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martedì 30 ottobre 2018

LA FRAMMENTAZIONE DELLE LOTTE SPECIFICHE NON SONO IN GRADO DI SCUOTERE LE FONDAMENTA DEL SISTEMA E PORTARE AD UNA SCONFITTA DELLA CLASSE DIRIGENTE



Da almeno vent’anni è di moda un discorso, una teoria che parla di “nuova sinistra”. Una sinistra rinnovata, che parte dai cosiddetti movimenti sociali, caratterizzata dalla molteplicità delle bandiere cui far riferimento.
Anche se non unanime, non è comunque esagerato affermare che un’ampia maggioranza di coloro che teorizzano queste nuove idee sociali le considerano da contrapporre a ciò che viene definito “la vecchia sinistra”, e vale a dire la sinistra marxista-leninista, classista, i partiti comunisti.

Per i movimenti il concetto di classe è superato in nome di una visione di società globalizzata e multiforme. In questa modernità si diluirebbero le possibilità di costruire una società socialista.

Nei periodi passati, la grande concentrazione operaia, in grandi centri industriali, rendeva molto più facile l’organizzazione sindacale e politica, e di conseguenza, la coscienza di classe e la sua definizione potevano essere facilmente accettati.
Attualmente, parlare di classi sociali richiede uno sforzo più approfondito del cambiamento dell’organizzazione produttiva, che ha contribuito a segnare il ridimensionamento del protagonismo storico della classe operaia.

La questione delle classi come soggetto storico mantiene, però, la sua attualità e rilevanza. Esse non sono scomparse, come si sente affermare, ma hanno assunto nuove sfaccettature a causa dei mutamenti avvenuti nel mondo del lavoro con l’avanzare del capitalismo.

Oggi la classe lavoratrice è frammentata, è ancora nelle fabbriche, ma anche nel settore dei servizi e del commercio. Senza contare la gran massa cui viene impedito l’ingresso nel mondo del lavoro dalla disoccupazione. Queste situazioni rendono oltremodo difficile l’unità dei lavoratori, perché sono inseriti in processi produttivi ed attività estremamente diversi tra loro.

Tuttavia, vi sono caratteristiche fondamentali che sono comuni a tutti: la sottomissione al capitale attraverso il lavoro salariato e la dipendenza da questa relazione per sopravvivere.
Quest’assenza di unità, e quindi di “coscienza di classe”, è l’amara conferma che la classe lavoratrice trova grande difficoltà di azione politica in opposizione alla classe dirigente.
L’importanza e la necessità, quindi, di un partito d'avanguardia comunista. Un Partito in grado di contemplare le esigenze presenti nei vari movimenti e che propone di andare oltre, orientandoli verso il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, per la costruzione del potere socialista, che è il potere della classe operaia.

Il superamento del capitalismo richiede una certa organizzazione e disciplina di classe che si oppone al dominio del capitale. La polverizzazione e la frammentazione delle lotte specifiche non sono in grado di scuotere le fondamenta del sistema e portare ad una sconfitta della classe dirigente.
 "Chi indebolisce, anche solo un po’, la disciplina del partito del proletariato effettivamente aiuta la borghesia contro il proletariato" (Lenin)
L'esistenza di condizioni avverse, le difficoltà che la situazione di volta in volta presenta, non deve fungere da scomposizione in più parti per l'azione, ma anzi stimolare il rafforzamento del Partito per non perdere di vista l'obiettivo di costruire il socialismo con creazione di nuovi strumenti di lotta.
"E 'molto più difficile - e di gran lunga più prezioso - essere rivoluzionari quando non ci sono ancora le condizioni per la lotta diretta, aperta, autenticamente di massa e rivoluzionaria, ed essere in grado di difendere gli interessi della rivoluzione ( mediante propaganda, agitazione e organizzazione) all’interno di istituzioni non rivoluzionarie e spesso addirittura reazionarie” (Lenin)

