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mercoledì 23 agosto 2017

Ischia: il profitto uccide come nel 1883



L'ideologia borghese del progresso conosce una nuova smentita. A Ischia si muore di terremoto come nel 1883. È passato quasi un secolo e mezzo, la scienza e la tecnica delle costruzioni edilizie ha fatto passi da gigante, ma a Ischia è sufficiente una scossa modesta di 4 gradi richter per produrre crolli, morti, feriti.

In una organizzazione capitalistica della società, dove domina la legge del profitto, si costruiscono case fatiscenti, su terreni improbabili, con materiali di sabbia. L'industria del cemento è in mano alla malavita. I costruttori sgomitano gli uni contro gli altri per assicurarsi gli appalti al massimo ribasso. Gli investimenti pubblici sulla prevenzione antisismica, annunciati solennemente ogni anno, restano al palo, al pari delle spese per la ricostruzione, come si vede in Centro Italia. “Non ci sono le risorse necessarie”, lamentano gli stessi ministri che destinano ogni anno 80 miliardi alle banche di soli interessi sul debito pubblico, mentre perpetuano le regalie fiscali ai padroni e ai loro profitti. Intanto le quotazioni di borsa delle azioni salgono a vette da capogiro e così i relativi dividendi, a fronte di milioni di disoccupati e della miseria dei salari.

Questa è la società borghese, e non c'è rimedio. La rivoluzione sociale è davvero l'unica possibile terapia.


Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 18 agosto 2017

NEL PANTANO LIBICO IL RIMESCOLAMENTO DELLE INFLUENZE IMPERIALISTICHE Il generale Haftar, uomo forte della Libia, sbaraglia equilibri politici e militari e provoca la crisi del governo di Al-Sarraj




Dal 2014 ad oggi un continuo rimescolamento delle carte tra milizie, tribù e interventi imperialistici. Oggi il generale Haftar, sostenuto da Egitto, EAU, Russia e Francia sbaraglia tutte le forze in campo, costruisce il proprio ruolo di bonaparte libico, e mette in seria crisi la pedina dell'Italia, degli USA e dell'ONU: il Governo di Accordo Nazionale di Al-Sarraj, sempre più isolato, debole e privo di reale sostegno interno. L'Italia, incapace di gestire i propri interessi imperialistici, si lascia sorpassare dal governo francese nel caos libico. Un caos in cui l'unico reale sconfitto risulterà essere il debole proletariato libico
Nel giardino di casa dell'imperialismo d'Italia, in seguito alla caduta di Gheddafi, si è prodotto il più totale caos di milizie, clan e potentati che ora stanno riordinandosi attorno a figure e realtà capaci di polarizzare i diversi interessi. Tutte coinvolte più o meno entro il disegno di ricerca di un nuovo equilibrio di poteri tra soggetti locali e proiezioni imperialistiche internazionali, equilibrio che non esclude la cancellazione o la sopraffazione di alcune parti in conflitto.
Le recenti vicende, legate alla questione migratoria, vedono un profondo rimescolamento degli equilibri, un intervento imperialistico tanto prepotente quanto spiazzante della Francia sotto la guida del nuovo Bonaparte Macron e la crisi della strategia in braghe di tela dell'imperialismo italiano.


La disgregazione del potere politico e la conflittualità tribale in Libia

Gli attori principali delle attuali dinamiche sono vari.
Innanzitutto, il debole e fantasmatico Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez Al-Sarraj, insediato a Tripoli dalla prima metà del 2016. Un governo nato senza supporto reale in Libia, vittima costante della guerra settaria di milizie di varia provenienza, immediatamente delegittimato dal parlamento di Tobruk, dal generale Haftar, guida della campagna militare contro gli islamisti e diretta emanazione degli interessi dell'Egitto nella lottizzazione della Libia, e dal parlamento islamista nato sulla campagna di Alba Libica. Tale governo, fin dal principio, ottenne il sostegno dell'ONU e dell'Unione Europea con la benedizione di Obama, Renzi e Hollande, ma nel lungo cammino che porta ad oggi tali sponde si dimostrano non solo non-sufficienti, ma nemmeno così sicure.
È un dato di fatto che il GNA di Sarraj, sostanzialmente, sia il prodotto della necessità delle borghesie libiche legate al petrolio e alla finanza e delle principali aziende petrolifere imperialistiche (Turkish Petroleum Corporation, ENI, Tatneft Company, Total E & P, Statoil, Deutsche Erdoel AG, British Petroleum, Sipex, Medco International), tutte alla ricerca di un minimo di stabilità per riprendere a intessere interessi e commercio. Non per nulla il governo è percepito internamente come tale nonostante la copertura propagandistica dell'unità contro l'ISIS, ma risulta comunque un governo che al momento detiene il controllo sulla NOC (National Oil Corporation), sulla Banca centrale libica e sull'Autorità libica per gli investimenti (LIA, Fondo sovrano libico).
Tale governo si trova subito a fare i conti con i potentati reali libici, prodotti di differenti interessi e di differenti gruppi, clan e famiglie.
Innanzitutto un soggetto che all'attuale si pone sempre più come marginale, ma comunque centrale nei conflitti settari: il governo islamista di Khalifa Ghwell e le milizie a lui fedeli, ciò che rimane del “Nuovo Congresso Nazionale Generale”. Esso fu frutto dell'operazione Alba Libica delle milizie islamiste in opposizione al Congresso Nazionale Generale di Tobruk, nato dalle elezioni del 2014 e sostenitore dell'allora governo Al-Thani, al tempo appoggiato dalle potenze internazionali.
Oggi Ghwell controlla parte della capitale della Libia (Tripoli) e continua a contrapporsi al governo di Al-Sarraj ostinatamente.
Tra i soggetti in campo capaci di sbaragliare completamente le carte in tavola c'è, soprattutto, il generale Khalifa Haftar, il vero uomo forte della Libia, da sempre presente nello scenario delle svariate guerre civili del paese, colpito dalla repressione dell'allora “Decano di tutti i governanti arabi”, il colonnello Mu'ammar Gheddafi. Egli è divenuto il simbolo di un potere militare, tribale e carismatico che ha saputo porsi come ago della bilancia di numerosi eventi cruciali libici.
All'attuale si presenta come nuovo soggetto forte su cui in molti puntano e che fin da principio rapprentava il cavallo dell'Egitto di Al-Sisi - interessato a colpire le emanazioni della Fratellanza Musulmana - e di alcune monarchie saudite.


