POST IN EVIDENZA

mercoledì 21 ottobre 2020

SABATO 24 OTTOBRE GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

 

Pubblichiamo il testo dell'appello a cura dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Il Partito Comunista dei Lavoratori è in prima linea per la riuscita della mobilitazione

 


Mentre in tutta Europa dilaga la seconda ondata pandemica, nel nostro paese il governo e le amministrazioni locali si trovano a fronteggiare la nuova emergenza con un sistema sanitario disastrato come in primavera:

pochissime nuove risorse, strutture fatiscenti, gravi carenze d'organico e un personale medico-infermieristico che a dispetto delle fatiche sfiancanti del lockdown continua ad essere umiliato dal mancato rinnovo del CCNL di categoria e da livelli salariali da fame.

 

I padroni, con la complicità di governo ed istituzioni locali, la scorsa primavera hanno contribuito a trasformare la pandemia in mattanza negli ospedali e nelle RSA, in primis in Lombardia, tenendo aperte migliaia di fabbriche senza alcun riguardo per la sicurezza e la salute di lavoratori e lavoratrici. Ora, sempre in nome del profitto, minacciano barricate per impedire stringenti misure di sicurezza, nonostante il rischio di un collasso degli ospedali su scala nazionale: uno scenario reso ancor più drammatico al sud, che stavolta è pienamente coinvolto dalla pandemia.

 

Mentre Conte, il PD e i M5Stelle hanno mantenuto l'impianto razzista, repressivo e antioperaio dei decreti sicurezza di Salvini (limitandosi a qualche modifica irrisoria e di facciata), l'esecutivo è sempre più ostaggio dell'arroganza di Bonomi e di Confindustria, delle sue richieste e delle sue pretese, a partire dal mancato rinnovo della moratoria sui licenziamenti a fine anno, nonostante il proseguo dell’emergenza.

 

I padroni si sentono talmente forti da far saltare i tavoli di trattativa sui rinnovi contrattuali, come dimostra il caso eclatante del CCNL metalmeccanici, con lo scopo dichiarato di ottenere dei contratti-farsa, senza alcun aumento salariale e con l'imposizione di forme sempre più brutali di precarietà e di sfruttamento.

 

Intanto, al di là delle chiacchiere e della propaganda, si pensa di destinare la gran parte dei fondi del

Recovery Plan alle ristrutturazioni produttive necessarie al capitale per contrastare la crisi in corso dal 2008, a infrastrutture e grandi opere al servizio delle imprese o direttamente nelle tasche dei padroni sotto forma di sgravi e incentivi. Risorse che stravolgeranno sempre più i servizi universali (sanità, scuola, trasporti, assistenza), disarticolati da autonomie più o meno differenziate, e che andranno anche a incrementare le spese militari e i piani bellici (30 miliardi destinati alla difesa). Risorse che, con le condizionalità imposte dalla UE, saranno ripagate con nuove lacrime e nuovo sangue da lavoratori, lavoratrici e classi oppresse.

 

Senza una ripresa generale delle lotte e del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, entro l'inverno assisteremo a un'ondata di licenziamenti, a un taglio dei salari e a un massacro sociale senza precedenti.

 

Per questo motivo lo scorso 27 settembre centinaia di lavoratori e delegati combattivi di diversa appartenenza categoriale e sindacale si sono incontrati a Bologna, con l'obbiettivo di tracciare una piattaforma di lotta e di mobilitazione capace di contrapporsi in maniera adeguata ai piani di macelleria sociale di padroni e governo, e di lanciare dal basso un percorso di mobilitazione che porti in tempi brevi a un vero sciopero generale.