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”

lunedì 29 ottobre 2018

LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DEL PRC



Care compagne, cari compagni,
ci rivolgiamo a voi col rispetto che si deve a compagni e compagne, e dunque con la sincerità che proprio tra compagni è doverosa.
La nostra opinione è che il gruppo dirigente del vostro partito vi abbia nuovamente condotto in una avventura politica rovinosa. L'esperienza di Potere al Popolo e il suo esito, al pari di altre esperienze precedenti in cui nascondere Rifondazione Comunista, rischiano di umiliare la passione politica di migliaia di comunisti, e di provocare l'ennesima dispersione di forze e di energie.
Non vogliamo indugiare più di tanto sulla cronaca del collasso di Potere al Popolo e sul ritiro fuori tempo massimo del PRC. Certo è inevitabile constatare gli aspetti grotteschi della vicenda dell'ultimo anno. 

DAL BRANCACCIO A PAP 

Un anno fa si cercò la lista unitaria del Brancaccio con Sinistra Italiana e MDP, sino a rimuovere la pregiudiziale iniziale verso D'Alema e Bersani (sarebbe stato sufficiente non si candidassero), ma l'accordo blindato tra MDP e Sinistra Italiana ha tagliato fuori il PRC.
Dunque si è saliti in corsa sul nuovo carro dell'ex Opg, come se nulla fosse avvenuto, chiedendo al corpo militante del PRC di fare da manovalanza nella raccolta di firme di Potere al Popolo sotto l'egemonia degli ex Opg e dell'immagine pubblica di Viola Carofalo, in una campagna elettorale consentita dalla raccolta firme del PRC ma paradossalmente rivolta, in buona misura, “contro i partiti”.
Poi si è avallata e coperta per mesi, di assemblea in assemblea, la retorica movimentista e “antipartito” di ex Opg e dei neosovranisti di Eurostop (“il nuovo modo di fare politica”, “il fare” contrapposto al “dire”, il “nuovo” contrapposto al “vecchio”...), una retorica populista da grillismo sociale che ha fatto leva sull'arretramento della coscienza politica diffusa, che ha rimosso la stessa centralità di classe, e che l'ex Opg ha usato abilmente sin dall'inizio - com'era del tutto evidente - per costruire il proprio partito, a partire dal proprio controllo sugli strumenti web, sulle figure pubbliche, sugli spazi mediatici di PaP. Tutto gentilmente concesso dal PRC.
Infine, dopo aver legittimato un percorso plebiscitario dall'esito annunciato, il gruppo dirigente del PRC si ritira a poche ore dal voto sugli statuti per evitare una disfatta.
Il bilancio è nei fatti: si è trattato di un disastro, politico e d'immagine. Un disastro che chiama in causa responsabilità politiche generali, ben oltre la vicenda in corso. 

ARCOBALENO, RIVOLUZIONE CIVILE, POTERE AL POPOLO, “QUARTO POLO”: UN GIROTONDO SENZA FINE 

Conoscete il nostro giudizio politico - che non abbiamo mai nascosto - sul gruppo dirigente del PRC.

