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sabato 30 maggio 2020

DOMENICA, 31 MAGGIO 2020 ALLE ORE DALLE 16,00 ALLE 18,30 - MILANO E PROVINCIA

Assemblea on line del coordinamento delle sinistre di opposizione di Milano

Difendiamo i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nell'emergenza!

Meeting del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione di Milano

(Fronte Popolare, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito Marxista-Leninista Italiano, Sinistra Anticapitalista)

per seguire la diretta vai alla pagina:

https://www.facebook.com/Coordinamento-delle-Sinistre-di-Opposizione-Milano-115597306649154/ 





mercoledì 27 maggio 2020

USA: ENNESIMO OMICIDIO RAZZIALE DELLA POLIZIA A MINNEAPOLIS

Lunedì a Minneapolis un afroamericano, George Floyd, è stato soffocato a morte dalla polizia



L'intera scena è stata ripresa dai passanti e diversi sono i testimoni. Si vede un poliziotto premere il ginocchio sul collo di Floyd, disarmato e già ammanettato, mentre questo ripete: "Per favore, non riesco a respirare, mi fa male lo stomaco. Mi fa male il collo. Ti prego. Non riesco a respirare". I passanti che assistono alla scena invitano il poliziotto a togliere il ginocchio dal collo dell'uomo, ma l'agente non si muove finchè Floyd non smette di parlare. La dinamica dell'omicidio è molto simile a quella che portò alla morte di Eric Garner nel 2014.
Black Lives Matter e altre organizzazioni contro la brutalità poliziesca hanno immediatamente organizzato proteste in diverse aree del paese richiamando le ultime frasi di Floyd: "I can't breathe", ad indicare il sentimento diffuso nella comunità afroamericana dopo questo ennesimo omicidio. Durante la manifestazione di protesta di ieri a Minneapolis, avvenuta sul luogo dell'omicidio, ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia che ha lanciato gas lacrimogeni sulla folla.

Questo ennesimo atto di brutalità nei confronti della popolazione afroamericana avviene in un momento in cui le minoranze e i bianchi poveri sono i soggetti maggiormente colpiti dalla pandemia di Coronavirus che ha già provocato centomila morti.

lunedì 25 maggio 2020

IMMUNITÀ DI CAPITALE

L'ALTRA FACCIA DELLA PANDEMIA


La crisi colpisce alcuni settori capitalistici e ne favorisce altri. Nel primo come nel secondo caso, i padroni sanno solo chiedere soldi





La grande crisi mondiale innescata dalla pandemia ha fatto la fortuna di alcuni settori capitalistici. I dati globali trimestrali sono chiarissimi. I grandi gruppi del Web hanno aumentato i propri ricavi del 17,4% e gli utili netti del 14,9%. La grande distribuzione rispettivamente del 9,1% e del 34,8%. Il settore farmaceutico del 6,1% e del 20,5%. L'elettronica del 4,5% e del 10%. L'industria alimentare del 2% (non sono riportati gli utili). Ovviamente i relativi comparti italiani hanno seguito il flusso. Miliardi a palate. Eppure sono anch'essi beneficiari del taglio di 4 miliardi dell'IRAP, sottratti alla sanità pubblica. E anch'essi ovviamente chiedono l'azzeramento totale dell'IRAP (12 miliardi) più un nuovo ribasso dell'IRES, la tassa sui profitti, già portata in tredici anni dal 34,5% al 20%. La favola del soccorso alle imprese in crisi in questo caso non regge.

In compenso, nonostante i profitti d'oro e i soldi presi dalla sanità, i capitalisti “beneficiati” approfittano spesso del paravento dell'emergenza per abbassare i “costi” del personale scaricandolo sulle casse pubbliche. È il caso di Carrefour, che sta facendo incassi alle stelle ma ha mandato 4472 dipendenti in cassa in deroga. Oppure di ArcelorMittal, che ha fatto operazione analoga con i propri lavoratori mentre si prepara ad abbandonare gli stabilimenti italiani dopo aver incassato tutto quello che c'era da incassare.
Poi troviamo anche altri casi, formalmente opposti, ma nei fatti analoghi: come quello di Jabil, che nel suo stabilimento di Marcianise rifiuta di ricorrere ad altre settimane di cassa per passare direttamente al licenziamento degli operai, nonostante il blocco dei licenziamenti formalmente in vigore. Oppure la Novolegno, che approfitta della pandemia per gettare su una strada i suoi lavoratori campani, nel mentre aumenta la produzione nel suo stabilimento friulano.

