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venerdì 24 gennaio 2020

PRESIDIO CONTRO LA GUERRA

Sabato, 25 Gennaio 2020 alle ore dalle ore 10 - Via Italia Monza
Iniziativa promossa dal coordinamento unitario delle sinistre di opposizione







NO ALLA GUERRA!
DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI!
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ITALIANE ALL'ESTERO!
CHIUSURA DELLA BASI MILITARI AMERICANE SUL TERRITORIO ITALIANO!
FUORI L’ITALIA DALLA NATO E LA NATO DALL’ITALIA!










La promessa di un'era di pace per l'intera umanità, preconizzata dagli alfieri del capitalismo dopo la fine della contrapposizione in blocchi, si è rivelata falsa; la realtà è stata ed è caratterizzata da conflitti sempre più diffusi, drammatici, ed il rischio di una guerra su larga scala è tutt'altro che remoto.
La responsabilità di tale situazione è essenzialmente della NATO, che più che un'alleanza difensiva si evidenzia essere il braccio armato di una dimensione euro atlantica a guida statunitense.
La guerra di aggressione condotta dalla NATO nei confronti della ex Jugoslavia, nel 1999, ha dato il via alla globalizzazione degli interventi militari, tanti gli esempi possibili al riguardo (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, etc.) in aperta violazione oltretutto del cosiddetto diritto internazionale.
Il popolo italiano è tra quelli che subiscono condizionamenti molto forti dalla politica atlantista, volta a controllarne le scelte, e paga ad essa un prezzo molto alto: è costretta ad ospitare 150 basi militari, 70 testate nucleari, a sostenere la spesa di oltre 500 milioni di euro l'anno per la diaria dei circa 50000 soldati ed ufficiali nordamericani di stanza nelle basi militari USA, di circa 100 milioni di euro al giorno per le spese militari generali, di un'ulteriore spesa di circa un miliardo all'anno per finanziare le molteplici missioni militari all'estero al seguito delle guerre USA e NATO e per il riarmo.
All'Italia sostenere la NATO costa il 2% del proprio PIL, e già Trump chiede di giungere al 4% e di concorrere alle spese per la “guerra spaziale” per la quale ha dichiarato necessario attrezzarsi.

E' ORA DI DIRE BASTA, DI USCIRE DA UN SISTEMA DI GUERRA CHE CI DANNEGGIA SEMPRE PIÙ E CI ESPONE AL PERICOLO, TUTT'ALTRO CHE REMOTO, DI UNO SCONTRO GLOBALE.

La risposta non è la costruzione di una difesa europea comune, di un esercito europeo a sostegno di un'Unione Europea che si caratterizza sempre più per l'essere un blocco imperialista in formazione, un esercito, tra l'altro, che non sarebbe in alternativa alla Nato, agli USA, ma complementare ad essi, come da più parti sostenuto.
Serve dire no alla NATO, alle missioni militari all'estero, all'incremento delle spese militari, all'acquisto degli F35, serve riconvertire tali ingenti risorse a sostegno della spesa sociale.

SERVE DIRE NO AD OGNI ALLEANZA MILITARE, BATTERSI PER UN'ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA E SOCIALISTA IN ITALIA ED IN EUROPA, CONTRO L'IMPERIALISMO, BATTERSI PER UN MONDO LIBERO DAL CAPITALISMO, NEL QUALE SI REALIZZINO LE ASPIRAZIONI DEI POPOLI ALLA PACE, ALLA LIBERTÀ, ALLA GIUSTIZIA SOCIALE.
NO ALLA GUERRA, RITIRO DI TUTTE LE TRUPPE ITALIANE ALL'ESTERO,FUORI L'ITALIA DALLA NATO, FUORI LA NATO DALL'ITALIA!

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

lunedì 20 gennaio 2020

21 GENNAIO 1921 - NASCE IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA!


Sono trascorsi 99 anni da quel 21 gennaio 1921, nel quale a Livorno i comunisti e gli elementi di avanguardia della classe operaia italiana fondarono il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale comunista.
La fondazione del Partito avvenne nel corso della situazione rivoluzionaria creata in Europa dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione proletaria in Russia, che in Italia dettero origine, nel biennio 1919-20,  a una serie di dure lotte operaie e popolari culminate nell'occupazione delle fabbriche: una situazione che trova ancor oggi il suo miglior commento in alcune pagine scritte, cinque anni dopo, da Antonio Gramsci sul quotidiano del partito, «l’Unità».
«L'occupazione delle fabbriche non è stata dimenticata dalle masse. […] Essa è stata la prova generale della classe rivoluzionaria. […] Se il movimento è fallito, la responsabilità non può essere addossata alla classe operaia come tale, ma al Partito socialista, che venne meno ai suoi doveri, che era incapace e inetto, che era alla coda della classe operaia e non alla sua testa. […] Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. […] Non furono occupate le ferrovie e la flotta. […] Non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati, che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista» («l'Unità», 1° ottobre 1926).
«Il proletariato era troppo forte nel 1919-20 per assoggettarsi più oltre passivamente all'oppressione capitalistica. Ma le sue forze organizzate erano incerte, titubanti, deboli interiormente, perché il Partito socialista non era che un amalgama di almeno tre partiti» («l'Unità», 26 settembre 1926).
Non è un discorso di ieri. E' un discorso che riguarda direttamente la classe operaia italiana di oggi, una parte della quale continua a identificarsi politicamente e organizzativamente in partiti con un confuso amalgama di posizioni ideologiche e politiche che nulla hanno a che vedere col marxismo rivoluzionario e col leninismo, che seminano oggi le peggiori illusioni: nessuna prospettiva di rottura rivoluzionaria con il sistema istituzionale dello Stato borghese e con la sua falsa democrazia parlamentare.
Il Gramsci di ieri è più attuale che mai: «Che cosa ci sta a fare il massimalismo, questo terzo incomodo? O  con la socialdemocrazia o col comunismo. […] Finché la borghesia esiste è naturale e inevitabile che essa, attraverso i propri agenti più svariati, introduca di continuo nella classe operaia la propria ideologia a contaminare e a deviare l'ideologia proletaria. La scissione risoluta e netta da tale ideologia è inevitabile e assolutamente necessaria. Prima dividersi, ossia dividere l'ideologia rivoluzionaria dalle ideologie borghesi (socialdemocrazia di ogni gradazione); poi unirsi, ossia unificare la classe operaia intorno all'ideologia rivoluzionaria» («L'Unità», 9 gennaio 1926).
I partiti comunisti, negli anni ’20 del secolo scorso, nacquero in aperta rottura col revisionismo di quel periodo storico.
Nel 1921, al momento della nascita del Partito Comunista d’Italia, l’omogeneità ideologica dei suoi dirigenti e militanti non era ancora completa. Ma, sotto la guida della Terza Internazionale e attraverso quello che fu allora chiamato il processo di «bolscevizzazione», l’assimilazione del leninismo fu sostanzialmente raggiunta fra il 1924 e il 1927, e il Partito, con le tesi del suo Terzo Congresso, poté darsi alfine una piattaforma conseguentemente internazionalista e rivoluzionaria.
Oggi in Italia gli autentici comunisti, attraverso il confronto, il dibattito aperto, la critica e l’autocritica, debbono lottare per raggiungere la loro unità ideologica e politica sulla base del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario, assieme al legame sempre più stretto con gli elementi più coscienti ed avanzati della classe operaia e con le loro lotte.

giovedì 16 gennaio 2020

UNIAMO LE LOTTE ATTORNO AD UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA E RIVOLUZIONARIO!

Un governo padronale di cartapesta si regge sul sostegno di Maurizio Landini, a tutto vantaggio di Matteo Salvini (e Meloni). L'intero scenario politico si riassume in questa verità