Sapete che non possiamo e non vogliamo dimenticare la compromissione del PRC nei governi Prodi, col voto alla detassazione dei profitti, alle missioni militari, ai tagli sociali per pagare il debito alle banche, alla precarizzazione del lavoro (Pacchetto Treu). Non li abbiamo mai derubricati ad “errori”. Perché è impossibile classificare come errore il sostegno all'avversario di classe contro i lavoratori e le lavoratrici.
Ma le responsabilità non finiscono con l'esperienza Prodi, che pure ha costituito il passaggio più grave. Negli anni successivi, il gruppo dirigente del PRC ha trascinato il vostro partito di avventura in avventura: prima nell'aggregazione Arcobaleno, poi nell'abbraccio coi questurini Ingroia e Di Pietro (Rivoluzione Civile), poi nella lista Un'altra Europa con Tsipras attorno alla candidatura liberalprogressista di Barbara Spinelli, infine in Potere al Popolo.
Qual è il tratto comune di tutte queste esperienze tra loro diverse? Il mimetismo politico del PRC. La rinuncia all'autonomia di un riferimento classista e anticapitalista. La ricerca di un proprio nascondimento in aggregazioni segnate comunque, con differenti declinazioni, da un profilo civico, aclassista, populista, genericamente progressista, in ogni caso non comunista.
Né si può dire che oggi questa ricerca sia conclusa. Tanto è vero che nel momento stesso in cui si lascia PaP, prima si chiede agli ex Opg un nuovo accordo nel nome di un ritorno alle origini di PaP, poi si allude di fatto alla prospettiva di un quarto polo con Sinistra Italiana in vista delle elezioni europee. L'ennesimo nascondimento del PRC a braccetto con i vendoliani, ma anche con gli ex PD Fassina e D'Attorre. Quelli che ieri erano parte del governo Letta, e votavano il pareggio di bilancio in Costituzione; ed oggi inneggiano alla riscoperta della patria, nel nome della competizione con la destra.
Altro giro, altro disastro. 

ANTILIBERISMO O ANTICAPITALISMO? 

Cosa c'è alla base di questa eterna coazione a ripetere, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza? La rinuncia a costruire un partito comunista, di nome e di fatto. E da dove ha origine questa rinuncia? Da un programma generale genericamente antiliberista, e non anticapitalista. Da un programma generale che continua ad alimentare l'illusione di una possibile alternativa progressista all'interno del sistema capitalista. Unire la cosiddetta sinistra antiliberista in uno stesso soggetto politico è stata ed è, non a caso, la bussola di tutte le esperienze trasformiste del PRC, da Rivoluzione Civile a PaP. Ed è un'ipoteca sul futuro. Perché se il riferimento programmatico è semplicemente l'antiliberismo, quale linea di demarcazione può separare il PRC da Fassina e da Sinistra Italiana, al di là della diversità dei percorsi?
Non solo. Una impostazione semplicemente antiliberista diventa inevitabilmente, a determinate condizioni, la foglia di fico del governismo. Tutti i cosiddetti governi “di sinistra” hanno formalmente evocato la polemica antiliberista. Ma si è trattato della copertura ideologica di ben altre politiche. È il caso del governo Tsipras, con cui il gruppo dirigente del vostro partito continua a collaborare dentro la stessa Sinistra Europea, nonostante quel governo abbia massacrato e continui a massacrare la popolazione povera di Grecia per conto della Troika. È il caso del governo portoghese, sostenuto da PC e Bloco de Esquerda, che nell'ultima finanziaria ha tagliato del 30% gli investimenti pubblici per pagare il debito alle banche e rispettare i dettami di UE e BCE. È il caso del governo Sanchez in Spagna, oggi beneficiato dal sostegno di Podemos, che preserva le politiche antimigranti, nega alla Catalogna il diritto di autodeterminazione, preserva il grosso delle controriforme sociali degli ultimi vent'anni, ma che Maurizio Acerbo eleva oggi a riferimento esemplare in Europa.
La verità è che nel quadro della crisi capitalista e della nuova competizione mondiale non esiste uno spazio storico riformista. L'alternativa vera è tra una prospettiva rivoluzionaria e la rassegnazione alle controriforme, magari gestite dai governi “progressisti”. 

AZIONE E PROSPETTIVA

Talvolta si obietta a queste considerazioni affermando il primato dell'azione presente rispetto alla prospettiva futura. Ma sono le prospettive future a condizionare inevitabilmente le scelte politiche presenti. Valga ad esempio l'intervento sindacale: se la prospettiva politica è una alternativa rivoluzionaria, quella prospettiva richiama immediatamente una contrapposizione frontale alle burocrazie sindacali ovunque collocate, per la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. Se invece la prospettiva è un fantomatico governo progressista, allora non solo si finisce col disperdere la centralità del riferimento classista, ma nello stesso ambito dell'intervento sindacale ci si adatta, in un modo o in un altro, all'accomodamento con le burocrazie. Il fatto che il PRC abbia a lungo avallato l'equivoco del landinismo, e tuttora alimenti aspettative attorno ai vertici della FIOM, è emblematico di un nodo irrisolto. Lo stesso vale per il posizionamento politico interno ad ogni dinamica di movimento. 

UNA PROPOSTA DI CONFRONTO 

Allora occorre trarre le conclusioni politiche di un bilancio che non si può rimuovere.
Solo un programma classista, anticapitalista, rivoluzionario, su basi nazionali e internazionali, può fondare la necessaria autonomia politica dei comunisti, e orientare un'azione politica coerente. Fuori e contro questo programma si è destinati a ripercorrere ogni volta i sentieri già battuti, in un eterno girotondo senza via d'uscita.
È necessario costruire un partito comunista, di nome e di fatto, estraneo ad ogni suggestione stalinista come ad ogni socialdemocrazia di sinistra. Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori intende confrontarsi apertamente con tutti i compagni e le compagne del PRC che, delusi dall'esperienza politica del proprio partito, intendano costruire con noi una prospettiva nuova, coerentemente anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 27 ottobre 2018

FCA vende i pezzi migliori: oggi Magneti Marelli, domani? USB al governo: fermare l’impoverimento del tessuto produttivo per difendere salario e occupazione

COMUNICATO NAZIONALE USB



La vendita della Magneti Marelli alla Calsonic Kansei per 6,2 miliardi segna una nuova perdita per il patrimonio industriale italiano e si configura come una cessione che serve a  FCA per  fare cassa per ripianare il  debito e dare dividendi agli azionisti piuttosto che avere una ratio industriale.
La  Magneti Marelli, con i suoi 40 mila lavoratori divisi in 85 stabilimenti sparsi nel mondo, di cui circa 10 mila nei 33 stabilimenti italiani, sviluppa e produce parti e componenti fortemente innovativi, non solo per FCA ma  per l’intero settore automobilistico mondiale. La sua vendita da parte di Fiat Chrysler  è un pessimo segnale che non può e non deve passare inosservato.
Il progetto Fabbrica Italia, lanciato da FCA  con i 30 miliardi d’investimenti previsti è rimasto lettera morta, stessa fine sembra essere riservata al piano industriale 2018-2022 con  45 miliardi d’investimenti e l’avvio di nuovi prodotti tra cui le auto elettriche.
In questo quadro la vendita di un pezzo determinante come Magneti Marelli, anche per il segmento elettrico,  segna un ulteriore elemento d’incertezza per tutta FCA.
Si conferma la politica spregiudicata di  FCA,  tesa a fare cassa attraverso  la capitalizzazione delle sue vendite, lo spostamento della sua sede fiscale all’estero,  la de localizzazione delle produzioni e il ricorso contemporaneo alla Cassa integrazione Guadagni  e ai Contratti di Solidarietà. Infatti nonostante il ricorso alla cassa degli ammortizzatori sociali, la direttiva aziendale sulle linee di produzione si traduce in tagli delle pause e ritmi di lavoro logoranti, con un’impennata dei lavoratori oggi classificati RCL (ridotte capacità lavorative), insomma spremuti come limoni. Una situazione quella degli stabilimenti FCA che riporta l’attualità della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il ripristino delle pause tagliate dal CCSL.
L’acquisizione da parte della Calsonic Kansei anche a fronte di un accordo industriale pluriennale con FCA, mette la Magneti Marelli e i suoi dipendenti fuori da FCA e dentro un nuovo ambito di competizione, con tutto quello che questo può significare.
Sarà con la nuova multinazionale Calsonic Kansei che dovremmo fare i conti, per difendere l’occupazione, le competenze e fare valere gli interessi dei lavoratori a partire dalla necessità di uscire dal CCSL e di riaprire la contrattazione sui livelli nazionale e aziendale.
Dopo la riuscita manifestazione del 20 ottobre scorso, che tra i temi poneva anche la deindustrializzazione del paese, l’USB torna chiedere al Governo un intervento a tutela del tessuto industriale, dell’occupazione  e l’avvio di un tavolo di confronto su FCA .