 

• Per il rinnovo immediato di tutti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro scaduti, con forti aumenti salariali e forti disincentivi ai contratti precari e a termine

 

• No ai licenziamenti di massa; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario medio garantito a disoccupati e precari e integrazione della Cig al 100%

 

• I costi della crisi sanitaria siano pagati da chi non ha mai pagato: patrimoniale sulle grandi ricchezze per rilanciare la sanità, la scuola pubblica, i trasporti e i servizi sociali

 

• Documenti, diritto d’asilo, regolarizzazione contrattuale e pieni diritti di cittadinanza per tutti i lavoratori immigrati, con l’abolizione dei decreti sicurezza (che reprimono anche dissenso e conflitto sociale)

 

• Contro ogni autonomia differenziata, oggi rilanciata dal governo

 

• Annullamento delle spese militari e riconversione di tutta la filiera dell’industria bellica e militare, a spese dello Stato e piena garanzia del lavoro

 

• Tutela piena della sicurezza sui luoghi di lavoro con nuovi e stringenti protocolli per la prevenzione del contagio da Covid 19, gestiti da comitati e rappresentanti eletti da lavoratori e lavoratrici.

 

Partito Comunista dei Lavoratori

 

sabato 17 ottobre 2020

LA SECONDA ONDATA E IL FALLIMENTO DEL GOVERNO

 

Un programma di svolta per l'emergenza sanitaria

 

 

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. Tutto è rimasto come prima, al di là di chiacchiere e promesse che non nascondono il fallimento e l'impotenza di un intero sistema. Non se ne esce se non rovesciandolo da cima a fondo.

 


 

A giugno erano 8966, ora sono 9251. Sono i tracciatori dei contatti del coronavirus sull'intero territorio nazionale. Stando a un numero quotidiano di nuovi contagi giunto ormai a 10000, questo infimo gruppo di tracciatori dovrebbe telefonare, registrare, monitorare 160000 persone ogni giorno. Invece ne coprono complessivamente 1300 circa. In questi numeri sta la misura e la natura del dramma in corso: il crollo della prima linea di resistenza a fronte della seconda ondata dell'epidemia. In questi numeri sta anche la responsabilità del governo, che per sei mesi ha annunciato “nulla sarà più come prima” e invece ha lasciato immutata la condizione di fondo del Servizio Sanitario Nazionale sotto ogni aspetto, con un effetto domino a cascata.

 

 

NON DOVEVA PIÙ ACCADERE MA ACCADE

 

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. La stessa stampa borghese è attonita di fronte al disastro.

Il virus dilaga in misura esponenziale, anche nei luoghi relativamente risparmiati dalla prima ondata (Milano città, Campania).

La medicina territoriale è inesistente e non può far da filtro.

Il famoso sistema Immuni si è rivelato un fiasco, inapplicabile su molti cellulari, disattivo di fatto quando applicato.

Non ci sono tamponi se non in misura inadeguata, nonostante il governo abbia ridotto da due ad uno i test necessari per l'uscita dalla quarantena.

Non ci sono i medici che fanno i test, perché solo il 25% dei medici di base si è detto disponibile a farli.

Mancano sedi e luoghi protetti dove i test possano essere fatti in condizioni di sicurezza per medico e paziente, e questo spiega l'indisponibilità dei medici.

Non ci sono luoghi protetti per l'isolamento di decine di migliaia di positivi, spesso reclusi in abitazioni sovraffollate che diventano nuovi veicoli di contagio.

Le unità mediche che dovrebbero controllare i malati in casa (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) sono in numero irrisorio (14 medici USCA in tutta Milano!), sicché decine di migliaia di malati non solo vivono sequestrati in casa ma sono privi di assistenza medica.

 

Tutto questo disastro si riversa fatalmente sugli ospedali, con una massa di positivi, o sospetti tali, che si ammassa presso i Pronto Soccorso, quale unica sede di assistenza. I Pronto Soccorso a loro volta crollano sotto la pressione della massa, dirottando migliaia di persone su altri ospedali limitrofi, o chiudendo le porte a malati non Covid, con un effetto domino inevitabile. Intanto il crescente numero dei ricoveri Covid, seppur ancora inferiore a quello di marzo, allunga ulteriormente i tempi di trattamento di altre patologie, con decine di migliaia di malati oncologici, reali o possibili, ormai parcheggiati in liste d'attesa infinite o che si vedono respingere persino la prenotazione degli esami necessari. Mentre anche le terapie intensive si trovano nuovamente minacciate, oltre a essere spesso prive di ventilatori e personale necessari.