La seconda guerra civile libica come processo genealogico

Haftar nel 2014 lanciò la campagna “Operazione Dignità” contro i gruppi islamisti che si stavano imponendo nello scenario libico e, in particolare nel contesto di Bengasi, contro il gruppo sunnita-jihadista Ansar-al-Sharia, responsabile di un attacco al consolato USA che provocò la morte dell'ambasciatore americano Stevens. Con questa operazione e l'appoggio delle milizie di Zintan provocò la crisi del governo di Al-Thani, portò a nuove elezioni per il Congresso Generale Nazionale, costringendo entrambi a rifugiarsi a Tobruk, in seguito anche all'attacco a Tripoli da parte delle forze islamiste di Alba Libica (milizie della capitale e di Misurata).
Da Tobruk Al-Thani e il CNG optarono per la protezione e l'appoggio di Haftar e del suo esercito “irregolare”, evidenziando già al tempo come il generale, che rappresentava interessi di potenza di soggetti diversi dal tradizionale imperialismo europeo (Egitto, Emirati Arabi Uniti etc), potesse essere una pedina importante della ricostruzione libica.
La guerra continuò con l'irruzione nella scena delle milizie di Derna, che si affiliarono all'ISIS, inserendosi nella lotta tra gli islamisti di Misurata e Tripoli e le forze raccolte attorno ad Haftar, il parlamento di Tobruk e Al-Thani. Il tutto, come è immaginabile, si giocava nello scontro per il controllo dei porti, dei gangli infrastrutturali principali e , soprattutto, dei pozzi e delle strutture legate al petrolio e al gas.
Qui si inserirono gli interventi delle compagnie petrolifere interessate a cercare un minimo di stabilità e di pace armata che garantisse l'accesso alle enormi riserve petrolifere e di gas della Libia. Infatti la NOC, guidata da Mustafa Sanallah, da quel momento condusse colloqui con tutte le aziende petrolifere imperialistiche – ENI in primis - per cercare il giusto appoggio alla proposta di un Governo di Accordo Nazionale, capitanato dal “burattino” Al-Sarraj. Il principale problema era indirizzare il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (N-CGN) di Tripoli di Alba Libica e il Congresso Generale Nazionale (CGN) di Tobruk a riconoscerlo e unirsi sotto la sua guida. L'immediata mossa della borghesia petrolifera fu garantire il pieno sostegno della Petroleum Facilities Guard, una milizia di 27.000 uomini al servizio della protezione delle strutture petrolifere, dichiarato pubblicamente dal suo presidente non appena Al-Sarraj arrivò a Tripoli. E siamo già nel 2016.
Nonostante questo né il governo islamista di Ghwenn, né il presidente del N-CGN di Tripoli Bushameinn, né il CGN di Tobruk appoggiarono il nuovo governo. Al di là degli interessi delle dirigenze, però, il Congresso di Tobruk sottoscrisse gli accordi di pace che portarono alla proposta di un governo di unità nazionale, ad esclusione della parte inerente la sottomissione delle forze armate e delle milizie ai ministeri del Governo di Accordo Nazionale, a difesa dell'autonomia e del potere del proprio “condottiero” Haftar. Il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (GAN)di Tripoli, invece, si sciolse per sostenere Al-Sarraj mentre le milizie della Libia Occidentale, prima a sostegno del CGN di Tobruk, si schierarono con il nuovo GAN.
Così le parti geografiche si rovesciano. Ora a Tripoli si trova il governo sostenuto dalla maggior parte degli interessi imperialistici, commerciali e politici dell'occidente, sotto la guida di Al Sarraj e con il controllo dell'Occidente della Libia; mentre a Tobruk e nell'Est della Libia Haftar, la Camera dei Rappresentanti (ex CGN) e il governo di Tobruk portano avanti la loro competizione al GAN.
Qui si crea lo scompiglio: il generale Haftar riesce a ottenere l'appoggio militare celato della Francia sfruttando la propria campagna contro ISIS e islamisti; mantiene l'appoggio dell'Egitto e vede l'apertura dei rapporti con la Russia, sempre più interessata alla campagna internazionale contro l'ISIS per emulare, negli strumenti, l'imperialismo USA.
Questa impasse si protrae fino a metà del 2016, quando, vedendo come i poteri internazionali ricreavano determinati rapporti economici e commerciali a favore del governo di Al-Sarraj – tra cui l'ENI, che trovando un giacimento al largo dell'Egitto, comunica la sua aspirazione ad una relazione commerciale che coinvolga Egitto, Israele, Cipro e una Libia pacificata, affidando un 40% del controllo ad una compagnia composta da Edison (Italia), Total (Francia) e British Petroleum (Inghilterra) - anche Emirati Arabi Uniti ed Egitto puntano ad un avvicinamento tra Parlamento di Tripoli e Parlamento di Tobruk con il coinvolgimento della Francia.
In questo scenario l'attacco di Haftar a Bengasi contro gli islamisti qaedisti, scricchiola e rischia l'isolamento a causa dell'esposizione militare degli USA in supporto al GAN di Al-Sarraj nella ripresa di Sirte contro l'ISIS, della non condanna dell'Egitto a quell'atto, del “possibile” ritiro delle truppe francesi da Bengasi con la sola Russia al fianco.
Qui però arriva il colpo di scena di Haftar che nel settembre 2016 si lancia alla presa dei porti petroliferi (Ras Lanuf, Sidra, Brega, Zueitina) contro la Petroleum Facilities Guard fedele al governo di Al-Sarraj, utilizzando l'espediente dell'attacco alle milizie islamiste (Brigate di Difesa di Bengasi, le stesse contro cui sta portando avanti la sua Operazione Dignità) che avevano preso il controllo di una parte di quelle cittadelle strategiche. Questa operazione scompiglia le carte e permette il “ricatto pretrolifero” (come viene definito dall'agenzia di stampa Nena-News) di Haftar al Governo di Accordo Nazionale, che va in escandescenza. I suoi esponenti si susseguono nel condannare l'attacco e nel definirsi unici legittimati a commerciare petrolio e gas libici. Eppure Haftar e il governo di Tobruk pongono immediatamente sotto il controllo della NOC di Sanallah i terminal dei porti, aprendo rapidamente una relazione proficua per la principale compagnia petrolifera nazionale e per gli interessi dei capitali stranieri.
Ma qui Haftar si fa più scaltro. Non punta più alla destituzione di Al-Sarraj tout court e a dominare il Parlamento di Tripoli, ma ad imporre un potere contrattuale e ricattatorio nei confronti del GNA, per affermarsi come uomo forte della Libia, unico in grado di colpire islamisti dell'ISIS e qaedisti, conquistare posizioni del GNA rendendole più sicure, e difendersi dai continui attacchi delle Brigate islamiste, guadagnando un controllo stabile su tutta la Cirenaica.
Al contrario, il governo di Al-Sarraj fatica a difendere la sua sovranità: il Fezzan rimane fuori controllo, parti della capitale sono in mano a milizie contrapposte, gli attentati islamisti continuano a imperversare, le rese di conti tra milizie rendono impossibile la legittimazione del GAN.
Tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, Khalifa Ghwell tenta un colpo di mano a Tripoli occupando militarmente i ministeri e imponendo la fuga al governo di al-Sarraj nella base navale di Abu Seta.


Lo scenario odierno: Haftar, nuovo Napoleone Libico

In questo quadro diviene evidente come Haftar diventi sempre più la pedina vincente degli interessi dell'imperialismo francese in Cirenaica e della proiezione di potenza della Russia nelle risorse energetiche del Mediterraneo. Il generale, infatti, pare abbia siglato un accordo con la Russia: armi in cambio di una base militare in Cirenaica.
Ma, a questo punto, mentre la scommessa di Francia, Egitto e Russia sembra avere la meglio sui qaedisti di Bengasi, mantenere il controllo e la stabilità dei porti di Ras Lanuf e Sidra e rappresentare un elemento di stabilità per tutta la Cirenaica, quella dell'Italia e dell'Unione Europea vacilla e si mostra impotente.
Il governo russo, comunque, non è particolarmente noto per le proprie posizioni “esclusivamente bi-laterali”, per cui di fronte al primo slancio verso Haftar, ridimensiona e relativizza il concreto supporto militare al governo di Tobruk, e apre a confronti anche con Al-Sarraj: lo scopo è arrivare alla riconciliazione, ma ponendo in chiaro il ruolo diretto delle forze armate russe e della scommessa su Haftar.
Nel marzo 2017 Al-Sarraj riceve l'ennesimo colpo. Mentre a Tripoli si susseguivano manifestazioni di piazza contro le milizie islamiste, sparatorie tra milizie rivali e attentati terroristici, le Brigate al-Nawasi, fino ad allora sostenitrici del GNA, occupano la base di Abu Seta, dove si trovava il governo di Al-Sarraj. L'obiettivo è quello di frenare le azioni e le proteste anti-islamiste nei territori controllati dal governo e preservare il monopolio della repressione delle stesse, gestita direttamente dai miliziani di Misurata, per riaffermare il proprio ruolo nel controllo del territorio soprattutto in alcune zone di Tripoli. Tale azione dimostra ulteriormente il ricatto sotto cui è incastrato il governo debole della diplomazia europea ed italiana.
Non per nulla a maggio 2017 si annuncia l'accordo tra Haftar e Al-Sarraj, sponsorizzato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, e con l'avvallo dell'Italia da parte del duo Gentiloni-Eni e degli Stati Uniti di Trump. Tale arrangiamento prevede la costruzione di un unico esercito regolare alle dipendenze del governo di Accordo Nazionale, comandato dall'uomo forte del momento, Haftar. Contemporaneamente, però, Haftar rimette in mostra il proprio peso, impossessandosi di Derna grazie al supporto aereo dell'areonautica egiziana, scatenando, con questa violazione di sovranità, le ire del governo di Al-Sarraj, impotente di fronte alla genialità del rivale.
Unico elemento di riscatto per la pedina dell'imperialismo tricolore disorientato: le milizie fedeli al GAN riescono a far ritirare le truppe di Ghwell a Misurata, provando così a recuperare in parte il controllo della capitale, allontanando la principale minaccia e potere parallelo a Tripoli, capace di fomentare le componenti più islamiste delle tribù a sostegno del GAN.
Tutta l'operazione mostra la sua tela a luglio, lo scorso mese, quando il Generale Khalifa Haftar denuncia, attraverso gli organi del suo Esercito Nazionale Libico, le ingerenze e il supporto fornito agli islamisti jihadisti di Qatar, Sudan e Turchia. Questo viene immediatamente accompagnato dall'interpellanza dell'Egitto in sede ONU in cui si denunciano queste relazioni, legittimando pienamente le operazioni congiunte egiziane e di Tobruk contro gli islamisti in Cirenaica. Il generale con questa comunicazione d'impatto, ribadendo il proprio ruolo egemonico in campo militare, richiama tutte le milizie tribali e i libici a consegnare le armi e unirsi alle forze legittime dell'Esercito Nazionale Libico, per risolvere definitivamente la situazione nel paese. Haftar si pone sempre più come unica personalità detentrice del potere militare e tribale di Libia, il nuovo uomo capace di portare ordine e stabilità contro gli eccessi delle milizie, le aspirazioni di crescita degli islamisti, la minaccia dell'ISIS e le lotte settarie.