Lavoro Privato Nazionale
Coordinamento Nazionale USB in FCA/CHNI

giovedì 25 ottobre 2018

CONTRO LE POLITICHE DEL GOVERNO GIALLO – VERDE, È ORA DI LOTTARE!



Non solo Salvini rivendica e generalizza quello che Minniti aveva silenziosamente iniziato (respingimenti in mare e campi di concentramento in Libia), non solo Lega e 5stelle legittimano le campagne razziste coprendo un’estrema destra violenta ed aggressiva, ma questo governo implementa anche direttamente politiche discriminatorie (da Riace a Monfalcone).

Non solo si lascia morire in mare uomini e donne, vecchi e bambini. Non solo si continua a devastare altri paesi per difendere i nostri interessi politici ed economici. Si reprime anche una parte dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese, indebolendo chi è già debole, togliendo diritti e colpendo le condizioni di tutti/e. Come l’art. 25 del decreto Salvini (reato penale per picchettaggio stradale, punibile da 1 a 6 anni, con rimpatrio dei migranti), che attacca le lotte nella logistica, la difesa di diritti e salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici di quel settore e non solo.

Si creano ulteriori 70 miliardi di debito, contro il lavoro e le classi popolari. Come sostiene l’agenzia di rating J.P. Morgan “l’impennata dello spread è una opportunità di investimento” (immaginiamo in titoli di stato). Finanziando queste politiche, chi pagherà i costi della crescita del debito? I proletari e la popolazione povera, attraverso i soliti tagli a sanità, scuola e ad agevolazioni fiscali per famiglie di lavoratori.
Questo è il governo giallo-verde, queste le sue scelte. Contro queste politiche, è ora di lottare! 


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 22 ottobre 2018

RIPRENDERE LE LOTTE. GENERALIZZARE IL CONFLITTO



Contro queste politiche di gestione della crisi, contro l’immobilismo della CGIL e le titubanze di USB, contro ogni interlocuzione con questo governo reazionario, contro ogni irreggimentazione della democrazia sindacale, ricostruiamo nelle lotte una vertenza generale, sosteniamo ogni sciopero e generalizziamo il conflitto.

Occorre una svolta vera. Occorre spazzare via ogni illusione nelle politiche di Lega e 5stelle, demagogiche e sovraniste. Seppur diverse da quelle liberali del PD, sono comunque dalla parte dei padroni: difendono piccoli imprenditori e capitali nazionali, non salari e diritti dei lavoratori.
Per questo il Partito comunista dei Lavoratori sostiene pienamente e convintamente lo sciopero generale convocato per il 26 ottobre da diversi sindacati di base (indetto da CUB, S.I. COBAS, SGB, Slai Cobas e USI). Solo una mobilitazione generale può riportare al centro la difesa dei diritti e dei salari. È necessario infatti portare in campo un’opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati. Sostenere e diuondere la resistenza contro ogni provvedimento e ogni ouensiva dalla parte dei padroni, generalizzare le lotte, unire tutto ciò che l'avversario vuole dividere: privato e pubblico, nord e sud, precari e “stabili”, italiani e immigrati. Ricostruendo nelle lotte una piattaforma generale che tracci un confine chiaro: chi sta con i lavoratori e chi sta con i padroni; facendo ciò anche attraverso assemblee decisionali unitarie di delegati/e fino al livello nazionale in tutti i luoghi di lavoro, in cui il sindacalismo di classe possa fare sentire la sua voce e le sue proposte all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici.

Una piattaforma che, dalla lotta alla precarietà alla redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore, dall'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro all’abolizione della legge Fornero (in pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro), da un vero salario sociale a disoccupati e giovani in cerca di prima occupazione alla nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano, possa unire la maggioranza della società contro la piccola minoranza di padroni, grandi azionisti e banchieri che oggi detta legge. Tutti i governi, in forme diverse, sono agenti di questa minoranza. Occorre un governo della maggioranza, un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.