Editoriale del nuovo numero di Unità di Classe

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

IL CAPITALE INGRASSA, I LAVORATORI PAGANO

Quanto alle politiche di bilancio, hanno onorato fedelmente i patti europei. Quattordici miliardi versati nel Fondo europeo di stabilità, una cassa di mutuo soccorso del capitale finanziario di tutta Europa a carico dei lavoratori di tutta Europa. Ventitré miliardi per disinnescare le clausole Iva nel 2020, ed altri quarantasette miliardi per disinnescare quelle del 2021 e 2022, in omaggio alle richieste dei creditori. Altri sette miliardi versati in forme diverse nel portafoglio delle imprese, le stesse che nel solo 2019 hanno fatto in borsa 21 miliardi di capitalizzazione e dividendi, cui si aggiungono un altro miliardo di soldi pubblici a beneficio dei grandi azionisti della Banca Popolare di Bari, ed altri miliardi annunciati a vantaggio di quegli acquirenti privati di ex Ilva e Alitalia, che già pongono come condizione d'acquisto nuove migliaia di esuberi e licenziamenti.
Chi paga il conto di tanta manna? I lavoratori e le lavoratrici: penalizzazione dei contratti pubblici, nulla su scuola e università, nulla in fatto di investimenti pubblici in opere sociali e risanamento ambientale (alla faccia della retorica sul clima!), mentre si fanno altri quattordici miliardi di deficit sul mercato finanziario da ripagare in futuro con tagli annunciati. Il tutto mascherato come in passato da piccole mance caritatevoli: una riduzione irrisoria del cuneo fiscale senza che i padroni versino un euro, il pannicello caldo del superamento del superticket in una sanità pubblica che resta allo sfascio, i bonus per gli asili nido in un paese che non conosce asili in quasi tutto il Mezzogiorno. L'unica differenza è che le mance sono più esigue di quelle non meno ingannevoli del passato.

MAURIZIO LANDINI, LA GUARDIA DEL CORPO DI CONTE

Il punto è che tutta questa politica non si regge sulla forza politica del governo. Il governo è anzi sotto ogni profilo un governo dai piedi di argilla che vive alla giornata, preso in ostaggio dalla disgregazione interna del M5S, dai rilanci destabilizzanti di Matteo Renzi, dalla crisi irrisolta del PD. La politica padronale si regge sulle spalle della sinistra. Di tutta la sinistra parlamentare, a partire da Sinistra Italiana di Fratoianni, che aveva giurato sei mesi fa “mai più col PD” e che oggi si ritrova al governo con Renzi. Ma soprattutto della burocrazia dirigente della CGIL, Maurizio Landini in testa, che offre al governo la propria ciambella di salvataggio attraverso l'ennesima proposta di “patto col governo e con le imprese”, un rilancio in grande stile della concertazione con l'avversario. Per di più nel momento in cui il governo perpetua tutte le misure di precarizzazione del lavoro, e i padroni rifiutano persino di discutere gli aumenti contrattuali rivendicati dai metalmeccanici. Il tutto accompagnato dalla rinuncia a qualsiasi mobilitazione vera, mascherata con la farsa innocua di qualche comizio ad uso telecamere.

Ecco, il governo del capitalismo italiano si regge su Maurizio Landini. Quello che dieci anni fa era l'eroe della sfida a Marchionne e che tutta la sinistra cosiddetta radicale (non noi) elevava a feticcio è diventato la guardia del corpo di Conte. E purtroppo la prostrazione umiliante della CGIL non ha solamente conseguenze sindacali, ma politiche, e di prima grandezza. Alimenta la ripresa di Salvini, e la scalata di Meloni, presso larghi settori di classe lavoratrice. E priva i movimenti democratici contro Salvini (le “sardine”) di un riferimento sociale di classe favorendo la loro subordinazione al PD.
Non c'è svolta possibile dello scenario italiano senza chiamare in causa la politica della burocrazia CGIL. Non è una questione sindacale, ma politica. Salvini non avrebbe la forza che ha tra i lavoratori senza il lasciapassare, a suo tempo, alla legge Fornero. Né oggi conoscerebbe la ripresa che ha senza la politica subalterna e passiva della principale organizzazione di massa del movimento operaio italiano.

PER UNA PIATTAFORMA DI LOTTA GENERALE, PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

Occorre dunque un cambio di rotta e direzione. Questo cambio va costruito in ogni singola lotta di resistenza, spesso oggi isolata e abbandonata a sé stessa. Ma va costruito anche e soprattutto dando battaglia ovunque per un'altra prospettiva generale. La grande lotta dei ferrovieri, degli insegnanti, degli infermieri, in Francia, nonostante anche lì una (diversa) resistenza delle burocrazie, indica le potenzialità di una alternativa. È falso che i lavoratori sono deboli, che le lotte siano destinate alla sconfitta. È vero invece che 17 milioni di salariati in Italia sono una forza enorme, che va semmai organizzata e impiegata, facendo emergere una piattaforma di lotta unificante, ponendo il tema di uno sciopero generale prolungato per sostenerla e di una grande assemblea nazionale di delegati eletti per approvarla. Il PCL si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione sindacale di classe perché questa alternativa emerga, conquisti settori crescenti dell'avanguardia, sappia imporsi all'attenzione della grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici.
È necessario che il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, emerso dalla grande assemblea del 7 dicembre, investa in questo lavoro. Finalmente si è prodotto un fatto unitario a sinistra, contro la logica settaria della frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, o peggio ancora di veti incrociati e preclusioni reciproche. Ma ora occorre che l'unità d'azione diventi per l'appunto azione. Le campagne unitarie per la riduzione dell'orario, per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano ed inquinano, per la cancellazione dei decreti sicurezza, per il ritiro delle missioni militari, possono dare un contributo importante, se sono sviluppate in una direzione coerentemente anticapitalista e se sono investite in una battaglia vera, concentrata, di massa in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato di classe, in ogni movimento progressivo.
Come PCL ci batteremo per questo. Abbiamo contribuito in modo determinante alla nascita del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione, contro resistenze settarie o timidezze. Ci batteremo ora con ugual vigore perché il campo dell'unità d'azione si allarghi e perché cresca nell'avanguardia l'influenza politica di un programma di rivoluzione.
La costruzione e il rilancio del Partito Comunista dei Lavoratori sono per questo tanto più indispensabili.
La ritirata è finita. Inizia una stagione nuova.

Marco Ferrando

lunedì 13 gennaio 2020

LE FIAMME ASSASSINE DEL CAPITALISMO


Le fiamme altissime e terrificanti che stanno sconvolgendo il territorio australiano in queste settimane sono il simbolo tragico di questa fase storica del pianeta.
Catastrofi di questa grandezza hanno sempre portato enormi cambiamenti. L'orrore porta a sconvolgimenti nel profondo, distruggono tutta la nostra comprensione del mondo: il nostro ruolo, le nostre certezze, la sicurezza; e la coscienza comincia ad urlarci dentro verso una ribellione che diventa indispensabile.
Questi sono i sentimenti provati non solo dalla parte più debole della popolazione australiana, ma anche dalla classe media, in un durissimo risveglio dentro una realtà che fino a ieri aveva garantito il benessere fittizio del sistema capitalistico.

L'Australia, con le sue immense risorse naturali, è sempre stata una fonte di profitto falsamente inesauribile. Ma la tragedia di oggi ha dimostrato che l'unico responsabile è la barbarie del capitalismo, e il suo prezzo è pagato inevitabilmente dagli strati più deboli della popolazione.
Le immagini trasmesse in tutto il pianeta mostrano barriere di fuoco alte oltre 100 metri, "tornado di fuoco" così forti da carbonizzare in pochi secondi i mezzi di soccorso, incendi boschivi che generano tempeste con fulmini che innescano nuovi incendi in altre aree, gigantesche cappe di fumo e cenere che trasformano il giorno in surreali universi di colore arancio, migliaia di persone rifugiate sulle spiagge sotto una pioggia di cenere e braci mentre le case bruciano davanti ai loro occhi, intere città bruciate dalle ceneri di immensi e invincibili incendi, miliardi di animali morti e quattro di ettari di bosco ridotti in cenere nel solo Nuovo Galles del Sud. E l'estate è appena cominciata.

È indubbio che i cambiamenti climatici abbiano sconvolto gli standard di autoregolazione termica del pianeta, e che la causa sia lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali ed energetiche da parte delle potenze capitalistiche perpetrato in decenni di distruzioni sistematiche di interi habitat naturali.
L'Australia è in uno degli ambienti più sensibili e delicati. Da alcuni anni le estati sono sempre più calde e siccitose. L'estate 2019/2020 è la peggiore della sua storia.

Il governo ultrareazionario sovranista di Scott Morrison non solo ha lasciato che i tragici eventi avessero il sopravvento, ma addirittura è arrivato ad accusare i giovani che protestavano contro i cambiamenti climatici e che richiamavano l'attenzione verso la tragedia imminente come "traditori". Il progresso e il futuro della nazione secondo i politici di questo governo reazionario è nelle risorse fossili: carbone, gas di fracking, gas naturale. Le multinazionali minerarie ricevono 29 miliardi di dollari sussidi ogni anno.
Così le “private” immense riserve idriche racchiuse in centinaia di invasi sono rimaste a disposizione delle multinazionali minerarie invece di essere utilizzate per alleviare la siccità e salvare molti terreni aridi destinati all'agricoltura delle comunità rurali.
Il servizio rurale antincendio è totalmente su base volontaria, e riceve un'inezia in fatto di sussidi. I loro mezzi sono scarsi e arretrati. Il governo si rifiuta persino di acquistare e organizzare una forza aerea con velivoli specializzati come i Canadair.
Tra le vittime delle ultime settimane molte sono giovani volontari del servizio rurale antincendio scarsamente pagati e supportati, che si sono distinti in veri atti di eroismo nei salvataggi della popolazione.

Il peso politico delle multinazionali ha cancellato in questi anni anche la minima resistenza dei partiti riformisti, trascinati nel miraggio del profitto “infinito”.
Non solo. Gli stessi sindacati si trovano in uno stato catatonico e nel loro peggiore momento storico. La loro credibilità agli occhi dei lavoratori è pessima. Con una dirigenza sindacale che negli anni ha seguito la strada della collaborazione di classe piuttosto della lotta di classe, più impegnativa ma potenzialmente vincente, il suo percorso verso cocenti sconfitte è stato inevitabile.
Proprio nel settore carbonifero, dove esiste un ancora un tessuto di decine di migliaia di lavoratori combattivi, i loro diritti e il potere d'acquisto dei salari sono stati colpiti massicciamente dai governi populisti che si sono succeduti. Oggi, con il governo Morrison, la loro situazione lavorativa si è ulteriormente aggravata. I sindacati nazionali piuttosto che seguire la logica degli scioperi generali che avevano portato nel dopoguerra alla conquista di maggiori diritti per i lavoratori, si sono sono spesi in sterili lotte settoriali isolate e spesso anche represse. La lotta esemplare ma isolata dei minatori di Oaky North ne è un esempio. Attualmente le miniere carbonifere sono gestite in appalto con una fortissima riduzione media salariale dei lavoratori del settore.

Il governo Morrison ha trovato la vittoria elettorale sulle macerie delle forze riformiste incapaci di dare un progetto di cambiamento. Le promesse alla nazione di una nuova Eldorado basata sullo sfruttamento minerario del carbone e del gas naturale hanno fatto breccia nella classe media ma soprattutto tra la classe lavoratrice in gran parte formatasi dalle generazioni successive alle prime famiglie di immigrati arrivate in Australia dagli anni '50 agli anni '80 da tutte le parti del mondo, in particolare dall'area asiatica. Tutti in Australia oggi si ricordano dell'intervento di un esaltato Scott Morrison mentre esibiva nel 2017 una preziosissima “pepita” di carbone in parlamento, o del suo folle discorso di Capodanno dove pronunciava queste parole: “nonostante la siccità, gli incendi e le inondazioni, l’Australia resta un paese meraviglioso dove far crescere i bambini”. Oppure delle sue vacanze alle Hawaii mentre negava l'emergenza malgrado le decine di vittime.
Più negazionista di Trump dei cambiamenti climatici, supportato dalle major mondiali carbonifere e del gas naturale, e contrario alla sola idea della riduzione delle emissioni dei gas serra, deve però affrontare la rabbia della popolazione che sta crescendo incontrollata.

Nella tragedia cominciano a vedersi delle luci. Il duro risveglio ha portato la rabbia e una presa di coscienza mai vista prima. Si stanno organizzando proteste spontanee in tutti gli Stati. Venerdì 10 gennaio si sono svolte manifestazioni nelle principali città del continente. Decine di migliaia in particolare a Sydney, Melbourne, Canberra, Perth, Brisbane sono scesi in piazza contro il governo e le multinazionali carbonifere. Mobilitazioni organizzate dagli studenti di Uni Student for Climate Justice, ma che hanno aggregato lavoratori, volontari antincendio, cittadini colpiti in prima persona dalla tragedia, studenti universitari e perfino il popolo nativo aborigeno.
Uno slogan era ricorrente: "Deve iniziare da qualche parte. Deve iniziare qualche volta. Quale posto migliore di qui? Quale momento migliore di adesso?”.
Il nostro appoggio ai compagni marxisti rivoluzionari australiani che si stanno battendo in queste durissime giornate con ogni mezzo a loro disposizione per portare una prospettiva di alternativa e di socialismo è incondizionato. Solo un progetto rivoluzionario globale e la lotta di classe possono fermare gli orrori devastanti provocati dal capitalismo.

Ruggero Rognoni

Partito Comunista dei Lavoratori



sabato 11 gennaio 2020

FERMIAMO L'AGGRESSIONE IMPERIALISTA IN MEDIO ORIENTE

Lunedì, 13 Gennaio 2020 alle ore 18,00 - Largo Donegani (M3 Turati) Milano



Come spesso accaduto nei decenni precedenti è nello scenario Mediorientale che l'imperialismo Usa scatena conflittiper misurare la propria forza e cercare di mantenere un ruolo egemonico.

I recenti avvenimenti quali l'assassinio mirato del generale iraniano Solemaini, rivendicato personalmente dallo stesso presidente Trump, aumentano la possibilità reale di una Guerra la cui portata catastrofica non riguarda il solo Medio Oriente, considerati i soggetti in campo.

Nel mentre il criminale Erdogan sta organizzando un intervento militare del
suo esercito in territorio libico a fianco del governo di Tripoli, segnando una svolta anche su questo fronte.

Di fronte a tali scenari non possiamo rimanere inerti, osservando come il
Governo Conte bis agisca in pura continuità con quanto fatto dai precedenti
subalterni e al servizio degli USA e agli interessi del grande capitale.

Riteniamo non si possa più tacere e sperare in silenzio che non accada il peggio. È per questo che invitiamo a partecipare a un Presidio davanti al

Consolato degli Stati Uniti in Largo Donegani, Lunedi 13 gennaio alle ore 18.00 !!

Contro i venti bellici che soffiano a dispetto di dichiarazioni a posteriori del criminale presidente USA Trump, e per pretendere che lo Stato Italiano non sia complice attivo di scenari di guerra, chiediamo :
La chiusura delle basi militari USA in Italia, da cui partono truppe ed armi
Il ritiro dei contingenti militari italiani datutte le zone di guerra
Impedire il trasferimento di testate nucleari dalla Turchia all'Italia
Bloccare ulteriori finanziamenti e spese militari a cominciare dal non acquisto degli F 35
La revoca delle sanzioni finanziarie internazionali
La riconversione di tutta l'industria bellica a produzione italiana
La non partecipazione italiana ad alcun tipo di embargo
L'uscita dell'Italia dalla NATO, soggettoagente dei teatri di guerra.

Adesioni (in aggiornamento)
Fronte popolare
Partito Comunista dei Lavoratori
Partito Comunista Italiano
Partito della rifondazione comunista
Potere al Popolo
Sinistra anticapitalista
Noi Restiamo Milano
OSA Milano
Rete dei Comunisti Milano
Usb Lombardia
Collettivo Curievolution.

venerdì 10 gennaio 2020

SABATO 11 GENNAIO MANIFESTAZIONE A TORINO PER NICOLETTA GIORGIO MATTIA LUCA

APPELLO PER LA MANIFESTAZIONE DI SABATO 11 GENNAIO




E’ dal 30 dicembre che Nicoletta si trova in carcere, dal 18 Giorgio e Mattia. Qualche mese prima era toccato a Luca che dovrà usufruire del regime di semilibertà con fortissime restrizioni.

Questa è solamente la fotografia ad oggi di una situazione che il Movimento No Tav continua a denunciare da anni: decine di processi, centinaia di indagati e condannati, anni di galera dati come se fossero noccioline, misure di prevenzione, fogli di via, sospensioni della patente per «mancanza dei requisiti morali» ecc… sono solo una parte delle azioni messe in campo dalla questura, dalla procura e dal tribunale di Torino per provare a sfiancare la lotta No Tav e le altre lotte sociali del territorio.

Da tempo sulla vicenda della Torino Lione la politica di qualsiasi colore ha perso, grazie alla nostra resistenza, e ha lasciato mano libera alla magistratura che lavora con metodo a colpirci individualmente per cercare di spaventare tutti e tutte.

E bene ricordare che nel caso di Nicoletta e di altri 11 notav, le condanne commutate sono pene altissime, senza benefici e nella maggior parte dei casi verso persone che reggevano uno striscione o parlavano ad un megafono.

Richieste esagerate fino ai 3 anni di reclusione, passate a 1 per Nicoletta e 2 per gli altri, come se fossimo ad un’asta.

Nicoletta con i suoi 73 anni, rappresenta bene il nostro movimento, che conta restrizioni della libertà di ogni genere per persone che vanno dai 16 agli oltre 80 anni di età, perché nessuno qui ha mai abbassato la testa, o si è mai arreso.


Al contrario, sappiamo di essere dalla parte della ragione e vogliamo portare alla fine questa vicenda che sempre più si configura come un vero e proprio ecocidio, un disastro per la nostra terra e un dolo per il denaro pubblico, sottratto alle vere priorità del Paese.