di pace” ma per intraprendere un nuovo piano massiccio di espansione edilizia nella Cisgiordania occupata, tra gli applausi entusiasti dei coloni. Parallelamente Netanyahu fa il giro delle capitali europee per presentare lo stato di Israele come l'unico baluardo di garanzia contro il fondamentalismo musulmano. Da un lato cercando il sostegno dei governi “democratici” imperialisti, che da Macron a Gentiloni sono stati prodighi di riconoscimenti. Dall'altro civettando apertamente coi peggiori ambienti del populismo reazionario e xenofobo europeo, inclusi quelli di orientamento antisemita (Orban). A riprova una volta di più che il sionismo è nemico del popolo ebreo oltre che oppressore del popolo palestinese ed arabo.

Questa politica sionista troverà pane per i suoi denti nella resistenza palestinese. Non nei suoi gruppi dirigenti maggioritari, che o sono compromessi col sionismo (Abu Mazen) o hanno un profilo fondamentalista reazionario (Hamas). Ma nel corpo dei suoi combattenti, nella massa di una giovane generazione palestinese che per quanto in parte demotivata dalle sue direzioni non ha alcuna disponibilità a subordinarsi al tallone di ferro dell'occupazione sionista e della sua polizia.

Di certo i fatti dimostrano una volta di più che non c'è alcuna possibile soluzione della questione palestinese nel quadro della subordinazione all'imperialismo e al sionismo. Tutte le cosiddette soluzioni di pace con lo Stato sionista d'Israele, ogni volta presentate a sinistra come le uniche realiste, si sono dimostrate, oltre che subalterne, del tutto utopiche. Non può esservi alcuna pace giusta e durevole tra gli oppressi e gli oppressori. Solo il rovesciamento della dominazione sionista e imperialista può liberare i palestinesi dalla violenza dell'oppressione, che nega loro quotidianamente i diritti più elementari, e restituirli alla loro terra, che è il fondamento storico del loro pieno diritto alla autodeterminazione. Per una Palestina libera, laica, socialista, in una federazione socialista del Medio Oriente.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 17 luglio 2017

L'ULTIMA BATTAGLIA DI LENIN

da Unità di classe “LA RIVOLUZIONE E IL SUO CONTRARIO”
di Piero Nobili




Lenin negli ultimi anni della sua vita accentra la sua attenzione sui pericoli di una possibile degenerazione del partito che aveva fondato e portato alla vittoria. Soprattutto è preoccupato dal peso crescente della burocrazia all'interno dell'apparato.
Pur colpito da una grave malattia invalidante, Lenin concentra i suoi ultimi sforzi nella battaglia politica, torno a tre elementi centrali: difende il diritto di autodeterminazione dei popoli, e contrasta la politica di unione forzata delle nazionalità brutalmente avviata da Stalin; si schiera a favore del mantenimento del monopolio del commercio estero che Stalin  e Bucharin volevano abolire;  propugna il ripristino della democrazia operaia nel partito e nel governo dello Stato sovietico. Infine, in quelle note che vengono considerati il suo testamento, Lenin esprime un giudizio inequivocabile:

“Stalin è troppo brutale, questo difetto, mente tollerabile nel nostro ambiente… non lo è più nelle funzioni di Segretario generale. Propongo dunque ai compagni di studiare un mezzo per dimettere Stalin da questa carica…”

La morte, sopraggiunta all'inizio del 1924, impedirà di intervenire al XIII Congresso del Partito e di approfondire la battaglia politica che aveva iniziato a condurre contro la nascente burocrazia. Successivamente, l’opposizione allo stalinismo, dentro e fuori Unione Sovietica verrà proseguita da Trosky e da quei militanti bolscevichi, che sulla base dei principi leninisti della democrazia operaia e dell’internazionalismo proletario, lotteranno fino alla fine per difendere il programma rivoluzionario dell'ottobre, stravolto e tradito dalla controrivoluzione capeggiata da Stalin e della sua casta parassitaria.