 

Questa vera e propria catastrofe sanitaria non è una condanna del destino. È il prodotto di 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica degli ultimi dieci anni, della trasformazione degli ospedali in aziende attente più al fatturato che alle cure, della riduzione delle piante organiche ospedaliere, del massiccio allargamento della sanità privata, la stessa che copre ormai il 50% delle prestazioni grazie ai fondi sottratti alla sanità pubblica, e che in Borsa moltiplica i propri dividendi.

 

 

IL FALLIMENTO SANITARIO DEL GOVERNO

 

Crollata la diga delle chiacchiere e delle promesse, il governo non sa più che fare. Non può e non vuole ricorrere a nuovi lockdown generalizzati dopo il crollo economico pauroso del 2020: tutti i governi d'Europa hanno stretto un accordo di ferro su questo; ma non riesce a gestire in forma ordinata e protetta la convivenza col virus, in attesa di un vaccino che non sarà disponibile a livello di massa per larga parte del 2021 (secondo l' ipotesi più ottimista), tra scoperta, validazione, produzione, distribuzione di massa.

 

Preso dal panico, il governo oscilla tra misure simboliche dagli effetti improbabili (le raccomandazioni sulle frequentazioni domestiche) e la tentazione di concentrare l'affondo sull'anello debole della catena: l'istruzione pubblica. Un'istruzione pubblica già colpita al pari della sanità da decenni di tagli, classi pollaio, precariato cronico, e ora minacciata da nuovi lockdown col relativo ricorso alla didattica a distanza: quella che nell'ultimo anno ha discriminato di fatto il 30% degli studenti delle famiglie più povere.

In questa direzione si è mosso il governo campano, in un luogo in cui la chiusura della scuola è spesso l'apertura al degrado della strada. Nella stessa direzione muovono ora altri governi regionali, in particolare nel Nord, pressati dalla crisi del trasporto urbano: se non ci sono bus e metropolitane in numero sufficiente, se il trasporto degli studenti a scuola diventa fonte di contagio, la soluzione è semplice. Non predisporre altri mezzi di trasporto, ma chiudere, in tutto o in parte, le scuole. Del resto, le fabbriche “non possono chiudere”, come l'esperienza di marzo dimostra, neppure in presenza di focolai epidemici abnormi, la bergamasca insegna. Se i Bonometti e i Bonomi misero un veto criminale già allora, immaginiamoci oggi di fronte al crollo economico. Invece si possono chiudere le scuole, magari mantenendo in piedi un concorso grottesco. E tutto questo per cosa? Per coprire con misure tampone il fallimento di un intero sistema. Lo stesso sistema che ovunque è incapace di affrontare la pandemia se non al prezzo di nuove ingiustizie, inuguaglianze, umiliazioni.

 

 

MISURE NECESSARIE E URGENTI DI FRONTE AL COLLASSO SANITARIO

 

La verità è che non esiste soluzione progressiva possibile dell'emergenza sanitaria in atto senza misure di rottura. Non il ritorno alla “normalità”, quella che ci ha portato dove siamo ora, ma il ribaltamento radicale della “normalità” degli ultimi quarant'anni.

 

Immediato reclutamento di 10000 unità del personale medico e infermieristico. Non coi vergognosi contratti a termine, usa e getta, della primavera scorsa, ma con assunzione a tempo indeterminato e l'ampliamento di tutte le piante organiche. Tracciamenti, test, laboratori, medicina territoriale, terapie intensive, trattamento ospedaliero di tutte le gravi patologie, fine delle liste d'attesa, richiedono un raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, a partire da un grande piano di assunzioni. Altro che numero chiuso a Medicina.