Il sorpasso francese sulla strategia dilettante italiana attraverso il Generale Haftar

Qui si consuma l'operazione di rovesciamento degli equilibri attraverso l'intervento del Bonaparte francese, Macròn, e del Napoleone libico, Haftar. Mentre l'Italia era impegnata dalla preparazione di un incontro sull'immigrazione con altri governi europei e africani, il Presidente francese si rende protagonista di un accordo, siglato il 25 luglio sotto l'egida delle Nazioni Unite, tramite il nuovo inviato Salame, tra Haftar stesso e Al-Sarraj. Tale accordo sancisce internazionalmente l'affermazione di Haftar, con l'appoggio aperto di Francia, Egitto, Russia e Cina e in contrappeso alla debolezza di Al-Sarraj. Il tutto con la totale messa in disparte dell'imperialismo italiano, neppure informato dell'incontro anche se ringraziato ufficialmente da Macròn per il lavoro svolto fino a qui, parole che sottintendono un invito a lasciare spazio a chi gioca sul serio e a chi investe sui cavalli vincenti con una strategia di cornice dotata di lungimiranza.
L'armata brancaleone del Partito Democratico e dell'imperialismo italiano prende lo smacco più grande, tagliato fuori dai giochi nel proprio giardino di casa, neppure invitato al consesso internazionale che sanciva il rilancio in pompa magna dell'intervento francese e della affermazione degli interessi capitalistici e militari dell'Eliseo come della Russia.
Dal governo italiano partono così disperati tentativi di riconfermare un ruolo di attore regionale nevralgico, cercando di venire incontro alla necessità di una politica interna in grado di concorrere con destra leghista e Movimento 5 Stelle nel cavalcare il populismo razzista e reazionario, e a quella di recuperare un'immagine internazionale, attraverso un intervento diretto per venire in soccorso dello sgangherato alleato in decadenza Al-Sarraj. In poche parole si cerca di mettersi il fez in testa in Italia e di mettere in mostra un teatrino imperialistico a dir poco farsesco.
Un gioco pericoloso che si consuma sulla pelle di migranti e profughi. Il primo passo del governo, subito dopo il vertice con Macròn, è quello di chiamare a rapporto in Italia al-Sarraj, il quale, cercando nuovo supporto da chiunque possa fornirgli un appiglio, finisce per richiedere il supporto italiano contro i trafficanti. Dopo che già nel 2016 il governo italiano inviò, in termini più propagandistici che di reale supporto militare, 300 uomini (di cui 100 militari) attorno ad un campo medico militare a Misurata per fornire supporto contro l'ISIS; dopo che a giugno 2017 il ministro Alfano ha riconfermato, ad Agrigento, gli accordi economici italo-libici per riaffermare il ruolo dei capitali italiani nella ricostruzione; ora si tenta l'approccio dell'ex membro del PCI, Minniti. Quest'ultimo, in un incontro a Tunisi con il governo di Tripoli, ha cercato di avviare trattative per la costruzione di un area di “Ricerca e Salvataggio” (Search and Rescue, i marines de'noantri) in cui le forze di polizia italiane possano collaborare con la Guardia Costriera libica inviando proprie navi nel contrasto all'immigrazione. Il governo italiano cerca di superare a destra i neofascisti di Generazione Identitaria e dell'operazione Defend Europe, e combina il pasticcio più grande, colpendo definitivamente la credibilità del proprio uomo in Libia.
Al-Sarraj viene immediatamente attaccato da Haftar, che contemporaneamente condanna anche l'ingerenza “coloniale” italiana: la sovranità della Libia non si tocca, soprattutto se mette in discussione il primato ormai consolidato di Haftar, sancito dal nuovo accordo con Egitto, Francia e Russia.
A questo fa seguito la sostanziale ribellione interna dei vice di Al-Sarraj, che rappresentano il sostegno delle principali milizie o componenti dello sgangherato “esercito regolare”. Così il Governo di Accordo Nazionale sancisce la fascia di mare adibita al “Search and Rescue” e immediatamente il generale Ayoub Qassem, della Marina Militare di Tripoli, a nome anche della Guardia Costiera libica, vieta a qualsiasi nave straniera, sia essa ONG o italiana, di entrare senza autorizzazione nelle acque definite in quella zona, ben più ampia delle semplici acque territoriali libiche.
Non a caso è di poche ore fa la notizia di un avvertimento della Marina a suon di scariche di mitraglietta sulla nave Open Arms dell'ONG spagnola Proactiva. Atto a cui consegue la sospensione, da parte di Medici Senza Frontiere, degli interventi di salvataggio, visto lo scenario di denigrazione, attacco e generale diffamazione da parte italiana e l'avvertimento riguardo la disponibilità ad utilizzare le armi della Guardia costiera e della Marina libiche.
In tutto questo si consuma il crollo di appoggio per Al-Sarraj, che rimane sotto lo scacco di tutti gli attori già citati (Fezzan, milizie islamiste, Ghwani, che spesso trascina a sé le potenti milizie di Misurata, alleati interdetti dalla sudditanza al “colonialismo” italiano ed europeo etc) e che ora, si ritrova con una crisi interna, in cui, uno dei suoi quattro vice, Fathi al-Majbari, che rappresenta parte delle milizie della Tripolitania, spinge per una fronda interna contro l'ormai moribondo Al-Sarraj.

