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domenica 13 maggio 2018

LA RIFONDAZIONE COMUNISTA PER... SPINGERE A SINISTRA DI MAIO?



«Renzi è un irresponsabile avventuriero» che ha scelto «il tanto peggio tanto meglio». «Il nostro giudizio assai critico verso M5S non ci impedisce di giudicare come gravissimo che il PD abbia operato per spingere il partito di Di Maio e Casaleggio a destra con una logica cinica e miope. Il contrario di quello che ha fatto la sinistra durante tutta la storia repubblicana.»

Questo concetto (testuale) non è stato espresso da Bruno Tabacci, Cesare Damiano, Pier Luigi Bersani, come sarebbe naturale pensare. E neppure da Nicola Fratoianni. No, è stato espresso in un comunicato ufficiale da Maurizio Acerbo, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, colonna portante di Potere al Popolo.
Il concetto è notevole, per la densità di significati e implicazioni. Misura in poche righe tutto l'"equivoco rifondazione": l'assenza di una chiara demarcazione di classe, la continuità rivendicata con la storia del riformismo italiano, la natura reale della prospettiva che si persegue.


DIRE LA VERITÀ SUL M5S

Potremmo intanto osservare, en passant, che criticare Renzi per “irresponsabilità” verso la “sinistra” è una contraddizione politica e logica: il renzismo è l'erede di una lunga parabola che già da tempo (prima coi DS e poi col PD) aveva rotto con la sinistra e il movimento operaio. Renzi vi ha aggiunto la propria vocazione bonapartista e una contrapposizione frontale al lavoro. Perché si dovrebbe chiedergli “responsabilità” per una sinistra che ha puntato ad annientare?

Ma non è questo il punto. Si rimprovera a Renzi di aver spinto a destra il M5S. Cioè, se le parole hanno un senso, di non aver lavorato per spostare il M5S a sinistra, negoziando con Di Maio. Ma a parte il fatto che difficilmente si poteva chiedere a Renzi di spostare a sinistra alcunché, cosa significa “spostare a sinistra Di Maio e Casaleggio”?
Significa continuare a rimuovere la natura reazionaria del M5S: cultura plebiscitaria, campagne di respingimento dei migranti, contrapposizione del reddito al lavoro, sostegno alle riforme fiscali di Trump... Certo, il M5S non è la Lega. Ma la sua convergenza con Salvini non ha forse la propria radice nel sottofondo di una cultura politica? Oggi il nuovo corso di Luigi Di Maio trapianta semplicemente questa radice genetica nella ricerca di una rappresentanza diretta dell'establishment (fedeltà alla UE, alla NATO, al capitale finanziario) per fare del M5S l'architrave della Terza Repubblica. Ne consegue la natura anfibia del M5S attuale: metà reazionario e metà confindustriale, in ogni caso di destra con taglio populista. Si può pensare di “spostare a sinistra” una diversa declinazione della destra?

Il fatto che il M5S abbia una larga base elettorale tra i lavoratori e i disoccupati è naturalmente un fatto vero (e drammatico). Ma lavorare a separare i lavoratori da quel partito significa innanzitutto spiegare loro cos'è, non limitarsi alla “critica” (che in sé non vuol dir nulla). Significa segnare una demarcazione di classe tra gli interessi del lavoro e quelli che il M5S rappresenta, e ancor più si candida a rappresentare. L'esatto opposto dell'illusione di poter spostare a sinistra il M5S.

Ma c'è di più. Proprio la soluzione di governo M5S-PD che Acerbo implicitamente avalla (“il meno peggio”) è stata a lungo la soluzione preferita dal grande capitale dopo il 4 marzo. La logica era lineare: un M5S col 33%, attorno al “responsabile” Di Maio, va definitivamente "costituzionalizzato" e trasformato in baricentro politico; la funzione del PD è quella di consolidare e sospingere questa normalizzazione del M5S. Il fatto che Renzi si sia messo di traverso a questo disegno in funzione del proprio controllo autocentrato sul PD è altra questione. Non a caso la stampa borghese e il Quirinale hanno criticato la scelta di Renzi perché ha anteposto i propri interessi all'interesse generale di sistema.
Dunque rimproverare il PD per non aver spinto a sinistra il M5S (cioè, detto in prosa, di non aver negoziato il governo con Di Maio) significa mettersi a rimorchio del Corriere della Sera, di Repubblica, di Mattarella. Può essere che questo favorisca migliori relazioni del PRC con la cosiddetta sinistra del PD e le truppe disperse di Liberi e Uguali (che già si erano iscritte non a caso nel governo M5S-PD). Ma a questo si riduce la rifondazione del comunismo?


"LA SINISTRA DI TUTTA LA STORIA REPUBBLICANA"

In realtà nulla di nuovo sotto il sole.
Quando Acerbo rivendica, in contrapposizione a Renzi, «quello che ha fatto la sinistra durante tutta la storia repubblicana» afferma una volta tanto una verità. Sì, la sinistra riformista italiana in tutta la storia repubblicana ha perseguito la politica del meno peggio, a rimorchio della borghesia italiana.

Nella storia della Prima Repubblica fu la politica del PCI verso la DC, nel nome della famigerata anima popolare della Democrazia Cristiana, che si doveva strappare alla destra e costringere al compromesso storico. Una formula sponsorizzata dal grande capitale tra il 1976 e il 1978 per imbrigliare e disperdere la grande avanzata del movimento operaio.

Nella storia della Seconda Repubblica fu la politica di Bertinotti (e di Cossutta, Diliberto, Rizzo, Ferrero) nei confronti del PDS, poi DS, infine PD, nel nome del condizionamento a sinistra del centrosinistra in contrapposizione al centrodestra. Un centrosinistra a lungo sostenuto dalla grande borghesia, italiana ed europea, per smantellare le conquiste del lavoro.

