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mercoledì 25 gennaio 2017

GIORNATA DELLA MEMORIA: PER EVITARE CHE SI PRODUCANO IN FUTURO NUOVE TRAGEDIE.



Come ogni anno il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, giornata con la quale si ricordano le vittime della Shoah, le vittime di Auschwitz, le vittime del delirio nazista che ha insanguinato di lacrime e sangue il secolo scorso. Giornata in cui si pratica il giusto ricordo di chi ha patito sulla propria pelle le tragedie della dittatura nazifascista. 

Questa memoria deve essere finalizzata a una pedagogia tesa ad evitare che in futuro tornino a ripetersi tragedie, istruire le nuove generazioni in modo che esse siano vaccinate rispetto a possibili ricadute come quelle avvenute nel novecento.

Talvolta, però, si utilizza la  Giornata della Memoria, o comunque del passato, per giustificare, ancora una volta, i rapporti di forza del presente, per giustificare la presenza illimitata della potenza stelle e strisce che ci ha liberato  dal nazifascismo e che ora diventa in qualche modo legittimamente permanente  sul  nostro territorio con le sue più di 200 basi militari.

Furono anche i sovietici a liberare l'Europa dai nazifascisti, aspetto che viene totalmente rimosso.

Paradossalmente la “memoria” tende a capovolgersi  in una “ideologia dell'oblio mediale” dove, in giornate specifiche, si ricordano, giustamente, certe tragedie e vittime delle guerre riducendo ,così, l'intera storia del novecento  come teatro degli orrori.

In questo modo si rimuove completamente il fatto che il novecento è stato anche il secolo del lavoro, è stato anche il secolo dei diritti sociali conquistati dai lavoratori, ciò che naturalmente in maniera niente affatto neutra, oggi tende a essere dimenticato perché in qualche modo “l'ideologia della Memoria” tende a prescrivere ai dominati un grande imperativo:” non provate mai più a cambiare il mondo, non provate mai più a rovesciare il rapporto di forza perché ogni volta che lo si rovescia si produce necessariamente Auschwitz o i Gulag”

Occorre valorizzare la memoria, la giusta memoria, quella che non usa le vittime come materiale umano da capitalizzare ideologicamente, in questo modo uccidendo una seconda volta , ma quella invece che rispetta le vittime ricordandole, facendo valere in maniera pedagogica la memoria per evitare che si producano in futuro nuove tragedie.

Partito Comunista dei Lavoratori

   Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”

venerdì 20 gennaio 2017

Con i lavoratori e le lavoratrici di Almaviva! No al ricatto dei padroni, mobilitazione generale subito!



Testo del volantino che verrà distribuito in occasione della manifestazione dei lavoratori di Almaviva sabato 21 a Roma


Dando seguito alle indicazioni espresse dai lavoratori e dalle lavoratrici nelle assemblee, la RSU di Roma ha fatto la coraggiosa scelta di non sottoscrivere un accordo che avrebbe portato al peggioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. L’accordo, già sottoscritto nella sede di Napoli, avrebbe previsto l’applicazione del controllo a distanza, l’aumento dei carichi di lavoro, la drastica riduzione dei salari, la cassa integrazione fino a marzo, e in ogni caso non avrebbe scongiurato i licenziamenti ma li avrebbe solo posticipati di tre mesi. Questa scelta è stata condannata e demonizzata dal Governo dal padronato e da tutta la stampa borghese, montando una campagna contro la stessa RSU, accusandola di essere responsabile dei licenziamenti

La SLC CGIL, senza contrastare l’obiettivo del Governo e padroni di dividere i lavoratori dei siti di Napoli e Roma, ha tentato di riaprire la trattativa per la sede romana attraverso un referendum, che ha convalidato l’accordo in un clima di estremo ricatto, con i licenziamenti alle porte e con l’accordo già applicato a Napoli. Questo non ha fatto retrocedere la parte padronale, che ha proseguito sulla strada dei licenziamenti, mettendo in luce la reale strategia di Almaviva, facendo anche presagire che l’accordo di Napoli, una volta compiuta la sua attuazione, porterà comunque agli esuberi.

L’accordo sottoscritto a Napoli e la sua applicazione coinvolge tutti i lavoratori del settore, in quanto sarà utilizzato dal padronato come modello nella trattativa in corso per il rinnovo del CCNL delle Telecomunicazioni. Come è stato un modello l’accordo peggiorativo firmato dai sindacati in Fincantieri cinque mesi prima della chiusura della trattativa del CCNL dei metalmeccanici. La firma di quell’accordo ha indebolito notevolmente la trattativa ed è stato il preludio per una chiusura disastrosa del contratto nazionale.

Nonostante le grosse pressioni mediatiche esercitate contro la RSU di Roma, nonostante la Cisl avesse raccolto 700 firme a favore dell’accordo, quasi il 40% di lavoratori e lavoratrici con un voto contrario ha continuato a respingere un accordo capestro. Questo fatto tiene aperta una strada su cui riorganizzare il contrasto ai licenziamenti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si schiera a fianco dei 1666 lavoratori e lavoratrici di Almaviva colpiti dai licenziamenti, a fianco della RSU che ha contrastato l’azione di Governo e padronato rifiutandosi di firmare questo pessimo accordo, e appoggia tutte le iniziative che i lavoratori metteranno in campo.

Serve da subito unificare le vertenze dei lavoratori e lavoratrici delle sedi di Almaviva di Roma e Napoli e di tutto il settore dei call center per contrastare i licenziamenti, creare le condizioni per una resistenza, e porre le basi per la rivendicazione dell’assunzione dei lavoratori dei servizi esternalizzati direttamente dalle ditte committenti.

È necessario costruire il più ampio fronte di lotta del movimento operaio e delle sue organizzazioni, dentro un quadro di contrasto alle politiche di governo e padronato. Una mobilitazione generale e di massa che metta in discussione tutti gli accordi sindacali a perdere che le burocrazie sindacali hanno concesso, che cancelli le leggi anti operaie che hanno precarizzato il lavoro e attaccato i diritti, a partire dal Job Act, e che metta in campo come parole d’ordine il blocco dei licenziamenti, la ripartizione del lavoro tra tutti e tutte con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, l’esproprio senza indennizzo e la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, che speculano e che inquinano. Solo questo programma può dare forza a una classe lavoratrice sfruttata e oppressa e può aprire lo spazio per l’unica soluzione di classe della crisi capitalistica.

Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, può realizzare una vera “repubblica fondata sul lavoro”: rovesciando il potere dei capitalisti e concentrando nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici le leve della produzione.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico che non ha mai tradito i lavoratori, si batte ogni giorno per questa prospettiva. L'unica vera alternativa.

Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 18 gennaio 2017

21 GENNAIO 1921: NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA!

Ricordo di Antonio Gramsci



Sono trascorsi 96 anni da quel 21 gennaio 1921, nel quale a Livorno i comunisti e gli elementi di avanguardia della classe operaia italiana fondarono il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale comunista.
La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine, nel biennio 1919-20, a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell'occupazione delle fabbriche: una situazione dove Antonio Gramsci fu uno dei principali protagonisti e fondatore del Partito.
Antonio Gramsci ha segnato profondamente le vicende politiche e filosofiche culturali del 900. Da un po' di anni a questa parte sembra invece, fatalmente, essere uscito di scena. Anche la casa che fu di Gramsci, in cui abito Gramsci a Torino, è diventata recentemente un Hotel di lusso a 5 stelle chiamato , per ironia della sorte, Hotel Gramsci. Ecco questo passaggio tragico dalla lotta per l'emancipazione umana, per la speranza sociale di un mondo più giusto e meno egoista  al benessere individuale dell'Hotel Gramsci, sembra riassumere in se l'assenza di Gramsci,  la doppia morte a cui è stato condannato. Gramsci nelle sue lettere parla di doppio carcere, quello inflitto dal potere fascista e quello  dei suoi affetti da cui era stato escluso per via della detenzione.
Gramsci, quand'anche uno non avesse mai letto le sue opere, rappresenta un'icona di riferimento se non altro per il coraggio eroico di cui ha dato esemplare prova con la propria vita. Gramsci fino in fondo è stato coerente, non ha mai chiesto la grazia, ha pagato sulla propria carne viva le conseguenze della propria coerenza, fino in fondo ha testimoniato eroicamente della propria esistenza e del proprio coraggio. C'è una lettera molto bella che Gramsci scrive al fratello Carlo nel1928 in cui dice testualmente” …non voglio fare né il martire né l’eroe, credo di essere semplicemente un uomo medio che ha le sue convinzioni profonde e che non le baratta per niente al mondo.
Ecco crediamo che questa sia una eredità fondamentale per tutti noi.
Gramsci ci ricorda tutta una serie di passioni nobili come il coraggio, la ricerca di un ulteriore dignità morale, una città futura, come amava dire lui, in cui l'uomo finalmente realizzi le sue possibilità e tutte  le cose che oggi sembrano essere fatalmente uscite dall'orizzonte in un tempo in cui domina ovunque il fanatismo dell'economia, il cieco cinismo del “mors tua vita mea”, tutta una serie di passioni tristi come la rassegnazione, la paura, contro le quali Gramsci  si era armato  con il suo ottimismo della volontà.  Gramsci ci insegna  a resistere in questo clima desertico desolante in cui ci troviamo a vivere, in cui domina quello che Gramsci stesso chiamava con un'espressione insuperabile il “cretinismo economico” . La volontà, appunto, di calcolare, di risolvere i problemi solo e sempre sul piano della quantità e della cifra, in una rimozione integrale della cultura della politica di ogni dimensione più nobile nell'essere umano. In questo senso vi è in Gramsci un’attualità da cui bisogna ripartire nell'odierno scenario desolante. La volontà ottimistica che cerca qualcosa di più grande rispetto alla miseria del presente che  non si arrende  quando tutto sembra perduto. C'è una lettera molto bella che Gramsci, dal carcere, manda i suoi cari.” Mi sono convinto che anche quando tutto è appare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all'opera rincominciando dall'inizio”.
Nel febbraio del 1917, cento anni fa, esce sul giornale “ Città Futura” uno dei testi più conosciuti, anche da chi non studia Gramsci,  “Odio gli Indifferenti”
Un testo fondamentale, un vero e proprio grido di battaglia contro quella patologia dominante, oggi più di ieri, che è l'indifferenza.
L'indifferenza è quell'atteggiamento grigio, passivo di chi in maniera rassegnata accetta la realtà non perché sia buona e giusta ma semplicemente perché  non ha la volontà, né il coraggio di battersi per riconfigurare l’esistente quand'anche  massimamente ingiusto. Gramsci proprio contro questa passione fredda triste che è l'indifferenza esordisce in questo testo del 17 con una passione calda come l’ odio,  passione calda che poi nei “Quaderni del carcere” si trasformerà come rabbia appassionata  di chi non accetta l'esistente di chi parteggia. Sono partigiano vivo sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della Città Futura che la mia parte sta costruendo”. Qui vibra la volontà gramsciana di edificare una città futura da contrapporre alla società  dominante del mondo,  la società capitalistica, del tempo in cui vive Gramsci e a maggior ragione la società dell'odierno monoteismo del mercato che viviamo.
Dovere dei comunisti, in questo generale venir meno delle coscienze, delle fedi, della volontà, in questo imperversare di bassezze, di viltà, di disfattismi è quella di costruire un partito a difesa dei lavoratori,  dei più deboli, degli sfruttati, per un governo dei lavoratori, distinguersi, appunto ,da un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo.
Il Gramsci di ieri è più attuale che mai “O di là o di qua; o con la socialdemocrazia o col comunismo”.

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”

mercoledì 11 gennaio 2017

PER UNA RISPOSTA DI CLASSE ALLA CRISI IN CORSO. PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA DOPO LA SCONFITTA DEL TENTATIVO BONAPARTISTA DI RENZI, DOPO LA CAPITOLAZIONE FIOM SUL CCNL, SVILUPPIAMO L’INTERVENTO POLITICO E SOCIALE DEL PCL PER UNA PRIMAVERA DI LOTTA RISOLUZIONE CONCLUSIVA DEL CONGRESSO NAZIONALE DEL PCL



UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ, CON IL CRESCENTE RISCHIO DI DERIVE REAZIONARIE

Il referendum del 4 dicembre ha rappresentato uno snodo dell'evoluzione politica italiana.
La crisi del renzismo ha trovato il proprio riflesso nella clamorosa sconfitta del governo. La vittoria del No ha superato ogni previsione (59%), nel quadro di una partecipazione per molti aspetti straordinaria (quasi il 70%). La composizione sociale, generazionale e territoriale del No è stata altrettanto significativa: lavoro dipendente, giovani sotto i quarant'anni, periferie cittadine e metropolitane, Mezzogiorno d'Italia e isole. Sul No si è riversata la sofferenza della maggioranza della società italiana, in tutte le sue principali espressioni, sullo sfondo della grande crisi dell'ultimo decennio. Il No ha dunque travalicato lo stesso sentimento di ostilità verso il governo: ha rappresentato una crisi complessiva di rigetto delle politiche dominanti dettate dalla crisi e dei loro effetti sociali. Al tempo stesso è parziale interpretare questo risultato come una pura espressione sociale. Questo diffuso sentimento antisistema si combina infatti con la tenuta dei blocchi reazionari che si fronteggiano nello scenario italiano: quello leghista (voto veneto), quello berlusconiano (seppur oggi ridotto), quello grillino (periferie urbane). La sovrapposizione della geografia del No con quella elettorale del paese, confermata da tutte le analisi, riflette anche la perdurante influenza del populismo reazionario tra i salariati, i disoccupati e nella giovane generazione. Liberare la pulsione classista del voto dall'involucro populista che le si sovrappone è il compito della politica di classe. A partire dai milioni di No provenienti dal versante dell'opposizione classista e di sinistra su Jobs Act , Buona scuola, politiche ambientali.

La disfatta del renzismo non investe unicamente le prospettive del progetto bonapartista racchiuso dalla controriforma costituzionale.
In primo luogo investe gli equilibri politici di governo. Renzi, ancora a capo del PD, sogna la propria rivincita (primarie ed elezioni anticipate), capitalizzando larga parte del 41% di Sì. Tuttavia questa operazione sconta diverse difficoltà: la diffidenza di parte importante della grande borghesia la resistenza inerziale di vasti settori parlamentari ed istituzionali (a partire dal Presidente della Repubblica); un’immagine pubblica, già sfregiata dal risultato referendario, che viene ulteriormente sfigurata dalla smaccata continuità col governo precedente. Il piano di rivincita coltivato da Renzi, per quanto reale e determinato, è dunque tutt'altro che scontato nel suo esito.
In secondo (ma non secondario) luogo, il crollo di una controriforma che concentrava i poteri nel Governo (nei confronti del parlamento) e nello Stato (nei confronti delle Regioni) è il fallimento di una possibile soluzione della crisi politico-istituzionale borghese. Dunque segna l'apertura di una nuova fase di riorganizzazione. Le dimissioni del governo, la rapida formazione del nuovo esecutivo Gentiloni, segnano solo l'inizio di questo convulso processo. Il quadro tripolare del sistema politico mina le prospettive di stabilità politica e istituzionale: nessuno appare oggi in grado di costruire attorno a sé un blocco maggioritario. La stessa discussione sulla nuova legge elettorale rivela la difficoltà di uno sbocco.

A ciò si aggiungono le incognite sulla tenuta dei diversi poli, attraversati ognuno da evidenti linee di frattura interne. Dissolto il vecchio bipolarismo, sconfitto il progetto bonapartista, il sistema politico non ha un baricentro. Mentre si conferma una irrisolta crisi bancaria (Monte dei Paschi) e l'instabilità degli assetti del capitalismo italiano (acquisizione di Pioneer da parte francese, guerra in Confindustria sul Sole 24 Ore, iniziativa corsara del capitale francese su Mediaset), sullo sfondo di quella immutata crisi dell'Unione Europea cui la sconfitta di Renzi in Italia aggiunge un nuovo tassello, nella prospettiva di una chiusura del Quantitative Easing della BCE e delle sue conseguenze sulla tenuta del debito pubblico italiano e sui suoi livelli di governabilità.

In questo quadro di grande instabilità politica e sociale, emerge un nuovo protagonismo ed una rinnovata forza sociale delle forze reazionarie di massa, sia nelle sue più classiche versioni xenofobe e nazionaliste (la Lega di Salvini e le forze dell’estrema destra), sia nelle nuove forme ibride e confuse del grillismo e del M5S. Forze che colgono il vento di una crescita significativa di queste tendenze in tutto il continente europeo, sospinte dalla perdurante crisi, dal precipitare della competizione fra poli e blocchi commerciali, dal persistente odore di guerra che serpeggia su quasi tutti i confini (Europa orientale, Medio Oriente, Nord Africa), dalla crisi dei profughi, da una sinistra riformista subalterna al quadro capitalista, dalla crisi diffusa del movimento operaio. Forze che oggi colgono anche un possibile ed incipiente cambio di fase nelle politiche internazionali, con la conquista del governo di uno dei principali poli capitalisti: l’amministrazione Trump potrebbe nei prossimi mesi attivare una decisa svolta nella gestione capitalista della crisi, con la definitiva archiviazione dei grandi accordi commerciali (TTIP e TTP), l’apertura di conflitti commerciali (con la Cina e non solo), la ripresa di una spesa pubblica statale per sostenere la domanda interna. Una svolta che potrebbe a sua volta dare nuovi ragioni nella propaganda di massa di queste forze reazionarie, ma soprattutto che potrebbe forgiare nuove alleanze con settori significativi dei grandi capitali, nazionali ed europei, disegnando una loro possibile ascesa al governo anche in Stati chiave del continente europeo (dalla Francia alla stessa Italia).


