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lunedì 4 maggio 2020

L’ALTRO VIRUS: STATO D'ECCEZIONE, CONTROLLO SOCIALE, SOSPENSIONE DELLA DEMOCRAZIA



In tutto il mondo i governi adottano misure sempre più stringenti per contenere la pandemia da coronavirus: accentrando i poteri, rafforzando la sorveglianza digitale e introducendo limitazioni alla mobilità e alla libertà di espressione. In un momento di paura e di smarrimento, ampie fette della popolazione accettano provvedimenti che, in condizioni normali, risulterebbero intollerabili. Alcune di queste misure sono un concentrato di ipocrisia: in Italia si sanzionano i cittadini che superano i duecento metri oltre la propria abitazione, mentre in nome del profitto si consente la circolazione di milioni di lavoratori comandati per eseguire produzioni per nulla essenziali; si fanno alzare in volo i droni per scovare i runners, ma non si chiudono nemmeno le fabbriche che sorgono laddove si concentra maggiormente il focolaio dell’infezione.

IL MODELLO UNGHERESE

Con il pretesto dell’emergenza sanitaria alcuni leader approfittano di questa fase eccezionale per abusare del proprio potere e rinforzarlo a dismisura. Il contrasto della pandemia rischia così di favorire una tendenza autoritaria che, in nome dell’eccezionalità, sospende le garanzie democratiche e alimenta una spirale repressiva tesa a neutralizzare ogni possibile contestazione all’ordine costituito.
Emblematico è ciò che è avvenuto in Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è attribuito i pieni poteri, che gli consentiranno d’ora in avanti di governare per decreto senza rendere conto a nessuno. Le norme approvate dalla destra nazionalpopulista definiscono una cornice semidittatoriale: chiusura del parlamento, blocco delle elezioni e facoltà di sospendere o cambiare le leggi già in vigore. Il tutto a tempo indeterminato. Inoltre, la legge introdotta lo scorso 30 marzo prevede pene severissime per chi violasse il coprifuoco e diffondesse “notizie false”. A questo proposito solo le "fonti ufficiali" potranno esprimersi sull’andamento della pandemia. Visti i precedenti, è facile prevedere che i soggetti passibili di questa sanzione, che prevede il carcere, saranno individuati tra coloro che oseranno avanzare qualsiasi critica nei confronti della politica, sanitaria e non, del governo magiaro.
A stretto giro di posta anche la Slovenia ha, in modo edulcorato, ricalcato il modello magiaro. Il premier Janez Janša, conferendosi i poteri speciali, ha costituito un presidio di comando che togliendo alla sanità la gestione dell’emergenza, ha messo in mora la stessa Costituzione del paese, che non contempla un simile stravolgimento.
La deriva reazionaria che si sta sviluppando in questa parte d’Europa governata da esecutivi di destra e di estrema destra non giunge inaspettata, è il frutto di anni di avvelenamento politico, sociale, civile e culturale. L’avanzata dei sovranisti si è nutrita di un mix demagogico fatto di muri innalzati, di barriere inaccessibili, di protezionismo arcigno e di chiusura delle frontiere. Queste misure hanno alimentato l’illusione che il nazionalismo possa, in qualche modo, meglio difendere le comunità locali dai venti gelidi della crisi. Dopo decenni di crescita, la contrazione economica ha generato insicurezza, frustrazione e paura della povertà. La débâcle del movimento operaio e delle sue organizzazioni ha agevolato questo processo regressivo, perché non trovando ostacoli sul suo cammino, la deriva reazionaria s’è imposta modificando i caratteri stessi della società.

UN PERICOLO ALL'ORIZZONTE

Ciò che sta avvenendo in questa parte d’Europa indica un potenziale pericolo che potrebbe estendersi: lo smottamento in direzione post-democratica e autoritaria del continente; lo stato d’emergenza che si muta rapidamente in stato d’eccezione.
Le difficoltà nell'affrontare un’emergenza sanitaria che rivela sempre più chiaramente il completo fallimento dei governi capitalisti, incapaci persino di assicurare le mascherine al personale sanitario, può suggerire agli stessi l’adozione di una governabilità marcatamente autoritaria; l’inveramento di una democrazia immunodepressa che si nutre di uno stato d’eccezione permanente.

A maggior ragione nel momento in cui la crisi sanitaria si combina con quella economica, moltiplicando lo shock sulla popolazione. Nei prossimi mesi le ricadute sociali saranno pesanti.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’anno in corso un impatto devastante della pandemia sull’economia mondiale, con un calo consistente del PIL, mentre l’agenzia delle Nazioni Unite prevede un incremento «drastico e devastante» dei licenziamenti e delle riduzioni dei salari e dell’orario di lavoro. A questo proposito, l’autorevole rivista statunitense The Nation nel suo numero di marzo scrive: «La combinazione dei salvataggi plutocratici e della precarietà crescente, insieme al pericolo per l’incolumità fisica della classe lavoratrice è esplosiva. È difficile non vedere come tutto ciò possa durare senza una rottura dell’ordine sociale». Nella nuova, inedita fase che si sta aprendo, le classi dominanti sono consapevoli che neanche i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo dalla lotta di classe, che prima o poi si può riaffacciare e presentare il conto.
Proprio per contrastare le prevedibili reazioni dei lavoratori, e per prevenire lo sviluppo di movimenti antisistemici in grado di incrinare lo status quo capitalista, le classi dominanti possono trovarsi nelle condizioni di dover ridefinire i propri strumenti: adeguando le forme istituzionali al nuovo contesto di crisi concentrata e accelerata che si sta affermando; affinando i dispositivi repressivi, rendendo più pervasive le forme di controllo sociale.
Questa ricalibratura degli strumenti di dominio avviene su un terreno già arato. Nell’ultimo trentennio, sullo sfondo del crollo dell’Unione Sovietica e della sconfitta dell’ultimo ciclo di lotte operaie, la borghesia ha ristabilito un nuovo paradigma sociale, che vede una drastica riduzione dell’autonomia di classe dei lavoratori, e una concentrazione di potere e di ricchezza al vertice della piramide sociale. Da questo processo sono emerse anche le tendenze strutturali che hanno progressivamente investito i sistemi politico-istituzionali. In quest’ottica di governance, la demonizzazione delle lotte sociali e l’affermazione di una contesa politica che si svolge attorno ad un’agenda dai margini discrezionali molto limitati è diventata una legge politica inscalfibile.
In questo quadro nella stessa Unione Europea si teorizza ormai apertamente la necessità di passare a una democrazia post-parlamentare, perché i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero ormai tanto complessi da richiedere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi.
Inoltre, sul piano più strettamente coercitivo, gli stravolgimenti operati sono stati profondi: dalle legislazioni antisciopero vigenti in molti paesi europei al tentativo di criminalizzare le lotte introdotto in Italia con il decreto sicurezza, passando per il tentativo di costituzionalizzare lo stato d’emergenza in Francia. Tutto ciò disegna un quadro normativo teso a salvaguardare in ogni modo l’accumulazione capitalista. Non a caso in Ungheria, appena ottenuti i pieni poteri, Orbán ha dato piena attuazione alla riforma del mercato del lavoro, ribattezzata “legge schiavitù”, che prevede fino a quattromila ore di straordinario, circa un’ora e mezza di lavoro in più al giorno che può essere pagata anche tre anni dopo.

VERSO UNO STATO D'ECCEZIONE PERMANENTE?

La natura dell’attuale crisi e la sua dimensione globale fanno sì che oggi le scelte politiche che si realizzano per salvaguardare gli assetti di potere (a differenza di altri episodi di crisi ciclica del capitalismo) si consumino all’interno di una cornice emergenziale che rischia di diventare un’ordinaria e non revocabile prassi di governo.
Le misure di controllo imposte in questi giorni, il presidenzialismo de facto e la blindatura della società potranno tornare utili per inibire le lotte, e garantire una governabilità posta al riparo da qualsiasi possibile contestazione che provenga dal mondo del lavoro. Inoltre, in questa fase emergenziale, il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza” può conoscere un nuovo stadio di avanzamento, visto che i sistemi di monitoraggio continuo della popolazione per segnali biometrici, che si stanno sperimentando al fine di proteggere la salute pubblica, potrebbero diventare permanenti ed essere utilizzati per scopi differenti.
È possibile che l’uscita dalla crisi sanitaria, quando si verificherà, produrrà una profonda ristrutturazione dei rapporti all’interno della società, rendendo il distanziamento una normalità che accentua l’individualismo delle persone in una separatezza tra sé e gli altri, impedendo così il ricongiungimento delle domande sociali e l’individuazione del nemico comune.
Questi temi, così rilevanti e così interconnessi con le attuali dinamiche operanti nel tessuto sociale del paese, dovranno essere al centro della riflessione e dell'avanguardia e della sinistra di classe. Nella dire un forte e chiaro no alla gestione capitalista della crisi sarà necessario ricondurre la battaglia in difesa degli spazi democratici con la critica a questo criminale modello capitalista, che funge da incubatore e propulsore della riduzione della democrazia e del peggioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne.
Importante sarà capire le tendenze principali che si stanno producendo, ma soprattutto sarà fondamentale rilanciare una concreta dinamica di lotta, perché da questa crisi si esce soltanto tornando ad organizzarsi sul posto di lavoro e sul territorio. Solo tornando a lottare per difendere le nostre condizioni di vita si può scongiurare il futuro di sofferenza sociale e di miseria, che le classi dominanti stanno preparando.


Piero Nobili

2 commenti:

  1. Una analisi lucida della forte compressione dei diritti democratici individuali e collettivi nella situazione di emergenza sanitaria. Ma anche una inquietante prospettiva se i lavoratori non daranno una risposta coniugando la difesa delle libertà democratiche con la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Difesa ancorpiu necessaria per il prospettato aumento della disoccupazione e dell'aumento del debito che si vorrà scaricare sulla classe lavoratrice e suoi alleati e sulla piccola borghesia impoverita. Allora sarà necessario una forte risposta con un fronte unico dei sindacati conflittuali che rompa gli steccati settari e autocentrate delle singole organizzazioni sindacali e con l'avvio di processi unitari. Così come sarà necessario il fronte unico dei partiti della sinistra di classe e di opposizione. Ma questo fronte unico, ampio, unitario, non deve annacquare le posizioni del marxismo rivoluzionario che anzi dovranno essere rafforzate per la conquista di quadri, militanti e della classe in prospettiva di una alternativa di società.

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  2. Comunque queste misure dopo quelle dei decreti sicurezza 1 e 2 il capitale tenterà di mantenerle stabili per rispondere alla crisi che già lo attenagliava prima della emergenza e che adesso è precipitata. Sarà di estrema importanza essere presenti anche per evitare che le masse finiscono in mano alla reazione.

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