Non si tratta di casi. Si tratta di un sistema economico fondato sulla rapina. I profitti sono privati, le risorse di cui beneficiano sono pubbliche. Dunque sono pagate dagli stessi che col proprio lavoro mantengono chi li sfrutta. Ciò vale anche, come si vede, quando i profitti procedono a gonfie vele. A maggior ragione se poi subentra la crisi vera, come nel caso dell'automobile. FCA batte cassa per 6,5 miliardi, coperti da garanzie pubbliche a favore della banca che elargisce il prestito. E la stampa di sua proprietà rivendica il suo diritto a pagare le tasse a chi vuole (Olanda) e a distribuire un utile di oltre 5 miliardi agli azionisti. Un impegno “scolpito su pietra”, dichiara il giovane Agnelli. Come scolpiti su pietra sono stati gli impegni che tutti i governi hanno preso da un secolo a oggi per riempire il portafoglio della FIAT. Stessa storia per i Benetton, che controllano Atlantia, che controlla Autostrade. La quale oggi rivendica i miliardi “dovuti” del sostegno pubblico con la stessa naturalezza con cui li ha intascati per vent'anni.
Del resto, così fan tutti. La Germania versa dieci miliardi agli azionisti di Lufthansa, la Francia mette cinque miliardi nel portafoglio della Renault...

La conclusione è semplice. Altro che dimostrare scandalo per la rivendicazione comunista dell'esproprio del capitale! La nazionalizzazione delle grandi aziende sotto controllo dei lavoratori e senza indennizzo per i grandi azionisti significa semplicemente riprendersi ciò che i lavoratori hanno già pagato con decenni di regalie pubbliche e di sfruttamento. L'esproprio vero è quello che si compie ogni giorno ai loro danni da parte dei capitalisti. Solo una rivoluzione cambia le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

“PRIMA GLI SVIZZERI”: QUANDO QUELLI DA CACCIARE ERANO GLI ITALIANI

Di Piero Nobili - Unità di Classe n°4 - maggio/giugno 2020




Il 7 giugno del 1970 è una data dimenti­cata. In quel giorno si votò un referen­dum per allontanare gli immigrati dalla Confederazione Elvetica: per soli cento­mila voti il pronunciamento xenofobo fu respinto. Il referendum si scagliava in modo particolare contro i lavora­tori italiani, che a quel tempo costitu­ivano oltre il cinquanta per cento della popolazione straniera presente nel paese. L’intolleranza raggiunse vette inesplorate e ogni nequizia venne impu­tata agli italiani: “Insidiano le nostre figlie”, “ci rubano il lavoro”, “sanno solo oziare”, “si muovono in gruppo, sono chiassosi e ostruiscono i marcia­piedi”. La spirale d’odio generata dal referendum arrivò persino a coniare uno sprezzante appellativo che equi­parava gli italiani ai maiali.
Quel referendum evoca una vicenda passata che parla al presente. Un presente segnato da un razzismo feroce, che alza i muri e chiude le fron­tiere di fronte alle migrazioni epocali di questo millennio. Le parole d’ordine usate cinquant’anni fa contro i lavora­tori immigrati richiamano quelle che oggi compongono il lessico dei movi­menti sovranisti. Lo stesso slogan che contrassegnò quell’aspra campagna referendaria contro i lavoratori italiani (“prima gli svizzeri”) è oggi incorpo­rato dalle forze nazionaliste nella loro trincea eretta per fini propagandistici. Infatti, la formula “prima gli Italiani”, “America first”, “les Français d’abord”, etc., rappresenta ad ogni latitudine la cifra distintiva della narrazione sovra­nista. Medesime sono anche le ragioni che spingono le persone a migrare, sebbene quelle odierne abbiano carat­teristiche diverse da quelle del passato. Uguali sono pure le dinamiche sociali e politiche che, in nome del profitto, portano a vessare gli ultimi della scala sociale. Cinquant’anni fa erano gli italiani che cercavano fortuna all’e­stero a subire ostilità, discriminazione e condizioni di lavoro improponibili, oggi invece sono i proletari di altri paesi che cercano rifugio a patire la sferza del capitale e a subire l’astio malefico del nazionalismo sovranista.
La Svizzera Felix
Nella Svizzera del secondo dopoguerra la richiesta di manodopera era alle stelle. La forza lavoro locale non era più sufficiente: la popolazione stava invec­chiando e il tasso di attività femminile era molto basso. La florida economia elvetica, per continuare ad agganciare la congiuntura positiva, aveva biso­gno di braccia per le sue fabbriche e le sue nuove infrastrutture, ma si scon­trava con questo dato oggettivo, aggra­vato anche dal fatto che sempre più giovani rifiutavano i lavori manuali. Da qui il ricorso alla manodopera stra­niera, in modo particolare a quella che proveniva dallo stivale, da sempre suo tradizionale bacino di reclutamento. Nell’arco di vent’anni sono due milioni gli italiani che emigrano nel paese di Guglielmo Tell. Per la maggior parte si trattava di operai poco o per niente qualificati. Queste persone lasciavano un paese che non riusciva a garantire una vita dignitosa a tutti. All’inizio vi giungono i lombardi e i veneti, impie­gati soprattutto nell’agricoltura e nell’e­dilizia; e poi nei primi anni Sessanta è dalle regioni del meridione d’Italia che affluisce un fiume in piena che scorre verso la Confederazione.
Nell’estate del 1948 la Svizzera aveva siglato un patto con l’Italia per assicu­rarsi il reclutamento di manodopera a buon mercato. I lavoratori vennero inquadrati in contratti annuali o stagio­nali che garantivano la massima fles­sibilità ai padroni rossocrociati; per loro nessuna prospettiva di cittadi­nanza era prevista. Tale accordo soddi­sfaceva entrambi i contraenti. Per gli imprenditori elvetici l’immigrazione serviva per un duplice motivo: da un lato sul piano economico essa consen­tiva un profitto più elevato – dato il minor costo della manodopera stra­niera –, e dall’altro sul piano politico essa assolveva il compito di creare un “esercito di riserva”, col quale ricat­tare la stessa classe operaia svizzera. In Italia, invece, il governo a guida demo­cristiana era ben contento di spingere i propri concittadini ad oltrepassare il confine, perché in questo modo si libe­rava di una significativa quota di disoc­cupati. Un obiettivo per nulla celato, al punto che nel 1949 lo stesso De Gasperi arrivò ad invitare i meridionali a «partire verso le strade del mondo».