IL CONTRATTO DEI METALMECCANICI: UN CAMBIO DI FASE NEI RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI

Il 26 novembre scorso, pochi giorni prima del referendum, FIM, FIOM e UILM hanno siglato il primo rinnovo unitario del contratto dei metalmeccanici dal 2008. Da mesi era in corso una prova di forza. Il padronato si era posto esplicitamente l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali, sospinto dalla lunga crisi (dalla necessità di recuperare margini di profitto a partire dai costi) e dall’indebolimento sindacale - della classe nel suo complesso - dopo la sconfitta sul Jobs Act. La FIM di Bentivogli, dopo FCA, condivideva l’obbiettivo di ridefinire il CCNL, andando oltre l’impianto delle confederazioni (CGIL-CISL-UIL chiedevano, all’inizio della stagione dei rinnovi, aumenti nazionali in grado anche di redistribuire la produttività, cedendo invece sull’organizzazione del lavoro): chiedeva però aumenti più diffusi e la definizione di criteri omogenei per gli aumenti sul secondo livello. La FIOM, smantellata la fallimentare “coalizione sociale” ed alla ricerca di una gestione unitaria in CGIL (ingresso di Landini in Segreteria), si predisponeva a siglare in ogni caso un contratto, ma chiedeva delle minime condizioni per giustificare la capitolazione. In questo teatrino, nessuno aveva interesse a far scendere in campo lavoratori e lavoratrici: per mesi la trattativa si è trascinata senza scioperi, assemblee o mobilitazioni di massa. La stessa FIOM non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento ed ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Con l’autunno l’accordo è arrivato.
Non è solo un pessimo rinnovo. Sicuramente distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Soprattutto, però, sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo i rapporti di forza complessivi della classe: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori). Questa capitolazione, comunque, non è solo responsabilità della FIOM. Per contrastarla sarebbe stata necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno nella sinistra ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici. È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà. I metalmeccanici però sono stati lasciati soli, per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un’opposizione a questo contratto sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici ma per tutto il mondo del lavoro un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la “coalizione sociale”). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL. Una CGIL che, concentrata sui referendum e sulla ricerca illusoria di un accordo padronale, non intende comunque sostenere e promuovere nessuna mobilitazione, nessun conflitto sociale nei prossimi mesi.


UN FRONTE UNICO DEL LAVORO, CONTRO RENZISMO E DERIVE POPULISTE

In questo quadro generale di crisi sociale, politica, istituzionale, è necessario battersi per una azione di classe indipendente del movimento operaio, che entri nel varco aperto dalla sconfitta politica del renzismo per costruire uno sbocco e una prospettiva classista. In aperta contrapposizione alle tre destre che dominano lo scenario politico. È necessario cioè rivolgersi a quel diffuso sentimento antisistema che ha sostenuto il No al referendum, all’insieme dei settori popolari colpiti dalla crisi ed al complesso del mondo del lavoro, per far emergere uno sbocco politico alternativo a quello delle destre, dei movimenti populisti e delle forze reazionarie di massa. Trasformare cioè il No a Renzi nel rilancio di una mobilitazione unitaria e di massa che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi reazionarie del renzismo, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola; trasformare la mobilitazione contro le leggi di Renzi nella rottura generale con la stagione trentennale delle politiche antioperaie di austerità e sacrifici: questo è l'asse di iniziativa e proposta del nostro partito nella fase apertasi dopo il 4 dicembre.
Per questo l’iniziativa del PCL, nella propaganda e nell’azione politica, deve essere principalmente e prioritariamente diretta alla costruzione di un fronte unico del lavoro, sul piano politico e su quello sociale. In primo luogo sul terreno concreto e diffuso che può offrire ogni occasione di mobilitazione e di lotta unitaria: in difesa di aziende o settori di lavoro, di diritti sociali e civili, o contro leggi, normative, disposizioni locali e nazionali che possano innescare dinamiche di questo genere. In secondo luogo, sul piano più generale, con un appello ed un’azione pubblica rivolta a tutte le organizzazioni sindacali e di massa che si sono pronunciate formalmente per il No alla riforma costituzionale di Renzi, e che hanno promosso referendum abrogativi delle sue leggi peggiori (Jobs Act), perché passino dalle parole ai fatti. Perché rompano col governo Gentiloni, continuità mascherata del renzismo e delle sue leggi. Perché rompano con Confindustria, massima sostenitrice del Jobs Act. Perché promuovano una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che ponga finalmente al centro dello scontro un'agenda di rivendicazioni operaie capace di configurare una soluzione di classe della crisi sociale e politica. La proposta del fronte unico di classe e di massa deve divenire uno strumento di aperta denuncia dell'immobilismo delle burocrazie, e di relazione con l'avanguardia larga di classe.
I poli reazionari convergono sulla richiesta di elezioni politiche anticipate, nell'intenzione non solo di rafforzarsi nello scontro reciproco, ma anche di evitare il referendum sociale sul Jobs Act. Il loro obiettivo comune è evitare l'irrompere della questione di classe come terreno centrale di confronto. In aperta contrapposizione alle tre destre poniamo l'esigenza esattamente opposta. Non si tratta di attendere il referendum in una logica istituzionale. Si tratta di assumere il tema della cancellazione delle leggi del renzismo come leva e campagna di mobilitazione di massa. Che è anche la via, di riflesso, per vincere un domani sul terreno referendario. Ma soprattutto è la via per segnare una svolta nei rapporti di forza, disgregare i blocchi sociali reazionari, aprire il varco a una prospettiva di classe alternativa. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.


PER UN'INIZIATIVA CLASSISTA E ANTICAPITALISTA NELLA CRISI

Questa azione politica, volta a sostenere ogni occasione di fronte unico, volta ad appellarsi alle principali organizzazioni della sinistra per una ripresa delle mobilitazioni, non può comunque fare a meno di confrontarsi con la realtà della capitolazione della FIOM, con la scelta della CGIL di sospendere ogni mobilitazione nell’attesa dei referendum sul Jobs Act (nell’attesa cioè di poter riprendere forza per via elettorale, per potersi nuovamente sedere ai tavoli della concertazione con governo e padronato).
Nel contempo, infatti, alcuni settori di classe sono disponibili alla resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova ascolto, consenso e coinvolgimento in settori significativi di classe. È questo il segnale che ci arriva dal voto nel contratto dell’igiene ambientale (43% di contrari nel settore pubblico), dagli scioperi nazionali nelle ferrovie e locali dei ferrotranvieri, dalle lotte della logistica come da alcune mobilitazioni studentesche. È, soprattutto, il segnale che ci arriva dal No al rinnovo del CCNL metalmeccanico, che si è espresso in particolare nelle grosse industrie, non solo dove è influente l’opposizione CGIL o qualche sindacato di base (Dalmine di Bergamo, Fincantieri di Marghera e di Ancona, cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, Marcegaglia di Forlì, Same, Piaggio, GKN, Ilva, STM di Agrate e di Catania, Ansaldo, AST di Terni, ecc.). Sul terreno dell'azione di avanguardia siamo quindi impegnati a contrastare questa nuova stagione di subalternità, non solo tra i metalmeccanici, ma anche in generale sul patto di fabbrica con Confindustria come nell'accordo sul pubblico impiego. Da qui la contrapposizione alla burocrazia sindacale, per una direzione alternativa del movimento operaio. Da qui il sostegno ai coordinamenti del No, nei metalmeccanici come in altri settori, come ad ogni altra forma di larga avanguardia che dovesse determinarsi.
Non solo. La nostra azione d’avanguardia può rivolgersi anche su un terreno più generale e politico, avanzando una proposta di unità d’azione alle altre forze classiste e anticapitaliste, per sostenere una ripresa conflittualità sociale davanti allo stallo della sinistra riformista. Un’azione che, ovviamente, non può esser sostitutiva e non può pensarsi sostitutiva del fronte unico, della priorità di una ripresa della mobilitazione di massa nel nostro paese. Un’azione politica di avanguardia può però permettere la ricomposizione di percorsi e appuntamenti di lotta, che possono svolgere un ruolo anche significativo nel mantenere accesa, anche nella percezione di massa, la prospettiva di un’alternativa di classe.

Questa unità d’azione può allora esser condotta localmente, per sostenere la conflittualità diffusa di movimenti e iniziative di lotta, nei posti di lavoro come sul territorio. Questa unità d’azione può esser condotta anche nazionalmente, per produrre almeno in una dimensione di avanguardia alcune possibili ricomposizioni, anche parziali. Un’azione da verificare, in primo luogo, nella costruzione di alcuni appuntamenti di lotta nella prossima primavera, che non lascino vuote le piazze del nostro paese: l’8 marzo il movimento di lotta dello scorso 26 novembre sta programmando uno sciopero dello donne; allo stesso modo, si pone l’opportunità di convocare un corteo unitario dell’estrema sinistra, della sinistra sindacale, dei movimenti antagonisti. Impegnandosi per evitare che, come lo scorso autunno, come gli scorsi anni, queste occasioni diventino il terreno di demarcazione delle diverse organizzazioni o dei diversi percorsi. Questa unità d’azione può quindi esser verificata innanzitutto a partire da alcuni soggetti con cui condividiamo una matrice classista, pur nella diversità dei progetti politici e delle impostazioni teoriche (Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, SGB, CUB, SiCobas...). Un coordinamento nell’azione con queste forze che, in questo quadro, ci può permettere anche di verificare possibili convergenze in funzione di un bilanciamento di quelle forze e quei settori neosovranisti e neocampisti, che stanno provando a sviluppare campagne d’egemonia sull’estrema sinistra.


PER UNA SINISTRA CLASSISTA E RIVOLUZIONARIA, PER LO SVILUPPO DEL PCL

Il fronte unico del lavoro, l’unità d’azione nell’avanguardia sociale e di classe, il coordinamento della nostra azione con l’avanguardia politica classista, sono tutte linee d’intervento per la prossima primavera dirette a riprendere il conflitto sociale nel nostro paese. In tutte queste iniziative, la nostra proposta deve esser quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare una soluzione di classe e anticapitalistica alla crisi della Repubblica. Un programma transitorio che, partendo dalla coscienza diffusa, dalle contraddizioni e dai conflitti presenti, indica la necessità e la prospettiva della rivoluzione. Questa prospettiva è e resta la nostra linea strategica di demarcazione dal resto della sinistra politica.

La sinistra politica riformista, già vittima negli anni del proprio suicidio politico, è del tutto incapace anche solo di prospettare una soluzione indipendente della crisi politica e sociale. La dissoluzione di SEL è emblematica. La sua ala destra (Pisapia) si candida addirittura a supporto postumo del renzismo integrandosi direttamente nell'operazione del suo rilancio. Un'altra sua componente (Smeriglio) punta a ricomporre il vecchio centrosinistra puntando sulla minoranza del PD liberale (Bersani). Un'altra componente ancora (Fratoianni) punta ad una stagione ritemprante di opposizione per ricostruire le condizioni contrattuali di un centrosinistra futuro. Sinistra Italiana si annuncia come quadro costituente della continuità riformista: un'autonomia nazionale obbligata dal PD, imposta dal renzismo, in funzione della prospettiva di ricomposizione di una alleanza di governo col PD, una volta rimosso l'ostacolo Renzi. Mentre il PRC è segnato da una totale afasia politica, imprigionato dal fallimento di Tsipras e dai suoi effetti deflagranti sull'intero quadro del Partito della Sinistra Europea.
Parallelamente, sul versante centrista, Rete dei Comunisti e gruppo dirigente USB rilanciano il proprio impasto politico-culturale di neosovranismo nazionalista e di mitologia costituzionalista (“applicare la Costituzione”): subalterni al tempo stesso sia al grillismo, sia alla tradizione del riformismo italiano.

La costruzione di una sinistra rivoluzionaria classista attorno alla prospettiva del governo dei lavoratori si conferma come l'unica soluzione progressiva della stessa crisi della sinistra italiana. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la traduzione politica di questa necessità.
In questo quadro, si pone il prossimo appuntamento delle elezioni politiche, nel 2017 o nel 2018. Non sappiamo ancora con quale legge elettorale si svolgerà. Se rimarrà, in un Italicum modificato o in un Mattarellum rivisto, la moltiplicazione di piccoli collegi, sappiamo anche che sarà particolarmente difficile una nostra presentazione nazionalmente significativa. La presenza di una sinistra rivoluzionaria anche sul piano elettorale, nel quadro della crisi politica, sociale ed istituzionale che l’Italia sta attraversando, può esser un elemento importante per riattivare una coscienza politica di classe diffusa; la presenza del PCL in questo appuntamento, uno snodo rilevante per la sua costruzione ed il suo sviluppo. Per questo, nel quadro dell’impostazione sulla linea elettorale definita negli scorsi congressi e ribadita in quello attuale, il PCL tenterà in ogni modo di esser presente a quell’appuntamento, come ad esser in ogni caso presente nei grandi centri, in occasioni delle elezioni comunali che dovessero presentarsi nei prossimi anni.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 2 gennaio 2017

Verso il quarto Congresso nazionale del PCL



Tra il 5 e l'8 gennaio si terrà a Rimini il quarto Congresso nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori.
Il Congresso affronta tre ordini tematici: l'analisi della crisi mondiale, la crisi del movimento operaio internazionale, le prospettive della rifondazione della Quarta Internazionale; l'analisi della crisi sociale e politica italiana, la linea di azione e proposta del PCL per il rilancio dell'opposizione di classe e la costruzione del partito rivoluzionario in Italia; i compiti di costruzione politico organizzativa del PCL.

La crisi capitalistica internazionale ed europea, prolungata ed irrisolta, scarica i propri effetti sulle condizioni materiali di vita e di lavoro del proletariato. Al tempo stesso sospinge una polarizzazione politica che scuote le forme tradizionali della politica borghese. La vita politica americana ed europea è profondamente segnata da questa dinamica. Il fenomeno Trump negli USA, la massa critica di populismo reazionario che monta in Europa, misurano non solo la profondità della crisi capitalista e la crisi di egemonia dei partiti dominanti tradizionali, ma anche il ritardo storico del movimento operaio nell'imporre la propria soluzione alternativa. Ciò che spinge una parte del proletariato, settori sociali declassati, classi medie impoverite dalla crisi, nelle braccia delle demagogie reazionarie.
Parallelamente, tutte le vecchie suggestioni riformiste, in tutte le loro declinazioni (la “riforma democratica e sociale dell'Unione Europea”, le illusioni sovraniste su un possibile capitalismo nazionale riformato, le mitologie sui nazionalismi riformisti latinoamericani in salsa chavista, lulista o kirchnerista) sono travolte una dopo l'altra dalla dinamica della crisi mondiale, e dalla esperienza dei fatti. Il volto del governo Tsipras quale governo di austerità e sacrifici, al soldo della troika, è l'epitaffio crudele delle illusioni riformiste.

In Italia, la particolare profondità della crisi capitalista e della crisi congiunta del movimento operaio (arretramento dei suoi livelli di mobilitazione, di coscienza, di rappresentanza politica) hanno insieme alimentato lo sfondamento del populismo reazionario tra gli stessi salariati, sia esso di governo (renzismo) che di opposizione (lepenismo salviniano e grillismo). Ma la borghesia fatica a trovare una forma politica stabile del proprio dominio. Il progetto bonapartista del renzismo ha subito una autentica disfatta il 4 dicembre, e con esso un progetto di stabilizzazione reazionaria del sistema politico istituzionale. Nel varco aperto dalla crisi del renzismo, va ora rilanciata una opposizione sociale unitaria e di massa capace di imporre al centro dello scontro un'agenda indipendente del movimento operaio. Che riconduca le rivendicazioni immediate della classe all'unica possibile soluzione progressiva della crisi sociale e politica, una soluzione rivoluzionaria, anticapitalista, socialista: la prospettiva della Repubblica dei lavoratori, basata sulla loro organizzazione e la loro forza.

La costruzione del partito rivoluzionario risponde a questa necessità: elevare la coscienza della classe, e innanzitutto della sua avanguardia, all'altezza della necessità storica della rivoluzione socialista. Da qui l'esigenza di un partito radicato nella classe, nelle sue organizzazioni, nelle sue lotte. Un partito capace di lottare per l'egemonia alternativa sulla classe, e al tempo stesso per l'egemonia anticapitalista della classe lavoratrice sull'insieme delle masse oppresse e sfruttate. Un partito capace di portare in ogni lotta particolare il senso di una progetto rivoluzionario generale. Un partito capace di recuperare la tradizione migliore del marxismo rivoluzionario e di porla al servizio della nuova generazione. Un partito che va costruito su scala mondiale e in ogni paese.
Questa è la cornice comune di riflessione e di indirizzo del quarto Congresso nazionale del PCL. Dentro questa cornice comune, nello spirito della democrazia rivoluzionaria, si confrontano anche elementi diversi di impostazione: sulla relazione tra propaganda e agitazione rivoluzionaria, sulle articolazioni della proposta di fronte unico di classe, sul rapporto tra l'intervento centrale nella classe e la battaglia politica a sinistra, sulla relazione tra battaglia di classe e uso rivoluzionario delle tribune elettorali, su come tradurre le necessità della politica rivoluzionaria sul terreno delle forme organizzative di partito, entro la comune tradizione leninista. In questo quadro si sono espresse tre diverse piattaforme congressuali. La piattaforma A, espressa dalla larga maggioranza del CC uscente, su una linea di continuità degli indirizzi generali del partito, seppur aggiornati e articolati; la piattaforma B, espressa da una minoranza del CC, su una linea di svolta politico-organizzativa; la piattaforma C, espressa da un compagno del CC, su una linea di diversa analisi del quadro internazionale con le relative implicazioni di indirizzo.

Il PCL non ha mai avuto paura della discussione e del confronto interno, a differenza delle sette o dei partiti riformisti. Al contrario, nella migliore tradizione del bolscevismo, vuole fare del proprio congresso una scuola di formazione e di costruzione del partito.

I documenti politici congressuali delle diverse piattaforme vengono dunque pubblicati e posti a conoscenza dell'avanguardia di classe, dei movimenti sociali, dei militanti più avanzati della sinistra politica. Conquistare le avanguardie politiche e sociali della classe al programma del partito, coinvolgerli nella riflessione e confronto tra rivoluzionari, guadagnarli alla nostra organizzazione e alla sua democrazia, è parte integrante della costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori.



Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 28 dicembre 2016

CONTRATTO DEI METALMECCANICI: LA CONCLUSIONE DI UNA PARABOLA DELLA FIOM



Ripartire dal dissenso per organizzare la resistenza

Con grande trionfalismo FIM, FIOM e UILM hanno dichiarato che l’ipotesi di accordo firmata il 26 novembre è stata approvata dai lavoratori e dalle lavoratrici del settore metalmeccanico con una percentuale dell’80%. Questo dato, che a una prima lettura sembra quasi un plebiscito nei confronti dell’accordo ed un successo dei sindacati firmatari, deve esser guardato con attenzione. L’approvazione dell’accordo, infatti, non è mai stata in discussione, come invece lo è stato in altre recenti consultazioni di questa stagione contrattuale (vedi, ad esempio, il rinnovo dell’igiene ambientale, bocciato secondo i dati ufficiali dal 43% delle aziende pubbliche del settore, nella realtà in quasi tutti i grandi stabilimenti – Genova, Roma, Milano, Bari, ecc. – ed in tantissimi di quelli piccoli, probabilmente dalla maggioranza di lavoratori e lavoratrici coinvolti.)

In primo luogo i metalmeccanici implicati dal contratto erano oltre un milione e mezzo. Non solo la classe operaia centrale, quella organizzata delle grandi e delle medie fabbriche, ma anche quella dispersa nel disperso tessuto produttivo italiano di piccole e piccolissime aziende. Non solo quella delle fabbriche più combattive, in cui sono influenti i delegati e le delegate della sinistra FIOM o (in qualche caso) dei sindacati di base, ma anche quella che segue le indicazioni della FIM, della UILM o che non è neppure sindacalizzata.
Certo, questo era un pessimo contratto. Non solo perché distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Era molto di più. È un rinnovo che sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo significativamente i rapporti di forza complessivi della classe lavoratrice: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza o anche solo della produttività nel CCNL; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel CCNL 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori).

Però questo contratto, per esser bocciato dalla maggioranza degli operai, avrebbe avuto bisogno di un clima diverso, nella classe e nel Paese. Sarebbe stato necessario costruire questa vertenza in un quadro di mobilitazione e partecipazione, coinvolgendo nella discussione e nella lotta in difesa del contratto nazionale l’insieme della classe. Sarebbe stata cioè necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Non la FIOM, che sin dall’inizio dell’anno si apprestava a firmare un contratto purchessia, spinta dalla ricerca di un nuovo patto di gestione con Camusso e di un nuovo ruolo per Landini, nella segreteria confederale CGIL. Per questo non ha puntato su scioperi e mobilitazioni, per questo non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento, per questo ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Non è solo responsabilità della FIOM, però. Anche l’insieme della sinistra politica e sociale del nostro paese non ha contribuito a sostenere la partecipazione su questo rinnovo. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici del nostro paese.
È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra di massa bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà; però poi negli ultimi mesi si parla soprattutto di rapporto con il PD, di alchimie elettorali, di Brexit e di Trump. Di Monfalcone e della Lega, della FIOM e del CCNL metalmeccanico quasi mai.
I metalmeccanici sono quindi stati lasciati soli: per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. Non si sono viste dichiarazioni, interviste, post, dibattiti, assemblee, o volantinaggi sulla vicenda. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un No sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base. Seppur, per questi ultimi, talvolta con le solite tentazioni autocentrate: ad esempio USB, nelle prime fasi della campagna, ha rivendicato il boicottaggio del referendum e la costruzione della propria organizzazione come unica possibile soluzione, senza preoccuparsi di costruire fronti di lotta o convergenze neppure con le altre organizzazioni di base (anche se molti delegati e delegate, e poi il profilo dell’assemblea nazionale di Bologna, hanno spinto per il No alla consultazione, seppur giustamente denunciandone tutti i limiti democratici).

Nessuno allora può stupirsi di questo risultato. E nessuno può stupirsene proprio per le modalità di svolgimento del referendum stesso. Le regole che si sono date FIM FIOM e UILM per questa consultazione non prevedevano nessuna possibilità per le ragioni del No di essere espresse nelle assemblee. Landini si è sempre presentato come un campione della democrazia e del pluralismo. Per sé, per la FIOM, ha sempre rivendicato la pari dignità in CGIL, chiedendo nel 2014 che sul Testo Unico fosse presente in ogni assemblea sia il punto di vista del Sì (quello della Camusso), sia quello del No (il suo, tra gli altri). Ma quello che chiede per sé, non lo ha mai concesso alle sue minoranze. Così nelle assemblee hanno potuto parlare solo i funzionari per il Sì. Chi sosteneva il No (delegati e dirigenti FIOM), si è dovuto limitare a intervenire nei propri posti di lavoro. Non solo. La FIOM ha poi cercato di ammonire tutte le strutture (come i direttivi di Trieste e Genova), i dirigenti e funzionari, fino ai delegati che si sono schierati contro questo pessimo accordo. Lo stesso referendum è stato svolto in un periodo caratterizzato da fabbriche mezze vuote per via della crisi (sia per la cassa integrazione e accordi di solidarietà, sia per ragioni di chiusure aziendali per ferie anticipate), con un controllo ferreo da parte della burocrazia sullo svolgimento delle assemblee. Sono state coinvolte solo 5.986 aziende, per un totale di 678.328 dipendenti. Di questi hanno votato in 350.749, quindi in definitiva poco meno di un quarto del milione e seicentomila metalmeccanici a cui viene applicato il CCNL.

Il dissenso comunque non è stato taciuto. Nonostante questa corsa falsata, nonostante le burocrazie compattamente schierate e nonostante una FIOM impegnata contro il dissenso, il No ha raggiunto il 20%: 68.695 mila lavoratori e lavoratrici hanno bocciato questo rinnovo. Prima di guardare ad alcuni profili di questo voto, una parentesi storica per apprezzarne il risultato complessivo. Nel 2008 ci fu l’ultimo rinnovo unitario FIM-FIOM-UILM, prima della lunga stagione dei contratti separati. Su quel contratto i sindacati di base, come anche l’allora sinistra della FIOM (Rete 28 aprile), si espressero contro, per la contrarietà su alcuni punti qualificanti dell’accordo (in particolare su flessibilità e straordinari obbligatori, inquadramento unico, aumenti salariali ridotti). Furono coinvolte nel voto quasi diecimila aziende, cinquecentotrentamila i lavoratori e lavoratrici votanti: il No fu al 25% (centoventinovemila lavoratori e lavoratrici). A sostenere quel voto, però, allora c’era un pezzo significativo della FIOM: un componente della segreteria nazionale, 3-4 funzionari del centro nazionale, segretari regionali e provinciali, molti funzionari nei territori: una presenza oggi infinitamente più ridotta, dopo otto anni di Landini e una sua costante e aggressiva pulizia di ogni dissenso interno. Non solo. Nel 2008 c’era una classe non ancora stremata dalla crisi, un tessuto di delegati e delegate attivo, reduce dalle battaglie di Melfi e sull’articolo 18, impegnato a difendere quel percorso e quella conflittualità. C’era una sinistra politica e sociale, che nonostante una sua incipiente deriva, accompagnò quel rinnovo con un’attenzione infinitamente maggiore a quella di oggi (basti guardare gli articoli, le interviste e le polemiche di allora su diversi giornali e siti).

I quasi sessantanovemila No di oggi sono quindi un numero consistente, in un quadro politico e sociale completamente diverso rispetto a quello di otto anni fa. La cosa più significativa di questo voto, inoltre, è la sua qualità. Il No si è espresso nella maggior parte nelle grosse industrie, nei settori più importati per la concentrazione della classe operaia organizzata e storicamente conflittuale. Dove la stessa FIOM ha ampio consenso o spesso un controllo totale o quasi totale. Ma non solo dove è presente, o influente, l’opposizione CGIL. L’accordo infatti è stato bocciato alla Dalmine di Bergamo, alla Fincantieri di Marghera e di Ancona, nei cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, alla Marcegaglia di Forlì, alla Same, alla Piaggio, alla GKN, all’Ilva di Genova, alla STM di Agrate e di Catania, all’Ansaldo, alle acciaierie AST di Terni e in molte altre fabbriche importanti. Dove le ragioni del No sono state presenti e dove i lavoratori hanno potuto farsi una opinione il dissenso ha raggiunto numeri importanti.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 e del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici, ma per tutto il mondo del lavoro, un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la "coalizione sociale"). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL.

Il risultato del referendum, come in altri settori le contestazioni a questa nuova stagione contrattuale, dicono però che alcuni settori sono disponibili ad una resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova consenso in settori centrali della classe, in una disponibilità alla lotta in fabbriche e stabilimenti importanti.
Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà a fianco - come lo è stato in maniera attiva attraverso i propri militanti durante la campagna per il No - di questa classe operaia che non si è voluta piegare ai diktat di Confindustria e delle burocrazie sindacali, compresa quella che fa a capo Landini. Questi sessantanovemila No, per il peso che portano in dote, devono diventare un esempio da estendere negli atri settori industriali. Da questi settori operai conflittuali bisogna ripartire per costruire una opposizione a questo accordo di restituzione, alle politiche padronali e a quelle di governo.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 20 dicembre 2016

NO ALL'IPOTESI DI CCNL DEI METALMECCANICI









Questo contratto dà pochi spiccioli ai lavoratori, moltissimo ai padroni e peggiora quello precedente che la FIOM si era rifiutata di firmare. Rimane tutta la parte normativa: orario di lavoro (flessibilità e straordinari obbligatori), gestione ferie e Par, restrizione della malattia e vengono introdotte norme peggiorative per la legge 104. Inoltre, i premi di risultato diventeranno totalmente variabili (in base alla produttività).

PERCHÉ VOTARE NO

Il 26 novembre su “Il Sole 24 ore” si leggeva: “Contratto metalmeccanici: 92 euro fra welfare e busta paga”. Landini, Bentivoglio e Palombella confermavano questo aumento fantasma.

È UNA CIFRA INVENTATA

A tutti i lavoratori verrà riconosciuta l’inflazione con gli aumenti nel contratto nazionale. Verrà calcolata dopo che a maggio sarà stato reso noto dall’ ISTAT il valore dell’ IPCA ( indice dei prezzi a livello europeo).

Si stima per il 2016 un’inflazione dello 0,5% (pari a 9 euro) che si prevede arriverà all’ 1% nel 2017 e all’1,2% nel 2018. Se fossero confermati, si arriverà a un aumento di circa 51 Euro (fra tre anni) in busta paga. L’unica cosa sicura sono 9 Euro (al 5° livello), il resto non si sa. Si tratterebbe sempre di un adeguamento all’inflazione, per cui il potere di acquisto del salario rimarrà uguale.

A decorrere dal 1 gennaio 2017, gli aumenti dei minimi tabellari riconosciuti dopo questa data, assorbiranno gli aumenti individuali, nonché gli aumenti fissi collettivi, concordati in sede aziendale, salvo che siano stati concessi con clausola di non assorbibilità. In pratica, se per qualsiasi motivo la paga aumenta questo adeguamento all’inflazione non ci sarà.



IL GRANDE AFFARE DEI PADRONI? L’ASSISTENZA INTEGRATIVA

Le aziende verseranno per conto di ogni lavoratore 156 Euro all’anno a mètaSalute, “Fondo sanitario metalmeccanici” istituito da FIM, UILM, FEDERMACCANICA e ASSISTAL, nel 2011.

Questi soldi, anziché in busta paga, andranno alle assicurazioni, che (incassati i profitti) daranno pochissimo in rapporto ai soldi ricevuti.

Prima per aderire a questo fondo bisognava fare domanda; con questo contratto l’adesione sarà automatica e se un lavoratore non vorrà, dovrà presentare disdetta scritta, ma in questo caso non prenderà un centesimo. mètaSalute opera tramite Uni-Salute (assicurazione sanitaria) che, a sua volta, fa parte del gruppo Unipol Assicurazioni.

Così i burocrati sindacali diventano complici e soci in affari dei VAMPIRI della sanità privata.

PAGAMENTI IN NATURA: UN RITORNO AL MEDIOEVO

Dal 1° giugno 2017 le aziende attiveranno per tutti i lavoratori dei piani di “flexibel benefit”. Sono buoni spesa, pagamenti in natura, per un costo massimo di 100 euro. Nel 2018 e 2019 l’importo sarà elevato a 150 e 200 euro. Una cosa non è chiara: se c’è un massimo ci deve essere un minimo, quale è e chi lo decide? Nel contratto non è specificato.

Le aziende avranno due vantaggi. Primo, questi importi non saranno sottoposti al pagamento dei contributi (come se fossero pagamenti in nero). Secondo, una parte del salario anziché anticipata in busta paga sarà posticipata. Cioè, l’azienda pagherà questi “buoni” dopo che il lavoratore li avrà spesi.

VERSO LA DEMOLIZIONE DELLA 104

La legge 104 prevede il diritto a tre giorni di permesso al mese, a scelta del lavoratore e senza preavviso, per l’assistenza a un familiare invalido, malato o non autosufficiente.

Questo contratto prevede che, per avere i permessi, “il lavoratore presenti un piano di programmazione mensile degli stessi con un anticipo di 10 giorni rispetto al mese di fruizione, fatto salvi i casi di necessità e urgenza”. Chi stabilisce e con quali criteri i casi di urgenza e necessità? Nel contratto non è specificato.

È INACCETTABILE

Dichiarano di proteggere la salute dei lavoratori e dei loro familiari (con l’obbligo di aderire alla sanità integrativa), ma attaccano il diritto alla cura dei malati.

A pagarne di più le conseguenze saranno le donne, che in genere sono quelle su cui pesa maggiormente il lavoro d’assistenza parentale.

Il NO a questo contratto deve diventare il NO a decenni di sacrifici che sono serviti solo a ingrassare i padroni e impoverire i lavoratori.

NON AUMENTA IL SALARIO

DIMINUISCE I DIRITTI

APRE LA STRADA ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SANITÀ

NO A UN ALTRO CONTRATTO TRUFFA!


Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione Romagna "D. Maltoni"