 

Riapertura dei 200 ospedali soppressi nell'ultimo decennio e immediata requisizione, senza indennizzo, delle strutture della sanità privata, per ampliare e riorganizzare i pronto soccorso, i reparti ospedalieri, i trattamenti sanitari, le sedi e gli strumenti della diagnostica. La salute non è merce, via il profitto dalla sanità!

 

Nazionalizzazione, senza indennizzo, della grande industria farmaceutica, e controllo pubblico sulla produzione dei dispositivi individuali (mascherine), dei test rapidi, dei vaccini antinfluenzali, tutti a somministrazione gratuita. Una famiglia povera di quattro persone non può spendere tra 200 e 500 euro al mese di sole mascherine FFP2. La protezione della vita non può dipendere dalla classe sociale di appartenenza.

 

Requisizione del grande patrimonio immobiliare necessario (spesso di proprietà delle banche e delle assicurazioni) per consentire l'isolamento protetto in quarantena per i positivi, l'ampliamento dei presidi sanitari territoriali, il tetto massimo dei 15 alunni per classe, che oggi è anche una misura sanitaria.

 

Gratuità e universalità del servizio sanitario, finanziate dall'abbattimento delle spese militari e dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, a partire da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato, non la salute o il lavoro.

 

Requisizione immediata delle compagnie di trasporto private, sull'intero territorio nazionale, per riorganizzare il trasporto locale di pendolari e studenti in condizioni di sicurezza. Bus, metropolitane, treni regionali possono non essere fonte di contagio se si impone il controllo pubblico sull'intero sistema dei trasporti.

 

Controllo operaio sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori: nelle fabbriche, nella logistica, nei trasporti, negli ospedali, nelle scuole, e ovunque. Perché il primo presidio sanitario è il controllo dei lavoratori sulle condizioni del proprio lavoro.

 

Questo non è un insieme di consigli al governo dei capitalisti, che ha fallito sul fronte sanitario, o ai governi regionali che vogliono chiudere le scuole. È una piattaforma di lotta per il movimento operaio, da portare in ogni organizzazione di classe e di massa, come in ogni ambito di avanguardia politica e sindacale. Con un elemento di coscienza da introdurre ovunque: queste misure, necessarie e urgenti, reclamano un altro ordine di società. Una società in cui a comandare siano i lavoratori e le lavoratrici, non i capitalisti e i loro politicanti.

 

Partito Comunista dei Lavoratori

A 10 ANNI DALLA SCOMPARSA DI TIZIANO BAGAROLO

Pavia: ANTIFASCISTI ALLA SBARRA - PRESIDIO IN TRIBUNALE

 

Fonte: La Provincia Pavese del 17 ottobre – Maria Fiore

 

 

Presidio degli antifascisti, ieri mattina, davanti al tribunale di Pavia in occasione di una tappa del processo sui fatti del 5 novembre 2016. A giudizio ci sono sei antifascisti: presero parte a un presidio non autorizzato, secondo l'accusa, in fondo a Strada Nuova, per protestare contro il corteo cittadino dell'estrema destra in memoria di Emanuele Zilli. Il processo, che va avanti da diversi mesi e ha subito ritardi per il lockdown, alla fine è stato rinviato al 27 novembre per l'astensione dei giudici onorari. Quel 5 novembre di quattro anni fa fu una serata carica di tensione e di violenza. I militanti dell'estrema destra sfilarono da piazza Italia lungo Strada Nuova, al rullo dei tamburi e in formazione militare. Gli antifascisti si radunarono in prossimità del Ponte Coperto. Le forze dell'ordine dovettero far deviare il corteo di destra per evitare che i militanti venissero a contatto. Venne effettuata una carica sugli antifascisti e due rimasero feriti. In sei finirono a giudizio per oltraggio a pubblico ufficiale e violazione delle leggi di pubblica sicurezza.