Giunti con le valigie sdrucite tenute insieme da un giro di spago, gli emigrati si accorgeranno presto della vita grama che li attende. Le paghe sono esigue, i ritmi di lavoro sono esasperati, gli inci­denti sul lavoro numerosi, come quello del cantiere della diga di Mattmark dove, nell’estate del 1965, a causa di una frana, muoiono 56 nostri operai. Alle coppie di emigranti è vietato ospi­tare i propri figli, costringendo così migliaia di bambini a vivere in clande­stinità; mentre nessun forma di inte­grazione e di inclusione è riservata a quelli che vengono considerati dalla legge “lavoratori temporanei”. Vietata, pure, era la propaganda a favore del comunismo, motivo per cui in quegli anni saranno molti i militanti del PCI espulsi dal paese a causa delle loro idee politiche. Alloggiati in dormitori fati­scenti e vessati da un severo decalogo comportamentale, i lavoratori italiani contribuiranno con il loro sudore alla crescita economica di un paese che, in pochi anni, aveva quadruplicato il suo prodotto interno lordo, ed era divenuto un paese prospero, privo di disoccu­pati, e dotato di un sistema bancario che lo faceva uno dei principali centri della finanza mondiale.
Il referendum anti-immigrati
Nel 1964 le autorità di Berna e quelle di Roma firmarono un nuovo accordo che emendava quello precedente, intro­ducendo alcuni miglioramenti. In parti­colare, veniva riconosciuto il diritto al ricongiungimento familiare, e la possibi­lità di cambiare lavoro dopo cinque anni di residenza in Svizzera. Sono aperture limitate, che suscitano però il malcon­tento di una parte della popolazione locale. Un’ampia porzione dell’opinione pubblica inizia a mobilitarsi contro quello che viene ritenuto un cedimento, e la lotta contro l’Überfremdung', l’“in­forestierimento” del paese, diventa un argomento centrale del dibattito pubblico. La crescita del sentimento xenofobo si nutre della paura dell’altro, e rinfocola i temi identitari da sempre presenti nel paese degli orologi, del cioccolato e del segreto bancario. Ben presto trova chi gli dà una rappresen­tanza politica ed una traduzione isti­tuzionale. È James Schwarzenbach, un rampollo di un’importante dinastia industriale, diventato parlamentare del partito di estrema destra Azione Nazionale: è lui a promuovere un refe­rendum che chiede di fissare un tetto massimo del 10% per la popolazione straniera. In nome del diritto di “essere padroni a casa nostra” il leader popu­lista imposta una campagna politica livida, aggressiva, tesa a sollecitare la paura nei confronti del diverso. In una fase di profondo mutamento, Schwarzenbach riesce a parlare agli strati popolari agitando temi culturali ed identitari: la Svizzera è raffigurata come un piccolo paese in procinto di perdere le proprie sicurezze sociali. In Europa è la prima volta, dalla fine della guerra, che una formazione politica si esprime con toni così apertamente xenofobi, chiedendo la deportazione di trecentomila stranieri.
La campagna referendaria sarà aspra, combattuta, contrassegnata anche da episodi di violenza consumati a danno degli immigrati. Per il No si schiereranno gli imprenditori, che vogliono conti­nuare a disporre di una forza lavoro ricattabile, le chiese e il sindacato. Ma saranno molti gli operai elvetici che voteranno a favore di Schwarzenbach. Infatti, il pronunciamento xenofobo risulterà maggioritario tra i quartieri operai di Zurigo, mentre il centro alto borghese esprimerà la sua contrarietà. Una evidente e dolorosa frattura di classe, che rivelerà il malcontento di una parte del proletariato elvetico, disorientato dai cambiamenti repentini nella vita sociale del paese, e ancora legato, in quel momento, agli stereo­tipi tradizionali della vecchia società patriarcale.

domenica 24 maggio 2020

MES E RECOVERY FUND

di Marco Ferrando - Unità di Classe n°4 - maggio/giugno 2020





Europeisti e sovranisti alla coda dei poli borghesi

Esplode il dibattito pubblico su chi paga i costi della recessione. La grande borghesia invoca la soluzione degli eurobonds, mentre incassa le risorse del MES. Le opposizioni “sovraniste” denunciano il MES come svendita dell'I­talia alla dittatura di Bruxelles. Ciò che unisce i due schieramenti è che non devono pagare i capitalisti.

L’europeismo liberale di fronte alla nuova crisi

La grancassa degli eurobonds è lo spartito preferito dall'europeismo borghese.
La pressione della più grande crisi capi­talista del dopoguerra ha costretto gli imperialismi europei a concordare scelte straordinarie. La BCE, dopo le prime incertezze, ha ripreso su larga scala l'acquisto di titoli di Stato, svincolandosi dalle pressioni della Bundesbank. Il Fiscal Compact è stato sospeso. I cosiddetti “aiuti di Stato” a imprese e banche sono stati relati­vamente liberalizzati. Formalmente tutto avviene dentro la cornice dei vecchi Trattati e delle loro clausole d'ec­cezione. Ma la realtà è che il quadro dell'Unione Europea è scosso nelle sue fondamenta.
Le nuove politiche finanziarie sono la prima risultante di questa scossa. Ai 750 miliardi di acquisti della BCE si accompa­gna la costituzione di nuovi fondi conti­nentali: il fondo SURE, concentrato sugli ammortizzatori sociali, il fondo costituito dalla Banca Europea per gli Investimenti, concentrato sulle infra­strutture, e il Recovery Fund, promosso direttamente dalla Commissione Europea. Si tratta in forme diverse di eurobonds. Cioè di emissione di titoli di debito europei.
Gli annunciati 1000 miliardi dei Recovery Bonds sono al riguardo emblematici. I liberal borghesi li presentano nei diversi Stati come prova della ritrovata solida­rietà europea. In realtà sono una gigan­tesca operazione a debito. In pratica la Commissione Europea, in cui siedono tutti gli Stati imperialisti, emette propri titoli e punta a collocarli sul mercato. Cioè chiede soldi a prestito presso gli acquirenti dei bond, generalmente grandi banche, compagnie di assicu­razioni, fondi di vario genere, impe­gnandosi a ripagare il debito con gli interessi. L'emissione è coperta col bilancio economico della UE, oggi l'1% del PIL europeo, che verrebbe allo scopo incrementato. I soldi presi a prestito dal capitale finanziario verreb­bero poi girati ai diversi Stati nazio­nali. Una parte a fondo perduto, un'al­tra parte a prestito, con nuovo debito pubblico dello Stato nazionale benefi­ciario. Gli Stati nazionali a loro volta li gireranno a banche e imprese di casa propria. Le classi lavoratrici del conti­nente saranno chiamate a pagare l'in­tera partita di giro. Pagheranno di tasca loro, sia per allargare il bilancio euro­peo con cui coprire il debito continen­tale, sia per finanziare l'accresciuto debito pubblico nazionale. Ogni inde­bitamento pubblico verso il capitale finanziario alla fine lo pagano i sala­riati. L'unica vera solidarietà europea è quella tra i capitalisti a spese degli operai. La subordinazione di Sinistra Italiana e della burocrazia sindacale agli eurobonds è solo la copertura di questa realtà.

Il MES e l'inganno dei sovranismi

Non diverso è il Meccanismo di Stabilità Europeo (MES).
Si tratta del prolungamento del vecchio “Salva Stati”, varato a suo tempo col voto favorevole di chi denuncia oggi il MES come svendita della Nazione alla Germania. In realtà la svendita “ai tede­schi” non c'entra nulla. C'entra molto la truffa per i lavoratori europei, italiani e tedeschi.
Il MES è un fondo intergovernativo gestito dai diversi Stati nazionali, in proporzione al capitale investito. L’Italia è il terzo contributore del MES in Europa, dopo Germania e Francia, con decine di miliardi versati, soldi pagati dai lavoratori italiani. Le decisioni sono prese con maggioranza qualificata. Il peso dell'Italia è determinante. Se dunque si trattasse di una “questione nazionale”, i sovranisti dovrebbero sentirsi garantiti. Il MES è in realtà una cassa comune degli imperialismi euro­pei. Se l'Italia ricorre al MES attinge al fondo comune per cui già ha smunto i propri salariati. Facendo debito, cioè comprando i titoli emessi dal MES, l'Italia si impegna a ripagarlo presso la cassa comune, a spese nuovamente dei propri salariati.
Perché il coro unanime dei capitalisti italiani a favore del MES? Innanzitutto, perché sono soldi immediatamente disponibili (36 miliardi). In secondo luogo, perché il ricorso al MES attiva una copertura garantita durevole della BCE sui titoli di Stato italiani tenendo bassi i tassi di interesse. Ma c'è una terza ragione, ancor più concreta: il ricorso al MES serve a finanziare il taglio dell'IRAP, la tassa che finanzia la sanità pubblica.
L'IRAP è la tassa pagata dai padroni che versa alla sanità 12 miliardi l'anno. Il governo l'ha già tagliata per 4 miliardi col decreto del 13 maggio, alla faccia dell'emergenza sanitaria. Confindustria chiede il suo azzera­mento totale. Come coprire una cifra così imponente? Ricorrendo al MES. Per dare al fondo una parvenza di fina­lità sociale gli accordi prevedono che i prestiti presi dal MES siano destinati alle spese sanitarie “dirette e indirette”. Dunque, una parte della spesa sanita­ria verrebbe pagata facendo debito che sarà poi accollato ai lavoratori, e i padroni potranno intascarsi l'abbat­timento dell'IRAP, come già in larga misura quello dell’IRES. Notare oltre­tutto il termine spese sanitarie “indi­rette”. Significa che una parte degli stessi prestiti MES verranno impiegati per finanziare i costi aziendali della pandemia (dispositivi, sanificazioni, riorganizzazioni produttive) liberando ulteriori risorse per i profitti. Insomma, i padroni intascano da ogni lato. E non i padroni tedeschi e francesi, ma gli italianissimi padroni di casa nostra. Altro che “svendita alla Germania”, come dice Rizzo alla coda di Salvini (e a copertura della borghesia italiana).
C’è di più. Il MES è un grande fondo creditizio. L'Italia non è solo un paese debitore, ma anche un imperialismo creditore, che come tale ha partecipato, ad esempio attraverso il Fondo Salva Stati, allo strozzinaggio della Grecia, al fianco dell'imperialismo tedesco e francese.
L'Italia ha in pancia il debito estero di numerosi paesi dei Balcani (Romania, Bulgaria, Montenegro, Albania) come di Stati nord africani, e usa questa leva di pressione per imporre loro le proprie condizioni: privatizzazioni, agevolazioni fiscali sugli investimenti italiani, conces­sione semi gratuita di terreni, tagli alle spese sociali a garanzia del debito. In quanto cassa comune degli imperia­lismi europei, il MES è anche innanzi­tutto la cassa comune dei paesi credi­tori, Italia inclusa.
Altro che “povera Italia”! I capitali­sti italiani stanno tra gli strozzini, al fianco dei capitalisti tedeschi, francesi, spagnoli, contro i propri lavoratori. I lavoratori italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, stanno dall'altra parte della barricata. Assieme ai popoli oppressi, rapinati dai propri capitalisti.
Quanto al debito italiano, a differenza di quello greco, non è detenuto da banche tedesche o francesi, ma in prevalenza dalle banche tricolori. Il debito pagato dai lavoratori italiani (60 miliardi annui di soli interessi) lo intasca il “nostro” capitale finanziario.

Classe, internazionalismo, rivoluzione

Qui sta l'inganno delle posture sovrani­ste ed euro liberali. Entrambe nascon­dono ai salariati chi è il loro nemico prin­cipale: i padroni di casa nostra.
Per questo la nostra battaglia per una patrimoniale straordinaria e per la cancellazione del debito pubblico verso il capitale finanziario ha una valenza non solo economica ma politica. Coniuga l’indipendenza del movimento operaio contro i poli borghesi (liberali e reazio­nari), l'alleanza tra i lavoratori di tutto il continente, le ragioni dei popoli rapi­nati dall'imperialismo, anche dal nostro.
È la riprova che solo un programma di rivoluzione può sostenere una posi­zione internazionalista, contro ogni forma di sciovinismo.



sabato 23 maggio 2020

SCUOLA - OGGI A MILANO IN PIAZZA CON GLI INSEGNANTI DEL COORDINAMENTO PRECARI DELLA SCUOLA AUTOCONVOCATI

Oggi pomeriggio siamo stati in piazza con gli insegnanti del Coordinamento Precari della Scuola Autoconvocati, contro il concorso "ammazzaprecari" tanto caro alla #Azzolina, ma non a decine di migliaia di insegnanti che, dopo anni di servizio, invece di essere stabilizzati vengono sottoposti all'umiliazione di un concorso a crocette. Ecco qui un intervento di Elena Felicetti, militante del PCL e del Coordinamento Precari della Scuola Autoconvocati. Solo con l'unità delle lotte potrà essere garantita la stabilizzazione delle decine di migliaia di insegnanti precari, non uno di meno, e cacciare questo governo nemico dei lavoratori.