Haftar si conferma sempre di più come lo strumento per la ricostruzione della Libia e per la pacificazione delle oltre 220 milizie in campo, alfiere di interessi imperialistici nuovi e disposti a tutto per affermare un proprio ruolo nella regione. Prima fra tutti la Francia con l'intento di ricostruire il proprio canale coloniale che coinvolge Ciad, Mali e Niger, dei quali controlla valuta ed economia; la Russia, che cerca di porre la propria testa di ponte in Cirenaica; e l'Egitto, che vuole cavalcare la battaglia agli islamisti per rafforzare la propria posizione anche nel fronte interno con i Fratelli Musulmani.
Nel quadro degli equilibri tribali interni, inoltre, continua a strappare dimostrazioni di fedeltà e sostegno da un numero sempre maggiore di tribù, soprattutto le più influenti, strappandole all'ambiguo e debole governo di Al-Sarraj. Tra quelle che son passate a sostenere il nuovo generale di ferro, indebolendo Al-Sarraj, ci sono le tribù Mshait, Obeid, Fwakher, Drasa ma soprattutto le potentissime Warfallah e Gharyan.
Haftar ora si pone, da ottimo Bonaparte, anche come risolutore del problema che affligge il fronte interno italiano: i migranti.
Si lancia così nella proposta di una soluzione senza mediazioni fondata su alcuni capisaldi: l'inutilità e la scarsa sostenibilità del tentativo di fermare il flusso migratorio sulle coste, che significherebbe sobbarcare alla Libia il peso di masse di poveri e diseredati; il divieto a qualsiasi nave, in particolare quelle italiane e delle ONG, di entrare nelle acque territoriali libiche e nella fascia di S&R; il rifiuto degli accordi che Al-Sarraj ha stilato su questo tema, etichettandoli come illegali, illegittimi e dannosi per la Libia e la sua sovranità; l'invito a fornire al suo esercito 20 miliardi di dollari con cui costruirà un sistema militare di filtro e blocco dei flussi a sud della Libia, giocando a spostare sempre più giù la frontiera europea.
“Dobbiamo invece lavorare assieme per bloccare i flussi sui 4.000 chilometri del confine desertico libico nel sud. I miei soldati sono pronti. Io controllo oltre tre quarti del Paese. Possiedo la mano d'opera, ma mi mancano i mezzi. Macron mi ha chiesto cosa ci serve: gli sto mandando una lista. Corsi di addestramento per le guardie di frontiera, munizioni, armi, ma soprattutto autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati di 150 uomini ciascuno altamente mobile e posizionati ogni minimo 100 chilometri. Stimo il costo in circa 20 miliardi di dollari distribuiti su 20 o 25 anni per i Paesi europei uniti in uno sforzo collettivo”.
Insomma Haftar sembra l'ultima spiaggia per l'imperialismo italiano, se non vuole rimanere fuori dai giochi ed essere definitivamente sorpassato dalla Francia, nonostante debba ammettere al mondo intero di aver fallito completamente strategia e di aver dimostrato una pessima capacità di gestione dei rapporti e delle relazioni diplomatiche. Il nuovo generale macellaio, pronto a porsi alla guida di un governo al servizio degli imperialismi, si mostra internazionalmente come il solo cavallo vincente e capace di districarsi nel caos libico, sintetizzando gli interessi delle borghesie tribali libiche più ricche e delle borghesie europee, che necessitano di stabilità e lottizzazione delle risorse e di risposte vendibili mediaticamente sul tema migratorio.
In tutto questo, trafficanti, generali e politici utilizzano come principale merce di scambio proprio i migranti che, negli oltre 12 centri di detenzione libici (veri e propri lager, e sono solo quelli ufficiali), sono costretti a torture, condizioni di vita e di igiene bestiali, pestaggi, uccisioni sommarie, deportazioni. Di questi 12, alcuni sono sotto il controllo di Haftar (circa 5) e altri sotto la debole giurisdizione di Al-Sarraj (circa 6), mentre almeno uno è in mano agli islamisti legati al Califfato.
Questo è l'effetto dell'imperialismo e della lotta tra borghesie nazionali per accaparrarsi lo sfruttamento e il commercio di determinate risorse, riducendo gli attori locali in semplici pedine del gioco sporco dei vari esecutivi al servizio dei conglomerati di capitali imperialistici casalinghi.
Ad aggravare qualsiasi prospettiva alternativa nello scenario libico è, poi, la particolare composizione sociale di questo paese e della sua popolazione.
Da sempre la Libia e il “popolo” libico non riconoscono un potere statale “nazionale”. I libici, innanzitutto, percepiscono e costruiscono la propria identità sulla base delle divisioni tribali, vere e proprie organizzazioni sociali, economiche ed ideologiche: si stima che le più importanti siano circa 140-150, di cui 30, le più influenti e potenti, hanno determinato gli equilibri politici nel corso della tormentata storia del paese. La Libia, inoltre, è divisa etnicamente e politicamente in tre grandi regioni, grazie alle mire di semplificazione di gestione coloniale fin dal periodo romano, che esprimono raggruppamenti di tribù in competizione tra loro: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Allo stesso tempo le divisioni etniche più importanti raccolgono le varie tribù in grandi conglomerati etnici: i berberi (nel nord-ovest), gli arabi/berberi (in tripolitania e in genere nel nord), i tuareg (a sud-ovest) e i tobou (nel sud-est).
Completamente assente per tutti i proletari di questo paese è una coscienza di classe, schiacciata da questo tipo di appartenenze e sovrastrutture ideologiche e sociali.
I fenomeni di urbanizzazione che si sono sviluppati sotto l'era del Rais Gheddafi (personificazione dello strapotere della propria tribù, sostenuta dalle tribù della Tripolitania: Warfallah, Magariha e le tribù Zentan. la principale ossatura dell'esercito del Rais e l'attuale principale base militare di Haftar), iniziano a dar vita ad un primo proletariato urbano, mentre l'ossatura principale del mondo operaio ruota attorno al petrolio (estrazione, raffinazione, trasporto e logisitica portuale), essendo la Libia il secondo paese esportatore dopo la Nigeria, mentre gran parte della popolazione vive di pastorizia e, solo in alcuni casi e in zone particolarmente fertili di agricoltura.
Uno scenario difficile per un paese profondamente arretrato, socialmente ed economicamente, eppure così strategico nei giochi economici, finanziari e politici dell'Africa e dell'Europa.


Cristian Briozzo

sabato 12 agosto 2017

GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA! DI FRONTE ALLA MINACCIA DELL'IMPERIALISMO USA



Il presidente americano Donald Trump nella sua nevrotica euforia bellicista è giunto a sollevare l’ipotesi di un intervento militare in Venezuela.
Quale che sia la realtà di tale progetto, il PCL si schiera incondizionatamente dalla parte del Venezuela minacciato e invita alla massima attenzione e mobilitazione tutto il movimento operaio e antimperialista mondiale e le sue organizzazioni, preparandosi in caso di attuazione delle minacce del palazzinaro folle di Washington ad uno sciopero generale mondiale e ad un boicottaggio operaio mondiale verso gli USA.
Come è risaputo, il nostro partito, come la quasi totalità del movimento trotskista mondiale, critica fermamente e non appoggia politicamente il regime chavista di Maduro, che non ha niente a che vedere con il socialismo ma è un regime bonapartista piccolo-borghese che domina uno Stato capitalista; regime per di più sempre più antidemocratico, come si è visto con l’elezione della Assemblea costituente-bidone (che vota sempre all'unanimità) e con il meno conosciuto blocco delle elezioni sindacali e del diritto di sciopero.
Ma non confondiamo il regime piccolo-borghese con la reazione proimperialista espressasi nelle manifestazioni di massa dirette dalla MUD. Infatti, esprimendo posizioni analoghe a quelle della parte migliore del trotskismo internazionale, abbiamo intitolato l’ultimo nostro testo sulla questione “Combattere la destra reazionaria senza appoggiare il bonapartismo piccolo-borghese”.
In questo quadro abbiamo aspramente criticato quella parte delle forze che si richiamano al trotskismo che, internazionalmente e in Venezuela, travisando assurdamente la realtà, hanno visto nel movimento di massa reazionario una forza progressista, come è il caso della LIT (rappresentata in Italia dal piccolo PdAC) e della UIT (non presente in Italia). Ci spiace dire che, al di là delle loro rivendicazioni anticapitaliste formali, queste organizzazioni si sono poste oggettivamente sul terreno della controrivoluzione.
A maggior ragione il concetto di lotta contro la reazione vale di fronte ad una reale aggressione imperialista, in cui ogni militante rivoluzionario non può che opporsi ad essa e alle forze reazionarie venezuelane che certamente l’appoggerebbero, in fronte unico militare e pratico con lo stesso chavismo, senza però dare sostegno politico al regime ma proponendo l’unica alternativa reale alla situazione disastrosa del Venezuela: l’organizzazione indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici, la costituzione di consigli operai e popolari, la loro centralizzazione democratica in un consiglio centrale dei delegati e delle delegate, la lotta per la presa rivoluzionaria del potere da parte di questo e l’inizio di una vera transizione al socialismo, in alleanza con i lavoratori e le masse popolari dell’intera America Latina.


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione Internazionale

giovedì 10 agosto 2017

C-STAR – DEFEND EUROPE – GENERAZIONE IDENTITARIA

UN’OPERAZIONE DI PROPAGANDA PER LA DESTRA RAZZISTA NEL GRANDE INGANNO DELL'EMERGENZA MIGRATORIA




Continua a far parlare di sé la nave dei neo-fascisti "identitari" C-Star e la campagna Defend Europe. L'ennesima dimostrazione dei legami tra destre neo-fasciste, agenzie di mercenari e eserciti e governi imperialistici. Un excursus su una minaccia che si alimenta di razzismo e populismo.
La tanto dibattuta operazione anti-migranti Defend Europe, organizzata dalla rete neo-fascista Generazione Identitaria, mette in mostra come le organizzazioni reazionarie siano il braccio armato, ai confini della legalità, delle borghesie nazionali e internazionali. Per comprendere il fenomeno è necessaria una minima analisi tanto dei soggetti coinvolti quanto del concreto sviluppo dell’operazione razzista. In questo ci aiuta, tra le altre cose, il dossier sviluppato da Famiglia Cristiana - elemento che mette in mostra il tremendo ritardo e l’inadeguatezza degli strumenti della sinistra in generale, e di quella rivoluzionaria in particolare, di fronte a fenomeni potenzialmente devastanti e a cui è necessario contrapporsi -.