In entrambi i casi si invocava il meno peggio. In entrambi i casi quella politica preparò il peggio. Se oggi ci ritroviamo un probabile governo M5S-Lega, una sinistra politica irriconoscibile, un movimento operaio piegato, non lo dobbiamo alla scelta di Renzi... di non corteggiare Di Maio. Lo dobbiamo al fallimento di una politica di lungo corso del riformismo italiano, che in nome del realismo ha organizzato disastri.
Purtroppo è la stessa logica di fondo che oggi ripropone, in forma indiretta, il segretario di Rifondazione. Il fatto che la riproponga in rapporto a Luigi Di Maio ricorda solo il vecchio detto: ”...dalla tragedia alla farsa”.


Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 12 maggio 2018

L'ABBRACCIO DI MAIO-SALVINI (CON IL BENESTARE DI BERLUSCONI)



Giunta sull'orlo di una autentica crisi istituzionale, la crisi politica italiana registra un improvviso colpo di scena. Silvio Berlusconi dà il proprio benestare ad un governo Di Maio-Salvini.
Che il benestare passi formalmente attraverso un voto di astensione critica o di opposizione responsabile cambia poco, avendo M5S e Lega nel loro insieme una autosufficienza di numeri parlamentari, seppur risicata al Senato. Il significato è politico. Da un lato Berlusconi ha ceduto alle pressioni dei propri gruppi parlamentari terrorizzati dal bagno di sangue annunciato del ritorno al voto. Dall'altro punta a fare di necessità virtù, con obiettivi diversi e complementari: capitalizzare le prevedibili difficoltà del nuovo governo senza rompere l'alleanza col centrodestra, mantenere un potere di condizionamento sugli equilibri politici (contrattazione di ruoli nelle commissioni parlamentari e nell'alta burocrazia statale), ottenere garanzie per le proprie aziende, guadagnare tempo sull'orologio del proprio declino in attesa della famosa sentenza di Strasburgo.


LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA EVITA LA CRISI ISTITUZIONALE

Le pressioni su Berlusconi non sono venute peraltro dai soli gruppi parlamentari di Forza Italia. Sono venute anche dal PD, ugualmente impaurito dalla corsa al voto dopo la Caporetto del 4 marzo, e in una profondissima crisi interna. E sicuramente sono venute della stessa Presidenza della Repubblica, che voleva evitare l'umiliazione di un governo del Presidente bocciato dalle Camere, una precipitazione alle urne senza riforma della legge elettorale, la conseguente riproposizione dopo il voto di una impasse sostanzialmente immutata, il rischio di irruzione della speculazione finanziaria nella crisi politica. Non a caso Mattarella, nel suo discorso a conclusione dell'ultimo giro di consultazioni, pur annunciando un “governo neutro” di propria nomina, aveva lasciata aperta la finestra della possibile ricomposizione di una maggioranza politica, e per dilatare i tempi supplementari di questa possibile ricomposizione aveva fatto filtrare la propria disponibilità a rinviare lo scioglimento delle camere dopo l'annunciato voto di sfiducia verso il governo del Presidente. La preoccupazione di evitare una crisi istituzionale senza rete ha avuto dunque un ruolo decisivo nella svolta politica in atto.


LA VORACITÀ DEI GIOVANI PARVENU

I giovani gruppi dirigenti di M5S e Lega, dopo aver scalato i propri partiti, ambiscono a scalare lo Stato borghese. Dietro di loro una pletora di aspiranti ministri e sottosegretari che non vogliono perdere l'occasione della (loro) storia. La Lega porta in dote al nuovo governo l'amministrazione delle regioni del Nord e la fitta rete di relazioni coi poteri forti dei propri territori. Il M5S vi porta il proprio controllo sul blocco sociale del Meridione e la fame insaziabile di poltrone borghesi. La spartizione tra Lega e M5S di quasi tutte le cariche istituzionali al piede di partenza della legislatura dava subito la misura della voracità dei parvenu. La svolta in corso la conferma nel modo più clamoroso: Di Maio e Salvini hanno scelto di sacrificare il proprio annunciato successo in nuove elezioni, a luglio o settembre, sull'altare del proprio accesso immediato al governo del capitale. Meglio l'uovo oggi, dice il vecchio adagio popolare. La soddisfazione delle ambizioni ministeriali ha prevalso su ogni altro calcolo.


LE CONTRADDIZIONI DEL NUOVO GOVERNO E LA MINACCIA REAZIONARIA

Il negoziato tra M5S e Lega è in pieno corso. Sia in fatto di premiership, ministeri, sottosegretariati, sia sul programma e la sua gestione. La contraddizione è evidente. I blocchi sociali di riferimento di M5S e Lega sono diversi, e diversamente dislocati. Flat Tax al Nord e reddito di cittadinanza al Sud ne sono state le bandiere, assieme all'abolizione della legge Fornero come richiamo trasversale di entrambi. Al tempo stesso sia la Lega, sia soprattutto il M5S, si sono presentati al capitale finanziario italiano ed europeo come garanti dei patti siglati sulle politiche di bilancio pubblico, una garanzia offerta allo stesso Mattarella in cambio di una legittimazione istituzionale. Quale punto d'equilibrio potranno trovare tra la vecchia demagogia casereccia e il nuovo abito istituzionale?

Una mediazione in termini di sommatoria dei due programmi elettorali è facile da un punto di vista letterario, ma è incompatibile coi parametri di bilancio che M5S e Lega si sono impegnati a onorare. Mentre una mediazione costruita per elisione bilanciata delle rispettive promesse li esporrebbe al rischio di un rapido crollo di credibilità presso i rispettivi elettorati.

Il nuovo governo cercherà di affrontare il problema in due modi. In primo luogo con la diluizione delle promesse e della loro attuazione lungo l'arco della legislatura. In secondo luogo scaricando le contraddizioni sul lato più reazionario della propria politica. Non potendo dare al proprio popolo soddisfazioni sociali, si può offrirgli soddisfazioni morali: massimizzare le politiche di respingimento esemplare degli immigrati; indurire il regime carcerario; inasprire le normative sulla sicurezza e il “decoro” (sulla scia di Minniti-Orlando); liberalizzare la legittima difesa; e naturalmente sbandierare l'immancabile trofeo dell'abolizione dei vitalizi (15 milioni di risparmio annuo).
Dirottare la rabbia sociale su falsi bersagli sarà una tecnica di occultamento delle difficoltà. Anche per questo un Salvini ministro degli Interni segnerebbe una nuova frontiera della deriva reazionaria in Italia.


MATTARELLA VIGILA PER CONTO DEL CAPITALE

Il nuovo governo Di Maio-Salvini non è la soluzione preferita dal grande capitale. Il grande capitale puntava ad un governo M5S-PD, col primo che portava in dote il consenso e il secondo con una funzione di garanzia e di controllo. Il quel quadro il M5S avrebbe potuto sacrificare più agevolmente le proprie promesse sociali attribuendone la responsabilità al PD, e il PD avrebbe potuto incoraggiare la costituzionalizzazione del M5S, portandola a compimento. Ma questo disegno non aveva i numeri parlamentari sufficienti, e in ogni caso è stato silurato da Renzi, per la sua partita interna al PD. Ora il nuovo governo ha una matrice interamente estranea alle tradizioni politiche delle famiglie borghesi europee, e nessuno dei due sodali può evocare facilmente il proprio alleato come alibi delle promesse mancate.

Per questo la Presidenza della Repubblica già si ritaglia il ruolo di supervisore esterno a garanzia dell'interesse superiore del capitale. Annuncia che vorrà avere voce sulle nomine dei ministeri chiave in Economia, Esteri, Giustizia. In un certo senso svolgerà quel ruolo di controllo politico sull'esecutivo “populista” che la borghesia voleva assegnare al PD. Sicuramente cercherà di spingere il nuovo governo verso una riforma della legge elettorale, in funzione della governabilità di sistema. Ma con questo non potrà certo risolvere le contraddizioni profonde che il nuovo quadro politico porta con sé.


RIPARTIRE DALL'OPPOSIZIONE DI CLASSE

Prematuro pensare, in questo contesto, a un governo di legislatura.
Ma nessuna contraddizione del nuovo governo potrà precipitare a sinistra senza una ripresa dell'opposizione sociale, di classe e di massa.
L'opposizione del PD muoverà dalla difesa dei conti pubblici e dalle preoccupazioni dell'establishment, nazionale ed europeo. Le truppe disperse di Liberi e Uguali, che avevano sperato di riciclarsi in un governo M5S-PD, si attesteranno su un'opposizione “democratica”.
Ma non vi sarà una linea di resistenza efficace sullo stesso terreno democratico senza ricondurla alla centralità dello scontro tra capitale e lavoro: l'unica linea di scontro che può scomporre i blocchi reazionari e aprire dal basso uno scenario nuovo. Una linea di scontro che richiede non solo l'autonomia dal PD, ma l'aperta contrapposizione al M5S, fuori da ogni ambiguità e illusione.

Milioni di elettori avevano cercato nel M5S una nuova sinistra, e lo ritrovano a braccetto del lepenista Salvini. Milioni di lavoratori avevano cercato nel M5S uno strumento di difesa e cambiamento sociale, e lo ritrovano a braccetto di Confindustria e alla ricerca della sua benedizione. Tutte le illusioni sul M5S - purtroppo avallate per anni dagli ambienti più diversi della sinistra politica e sindacale - sono e saranno sottoposti alla doccia gelida della realtà, mentre ciò che rimane del popolo disperso della sinistra è privo più che mai di un riferimento politico e di una proposta chiara.

Ricostruire una coscienza classista e anticapitalista tra gli sfruttati, radicarsi nelle loro organizzazioni, battersi per l'unificazione delle loro lotte, è il lavoro quotidiano, tanto più oggi, del Partito Comunista dei Lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 11 maggio 2018

A SETTANTA ANNI DALLA NAKBA. PER LA DISTRUZIONE RIVOLUZIONARIA DELLO STATO SIONISTA DI ISRAELE

PER UNA PALESTINA LIBERA, UNITA, LAICA E SOCIALISTA IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE




Il PCL aderisce al corteo nazionale di solidarietà con la lotta del popolo palestinese
Settanta anni fa si compiva la tragedia del popolo palestinese. Le forze colonialiste del sionismo cacciavano con una feroce azione terrorista la popolazione araba di Palestina dalla maggioranza della sua terra. Lo facevano con il pieno appoggio determinante dell’imperialismo USA, ma anche del regime stalinista dell’URSS (che fu il primo paese insieme agli USA a riconoscere lo Stato sionista e armò le sue forze attraverso il regime cecoslovacco). Lo facevano di fronte alle feudo borghesie arabe che tradivano il popolo arabo di Palestina e la sua lotta antimperialista, in subordinazione all’imperialismo inglese e alle sue manovre nei confronti degli USA.

Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo orgogliosi di derivare dalla tradizione della Quarta Internazionale delle origini. Essa fu infatti l’unica organizzazione del movimento operaio internazionale che si pronunciò, controcorrente, di fronte allo sfacciato appoggio al sionismo sia dei partiti socialdemocratici filoimperialisti sia di quelli “comunisti” stalinisti, contro la nascita dello Stato sionista e per una Palestina unita. E ciò sia come organizzazione internazionale, che con sua piccola sezione in Palestina, composta sia di militanti arabi che ebrei, uniti nella difficile battaglia antisionista (a differenza del sionista Partito Comunista stalinista locale).

Così affermava la Quarta Internazionale nel 1947:
«La posizione della Quarta Internazionale di fronte al problema palestinese resta chiara e netta come in passato. Essa sarà all’avanguardia della lotta contro la spartizione, per una Palestina unita e indipendente, nella quale le masse determineranno sovranamente la loro sorte attraverso l’elezione di un’assemblea costituente. Contro gli effendi e gli agenti imperialisti, contro le manovre della borghesia egiziana e siriana che si sforza di deviare la lotta emancipatrice delle masse in una lotta contro gli ebrei, essa lancerà l’appello alla rivoluzione agraria, alla lotta anti­capitalista e antimperialista, motori essenziali della rivoluzione araba. Ma essa non potrà condurre questa lotta con delle possibilità di successo che a condizione di prendere posizione senza equivoco contro la spartizione del Paese e contro la costituzione dello Stato ebraico

E nel 1948 il gruppo trotskista di Palestina concludeva le sue tesi affermando:
grazie alla direzione borghese e feudale dei paesi arabi – agente dell’impe­ria­lismo – siamo stati battuti in una tappa della lotta contro l’imperialismo; e dobbiamo prepararci per la vittoria in una prossima fase, cioè per l’unificazione della Palestina e dell’Oriente arabo in generale - creando la sola forza che possa raggiungere questi obiettivi: il partito proletario rivoluzionario unificato dell’Oriente arabo.»

A settanta anni di distanza queste parole restano pienamente valide.
Le illusioni su piani di pace sponsorizzati dall’imperialismo si sono rivelate per quelle che erano. Gli accordi di Oslo non hanno aperto la strada verso la libertà del popolo palestinese, ma solo verso il perdurare della sua oppressione. Milioni di palestinesi continuano a vivere in miseria nel duro esilio dei campi profughi. Ogni giorno nuova terra viene sottratta al popolo arabo. E la criminale repressione delle manifestazioni a Gaza dimostra chi sono i veri eredi dei massacri coloniali e reazionari. La prospettiva dei “due popoli, due Stati” (che di per sé esclude il diritto al ritorno per milioni di profughi palestinesi) appare sempre più utopistica e si configura al meglio come quella di un “bantustan” o addirittura di riserve indiane o nuovi ghetti. Bisogna dire basta ad ogni illusione. La liberazione della Palestina non potrà che essere il prodotto della sconfitta, grazie alla lotta rivoluzionaria, del sionismo e dell’imperialismo.

Ma per far ciò è necessaria la rottura con le vecchie direzioni fallimentari.
Il nazionalismo piccolo-borghese di Al Fatah ha portato alla situazione odierna, e la vecchia direzione arafattista si è tramutata nell’espressione di una nuova borghesia miserevole e corrotta, capitolarda e agente dell’imperialismo rappresentata dalla ANP. È l’espressione locale del fallimento sul piano generale del socialismo arabo piccolo-borghese, dei variegati regimi bonapartisti che aveva promesso la libertà, non solo nazionale ma anche sociale alle masse arabe, e che non hanno alla fine portato che a nuova oppressione e sfruttamento. La risposta al fallimento del nazionalismo borghese e piccolo-borghese non può però essere l’islamismo in nessuna delle sue forme. Si tratta di forze reazionarie, antiproletarie e antifemminili, originariamente agenti della reazione imperialista.

Come Partito Comunista dei Lavoratori sosteniamo incondizionatamente la lotta delle masse contro sionismo e imperialismo, qualunque sia la sua direzione attuale. Al contempo, però, affermiamo con nettezza la nostra posizione: solo un partito rivoluzionario marxista, basato sul proletariato e le masse oppresse, e quindi del tutto indipendente da ogni settore della borghesia, può portare alla vittoria contro il sionismo e l’imperialismo.

Ma tale vittoria non può essere raggiunta nell’ambito della sola Palestina. Solo l’unione di lotta del proletariato e delle masse arabe può sconfiggere definitivamente la forza dell’imperialismo. Solo una prospettiva socialista può liberare il popolo arabo dall’oppressione, dalle guerre e dai massacri che lo colpiscono, in primo luogo in Siria. E solo tale prospettiva può coinvolgere una parte della classe operaia e della gioventù ebraica, portandole a comprendere che esse stesse devono liberarsi dalla guerra e dallo sfruttamento sociale della borghesia sionista, indebolendo così il nemico della liberazione del popolo arabo. Per questo, per quanto difficile, come la storia ha dimostrato, solo la prospettiva di una Palestina unita e socialista in un Medio Oriente socialista è la via per la vittoria futura

Ed è quella che devono costruire i militanti della sinistra e del proletariato arabo, unendosi in partiti e in una internazionale marxista rivoluzionaria. 

  • PIENA SOLIDARIETÀ ALLA LOTTA DEL POPOLO PALESTINESE E DELL’INSIEME DEL POPOLO ARABO!

  • NESSUNA PACE COL SIONISMO E L’IMPERIALISMO!

  • ABBASSO LA BORGHESIA, I MONARCHI E GLI SCEICCHI ARABI, AGENTI DELL’IMPERIALISMO!

  • PER IL DIRITTO AL RITORNO IN PATRIA PER TUTTI I RIFUGIATI PALESTINESI

  • PER LA DISTRUZIONE RIVOLUZIONARIA DELLO STATO SIONISTA

  • PER UNA PALESTINA LIBERA, UNITA, LAICA E SOCIALISTA CON PIENI DIRITTI DEMOCRATICI DI MINORANZA NAZIONALE AL POPOLO EBRAICO

  • PER L’UNITÀ RIVOLUZIONARIA DEL POPOLO ARABO

  • PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 10 maggio 2018

LA STRAGE CONTINUA



Mercoledì 9 maggio, bollettino di guerra: muore un operaio di 19 anni schiacciato da un blocco di cemento alla Fincantieri di Monfalcone (GO) e uno studente di 16 anni, in stage, si semi-amputa una mano con una fresa in provincia di Udine.

Ennesimo morto sul lavoro, ennesimo infortunio di uno studente in stage. Non si tratta di “drammatiche fatalità”. In un sistema economico dove la contraddizione principale è tra interessi dei lavoratori e capitale, tra sicurezza nei luoghi di lavoro e disperata ricerca di profitto a scapito dell’incolumità dei lavoratori stessi, tutto assume un significato più vasto.

Non è possibile tutelare la sicurezza dei lavoratori senza porsi in contrapposizione alle logiche padronali.

Per questo come Partito Comunista dei Lavoratori ci schieriamo incondizionatamente dalla parte degli studenti e delle studentesse che non si piegano ai ricatti e ai crimini della Buona Scuola e ai lavoratori che hanno incrociato le braccia dopo la tragedia ai cantieri navali di Monfalcone.

Riprendere la mobilitazione studentesca contro la Buona Scuola deve significare rivendicare l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, funzionale solo agli interessi delle aziende, rimettendo in campo la forza del movimento del maggio 2015, che fece vacillare il governo e fu tradito dalle burocrazie sindacali. Fermare la Buona Scuola era possibile e, come ci insegnano i lavoratori e studenti francesi in queste settimane, solo la lotta di massa può far indietreggiare i governi e ribaltare i rapporti di forza a favore degli sfruttati.

L’abolizione di tutte le controriforme nel mondo della scuola e nel mondo del lavoro (Buona Scuola, Jobs Act, Legge Fornero, etc..) possono avvenire soltanto attraverso la mobilitazione di massa e di classe degli studenti e dei lavoratori. Nessun partito della borghesia ha come interesse la tutela dei diritti della classe lavoratrice e la difesa della scuola pubblica. I lavoratori e gli studenti possono contare solo ed unicamente sulla loro forza e la loro organizzazione.

È necessario ribaltare i rapporti di forza sui luoghi di lavoro e nelle scuole, ponendo in ogni lotta e in ogni mobilitazione la questione dell’autorganizzazione democratica degli studenti e dei lavoratori, dell’unità delle lotte, della costruzione del più ampio fronte unico di classe e di massa contro padronato e governo, qualunque esso sia.

Nella consapevolezza che solo abbattendo questo sistema economico basato sul profitto e instaurando un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza ed autorganizzazione, è possibile tutelare davvero l’interesse dei lavoratori, degli studenti e della maggioranza della società.

- Per una scuola libera, pubblica, laica e al servizio dei proletari e delle masse popolari!

- Per l’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro!

- Per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio!

- Come nel ’68 e come in questi giorni: fare come in Francia! Mobilitiamoci, organizziamoci, ribaltiamo i rapporti di forza!

In un mondo in cui le scuole diventano aziende e le aziende sfruttano gli studenti ricercare l’unità tra movimento studentesco e movimento operaio diventa una questione irrinunciabile. È la ragione stessa dell’attività degli studenti del Partito Comunista dei Lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti

sabato 5 maggio 2018

DALLA CRISI POLITICA ALLA CRISI ISTITUZIONALE?



La crisi politica italiana rischia di trasformarsi in crisi istituzionale. Per la prima volta nella storia della Repubblica è seriamente possibile che dopo le elezioni politiche non si trovi una maggioranza parlamentare per formare un governo. Di più: per la prima volta la Presidenza della Repubblica può vedersi respinta dal Parlamento una propria proposta di governo. La sola possibilità - per non dire probabilità - di questi eventi dà la misura della straordinarietà della crisi politica italiana dopo il crollo della seconda Repubblica il 4 marzo.

Il M5S ha fallito la propria candidatura a nuovo baricentro del sistema politico istituzionale. Un fatto carico di conseguenze politiche, che vanno ben al di là del M5S.

Di Maio si era offerto a tutti, da Salvini a Renzi, pur di conquistare la presidenza del Consiglio. A ognuno ha offerto un programma compatibile ritagliato a immagine e somiglianza dell'interlocutore, come nel gioco delle tre carte. Alla borghesia ha offerto l'affidabilità istituzionale del partito di governo, solenni giuramenti di fedeltà alla NATO e alla UE, garanzie di ulteriori riduzioni fiscali per i profitti. Alla Conferenza Episcopale Italiana il rispetto ossequioso dei suoi interessi materiali. Ma l'operazione di autoinvestitura è finita in un vicolo cieco. Salvini non ha scaricato Berlusconi (nella prospettiva di un'eredità annunciata) per fare il maggiordomo di Di Maio. Il PD, seppur incoraggiato da Mattarella, è rimasto prigioniero di Matteo Renzi e del suo controllo sul partito. Il risultato è stato il naufragio. La propria candidatura “non trattabile” quale capo di governo è diventata un cappio al collo per Di Maio anche più stretto della sua inseparabile cravatta. Per voler governare con tutti, ha finito col governare con nessuno.


DI MAIO: L'AMBIZIONE FRUSTRATA DI UN PREMIER MANCATO

“Il nostro risultato è stato un trionfo.. che ci proietta inevitabilmente verso il governo... Tutti dovranno venire a discutere con noi”, dichiarava entusiasta Luigi Di Maio il 4 marzo. L'ebbrezza del sogno dominava l'immaginario di un giovane ambizioso, nella classica tradizione dei parvenu di provincia, proiettandolo in un futuro di gloria. Con una consapevolezza: quello era il treno della storia che potrebbe non passare mai più. O la conquista del governo, o il rischio del nulla (o peggio, di finire nelle fauci della guerra interna al M5S).

Per questo nei due mesi trascorsi Di Maio ha fornito ai peggiori figuri improvvise patenti di affidabilità, pur di cercare di conquistarne i favori. “Di Salvini ci possiamo fidare”, "con lui si possono fare cose importanti", “Salvini è un uomo di parola”. Potremmo considerare "non ostile" un eventuale appoggio esterno di Berlusconi, si è spinto a dire, pur di arrivare al governo con Salvini. Ma lì la prima corda si è rotta, per l'indisponibilità di Berlusconi a fare da tappeto. E il giorno dopo Di Maio, nella classica parabola della volpe e dell'uva, ha detto “noi mai con Berlusconi”, giocandosi a quel punto per proprietà transitiva la carta Salvini.

A questo punto lo schema di gioco cambia in ventiquattro ore. Di Maio prova la carta del PD, assecondando le spinte di Mattarella e di buona parte dell'establishment per un governo M5S-PD. Un illustre professore sconosciuto, estratto dal totonomi del web ma istruito per bene dalla Casaleggio, ha scoperto in due giorni le meravigliose convergenze di programma tra M5S e PD, istruendo la pratica del cosiddetto contratto di programma. In un ampio articolo sul Corriere della Sera Di Maio squadernava le disponibilità generose di questo contratto: via il reddito di cittadinanza (rimpiazzato col REI di Gentiloni), via la cancellazione della legge Fornero (neppure citata), una nuova messe di regalie fiscali ai padroni su IRES, IRAP, nuove tecnologie 4.0. “Col PD si possono fare cose importanti”, concludeva Di Maio. Il padronato applaudiva. Ma l'inchiostro del Corriere non si era ancora asciugato che Matteo Renzi si metteva di traverso, non tanto per tutelare il PD, quanto per tutelare il proprio controllo sul PD che un negoziato di governo col M5S avrebbe potuto mettere a rischio. Di Maio finiva così con un pugno di mosche, mentre il M5S perdeva in Friuli i tre quarti dei propri voti, in buona parte in direzione Lega. Un disastro totale, su tutta la linea.


CIAK, SI GIRA. RITORNA PER QUALCHE MESE IL M5S “ANTISISTEMA”

Finito su un binario morto, frustrato nelle proprie ambizioni, esposto a nuove contraddizioni interne, il M5S converte ancora una volta in altre ventiquattro ore il proprio profilo. Ciak, si gira. Tutta l'autorappresentazione di partito di governo recitata per oltre due mesi si rovescia per ordine di scuderia nel proprio opposto. Rinasce il M5S “antisistema”, contro “il complotto di tutti i partiti”, "tutti traditori del popolo”. Il Salvini di cui ci si poteva fidare diventa in pochi giorni “lo schiavo di Berlusconi e dei suoi soldi”. Il PD di cui si apprezzava il programma “senza preclusioni per Renzi” ridiventa improvvisamente il partito "della mafia e delle banche”. La UE di cui si beatificava solennemente il profilo ridiventa matrigna, con tanto di referendum sull'euro (escluso per tutta la campagna elettorale). Cosa significa questa improvvisa riconversione? Una cosa semplice: fallita l'operazione lampo dello sbarco al governo, pagato lo scotto d'immagine del proprio trasformismo governista, il M5S sente l'esigenza di reindossare i vecchi panni populisti per cancellare la caduta d'immagine, recuperare consenso, riaccumulare forza, rilanciare così con un passo più lungo la propria immutata ambizione di governare il capitalismo italiano. Per questo deve riprendere il vecchio mestiere acchiappavoti, e il repertorio truffaldino di sempre, cercando al tempo stesso di serrare le fila di gruppi parlamentari irrequieti, spaventati in particolare nel Nord dall'ipotesi di nuove elezioni.


LA CRISI POLITICA DIVENTA ISTITUZIONALE

Ma il fallimento dell'operazione dei Cinque Stelle trascina con sé conseguenze di sistema.

Il M5S non può andare al governo, ma nessuna soluzione di governo appare possibile fuori e contro il M5S. Ciò sembra minare alla base l'operazione annunciata di Sergio Mattarella a favore di un governo del presidente, quale ultima soluzione. Un governo del presidente, diretta emanazione del Quirinale, può essere solo un governo parlamentare, basato sulla fiducia del Parlamento. Ma quale maggioranza parlamentare può votare la fiducia al governo di Mattarella? Il M5S si tira fuori e si dichiara contro, con la parola d'ordine di (impossibili) elezioni a giugno. La Lega non ha interesse a compromettersi in questo governo, con i voti necessari del PD, lasciando a M5S la prateria di un'opposizione solitaria. Forza Italia non ha i numeri, ammesso che avesse il coraggio, per sostenere un governo col PD, e il PD non potrebbe peraltro, anche avesse i numeri, governare nel quadro attuale col solo Berlusconi. Lo stallo è totale.

Il Quirinale cercherà di far leva sulla responsabilità nazionale (cioè gli interessi generali del capitale) per massimizzare la pressione sui partiti borghesi: ma in assenza di un panico finanziario, come nel 2011, grazie alla copertura della BCE, è difficile pensare che i soli richiami alla sterilizzazione degli aumenti IVA, del finanziamento delle missioni militari, della nuova stretta di bilancio necessaria a far fronte agli impegni UE, possa promuovere una tale pressione dell'opinione popolare da forzare dal basso una soluzione di governo confindustriale purchessia. La stagione Monti-Fornero è ancora una memoria troppo fresca per richiamare, a livello di massa, una fascinazione per i governi presidenziali.
D'altra parte una soluzione politica con mandato pieno a Salvini, come richiede Meloni, è resa impossibile dall'assenza di una maggioranza parlamentare precostituita, condizione stessa dell'assegnazione dell'incarico. A meno di (improbabili, seppur non impossibili) scomposizioni rapide dei gruppi parlamentari Cinque Stelle, con l'emersione di un gruppo consistente di deputati e senatori (presumibilmente del Nord) disponibile a formalizzare preventivamente un proprio appoggio a un governo di centrodestra, quella soluzione è obiettivamente impraticabile.

Vedremo lunedì le proposte di Mattarella, e gli sforzi della sua fantasia.
Ma ad oggi sembra configurarsi come soluzione probabile quella di elezioni politiche anticipate ad ottobre; presumibilmente con l'attuale legge elettorale, perché nessuna maggioranza parlamentare pare in grado di varare una nuova legge.
Vi si può arrivare con un ulteriore straordinario prolungamento dell'attuale governo Gentiloni, seppur privo di ogni base parlamentare. Vi si può arrivare con un governo del presidente, che non ottiene la fiducia delle Camere, ma guida la corsa al voto. In entrambi i casi, soluzioni inedite che darebbero la misura dell'eccezionalità della crisi politica italiana e che trascinano nella crisi la Presidenza della Repubblica.

Di certo la crisi politica e istituzionale della borghesia italiana misura una volta di più la crisi parallela del movimento operaio: l'assenza di un quadro di mobilitazione reale, unitaria, di classe, di massa, che sappia irrompere nello scenario politico e cambiarne l'agenda. Ma questo è un altro discorso.


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 29 aprile 2018

RIVENDICHIAMO LE RAGIONI DEL LAVORO



Il Primo Maggio di quest'anno ricorre in un contesto nuovo.
Il voto del 4 Marzo ha sancito la marginalizzazione della sinistra politica, mentre la crisi verticale del renzismo e del Partito Democratico è stata capitalizzata dalle diverse forme di populismo reazionario: la Lega di Salvini, che si candida oggi a partito leader del centrodestra e dal Movimento 5 Stelle, che ambisce a conquistare un ruolo centrale nel futuro assetto istituzionale e si offre come perno per il capitale. A due mesi dalle elezioni, la perdurante assenza di un governo non è solo il risultato di una pessima legge elettorale, ma è la conferma di una crisi istituzionale che ha investito l'Italia a partire dal voto del referendum del 4 Dicembre 2016  e aperto la crisi politica di Renzi. Lo stesso padronato italiano oggi saggia il terreno del M5S come interlocutore e gli apre le porte della propria disponibilità politica. Non è un caso che tra le varie possibili alchimie di governo, l'ipotesi di una soluzione M5S-PD sia quella più spalleggiata dai grandi giornali della stampa borghese, dal padronato stesso e anche da Mattarella. Con il PD nel ruolo di sostanziale “garante” di fronte a possibile esuberanze “giovanili” di Di Maio e del M5S. Dopo una campagna elettorale segnata dalla xenofobia, dal dilagare di un senso comune reazionario e dal silenziamento scientifico nei canali di comunicazione di massa delle ragioni del mondo del lavoro, rivendichiamo il Primo Maggio, simbolo dell'unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale, per rilanciare le ragioni di un progetto rivoluzionario, di una prospettiva anticapitalista che sappia tenere insieme in questa nuova fase la necessità di sostenere e difendere anche la più elementare rivendicazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la loro incompatibilità di fatto con la realtà del capitalismo, portando in ogni lotta, in ogni vertenza, la coscienza che solo una rottura anticapitalista può invertire il senso di marcia che stiamo affrontando, solo la costruzione di una direzione rivoluzionaria del movimento operaio può interrompere il terribile piano inclinato lungo cui stiamo scivolando verso la reazione sociale, verso la barbarie.

LE MENZOGNE ED IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO

Con la fine dell'Unione Sovietica ed il crollo del muro di Berlino le sirene del padronato avevano annunciato un'epoca di ricchezza e benessere. Dopo trent'anni di quelle promesse rimane solo la polvere. Montagne di miliardi regalate alle banche fanno da contraltare ad anni di politiche di austerità, di taglio alla spesa sociale, di restrizioni, di sacrifici imposti sempre e solo sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici e delle classi subalterne. Si ficcano direttamente le mani in tasca alla maggioranza della popolazione per finanziare un permanente soccorso pubblico al capitalismo in crisi, alla finanza, agli speculatori. In questi trent'anni ciò che il proletariato italiano ha avuto è stato: l'attacco ai suoi salari, il taglio dei diritti sindacali, la distruzione dello stato sociale l'allungamento dell'orario di lavoro ad ogni livello, su scala settimanale, mensile, annuale e persino di vita con l'aumento indiscriminato dell'età pensionabile. A fianco di tutto questo, la crisi del capitalismo rilancia su tutto il mondo venti di guerra. La competizione in crescita tra Stati Uniti e Cina per la spartizione dei mercati mondiali rilancia la corsa agli armamenti, mentre il Medio Oriente è una polveriera pronta a scoppiare, compresso tra interessi imperialistici, di potenze mondiali o regionali che si contendono le grandi rotte del petrolio, la spartizione di zone di influenza, il controllo dei porti e delle rotte. Il massacro senza fine contribuisce a migrazioni di massa e lo stesso capitale che da un lato bombarda e massacra intere popolazioni, nell'Unione Europea “premio nobel per la pace” arma fascisti e razzisti come squadracce contro gli stessi uomini e donne in fuga da miseria e distruzione, seminando odio e xenofobia.
Questo è l'unico “progresso” che il capitalismo è riuscito a dare in questi trent'anni: miseria, regressione e barbarie.

UNIRE GLI SFRUTTATI CONTRO IL CAPITALE

La classe lavoratrice ha subito in larga parte del mondo un pesante arretramento in questi ultimi decenni come conseguenza delle ripetute sconfitte. Il sistematico tradimento dei partiti e delle burocrazie che avrebbero dovuto rappresentarla ha disperso, indebolito o sabotato le sue lotte di resistenza e ha permesso disarticolazioni e passi indietro, trascinando un arretramento pesante della coscienza di classe in significativi settori di massa. Nel nostro stesso paese, la cronicizzazione della disoccupazione, la frantumazione delle condizioni di lavoro, l'elevazione a norma del precariato,  lo sfondamento dei cosiddetti “minijobs”, il sabotaggio dei contratti nazionali hanno prodotto non solo un indebolimento sostanziale della classe, ma anche una sua dispersione molecolarizzata su tutto il territorio. A fronte di tutto ciò la classe operaia rimane l'unica forza che ha la possibilità concreta di costruire una società nuova. Può farlo solo se si pone alla testa di tutte le domande di liberazione. I lavoratori salariati nel mondo sono ormai largamente più di due miliardi, una vera e propria potenza mondiale. Le espressioni di resistenza sociale continuano a percorrere tutto il globo, dalle lotte del proletariato cinese a quelle per il salario minimo negli Stati Uniti, fino, nella stessa Europa in questi settimane la lotta dei ferrotranvieri sta unendo intorno a altri settori di salariati e del mondo studentesco e giovanile francese. In Italia la forza di sedici milioni di salariati è rimasta ingabbiata in questi anni dalla dispersione delle lotte e dal guinzaglio della burocrazia sindacale: delle burocrazie sindacali, che rafforzano sempre più la loro compromissione e complicità con il padronato e i governi, in una prospettiva corporativa finalizzata a impedire qualsiasi forma di espressione della reale volontà dei lavoratori e delle lavoratrici. Il via libera alla Fornero, la rinuncia alla lotta sull'articolo 18 e contro il JobsAct e la dispersione dell'opposizione di massa alla “Buona Scuola” non hanno solamente rappresentato un vero e proprio tradimento, una svendita delle ragioni del lavoro al padronato, ma hanno anche precluso la possibilità che intorno a quelle lotte si saldassero altri importanti settori sociali, a partire dalle masse di disoccupati e sottoccupati che non a caso hanno votato in massa il M5S, aggrappandosi alla promessa del reddito di cittadinanza come illusoria fuga dalla povertà. In controtendenza con tutto ciò è necessario dare al movimento dei lavoratori un programma all'altezza della situazione a partire dal rilancio della rivendicazione della riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di salario. Rivendicazione centrale per poter unire le lotte di resistenza dei lavoratori alle aspirazioni dei disoccupati e alle lotte del nuovo precariato. Un programma che miri a mettere nelle mani di chi lavora le leve della società, espropriando la grande industria e le banche, liberando enormi risorse abolendo il debito pubblico. Ricostruendo e allargando le protezioni sociali. Finalizzando l'intera economia ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzare queste misure. L'unica alternativa a questo progetto è la barbarie in corso.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE

Tutta l'esperienza degli ultimi trent'anni ha rinnovato un punto ineliminabile: non è sufficiente un movimento di lotta, pur radicale. I movimenti di lotta possono essere sconfitti, come accaduto ai lavoratori francesi contro la Loi Travail o ai lavoratori italiani contro Marchionne, o possono realizzare imprese che sembravano impensabili, come la cacciata di un regime terribile come in Tunisia ed in Egitto solo pochi anni fa. Ma senza una coscienza politica, senza una direzione politica alternativa, anche le lotte più generose e straordinarie sono destinate alla sconfitta. E' la lezione di questi anni.
Non è sufficiente dunque definire un programma all'altezza dei compiti storici della classe lavoratrice, è necessario dare a questo programma un partito. Un partito della rivoluzione, che sappia unire intorno a quel programma  gli strati più coscienti della classe operaia, che si radichi in ogni lotta, che sappia ricondurre queste lotte ad una più generale prospettiva di rivoluzione sociale, che sappia ricondurre queste lotte alla prospettiva del governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

La lotta per la costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la lotta per la costruzione di questo progetto, su scala nazionale e su scala internazionale, per un partito mondiale della rivoluzione.

giovedì 26 aprile 2018

AI LAVORATORI CHE HANNO VOTATO 5 STELLE



L'avevamo detto (contro corrente) per anni:
“Il M5S è un partito padronale”. Non siamo stati creduti. Ora parlano i fatti.

Certo, sappiamo bene che in molti avete votato M5S il 4 Marzo.

Chi in contrapposizione ai “vecchi partiti” che vi hanno levato l'articolo 18 e hanno portato la pensione a 70 anni. Chi per sfiducia verso una sinistra irriconoscibile che è stata complice di questa rapina. Chi in ogni caso prendendo per buone le promesse solenni di Luigi di Maio: “Basta alleanze con i partiti della casta, al centro un programma di svolta”.

Ma due mesi dopo? Non si è ancora formato il governo, e di quelle false promesse non è rimasto nulla. Anzi, tutto appare capovolto. Di Maio è disposto ad allearsi con ogni partito della “casta” (dal xenofobo Salvini a Matteo Renzi) pur di guidare il governo. Il programma è stato riformulato (oltretutto in modo truffaldino) per rassicurare i poteri forti. E ora Confindustria, banchieri e giornali benedicono il M5S e chiedono al PD di sostenerlo, così come fanno l'Unione Europea e gli ambienti Nato. Insomma: tutti i vostri avversari di classe degli ultimi 30 anni, quelli che hanno riempito il proprio portafoglio svuotando il vostro, salgono sul carro del vincitore.

Cosa significa? Significa che i padroni hanno cambiato cavallo per restare in sella. Loro hanno capito per tempo (e da tempo) che il M5S è una carta spendibile per i propri interessi. Hanno capito che dietro il fumo delle promesse sociali acchiappa voti (i vostri) su Fornero e “reddito di cittadinanza”, c'era un programma reale di segno opposto: nuova riduzione delle tasse per i profitti, continuità del pagamento del debito alle banche, rispetto dell'Unione Europea dei capitalisti, tutela della Nato (bombardamenti inclusi). Le successive limature del programma servono solo evidenziarlo. La verità è che i vostri voti vengono portati in dote ai poteri forti, contro di voi.

LAVORATORI, LAVORATRICI, APRITE GLI OCCHI E ALZATE LA TESTA! NON FATEVI FREGARE UN'ALTRA VOLTA!

E' ora di preparare una mobilitazione unitaria, radicale, di massa che ponga al centro del confronto pubblico le rivendicazioni essenziali dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati:

-Ripristino dell'articolo 18 e cancellazione di tutte le leggi vergogna di precarizzazione del lavoro.

-Via la Legge Fornero, si vada in pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro.
-Si riduca l'orario generale di lavoro a 32 ore pagate 40.

-Per un salario dignitoso ai disoccupati che cercano lavoro, finanziandolo col taglio ai trasferimenti pubblici ai padroni e con la tassazione dei grandi profitti, rendite, patrimoni.

Solo un'azione di lotta generale può unire gli sfruttati attorno a queste rivendicazioni e aprire dal basso una pagina nuova.

Ma una lotta seria per queste rivendicazioni riconduce al nodo di fondo. Il capitalismo ha fallito. Non serve a nulla cambiare l'amministratore delegato del capitale, illudendosi ogni volta che possa difendere il lavoro. E' necessaria un'altra società, libera dai padroni e dallo sfruttamento, dove siano finalmente i lavoratori a comandare. E' necessario un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unico che può abolire il debito pubblico verso le banche e nazionalizzarle, l'unico che può espropriare le aziende che licenziano.

Lavoratori e lavoratrici, c'è solo un partito di cui vi potete fidare. Quello che lotta per questo programma di rivoluzione. Quello che non ha da difendere altri interessi che i vostri.

Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori