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martedì 5 maggio 2020

LA STAGIONE DEI DOVERI E DEI SACRIFICI

Il nuovo capo di Confindustria e il parassitismo della borghesia




«Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti. Quando sento chiedere aumenti contrattuali, per esempio nell'alimentare, significa che a molti la situazione non è chiara.»

La situazione in realtà è chiarissima. Carlo Bonomi ha scelto il Corriere della Sera, quotidiano di Banca Intesa, per rilanciare un messaggio inequivoco: gli industriali non solo si sottraggono ad ogni responsabilità sul crimine compiuto in Val Seriana (l'accusa «mi indigna», recita Bonomi) ma vogliono accollare agli operai il costo della pandemia per tutti gli anni a venire.

«Credo che i problemi vadano messi sul tavolo e su questo vada impostato un discorso serio con i sindacati che il governo dovrebbe agevolare», «C'è un punto invece che non è stato ben compreso: le imprese oggi stanno riaprendo con costi maggiori e con una produttività più bassa perché bisognerà attuare il distanziamento.»

Come soccorrere dunque i poveri capitalisti “incompresi”? Semplice:
«Abbiamo reddito emergenza, reddito di cittadinanza, cassa ordinaria, straordinaria, in deroga, Naspi, Discoll... Potrei continuare. La risposta del governo alla crisi si esaurisce in una distribuzione di danaro a pioggia. Danaro che non avevamo, si badi bene, si tratta di soldi presi a prestito.»

Ecco, si tratterebbe di spostare questi danari dal portafoglio sdrucito di lavoratori, cassaintegrati, precari, disoccupati – cui queste elemosine spesso neppure arrivano – alla cassaforte dorata dei padroni. Quelli che nel solo 2019 hanno fatto in Borsa 23 miliardi di profitti netti, portano nei paradisi fiscali le proprie ricchezze, hanno beneficiato per vent'anni di riduzioni di tasse e privatizzazioni, intascano oggi la copertura statale dei crediti bancari con garanzie pubbliche pagate da tutti... Non è forse questa la vera «distribuzione di danaro a pioggia»? Se lo Stato prende danaro “a prestito” in misura sempre maggiore ingrassando banche e compagnie di assicurazione non è forse anche perché ha detassato profitti e rendite al fine ingrassare gli industriali? E ora questi vorrebbero allungare le mani persino sulle residue protezioni sociali di coloro che hanno gettato su una strada o condannato a una precarietà senza fine?! E pretendono la rinuncia ad aumenti salariali da operai che nell'alimentare pagano quando va bene 8 euro lordi all'ora?!

Nel denunciare il parassitismo dell'aristocrazia del suo tempo, Parini parlava del “giovin signore”, come “colui che da tutti è servito e a nulla serve”. Così è oggi in forme diverse il grande azionista moderno, un Bonomi qualunque: espressione di una classe che vive del lavoro altrui, ma pretende che il mondo si prostri ai suoi piedi e per questo gli ricorda “doveri e sacrifici”. Ed anzi “si indigna”, come la vecchia aristocrazia se si mette in discussione il suo privilegio, che considera naturale ed eterno.

Solo la classe operaia può liberare la società da questa classe parassitaria e riorganizzare il mondo su basi nuove. E per questo non c'è altra via che una prospettiva di rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 4 maggio 2020

NEL CAMBIO DI SCENARIO, PER LA PIÙ AMPIA UNITÀ D'AZIONE DELLA SINISTRA DI CLASSE

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione





Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell’azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

INIZIA LA FASE 2: RIPRESA O DISASTRO?

Milioni di lavoratrici e lavoratori torneranno ad affollare i mezzi di trasporto. dove le condizioni di sicurezza contro la trasmissione del virus non sono garantite. Dibattito pubblico Con:
Ciro Rinaldi - Partito Comunista Italiano
Federico Bacchiocchi - Partito Comunista dei Lavoratori
Srefano Grondona - Rifondazione Comunista
Gianplacido Ottaviano - Delegato FIOM
Massimo Betti - SGB Bologna
Micol Tuzi - CGIL Scuola

L’ALTRO VIRUS: STATO D'ECCEZIONE, CONTROLLO SOCIALE, SOSPENSIONE DELLA DEMOCRAZIA



In tutto il mondo i governi adottano misure sempre più stringenti per contenere la pandemia da coronavirus: accentrando i poteri, rafforzando la sorveglianza digitale e introducendo limitazioni alla mobilità e alla libertà di espressione. In un momento di paura e di smarrimento, ampie fette della popolazione accettano provvedimenti che, in condizioni normali, risulterebbero intollerabili. Alcune di queste misure sono un concentrato di ipocrisia: in Italia si sanzionano i cittadini che superano i duecento metri oltre la propria abitazione, mentre in nome del profitto si consente la circolazione di milioni di lavoratori comandati per eseguire produzioni per nulla essenziali; si fanno alzare in volo i droni per scovare i runners, ma non si chiudono nemmeno le fabbriche che sorgono laddove si concentra maggiormente il focolaio dell’infezione.

IL MODELLO UNGHERESE

Con il pretesto dell’emergenza sanitaria alcuni leader approfittano di questa fase eccezionale per abusare del proprio potere e rinforzarlo a dismisura. Il contrasto della pandemia rischia così di favorire una tendenza autoritaria che, in nome dell’eccezionalità, sospende le garanzie democratiche e alimenta una spirale repressiva tesa a neutralizzare ogni possibile contestazione all’ordine costituito.
Emblematico è ciò che è avvenuto in Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è attribuito i pieni poteri, che gli consentiranno d’ora in avanti di governare per decreto senza rendere conto a nessuno. Le norme approvate dalla destra nazionalpopulista definiscono una cornice semidittatoriale: chiusura del parlamento, blocco delle elezioni e facoltà di sospendere o cambiare le leggi già in vigore. Il tutto a tempo indeterminato. Inoltre, la legge introdotta lo scorso 30 marzo prevede pene severissime per chi violasse il coprifuoco e diffondesse “notizie false”. A questo proposito solo le "fonti ufficiali" potranno esprimersi sull’andamento della pandemia. Visti i precedenti, è facile prevedere che i soggetti passibili di questa sanzione, che prevede il carcere, saranno individuati tra coloro che oseranno avanzare qualsiasi critica nei confronti della politica, sanitaria e non, del governo magiaro.
A stretto giro di posta anche la Slovenia ha, in modo edulcorato, ricalcato il modello magiaro. Il premier Janez Janša, conferendosi i poteri speciali, ha costituito un presidio di comando che togliendo alla sanità la gestione dell’emergenza, ha messo in mora la stessa Costituzione del paese, che non contempla un simile stravolgimento.
La deriva reazionaria che si sta sviluppando in questa parte d’Europa governata da esecutivi di destra e di estrema destra non giunge inaspettata, è il frutto di anni di avvelenamento politico, sociale, civile e culturale. L’avanzata dei sovranisti si è nutrita di un mix demagogico fatto di muri innalzati, di barriere inaccessibili, di protezionismo arcigno e di chiusura delle frontiere. Queste misure hanno alimentato l’illusione che il nazionalismo possa, in qualche modo, meglio difendere le comunità locali dai venti gelidi della crisi. Dopo decenni di crescita, la contrazione economica ha generato insicurezza, frustrazione e paura della povertà. La débâcle del movimento operaio e delle sue organizzazioni ha agevolato questo processo regressivo, perché non trovando ostacoli sul suo cammino, la deriva reazionaria s’è imposta modificando i caratteri stessi della società.

UN PERICOLO ALL'ORIZZONTE

Ciò che sta avvenendo in questa parte d’Europa indica un potenziale pericolo che potrebbe estendersi: lo smottamento in direzione post-democratica e autoritaria del continente; lo stato d’emergenza che si muta rapidamente in stato d’eccezione.
Le difficoltà nell'affrontare un’emergenza sanitaria che rivela sempre più chiaramente il completo fallimento dei governi capitalisti, incapaci persino di assicurare le mascherine al personale sanitario, può suggerire agli stessi l’adozione di una governabilità marcatamente autoritaria; l’inveramento di una democrazia immunodepressa che si nutre di uno stato d’eccezione permanente.

A maggior ragione nel momento in cui la crisi sanitaria si combina con quella economica, moltiplicando lo shock sulla popolazione. Nei prossimi mesi le ricadute sociali saranno pesanti.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’anno in corso un impatto devastante della pandemia sull’economia mondiale, con un calo consistente del PIL, mentre l’agenzia delle Nazioni Unite prevede un incremento «drastico e devastante» dei licenziamenti e delle riduzioni dei salari e dell’orario di lavoro. A questo proposito, l’autorevole rivista statunitense The Nation nel suo numero di marzo scrive: «La combinazione dei salvataggi plutocratici e della precarietà crescente, insieme al pericolo per l’incolumità fisica della classe lavoratrice è esplosiva. È difficile non vedere come tutto ciò possa durare senza una rottura dell’ordine sociale». Nella nuova, inedita fase che si sta aprendo, le classi dominanti sono consapevoli che neanche i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo dalla lotta di classe, che prima o poi si può riaffacciare e presentare il conto.
Proprio per contrastare le prevedibili reazioni dei lavoratori, e per prevenire lo sviluppo di movimenti antisistemici in grado di incrinare lo status quo capitalista, le classi dominanti possono trovarsi nelle condizioni di dover ridefinire i propri strumenti: adeguando le forme istituzionali al nuovo contesto di crisi concentrata e accelerata che si sta affermando; affinando i dispositivi repressivi, rendendo più pervasive le forme di controllo sociale.
Questa ricalibratura degli strumenti di dominio avviene su un terreno già arato. Nell’ultimo trentennio, sullo sfondo del crollo dell’Unione Sovietica e della sconfitta dell’ultimo ciclo di lotte operaie, la borghesia ha ristabilito un nuovo paradigma sociale, che vede una drastica riduzione dell’autonomia di classe dei lavoratori, e una concentrazione di potere e di ricchezza al vertice della piramide sociale. Da questo processo sono emerse anche le tendenze strutturali che hanno progressivamente investito i sistemi politico-istituzionali. In quest’ottica di governance, la demonizzazione delle lotte sociali e l’affermazione di una contesa politica che si svolge attorno ad un’agenda dai margini discrezionali molto limitati è diventata una legge politica inscalfibile.
In questo quadro nella stessa Unione Europea si teorizza ormai apertamente la necessità di passare a una democrazia post-parlamentare, perché i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero ormai tanto complessi da richiedere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi.
Inoltre, sul piano più strettamente coercitivo, gli stravolgimenti operati sono stati profondi: dalle legislazioni antisciopero vigenti in molti paesi europei al tentativo di criminalizzare le lotte introdotto in Italia con il decreto sicurezza, passando per il tentativo di costituzionalizzare lo stato d’emergenza in Francia. Tutto ciò disegna un quadro normativo teso a salvaguardare in ogni modo l’accumulazione capitalista. Non a caso in Ungheria, appena ottenuti i pieni poteri, Orbán ha dato piena attuazione alla riforma del mercato del lavoro, ribattezzata “legge schiavitù”, che prevede fino a quattromila ore di straordinario, circa un’ora e mezza di lavoro in più al giorno che può essere pagata anche tre anni dopo.

VERSO UNO STATO D'ECCEZIONE PERMANENTE?

La natura dell’attuale crisi e la sua dimensione globale fanno sì che oggi le scelte politiche che si realizzano per salvaguardare gli assetti di potere (a differenza di altri episodi di crisi ciclica del capitalismo) si consumino all’interno di una cornice emergenziale che rischia di diventare un’ordinaria e non revocabile prassi di governo.
Le misure di controllo imposte in questi giorni, il presidenzialismo de facto e la blindatura della società potranno tornare utili per inibire le lotte, e garantire una governabilità posta al riparo da qualsiasi possibile contestazione che provenga dal mondo del lavoro. Inoltre, in questa fase emergenziale, il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza” può conoscere un nuovo stadio di avanzamento, visto che i sistemi di monitoraggio continuo della popolazione per segnali biometrici, che si stanno sperimentando al fine di proteggere la salute pubblica, potrebbero diventare permanenti ed essere utilizzati per scopi differenti.
È possibile che l’uscita dalla crisi sanitaria, quando si verificherà, produrrà una profonda ristrutturazione dei rapporti all’interno della società, rendendo il distanziamento una normalità che accentua l’individualismo delle persone in una separatezza tra sé e gli altri, impedendo così il ricongiungimento delle domande sociali e l’individuazione del nemico comune.
Questi temi, così rilevanti e così interconnessi con le attuali dinamiche operanti nel tessuto sociale del paese, dovranno essere al centro della riflessione e dell'avanguardia e della sinistra di classe. Nella dire un forte e chiaro no alla gestione capitalista della crisi sarà necessario ricondurre la battaglia in difesa degli spazi democratici con la critica a questo criminale modello capitalista, che funge da incubatore e propulsore della riduzione della democrazia e del peggioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne.
Importante sarà capire le tendenze principali che si stanno producendo, ma soprattutto sarà fondamentale rilanciare una concreta dinamica di lotta, perché da questa crisi si esce soltanto tornando ad organizzarsi sul posto di lavoro e sul territorio. Solo tornando a lottare per difendere le nostre condizioni di vita si può scongiurare il futuro di sofferenza sociale e di miseria, che le classi dominanti stanno preparando.


Piero Nobili

domenica 3 maggio 2020

APPUNTAMENTI

DOMENICA, 3 MAGGIO 2020 ALLE ORE 17,30 - DIRETTA FACEBOOK BOLOGNA

Inizia la fase 2: ripresa o disastro? Diretta streaming

Governo e padroni vogliono uscire dall'emergenza mentre il contagio continua.
Milioni di lavoratrici e lavoratori torneranno ad affollare i mezzi di trasporto. dove le condizioni di sicurezza contro la trasmissione del virus non sono garantite.
Mancano le mascherine, i laboratori per tamponi e test sierologici. Gli operatori sanitari continuano a denunciare la scarsità delle misure di prevenzione che ha condotto alla tragedia delle Residenze per Anziani.
Solo le lavoratrici e i lavoratori. attraverso RSU e RLS, possono controllare la sicurezza delle proprie condizioni di lavoro inclusi gli spostamenti.
Oltre la crisi sanitaria incombe una catastrofica crisi economica e si impone la questione sociale.
Nessuno deve perdere il lavoro. Deve essere garantito a tutti il 100% del salario così come forme di sostegno al reddito delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori completamente fermi.
I dati sulla mortalità certificano giorno dopo giorno il disastri causato al Sistema Sanitario italiano fa decenni di tagli e privatizzazioni.
È urgente rilanciare il SSN pubblico, nazionalizzare la sanità privata e l'industria farmaceutica.

Domenica 3 maggio ore 17,30


Diretta Facebook alla pagina: /sinistrediopposizionebo


Con:

Ciro Rinaldi - Partito Comunista Italiano
Federico Bacchiocchi - Partito Comunista dei Lavoratori
Srefano Grondona - Rifondazione Comunista
Gianplacido Ottaviano - Delegato FIOM
Massimo Betti - SGB Bologna
Micol Tuzi - CGIL Scuola


Inoltre parteciperanno altri dirigenti, attivisti sindacali e rappresentanti dei lavoratori

sabato 2 maggio 2020

BONOMI MINACCIA, LANDINI SUPPLICA

Mentre la borghesia italiana è tormentata dallo spettro di una rivolta sociale, la linea dei vertici della CGIL è quella di sedare tutto e di incoraggiare il padronato a procedere sulla via dello sfondamento antioperaio. I lavoratori hanno bisogno di una direzione alternativa.



«Bonomi ha inoltre chiesto al Governo di agevolare «quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020», «da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali»» (Il Sole 24 Ore, 1 maggio).

Dunque il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha festeggiato a modo suo la festa del lavoro. La nuova leadership del padronato non ha perso tempo. Non contento di aver prima moltiplicato i morti nel bergamasco in veste di capo di Assolombarda ponendo il veto sulla zona rossa, e poi di aver affrettato la ripartenza generale senza garanzie sanitarie in veste di capo di Confindustria, Carlo Bonomi mette ora il carico da novanta sulla prospettiva delle relazioni industriali. Non solo non fa il minimo cenno alle piattaforme contrattuali depositate a suo tempo dai sindacati, considerate ormai carta straccia, ma presenta la piattaforma generale dei padroni: mano libera su tutto “impresa per impresa”, fuori dalla contrattazione nazionale. Presa alla lettera, sembra la riproposizione generale della vecchia linea Marchionne, una linea di sfondamento antioperaio e antisindacale.

Le cose sono però un po' più complicate. Sicuramente il padronato vuole sfondare per fronteggiare la caduta dei profitti. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale, in termini di ripresa del conflitto in fabbrica e non solo. Non a caso mentre Bonomi sferra la sua provocazione sul quotidiano confindustriale, il Corriere della Sera esplicita una preoccupazione diffusa nei piani alti del capitalismo: «La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale?» (Corriere della Sera, 1 maggio). Una rivolta sociale: questo è lo spettro che tormenta la borghesia italiana. E la tormenta proprio perché i padroni hanno ben chiaro sia la portata drammatica della crisi sia le misure antioperaie che hanno intenzione di attuare. Come sminare il terreno del conflitto disinnescando la miccia di una reazione operaia?

Qui entra in gioco la burocrazia sindacale, ed in particolare la burocrazia CGIL. Lo stesso Bonomi che minaccia sfracelli contro i contratti nazionali ricorre ai protocolli d'intesa con Maurizio Landini sulla ripartenza delle fabbriche, perché ha bisogno di coprirsi le spalle per sventare scioperi e cause legali. Il sindacato serve ai padroni se fa lavorare gli operai evitando conflitti, non se lotta e contratta a difesa dei lavoratori. Questo secondo sindacato, il sindacato vero, Bonomi vorrebbe toglierselo definitivamente dai piedi. Mentre col primo sindacato gli accordi li fa eccome, anzi li sollecita: "Chiediamo al governo di agevolare... ecc ecc".

Il guaio è che il sindacato complice è purtroppo quello che viene rivendicato il Primo maggio dal segretario della CGIL, Maurizio Landini.
«L’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa. Un protocollo tradotto in decreto dal governo. Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Landini su La Repubblica, 1 maggio).

Ah sì, il protocollo è sicuramente «un fatto importante»... per i padroni come arma antisciopero. Quanto alla buona speranza in una svolta del mondo del lavoro, rivolgersi a Bonomi, quello che vuole seppellire i contratti nazionali.
La verità è che la burocrazia sindacale teme solo di essere scaricata. Per questo valorizza presso governo e padroni il proprio ruolo indispensabile di ammortizzatore del conflitto. Una linea subalterna, tanto più oggi suicida di fronte al nuovo corso di Confindustria. Di più: una linea subalterna che incoraggia Confindustria ad alzare la posta e il livello di attacco. Sino a quando reggerà questo gioco?

L'unica cosa certa è che di fronte alla tempesta sociale che si prepara i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una direzione alternativa che punti a organizzare le lotte, non a spegnerle. A unificarle, non a dividerle. Il costo di una direzione subalterna lo si è già pagato nel decennio scorso. Ora basta. Ora la svolta è necessaria davvero.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 1 maggio 2020

IL 1 MAGGIO E LA GRANDE CRISI


Introduce Federico Bacchiocchi, segreteria nazionale PCL con:
Lorenzo Mortara, operaio YKK
Elena Felicetti, coord. precari della scuola
Cristian Briozzo, ex lavoratore Poste
Donatella Ascoli, commissione donne PCL
Luigi Sorge, operaio FCA
Conclusioni di Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL