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lunedì 25 maggio 2020

“PRIMA GLI SVIZZERI”: QUANDO QUELLI DA CACCIARE ERANO GLI ITALIANI

Di Piero Nobili - Unità di Classe n°4 - maggio/giugno 2020




Il 7 giugno del 1970 è una data dimenti­cata. In quel giorno si votò un referen­dum per allontanare gli immigrati dalla Confederazione Elvetica: per soli cento­mila voti il pronunciamento xenofobo fu respinto. Il referendum si scagliava in modo particolare contro i lavora­tori italiani, che a quel tempo costitu­ivano oltre il cinquanta per cento della popolazione straniera presente nel paese. L’intolleranza raggiunse vette inesplorate e ogni nequizia venne impu­tata agli italiani: “Insidiano le nostre figlie”, “ci rubano il lavoro”, “sanno solo oziare”, “si muovono in gruppo, sono chiassosi e ostruiscono i marcia­piedi”. La spirale d’odio generata dal referendum arrivò persino a coniare uno sprezzante appellativo che equi­parava gli italiani ai maiali.
Quel referendum evoca una vicenda passata che parla al presente. Un presente segnato da un razzismo feroce, che alza i muri e chiude le fron­tiere di fronte alle migrazioni epocali di questo millennio. Le parole d’ordine usate cinquant’anni fa contro i lavora­tori immigrati richiamano quelle che oggi compongono il lessico dei movi­menti sovranisti. Lo stesso slogan che contrassegnò quell’aspra campagna referendaria contro i lavoratori italiani (“prima gli svizzeri”) è oggi incorpo­rato dalle forze nazionaliste nella loro trincea eretta per fini propagandistici. Infatti, la formula “prima gli Italiani”, “America first”, “les Français d’abord”, etc., rappresenta ad ogni latitudine la cifra distintiva della narrazione sovra­nista. Medesime sono anche le ragioni che spingono le persone a migrare, sebbene quelle odierne abbiano carat­teristiche diverse da quelle del passato. Uguali sono pure le dinamiche sociali e politiche che, in nome del profitto, portano a vessare gli ultimi della scala sociale. Cinquant’anni fa erano gli italiani che cercavano fortuna all’e­stero a subire ostilità, discriminazione e condizioni di lavoro improponibili, oggi invece sono i proletari di altri paesi che cercano rifugio a patire la sferza del capitale e a subire l’astio malefico del nazionalismo sovranista.
La Svizzera Felix
Nella Svizzera del secondo dopoguerra la richiesta di manodopera era alle stelle. La forza lavoro locale non era più sufficiente: la popolazione stava invec­chiando e il tasso di attività femminile era molto basso. La florida economia elvetica, per continuare ad agganciare la congiuntura positiva, aveva biso­gno di braccia per le sue fabbriche e le sue nuove infrastrutture, ma si scon­trava con questo dato oggettivo, aggra­vato anche dal fatto che sempre più giovani rifiutavano i lavori manuali. Da qui il ricorso alla manodopera stra­niera, in modo particolare a quella che proveniva dallo stivale, da sempre suo tradizionale bacino di reclutamento. Nell’arco di vent’anni sono due milioni gli italiani che emigrano nel paese di Guglielmo Tell. Per la maggior parte si trattava di operai poco o per niente qualificati. Queste persone lasciavano un paese che non riusciva a garantire una vita dignitosa a tutti. All’inizio vi giungono i lombardi e i veneti, impie­gati soprattutto nell’agricoltura e nell’e­dilizia; e poi nei primi anni Sessanta è dalle regioni del meridione d’Italia che affluisce un fiume in piena che scorre verso la Confederazione.
Nell’estate del 1948 la Svizzera aveva siglato un patto con l’Italia per assicu­rarsi il reclutamento di manodopera a buon mercato. I lavoratori vennero inquadrati in contratti annuali o stagio­nali che garantivano la massima fles­sibilità ai padroni rossocrociati; per loro nessuna prospettiva di cittadi­nanza era prevista. Tale accordo soddi­sfaceva entrambi i contraenti. Per gli imprenditori elvetici l’immigrazione serviva per un duplice motivo: da un lato sul piano economico essa consen­tiva un profitto più elevato – dato il minor costo della manodopera stra­niera –, e dall’altro sul piano politico essa assolveva il compito di creare un “esercito di riserva”, col quale ricat­tare la stessa classe operaia svizzera. In Italia, invece, il governo a guida demo­cristiana era ben contento di spingere i propri concittadini ad oltrepassare il confine, perché in questo modo si libe­rava di una significativa quota di disoc­cupati. Un obiettivo per nulla celato, al punto che nel 1949 lo stesso De Gasperi arrivò ad invitare i meridionali a «partire verso le strade del mondo».
Giunti con le valigie sdrucite tenute insieme da un giro di spago, gli emigrati si accorgeranno presto della vita grama che li attende. Le paghe sono esigue, i ritmi di lavoro sono esasperati, gli inci­denti sul lavoro numerosi, come quello del cantiere della diga di Mattmark dove, nell’estate del 1965, a causa di una frana, muoiono 56 nostri operai. Alle coppie di emigranti è vietato ospi­tare i propri figli, costringendo così migliaia di bambini a vivere in clande­stinità; mentre nessun forma di inte­grazione e di inclusione è riservata a quelli che vengono considerati dalla legge “lavoratori temporanei”. Vietata, pure, era la propaganda a favore del comunismo, motivo per cui in quegli anni saranno molti i militanti del PCI espulsi dal paese a causa delle loro idee politiche. Alloggiati in dormitori fati­scenti e vessati da un severo decalogo comportamentale, i lavoratori italiani contribuiranno con il loro sudore alla crescita economica di un paese che, in pochi anni, aveva quadruplicato il suo prodotto interno lordo, ed era divenuto un paese prospero, privo di disoccu­pati, e dotato di un sistema bancario che lo faceva uno dei principali centri della finanza mondiale.
Il referendum anti-immigrati
Nel 1964 le autorità di Berna e quelle di Roma firmarono un nuovo accordo che emendava quello precedente, intro­ducendo alcuni miglioramenti. In parti­colare, veniva riconosciuto il diritto al ricongiungimento familiare, e la possibi­lità di cambiare lavoro dopo cinque anni di residenza in Svizzera. Sono aperture limitate, che suscitano però il malcon­tento di una parte della popolazione locale. Un’ampia porzione dell’opinione pubblica inizia a mobilitarsi contro quello che viene ritenuto un cedimento, e la lotta contro l’Überfremdung', l’“in­forestierimento” del paese, diventa un argomento centrale del dibattito pubblico. La crescita del sentimento xenofobo si nutre della paura dell’altro, e rinfocola i temi identitari da sempre presenti nel paese degli orologi, del cioccolato e del segreto bancario. Ben presto trova chi gli dà una rappresen­tanza politica ed una traduzione isti­tuzionale. È James Schwarzenbach, un rampollo di un’importante dinastia industriale, diventato parlamentare del partito di estrema destra Azione Nazionale: è lui a promuovere un refe­rendum che chiede di fissare un tetto massimo del 10% per la popolazione straniera. In nome del diritto di “essere padroni a casa nostra” il leader popu­lista imposta una campagna politica livida, aggressiva, tesa a sollecitare la paura nei confronti del diverso. In una fase di profondo mutamento, Schwarzenbach riesce a parlare agli strati popolari agitando temi culturali ed identitari: la Svizzera è raffigurata come un piccolo paese in procinto di perdere le proprie sicurezze sociali. In Europa è la prima volta, dalla fine della guerra, che una formazione politica si esprime con toni così apertamente xenofobi, chiedendo la deportazione di trecentomila stranieri.
La campagna referendaria sarà aspra, combattuta, contrassegnata anche da episodi di violenza consumati a danno degli immigrati. Per il No si schiereranno gli imprenditori, che vogliono conti­nuare a disporre di una forza lavoro ricattabile, le chiese e il sindacato. Ma saranno molti gli operai elvetici che voteranno a favore di Schwarzenbach. Infatti, il pronunciamento xenofobo risulterà maggioritario tra i quartieri operai di Zurigo, mentre il centro alto borghese esprimerà la sua contrarietà. Una evidente e dolorosa frattura di classe, che rivelerà il malcontento di una parte del proletariato elvetico, disorientato dai cambiamenti repentini nella vita sociale del paese, e ancora legato, in quel momento, agli stereo­tipi tradizionali della vecchia società patriarcale.

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