L'unica vera alternativa allo stato di cose presente.

venerdì 19 ottobre 2018

DIETRO ALLE MEZZE MISURE E BLUFF, SI NASCONDE UNA POLITICA DI ASSERVIMENTO A CAPITALISTI



Dopo i roboanti annunci il governo di Lega e M5S si è rimangiato gran parte delle promesse.
Il Documento di Economia e Finanza vanifica gran parte degli “impegni” presi con i lavoratori e i giovani, legge Fornero, Jobs Act, la “Buona Scuola”.
Altro che “governo del cambiamento”! Le posizioni espresse da Di Maio e Salvini sono una riprova dell’inganno che il loro governo sta tendendo ai proletari, mentre la UE del possesso esclusivo non fa nessun passo indietro sulle politiche di austerità.
Dietro alle mezze misure e bluff, si nasconde una politica di asservimento a capitalisti , come dimostrano la reintroduzione dei voucher e la “Flat Tax”, il condono fiscale e i regali ai padroni. La politica del governo Lega-M5S è, insomma, la versione populista di destra di quella tradizionale della classe dominante. Una politica che non può realizzare nessuna vera misura a favore della classe operaia perché non fa pagare un centesimo a padroni e ricchi, ma al contrario difende i loro privilegi.
Il dibattito sulla legge finanziaria potrebbe allora essere il primo momento in cui il governo può andare in difficoltà nella sua tenuta, di fronte alla misurabile apertura tra quanto promesso e quanto verrà effettivamente fatto.
Allargare le contraddizioni interne all'esecutivo in campo economico è all'ordine del giorno e la scadenza europea avrà senza dubbio un peso sui mesi a venire di politica interna, e i due temi, legandosi tra loro, ci chiameranno in causa nelle piazze.

Partito Comunista dei Lavoratori

Pavia sez. “Tiziano bagarolo”

martedì 16 ottobre 2018

IL PRC TORNA AL GOVERNO... IN SPAGNA



Non bastava l'esperienza dei governi di centrosinistra in Italia, di Tsipras in Grecia, di Costa in Portogallo. La sinistra cosiddetta radicale ha sposato l'ennesimo governo borghese in terra di Spagna: il governo del PSOE (Sanchez) appoggiato da Unidos Podemos.


FERRERO E ACERBO TORNANO AL GOVERNO

«La manovra del popolo la fanno in Spagna», esulta Maurizio Acerbo, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, reduce dal naufragio dell'ultima avventura di Potere al Popolo. E cita le meraviglie della legge di stabilità del governo socialdemocratico presentandole come fatto epocale: l'aumento delle tasse per i ricchi, una patrimoniale, l'aumento del salario minimo. In realtà si tratta di misure molto modeste: la patrimoniale ha una portata irrisoria, il 99% delle imprese vede inalterato il prelievo fiscale, l'aumento del salario minimo si riduce a superare di 50 euro quanto già pattuito da sindacati e padronato. Ma soprattutto restano intatte le controriforme sociali realizzate negli ultimi trent'anni da tutti i governi, da Gonzales ad Aznar, da Zapatero a Rajoy: le peggiori leggi di precarizzazione del lavoro in Europa, i tagli draconiani alla sanità e alla scuola, la controriforma delle pensioni, le politiche anti-immigrati (inclusi i respingimenti militari di Ceuta e Melilla). Siamo alla semplice manutenzione “progressista” del vecchio lascito dell'austerità e della reazione. Mentre Sanchez annuncia l'ennesima iniziativa politica e giudiziaria contro il Parlamento della Catalogna per aver “delegittimato” la Monarchia spagnola. Sarebbe questo il governo della svolta storica di cui parla Acerbo?

La verità è che il PSOE ha concesso a Podemos una foglia di fico per inglobarlo nella maggioranza di governo del capitalismo spagnolo. La capitolazione di Unidos Podemos è clamorosa. Il programma di Podemos del febbraio 2016 rivendicava un programma di riforme sociali per 96 miliardi di spesa, combinato con la “sfida” ai parametri dell'Unione. La legge di bilancio che Podemos ha votato è di 5 miliardi (anche proiettandola sulla legislatura, più o meno un quinto di quanto rivendicato due anni fa), e soprattutto si muove in un quadro concordato con la Commissione Europea, che ha dato la sua benedizione. Non a caso El Pais, il principale giornale borghese spagnolo, plaude apertamente alla svolta di Podemos: «Da Puerta del Sol alla Moncloa, la svolta di Podemos verso la socialdemocrazia» titola trionfante (14 ottobre). A parte il termine improprio di «svolta», una descrizione perfetta. Tanto più che ora Iglesias, ingolosito, chiede apertamente i ministeri: «il nostro voto a favore della legge di stabilità è il preannuncio di un governo di coalizione» (El Pais, 13 ottobre).

Dunque il PRC “torna al governo”. Non in Italia, perché qui ha già bruciato, col ministro Paolo Ferrero, il proprio capitale di credibilità votando la più grande riduzione delle tasse sui profitti degli ultimi trent'anni (Ires dal 34% al 27,5%)... ma in Spagna, per interposto Podemos. Tramontata la stella di Tsipras (col quale il PRC si guarda bene dal rompere), sale la stella di Iglesias. Al punto che Maurizio Acerbo indica proprio Podemos come la nuova bussola per la sinistra italiana: “anche in Italia va costruita una sinistra popolare come quella spagnola”, capace cioè di negoziare ministeri in cambio delle lenticchie.
A questo si riduce la rifondazione comunista.


ANCHE POTERE AL POPOLO SUL CARRO DI PODEMOS?

Ma se il PRC festeggia, cosa ne pensa PaP?

Insieme hanno firmato con Podemos, France Insoumise, (Mélenchon), Bloco de Esquerda portoghese un appello politico per le elezioni europee. La compagnia è francamente un po' imbarazzante per una formazione che si proclama alternativa. Mélenchon – ex ministro del secondo governo Jospin - rifiuta la bandiera rossa nel nome del tricolore di Francia, e le sue posture scioviniste lo spingono addirittura a respingere una petizione democratica per l'accoglienza dei migranti. Podemos sventola la bandiera spagnola dagli scranni della maggioranza di governo col PSOE. Il Bloco già siede nella maggioranza di governo della socialdemocrazia portoghese, che ha tagliato del 30% gli investimenti pubblici nell'ultima legge di stabilità per rispettare i parametri della UE.

Ma PaP non aveva detto che avrebbe fatto «tutto al contrario»? Si può evocare ogni giorno la retorica della ribellione e poi accodarsi, come ultima ruota, alle sinistre di governo in Europa?

Ciò che emerge alla luce del sole è l'eterna attrazione della sinistra riformista per il governo della società capitalista. Del resto, se il programma si limita all'antiliberismo, una coperta adatta per ogni stagione; se non si vuol rompere con la società borghese, magari nel nome del mutualismo, allora si finisce fatalmente, prima o poi, nella lista d'attesa dei governi del capitale. Poi ci si può bastonare su uno statuto interno, cioè sul controllo dell'organizzazione, dopo aver decantato la democrazia del "popolo" e la vittoria del nuovo contro il vecchio... Ma in realtà si percorre esattamente la vecchia via del riformismo, già battuta e fallita infinite volte in tutte le possibili confezioni.

Quanto a noi, che a differenza di altri non abbiamo creduto alle fiabe, continueremo a batterci in direzione ostinata e contraria per una prospettiva anticapitalista e comunista. Al fianco dei marxisti rivoluzionari di Spagna (Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e Corriente Revolucionaria de Trabajadores), oggi all'opposizione del governo PSOE-Podemos, e dei marxisti rivoluzionari conseguenti di tutta Europa.


Partito Comunista dei Lavoratori