Generazione Identitaria: una rete paramilitare razzista e nazionalista

Generazione Identitaria è l’emanazione di un'organizzazione politica francese nata nel 2003, “Bloc Identitaire”, piccolo raggruppamento di vari esponenti della destra nazionalista e identitaria francese, tra i quali spiccano Fabrice Robert, ex deputato del Front National, e Guillame Luyt, ex membro dell’Azione Monarchica Francese e nonché ex-dirigente della giovanile del Front National.
Da questo primo nucleo si sono poi sviluppati e costruiti rapporti con altri raggruppamenti nazionali, principalmente in Germania e Italia – da cui Generazione Identitaria. Pare che tutte le varie sezioni di questo “movimento identitario” abbiano contribuito alla costruzione di PEGIDA, il movimento tedesco anti-islamista e nazionalista che spesso fece parlare di sé sui media.
La loro propaganda si incentra proprio sul concetto di identitarismo, di etnia, di lignaggio. Termini con cui si recuperano i concetti di Razza e Patria sotto mentite spoglie più politically correct e populistiche. Per tenere i piedi in più scarpe rivendicano una complementarietà tra i differenti livelli di “identità”: locale, nazionale ed europea. Su questa base, il centro di ogni ragionamento rimane la lotta all’immigrazione e all’invasione, l’opposizione allo ius soli, le espulsioni di tutti gli immigrati e in particolare degli islamici. Il tutto entro la grande cornice della lotta alla “sostituzione”, ossia ad una operazione di lenta sostituzione dei popoli autoctoni con identità meticce e miste per arrivare all’eliminazione delle identità tradizionali.
Si definiscono movimento apartitico e per questo agiscono di sponda con tutte le realtà politiche che possono dare linfa ai loro progetti, al loro radicamento e alla loro propaganda razzista. Non è un caso che in Italia adottino simbologie e metodi molto simili a CasaPound e che si siano spesso trovati a organizzare eventi “culturali” anche con la LegaNord.
I termini usati dall’organizzazione francese sono anche più forti di quelli adottati dalla sezione italiana, che cerca di presentarsi come non violenta e pacifica: “la prima linea di resistenza”, “siamo la generazione sacrificata ma non la generazione perduta”, “Il nostro ideale è la riconquista”, “l’avanguardia della giovinezza che si solleva”, “dichiareremo guerra a chiunque permetta la sostituzione”.
In tutto questo condiscono la formazione dei propri militanti e attivisti con addestramenti da organizzazione paramilitare, formandoli alla lotta e alle arti marziali, alla gestione della piazza e ad azioni di resistenza e aggressione fisica.
Con l’operazione Defend Europe il tutto fa un notevole salto di qualità.

Defend Europe: il battesimo di fuoco di Generazione Identitaria.

Questo lavoro preparatorio approda nella più mediatica campagna Defend Europe, un’operazione che mette in mostra i pericolosi legami di queste organizzazioni con le agenzie di mercenari e sicurezza privata e con i traffici di armi e esseri umani.
Defend Europe è la messa in pratica del programma razzista e anti-immigrati di Generazione Identitaria, l’intervento concreto, sebbene farsesco al momento, con i soliti scopi: contrapporsi alle ONG che intervengono nel Canale di Sicilia per salvare i migranti alla deriva; bloccare i flussi migratori alla fonte; rispedire indietro i migranti intercettati consegnandoli alla Guardia Costiera Libica; per formare e rafforzare la propria organizzazione militante sempre più in termini paramilitari, per porsi come avanguardia reazionaria di movimento.
Il tutto si concretizza con l’affitto della C-Star, la nave anti-migranti.
Ma da dove proviene? La C-Star arriva da Gibuti e batte bandiera mongola. La proprietà appartiene all’armatore di diritto Maritime Global Service Limited, con sede a Cardiff, specializzata in servizi di sicurezza privata. Il suo rappresentante e socio di maggioranza è Sven Tomad Egerstrom, collegato al The Marshal Group, una holding che riunisce altre sei società attive nella sicurezza privata.
Prima di questo passaggio apparteneva alla Sovereign Global Solution, si chiamava Suunta e batteva bandiera di Gibuti. Questa società utilizzava le navi come l’attuale C-Star come “Santa Barbara gallegianti”, ossia grandi depositi di armi e supporti logistici per i contractors che venivano utilizzati nelle operazioni anti-pirateria in vari contesti. Anche qui, queste operazioni di intervento militare al fianco degli eserciti imperialisti venivano mascherate come operazioni per la “salvaguardia della sovranità degli Stati”, operazione con cui coprire una comunissima fornitura di servizi militari privati e di supporto al lavoro dei mercenari.

Da operazione mediatica a farsa: intoppi e resistenze al progetto razzista.

Il primo intoppo, in cui si inceppò l’armata di camerati antimigranti, fu il blocco nel Canale di Suez a causa dell’assenza di documenti fondamentali per la navigazione e il passaggio in località sensibili, proprio come quella che collega il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso.
Il secondo, immediatamente successivo, che rallentò ulteriormente il percorso della C-Star verso Catania fu, intorno al 27 Luglio, il blocco della nave a Cipro. In quell’occasione il capitano della nave e il proprietario (Egerstrom) furono arrestati e accusati di “traffico di esseri umani”. Questo perché circa venti cittadini dello Sri-Lanka, appartenenti all’etnia Tamil, furono fatti imbarcare sulla nave in cambio di una ingente somma, fatti figurare come personale di bordo e, appena giunti a Cipro, fatti sbarcare per richiedere asilo politico. In poche parole, i militanti contro le migrazioni clandestine, per “auto-finanziarsi”, hanno organizzato una piccola operazione di immigrazione clandestina e illegale, con tanto di falsificazione di documenti.
Superato questo altro scoglio si dirigono, a quel punto, verso il loro approdo. Le coste libiche, per poter contrastare le navi delle ONG che si occupano del recupero di migranti in mare e per poter riconsegnare alla Guardia Costiera Libica i migranti che vorrebbero riuscire ad intercettare.

La nave avrebbe dovuto attraccare e fare scalo a Catania, ma già qui si era sviluppata, nei giorni dell’odissea della C-Star, una mobilitazione cittadina che voleva opporsi all’attracco della nave nel porto cittadino. Mobilitazione che si è poi concretizzata con l’iniziativa della “Flottilla Cittadina”, in cui attivisti, militanti e solidali sportivi hanno lanciato le proprie imbarcazioni, canoe e anche mezzi improvvisati (tra cui svariati pedalò) in mare per simboleggiare una catena umana che impedisse l’approdo, con striscioni che recitavano “Closed for fascists”, “Open for migrants”, “Stop the attack on refugees”.
Allo stesso modo era stato lanciato un appello da alcuni pescatori tunisini a “tutti i marittimi, i guardacoste, i portuali, i capitani delle navi commerciali e a tutti i coinvolti e le parti interessate” a impedire alla C-Star di avvicinarsi alle acque territoriali della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e dell’Algeria e di impedire qualsiasi comunicazione con l’equipaggio della nave razzista. Questo appello a nome del “Collettivo del Nord Africa contro l’arrivo della nave razzista CStar e la propaganda di Defend Europe”.
Tale appello, proprio il 6 Agosto, ha prodotto nella località di Zarzis, in Tunisia, una mobilitazione di pescatori, supportati da abitanti della località tunisina che si sono schierati sulla banchina in cui avrebbe dovuto attraccare la nave per fare rifornimento, che minacciava il blocco del porto e il respingimento forzato dei militanti fascisti.
Tanto è bastato a far fare dietro-front ai mercenari della C-Star, per cercare acque più calme in cui trovare ristoro.

L’unico contatto che la nave dei militanti fascisti abbia avuto con imbarcazioni delle ONG è quella abbastanza parodistica con la nave Aquarius, di Medici senza frontiere e SOS Mediterranee. Un incontro ravvicinato con scambi di comunicazioni radio in cui i fascisti avrebbero sottolineato come ora ci siano loro a controllare l’operato delle ONG, intimandole a firmare l’accordo con il Governo sul codice di condotta e a non “arricchire” i trafficanti recuperando i migranti in mare. Comunicazione a cui il capitano della Aquarius ha risposto con un “Grazie per l’informazione”. Fine dell'attacco degli identitari.
L'operazione a livello militante, in chiave di interposizione e blocco dei flussi migratori e di disturbo alle ONG, “responsabili” dell'invasione, si determina al momento in un sostanziale flop.
L'elemento preoccupante rimane la riuscita dell'operazione mediatica e propagandistica. Operazione che ha richiesto non poche disponibilità economiche, una base militante disposta a offrirsi come volontaria in un progetto di sfida a istituzioni, forze politiche e accordi internazionali e la capacità di rafforzare e strutturare i legami di questo settore della destra reazionaria, razzista e antioperaia con settori militari, di intelligence privata al servizio degli interessi imperialistici di capitali, borghesie e governi occidentali.

Il contesto politico italiano fa eco, cavalca e legittima il mostro reazionario

A poco serve gridare allo scandalo se non si riesce a inquadrare il contesto politico italiano che vi fa da sfondo e che ne è dialetticamente collegato.
La generica campagna di costruzione della paura sul fenomeno migratorio permette l'istituzione del capro espiatorio per eccellenza, bipartisan, ma soprattutto spauracchio sempreverde per qualsiasi ceto e classe sociale di fronte alla crisi politica, economica e sociale.
La leva della competizione spietata e disumana e della concorrenza al ribasso trova, per l'ennesima volta, nei flussi migratori - quindi sulla differenza di etnia, nazionalità e religione – l'arma migliore per distrarre la classe che potrebbe ritrovare una propria direzione di difesa e contrattacco proprio nell'unità con il proletariato ed il sottoproletariato migrante. Unità efficace e raggiungibile solo nella prospettiva della lotta contro il padronato dei paesi imperialistici e delle classi padronali dei paesi devastati di Africa e Asia, i reali responsabili delle guerre imperialistiche, di quelle civili ed etniche, dello sfruttamento, della disoccupazione, della precarizzazione e della schiavizzazione nei luoghi di lavoro, dello smantellamento dei servizi sociali e delle condizioni di vita generale, della guerra tra poveri per accaparrarsi le poche briciole concesse meta dell'immigrazione.
Si costruisce quindi un brodo culturale egemonico, incentrato sul terrore del migrante, sulla paranoia dell' “invasione” (si parla di 181.000 migranti arrivati in Italia nel 2016. La Grecia, paese ben meno popoloso del nostro, ha subito flussi superiori in termini assoluti, e ancor pià in termini relativi: 182.500 nel 2016, oltre 300.000 nel 2015),sulla criminalizzazione dei fenomeni migratori a composizione sociale più povera e dei migranti economici, sulla ormai inscindibile sovrapposizione del migrante al criminale, spacciatore, stupratore, ladro, parassita, mantenuto e chi più ne ha, più ne metta.
In questo si mettono in concorrenza tra loro tutte le forze politiche dell'alveo “democratico” borghese e parlamentare. I recenti passaggi sono esemplificativi.
Un PD al Governo che non solo vara i decreti Minniti-Orlando, che sono vere e proprie “leggi razziali” moderne, che creano esseri umani con minori garanzie di difesa legale, minori diritti sociali e civili (finanche con restrizioni agli orari di “libera uscita”), sistematicamente utilizzabili per svolgere lavoro gratuito in cambio di un pasto e 2,5€ al giorno, associando i migranti alla minaccia al decoro delle Città, da difendere con la figura del sindaco-sceriffo.
Con un operazione quasi magistrale, il PD apre alla messa in discussione e alla assunzione a verità di insinuazioni accusatorie di certa destra, sostenuta da magistrati come Zuccaro, sulla collusione tra le ONG impegnate nei salvataggi dei migranti in mare e scafisti e trafficanti di esseri umani. Sull'onda di questa polemica, tutta costruita per nascondere le reali cause dei fenomeni migratori e della disperazione di masse continentali di esseri umani (multinazionali, imperialismo, guerre di rapina, guerre civili funzionali a interessi imperialistici etc.), si mette in discussione anche una delle poche maschere umanitarie e caritatevoli che la borghesia cerca di darsi.
Viene creato così il codice di condotta per le ONG, definito unilateralmente da Minniti e dal Governo Gentiloni, con cui si cerca di rendere più complicato il lavoro di salvataggio (con le limitazioni ai trasbordi e maggiori restrizioni su alcune procedure) e di conferirgli un ruolo quasi di primo controllo (pretendendo la presenza di personale armato della Polizia Giudiziaria a bordo). Una sponda perfetta a chi vuole intervenire paramilitarmente contro i salvataggi in mare e contro le ONG.
Il tutto condito dall'ipocrito slogan “Aiutiamoli a Casa Loro!” di Renzi, che prende a prestito le parole di Salvini, nella solita manfrina propagandistica che tenta di mostrare come soluzione proprio la causa dei flussi migratori, proprio perchè a sventolarla sono le forze politiche al servizio dell'imperialismo straccione italiano e, in generale, di quello delle potenze “alleate”.
Non da meno il Movimento5Stelle, che dopo la battuta d'arresto alle amministrative, non poteva che dare una bella dimostrazione del proprio connotato reazionario e antiproletario con il rafforzamento della propria verbosità contro migranti, profughi e “invasione”. Grillo e Raggi sono i primi a lanciare questa ennesima galoppata razzista; Di Maio compie anch'esso una bella operazione di copia e incolla dalla peggior destra fascistoide con il suo appello a “chiudere i porti italiani a tutte le ONG che non sottoscrivono il codice di condotta” dopo la sparata dei “taxi del mare”, insinuazioni poi dimostrate false e infondate. Per Di Maio qualche voto in più val bene migliaia di morti in mare .
A poco servirebbe riportare invece le sparate, ormai trite e ritrite di personaggi come Salvini, che ormai sono diventati le macchiette di loro stessi, utilizzando i migranti, i rom e chiunque osi alzare la testa come paradigma di ogni male sulla terra. Al punto che, spiazzato dall'incredibile salto a destra di tutte le organizzazioni politiche concorrenti, si trova costretto a rivendicare di “Fermare, Confiscare e Affondare le navi delle ONG” per impedire l'arrivo degli “indesiderati”.

Tutto questo scenario non fa che rendere possibile, legittimo e addirittura generalmente accettabile e comprensibile l'azione politica criminale di formazioni aspiranti a divenire il braccio armato parallelo e extra-legale della borghesia e dell'imperialismo.
Tutto questo mette ancora più in mostra la necessità della costruzione di un alternativa di classe, anticapitalistica, internazionalista e rivoluzionaria. Una proposta politica, programmatica e concreta di mobilitazione di tutto il proletariato, europeo e immigrato, che permetta l'organizzazione autonoma dei lavoratori e dei disoccupati per colpire i reali responsabili della barbarie nel mondo: le borghesie, il capitale, i suoi governi. Prospettiva che può realizzarsi solo con una mobilitazione di classe, che veda coinvolti comitati antirazzisti e di migranti, sindacati e associazioni, organizzazioni politiche della sinistra anticapitalista per uno sciopero generale che punti alla piena integrazione attraverso le rivendicazioni unificanti: lavorare meno, lavorare tutti a parità di salario; contrasto a tutte le politiche imperialistiche e di rapina; cancellazione di tutte le leggi razziste, di criminalizzazione e schiavizzazione dei migranti e parità di diritti politici, sociali, civili e di cittadinanza; diretto controllo del proletariato sui luoghi di lavoro, sulla società e sull'economia. Solo con la prospettiva del Governo dei Lavoratori e delle Lavoratrici, dell'Unione di questi Stati Socialisti d'Europa e della Rivoluzione Comunista è possibile costruire una difesa che sia allo stesso tempo attacco alla barbarie del capitalismo e del razzismo.

Cristian Briozzo

martedì 8 agosto 2017

OTTO AGOSTO 1956 Marcinelle: La tragedia dei minatori italiani in Belgio



Dal 2001, l’8 agosto, si celebra la Giornata Nazionale del Sacrificio e del Lavoro Italiano nel Mondo. La data rimanda immediatamente alla tragedia nella miniera belga di Marcinelle quando, l’8 agosto del 1956 morirono 262 minatori, di cui 136 italiani: il numero più numeroso dei 600 italiani morti nelle miniere tra il 1946 e il 1956. "8:11 del mattino di quel maledetto 8 agosto 1956. Una gigantesca nuvola di fumo nero si sprigiona dalla miniera di carbone di Bois du Cazier, a ridosso di Marcinelle, nel comune di Charleroi in Belgio. La bestia ha spiegato le sue ali di fuoco nero a mille metri sotto il livello della dignità umana. Muoiono 262 minatori, e di questi 136 sono italiani". Il disastro di Marcinelle avvenne la mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio. I «musi neri», come venivano soprannominati i minatori per via della fuliggine impressa sui visi morirono a causa di un incendio, causato dalla combustione d'olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L'incendio, sviluppatosi inizialmente nel condotto d'entrata d'aria principale, riempì di fumo tutto l'impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 274 presenti, in gran parte emigranti italiani. L'incidente è il terzo per numero di vittime tra gli italiani all'estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson. Il sito Bois du Cazier, oramai dismesso, fa parte dei patrimoni storici dell'UNESCO. Un addetto ai carrelli fece risalire nel momento sbagliato un montacarichi, che sbattendo contro una trave metallica andò a squarciare un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. L’incendio fu immediato e micidiale, non lasciando scampo a nessuno, anche perché, in quel complesso di antica estrazione, tutte le strutture erano ancora in legno. Il sistema di sicurezza era inchiodato all’ottocento. Non c'erano in dotazione nemmeno le maschere con l’ossigeno e così quasi tutti moriranno soffocati dall’ossido di carbonio, di concerto col lavorio infame delle fiamme. Soltanto dodici furono i superstiti. Era stato il miraggio del lavoro a far spostare nell’immediato dopoguerra generazioni di italiani da ogni regione verso le miniere del Belgio, il Paese ricco di carbone e affamato di manodopera a basso costo, tanto che il Primo ministro belga lanciò la cosiddetta «battaglia del carbone» e strinse il Protocollo italo-belga con il collega italiano De Gasperi per uno scambio tra fornitura di carbone a prezzo preferenziale - per noi risorsa ormai scarsa - in cambio dell’invio graduale di 50 mila minatori italiani. Carbone per braccia, con la promessa ai giovani italiani di salari elevati, assegni familiari, ferie pagate e pensionamento anticipato. Partì così dall’Italia la marcia inarrestabile verso il miraggio del lavoro, con la speranza di trovare se non il benessere, almeno il pane per sopravvivere. Ma ad attendere gli «uomini carbone» ci fu soprattutto la fatica smisurata del lavoro nelle viscere della terra, senza alcuna preparazione, con misure di sicurezza totalmente inadeguate, oltre a un clima di generale diffidenza da parte della popolazione locale. Una vita durissima, alloggiati in vere e proprie baracche, quelle stesse usate durante la guerra come campi di prigionia per i tedeschi, e ritmi di lavoro estenuanti, ripartiti tra gli scavi e la costruzione delle gallerie, nel nero della miniera. Talmente dura che in molti decidevano di far ritorno alla propria terra, ma solo dopo aver svolto l’anno di lavoro obbligatorio stabilito dal contratto capestro dei belgi, pena l’arresto.

martedì 1 agosto 2017

COMUNICATO STAMPA


“Il Partito Comunista dei Lavoratori chiede con forza l’immediato rilascio di tutti i ragazzi italiani arrestati ad Amburgo durante il G20 è ancora detenuti in Germania.
Chiediamo, per quanto tardivo,  un intervento del governo italiano.”


I nostri compagni veneti Maria e Fabio, candidati nelle nostre a Belluno alle recenti elezioni comunali,  sono in stato di arresto in Germania da settimane e con loro ci sono anche altri quattro ragazzi italiani.
Fermati e poi reclusi per il solo fatto di aver partecipato alle manifestazioni contro i potenti del mondo durante le giornate antiG20 ad Amburgo. Fabio e Maria sono stati arresti non durante azioni violente ma mentre prestavano soccorso ad una ragazza ferita con una frattura esposta al piede.

Per il momento non c’è alcuna intenzione da parte del tribunale ordinario di istruire i processi in tempi brevi, con la scusa del pericolo di fuga la procura ha impedito il rilascio su cauzione e di arresti domiciliari potendo così allungare i tempi della detenzione preventiva fino a sei mesi.

La repressione dello stato germanico, che non è riuscito a impedire lo svolgimento delle proteste a fermare questa fresca ondata rivoluzionaria, ora mostra tutta la sua violenza contro i compagni arrestati.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà e vicinanza a Fabio, Maria e a tutti i compagni colpiti dalla repressione, detenuti per aver espresso la libertà di poter manifestare contro i potenti che sono a custodia del sistema capitalistico e ne chiede l'immediata liberazione senza capi di imputazione e pene.

Il Partito Comunista dei Lavoratori denuncia al contempo la totale inerzia del Governo Italiano che a tutt'oggi nulla ha fatto per intervenire presso le autorità tedesche per ottenere il rilascio dei sei arrestati. Tutto questo è scandaloso!

Chiediamo che il Ministro degli esteri si attivi immediatamente.
Invitiamo tutti e tutte a protestare presso il Governo italiano e l'ambasciata tedesca inviando mail che rivendichino l'immediato rilascio dei detenuti.

Roma, 31 luglio 2017

P. Segreteria naz. Pcl
Michele Terra

VENEZUELA: L'ELEZIONE DELLA "COSTITUENTE" MADURISTA. COMBATTERE LA DESTRA REAZIONARIA SENZA APPOGGIARE IL BONAPARTISMO PICCOLO BORGHESE



Domenica 30 luglio, in mezzo a disordini e scontri quasi da guerra civile, si sono svolte in Venezuela le elezioni della cosiddetta "Assemblea Costituente" promossa dal governo Maduro. I risultati di tali elezioni sono controversi dal punto di vista del livello di partecipazione ( 41% secondo il governo, 12% secondo la MUD). Sono dati in realtà difficilmente accertabili. Anche se è verosimile che la crisi profonda di consenso del chavismo abbia favorito un'alta astensione al voto, ben al di là dell'influenza diretta della campagna boicottista delle destre.

Abbiamo indicato su questo sito le modalità di elezione dei deputati alla Assemblea. (Maduro presenta i criteri per l'elezione della Assemblea Costituente .6giugno '17). Non vi è nulla di democratico , nè dal punto di vista della fasulla "democrazia borghese" ,nè tanto meno da quello della democrazia operaia. I deputati della parte territoriale sono eletti con il sistema maggioritario, uno per municipalità indipendentemente se questa abbia 2mila o 700mila abitanti (unica eccezione Caracas che ne elegge ben ....tre); quelli della parte sociale , che comprende anche i rappresentanti del padronato, sono eletti con criteri non consiliari, ma corporativi. Anche senza tenere conto di vari altri meccanismi di pressione (p.es. sui dipendenti pubblici) , basta questo per svelare l'obbiettivo del regime chavista. Eliminare la formale democrazia borghese e sostituirla con istituzioni fortemente controllate da un regime che, di fronte alla propria crisi, accentua ulteriormente i propri caratteri bonapartisti e antidemocratici.

Tuttavia noi marxisti rivoluzionari non siamo dei democratici piccolo borghesi innamorati del suffragio universale paritario. Partiamo sempre dagli interessi della classe operaia e della rivoluzione socialista e subordiniamo a questi i pur importanti criteri della democrazia " pura" (una testa, un voto).


LA NATURA REAZIONARIA E FILO IMPERIALISTA DELLA MUD

Nel quadro della situazione venezuelana dobbiamo riconoscere che il movimento di massa che si sta mobilitando contro il regime e per "libere" elezioni è un movimento reazionario e totalmente proimperialista. Una larga parte dei suoi dirigenti è costituito dallo stesso personale politico che nel 2002, quando Chavez godeva del sostegno della maggioranza della popolazione, fomentò un colpo di stato militare contro di lui. Allora evidentemente a questi figuri la " democrazia" non importava granchè. Una vittoria della MUD rappresenterebbe un drammatico passo indietro per il proletariato e il Venezuela. Il suo programma rivendica apertamente la “ privatizzazione di tutte le imprese dello stato”, la fine dei sussidi sociali alle famiglie povere, la liberalizzazione dei prezzi dei beni alimentari, la vendita dell'intero patrimonio immobiliare pubblico. In poche parole la demolizione di quel sistema sociale delle missiones su cui il chavismo negli anni d'oro aveva costruito la propria base d'appoggio, a favore degli interessi del capitale finanziario internazionale. Non a caso l'imperialismo USA e tutti gli imperialismi della UE sono attivamente schierati con la MUD in nome della “libertà”: la libertà dei propri affari, per la riconquista del pieno controllo sul Venezuela. Non a caso la Federcameras, Confindustria venezuelana, ha apertamente sostenuto e finanziato il cosiddetto “sciopero generale” indetto da sindacati legati alla MUD contro il governo Maduro.

Tanto più in questo contesto appare in tutta la sua gravità l'appoggio che forze diverse del movimento trotskista riservano alla mobilitazione diretta dalla MUD, nel nome della lotta “per la democrazia” e “per una vera Assemblea costituente”. E' il caso della Lega Internazionale dei Lavoratori (sigla in spagnolo LIT) cui appartiene il PDAC italiano, e ancor più della Unione Internazionale dee lavoratori (UIT una scissione della LIT) rappresentata in Venezuela dal Partito del Socialismo e della Libertà, dotato di una relativamente importante presenza nel sindacaliso combattivo di fabbrica, che è giunta a sostenere lo sciopero padronale della Federcameras. Per la LIT e la UIT moreniste, in particolare, si tratta in realtà di un intero corso politico internazionale che le ha condotte nell'ultima fase a salutare come “rivoluzionaria” la mobilitazione reazionaria di Piazza Maidan in Ucraina, ad esaltare una indistinta“rivoluzione siriana” rimuovendo l'evidenza – da un certo punto in poi- della carattere oggettivamente reazionario islamico e/o proimperialista assunta dall’essenzialità delle forze opposte al regime di Assad, a partecipare inizialmente alle mobilitazioni della destra contro il governo Roussef in Brasile. Il tutto nel nome della... “democrazia” e della partecipazione ai “movimenti reali di massa” . Subordinare gli interessi del proletariato e della rivoluzione socialista alla bandiera della “democrazia” significa capovolgere il metodo e i principi del marxismo rivoluzionario, e contribuire a compromettere la sua immagine e credibilità internazionale nei settori dell'avanguardia a tutto vantaggio di ambienti stalinisti e campisti. Quanto ai movimenti di massa la storia ha ben visto movimenti a carattere reazionario, che i marxisti rivoluzionari hanno combattuto, senza subordinarsi ai governi borghesi o piccolo borghesi cui essi si contrapponevano. Il fatto di dichiarare di voler sottrarre la direzione di tali movimenti alla destra o quello di rivendicare parole d’ordine operaie (non pagamento del debito, controllo operaio) rende solo più assurdamente ridicolo questa partecipazione oggettiva del morenismo alla controrivoluzione.

IL FALLIMENTO POLITICO DEL BONAPARTISMO CHAVISTA

Al tempo stesso non possiamo condividere l'impostazione politica di quelle forze che, all'opposto, confondono la giusta contrapposizione alla destra reazionaria venezuelana con l'identificazione nel cosiddetto “socialismo bolivariano” o nell'appoggio “critico” al regime bonapartista del chavismo. Nell’ambito di chi si richiama al trotskismo èstato il caso di Marea Socialista (già corrente di sinistra del PSUV chavista e organizzazione “osservatrice”del Segretariato Unificato in Venezuela) e del gruppo, interno al PSUV della Tendenza Marxista Internazionale ( cui appartiene Sinistra Classe Rivoluzione, ex Falce Martello) (1). E' una posizione che rimuove la realtà del chavismo. Il chavismo non rappresenta in alcun modo un regime socialista o di transizione al socialismo. Tanto meno un regime di “potere operaio e popolare”. Si tratta di un regime bonapartista piccolo borghese, politicamente autonomo dall'imperialismo, ma che ha cercato e cerca di stabilizzare un compromesso con la borghesia venezuelana e con l'imperialismo stesso: paga regolarmente il debito estero, preserva la proprietà privata delle banche, salvaguarda la proprietà privata di larga parte dell'industria, paga indennizzi sontuosi a grandi gruppi nazionalizzati in un nquadro economico in cui del resto (come ha dovuto ricordare lo stesso Manifesto) la quota del settore privato dell’economia venezuelana nell’epoca chavista è passato dal 65 al 71%. Parallelamente blocca le elezioni sindacali nelle aziende e nega i diritti sindacali dei lavoratori con una politica di irrigimentazione del movimento operaio e di contrapposizione alle sue lotte, mentre affida agli alti gradi del corpo borghese degli ufficiali le leve di controllo del potere politico e istituzionale e i conseguenti benefici economici. Questo equilibrio politico e sociale, che reggeva negli anni del boom petrolifero, è precipitato con la crisi mondiale, spianando la strada alla destra reazionaria. Per questo abbellire e appoggiare il regime chavista, rimuovere il suo fallimento, significa privare la classe operaia venezuelana di una via d'uscita indipendente dalla crisi del regime. E contribuire a confondere ulteriormente la coscienza politica dell'avanguardia di classe su scala internazionale.


CONTRAPPOSIZIONE ALLA DESTRA, SENZA SOSTEGNO A MADURO
PER UNA SOLUZIONE OPERAIA E SOCIALISTA DELLA CRISI

E' necessario più che mai sviluppare una politica indipendente, classista e socialista, nella crisi venezuelana. Una posizione di aperta contrapposizione alla mobilitazione reazionaria, senza riserve e ambiguità. E al tempo stesso pienamente autonoma dal chavismo, dal governo Maduro, dalle sue truffe bonapartiste. Si può e si deve lottare in prima fila contro Kornilov, senza appoggiare politicamente Kerensky: è la grande lezione del bolscevismo e della rivoluzione russa, che riformismo e centrismo sistematicamente rimuovono.

Sul piano sociale va rivendicata l'aperta rottura con la borghesia venezuelana e il capitale finanziario internazionale. Cessazione del pagamento del debito pubblico, nazionalizzazione senza indennizzo delle banche e del commercio con l'estero, esproprio della grande industria sotto il controllo dei lavoratori, controllo operaio e popolare sui prezzi, a partire da medicinali e beni alimentari. Solo queste misure anticapitaliste e antimperialiste possono tagliare gli artigli della speculazione, unire la classe operaia venezuelana, costruire la sua egemonia sulle più ampie masse della popolazione povera, disgregare il blocco sociale reazionario.

Ma soprattutto è necessario congiungere questo programma sociale di emergenza ad una prospettiva politica indipendente. Non la “vera Assemblea Costituente”, ma il potere dei consigli dei lavoratori e delle strutture di massa autorganizzate.

La parola d'ordine dell' Assemblea costituente in Venezuela è oggi una parola d'ordine subalterna: o si traduce nella rivendicazione di libere elezioni, ciò che oggi rivendica la MUD e che significherebbe secondo ogni evidenza la sua vittoria; oppure si traduce nell'avallo più o meno critico della cosiddetta “costituente” di Maduro, ossia nella subordinazione al bonapartismo piccolo borghese. Spiace che anche Frazione Trotskista (rappresentata in Italia dalla FIR) abbia fatto propria questa parola d'ordine ( che oggi sembra generalizzare dal Brasile alla Spagna..).

E' invece centrale la battaglia per una auto organizzazione democratica di massa, per la libera elezione di consigli dei lavoratori nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, per la formazione di comitati popolari nei quartieri, per il coordinamento progressivo e la centralizzazione di queste strutture sul piano nazionale. Solo l'autorganizzazione democratica di massa, su basi consiliari, può costruire una alternativa di potere reale alla destra e al bonapartismo chavista e far uscire la classe operaia industriale dalla situazione di passività di fronte alla crisi in atto. Solo un congresso nazionale di delegati eletti dai lavoratori , dalle masse oppresse, dalle loro strutture, può sviluppare un fronte unico di massa contro la reazione nella prospettiva di un governo dei lavoratori. L'unico governo che può realizzare le misure sociali di svolta e realizzare la democrazia vera: non la “democrazia” imperialista della MUD , né quella del bonapartismo chavista, ma la democrazia operaia.

E' questa la posizione corretta alla fine assunta dalle organizzazioni del Coordinamento per la Rifondazione ( dopo varie oscillazioni del Partido Obrero argentino sul tema assemblea costituente , e con differenziazione dalla posizione del gruppo venezuelano Opcion Obrera) (3) e del Comitato per una Internazionale Operaia (con l’organizzazione venezuelana Izquierda Rivolucionaria). Che in mezzo a tanta confusione salvano in Venezuela l'onore del trotskismo.
Con l’evidente necessità di rifondare una Quarta Internazionale degna del suo nome e capace, come hanno mostrato cento anni fa Lenin, Trotsky e il partito Bolscevico di andare controcorrente rispetto ai rappresentati, di “destra” o di “sinistra” delle altri classi, in nome esclusivamente degli interessi storici del proletariato e del socialismo mondiale.


1) Il gruppo della TMI ha mantenuto, con qualche cautela vista la disastrosa crisi sociale attuale, una politica di sostegno al bonapartismo bolivarista. Invece Marea Socialista ha rovesciato le sue posizioni. Ha rotto col PSUV nel 2014, accusandolo di degenerazione rispetto al Chavismo. Ha cercato poi di presentarsi alle elezioni politiche , ma il regime le ha rifiutato “democraticamente” il riconoscimento come partito legale (come del resto al Partito Comunista Venezuelano). Oggi si pone su una posizione democraticista , proponendo, come la destra, elezioni subito e cercando di “mediare” tra le forze in lotta.

2) La base della mobilitazione di massa diretta dalla MUD è la piccola borghesia, la gioventù studentesca e settori semiproletari impiegatizi. Il chavismo mantiene il sostegno dei settori più poveri della popolazione, semiproletari e sottoproletari, che hanno beneficiato delle missiones e dei sussidi della politica redistributiva del regime. La classe operaia industriale è, nella sua maggioranza passiva

3) Opcion Obrera è l’unico gruppo rivoluzionario coerentemente all’opposizione del governo che ha deciso di sostenere la partecipazione critica alle elezioni della Assemblea Costituente di Maduro, per cercare di eleggere deputati di opposizione di sinistra, dimostrando nel contempo una volontà di fronte unico alla base chavista. La Commisione Internazionale del PO ha risposto con la riconferma del sostegno alla posizione del boicottaggio. Benchè valutiamo errata la posizione di Opcion Obrera, data la chiarezza delle sue posizioni di opposizione di sinistra al regime, riteniano la differenza esistente importantew ma a carattere esclusivamente tattico.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI