Pagine
- Home page
- link
- Regione/ Comuni capoluoghi
- Organizzazioni Sindacali
- Quotidiani locali on line
- ADESIONI AL PARTITO
- 95° Anniversario della nascita del Partito Comunis...
- RASSEGNA STAMPA
- CENTO ANNI DALLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE
- LO STUDENTE TROTSKISTA
- LAVORO & PREVIDENZA
- 50 ANNI DALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA
- IL GIORNALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
POST IN EVIDENZA
giovedì 29 gennaio 2015
lunedì 26 gennaio 2015
GOVERNO SYRIZA
La vittoria elettorale di Syriza, da tempo annunciata, registra proporzioni superiori alle previsioni.
La maggioranza dei lavoratori, dei giovani, della popolazione povera , colpiti dalla crisi capitalistica e dalle politiche usuraie del capitale finanziario, cercano in Syriza la propria rappresentanza.
L'ascesa delle lotte di massa che ha investito la Grecia negli anni della grande crisi ha concentrato su Syriza la domanda di svolta. La partecipazione oceanica al comizio conclusivo di Tsipras in Atene , e il clima di piazza che lo accompagnava, anticipava il risultato delle urne.
La grande avanzata di Syriza di questi anni, non è il frutto di magiche alchimie “unitarie” o ideologiche, come vogliono far credere gli invidiosi dirigenti della sinistra italiana, che cercano riparo e nuove emozioni in terra greca. E' il prodotto di tre fattori obiettivi: il crollo del PASOK, travolto dal peso congiunto di una insostenibile austerità e della drammatica crisi sociale; una prolungata mobilitazione di massa di lavoratori e di giovani che ,sia pure con una dinamica irregolare , ha conosciuto livelli di partecipazione e radicalità senza punti di paragone in Europa; la politica grottesca e settaria del KKE stalinista, unicamente preoccupato di difendere il proprio fortino burocratico, e per questo proteso a dividere il movimento di massa, o addirittura a contrapporsi ad esso, a tutto vantaggio della socialdemocratica Syriza. Tsipras sa chi deve ringraziare.
Ma tutti i nodi vengono al pettine ora, e a partire da ora.
La straordinaria domanda di svolta si confronterà con la politica di Syriza.
E non tarderà a manifestarsi una contraddizione di fondo.
La classe operaia e la popolazione povera hanno votato contro gli strozzini del capitale finanziario. Ma Tsipras cerca l'accordo col capitale finanziario. Tutta la sua politica di corteggiamento delle diplomazie europee, degli ambienti della City, delle tecnocrazie di Bruxelles, mira ad accreditare il profilo di una affidabile forza di governo, disponibile all'intesa, ed anzi protesa all'intesa.
Il “programma di Salonicco” che Tsipras ha usato per la campagna elettorale, annuncia misure di redistribuzione: ritorno della tredicesima, aumento delle pensioni e del salario minimo, elettricità ed assistenza sanitaria gratuita per gli strati sociali più poveri, ripristino dei contratti collettivi. Il nuovo governo dovrà dare segnali immediati di riscontro degli impegni elettorali assunti, se vuole evitare un precoce suicidio. Ma parallelamente lo stesso Tsipras ha garantito al capitale finanziario europeo il “pareggio di bilancio”, al punto da ottenere i complimenti del Financial Times. Ed ha assicurato che non intende realizzare alcun annullamento unilaterale dell'enorme debito pubblico, riscuotendo apprezzamenti per il suo “realismo”. Potranno conciliarsi le promesse al popolo con le promesse agli oppressori del popolo?
Syriza punta le proprie carte sulla negoziazione del debito pubblico col capitale finanziario europeo e con gli stati imperialisti del vecchio continente. Tsipras vuole convincere gli strozzini della popolazione greca che una riduzione concordata dell'enorme debito è nel loro stesso interesse:“ se ci riducete il debito saremo in grado di pagarvelo”. Il calcolo si basa sul fatto che il grosso del debito greco non è più oggi come sei anni fa nella pancia delle banche private tedesche e francesi, ma è nelle mani di BCE, FMI, Stati europei. La ristrutturazione del debito che Tsipras chiede conta su margini negoziali più “politici” e dunque più ampi che in passato.
Vedremo se il calcolo è fondato. Vedremo se, e in che misura, gli Stati imperialisti che detengono il debito greco ( Germania, Francia, Italia) saranno disponibili a un sacrificio di cassa. Vedremo se, e in che misura, la BCE, già terreno di difficile composizione di interessi nazionali contrastanti, troverà margini negoziali significativi col governo Syriza. La preoccupazione di aprire la diga, tanto più alla vigilia delle elezioni spagnole, sarà in qualche modo presente. Una possibile soluzione negoziale potrebbe riguardare i tempi di pagamento degli interessi sul debito, più che la sua riduzione. Ma è presto per fare previsioni .
Il punto è un altro. Qualsiasi negoziato con gli strozzini del capitale finanziario, prevede per definizione contropartite. La Grecia ha già ottenuto una ristrutturazione del proprio debito cinque anni fa. Ma il contraccambio del “favore” ottenuto è stata la politica di austerità cui i lavoratori greci si sono ribellati. Si può pensare oggi a una nuova ristrutturazione, o a una qualsivoglia concessione dei creditori, senza che questi chiedano contropartite? Tsipras vuole la comprensione degli strozzini. Ma gli strozzini chiedono dazio. Più i creditori faranno concessioni, più chiederanno garanzie ai debitori. Ma la classe operaia e i giovani di Grecia non hanno già pagato abbastanza?
Tsipras ha garantito che non romperà con la Unione europea degli Stati capitalisti. Non romperà con la Nato. Non toccherà la proprietà privata, neppure quella dei potentissimi armatori. Non toccherà lo Stato, nelle sue strutture decisive, a partire dall'esercito. Per questo ha ottenuto patenti e credenziali insospettabili, persino dal FMI e dai banchieri del Merril Linch. Ma non sarà semplice continuare a riscuotere il plauso dei capitalisti, e al tempo stesso il plauso dei lavoratori e disoccupati greci.
Di fronte alle contraddizioni annunciate, come si svilupperà la dinamica della lotta di classe e di massa in Grecia? Subentrerà un effetto delusione e di ripiegamento, o una reazione di lotta e di scavalcamento? L'evoluzione della situazione greca dipenderà in larga misura da questo snodo. L'esperienza storica ci dice che a fronte di un governo borghese “riformista” sono possibili entrambe le dinamiche. Nel primo caso, il rischio sarebbe una capitalizzazione a destra del disincanto, in presenza oltretutto della destra nazista ( Alba Dorata) più minacciosa d'Europa e con significative entrature nell'apparato militare dello Stato. Nel secondo caso si porrebbe ancor più nettamente l'esigenza di una direzione autonoma e alternativa del movimento.
In ogni caso la politica rivoluzionaria è chiamata alla prova dalla vicenda greca.
L'autonomia e l'opposizione al governo Syriza è la prima necessità. Nessuna tregua andrà data al nuovo governo. Una politica di accomodamento col capitale finanziario non può dare risposta alla domanda di svolta dei lavoratori greci. Tutte le più elementari rivendicazioni del movimento di massa che in questi anni ha attraversato la Grecia pongono di fatto la necessità della rottura col capitalismo greco, con la Unione Europea degli Stati capitalisti, con gli strozzini del capitale finanziario.
Annullamento unilaterale del debito pubblico della Grecia!
Nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, e loro unificazione in una unica banca di Stato, sotto controllo sociale!
Esproprio degli armatori, della grande industria alimentare, dell'industria farmaceutica, e di tutti i grandi gruppi capitalistici, sotto controllo dei lavoratori!
Sviluppo della autorganizzazione operaia e popolare, e suo coordinamento nazionale
Solo un governo operaio e popolare, basato sulla forza e l'organizzazione dei lavoratori e della mobilitazione di massa potrà realizzare queste misure di svolta.
Questo programma anticapitalista è l'unica reale soluzione del dramma sociale della Grecia. L'esperienza di ogni giorno proverà che nella camicia di forza del capitalismo greco ed europeo nessuna svolta reale sarà possibile. Solo una rottura anticapitalista potrà aprire una nuova via.
Occorrerà portare questa proposta rivoluzionaria fra le masse, a partire da quelle che hanno visto in Syriza, illusoriamente, la risposta alla propria domanda di svolta. Ogni politica settaria verso la base di massa di Syriza va bandita. Il settarismo burocratico del KKE è stato il miglio regalo a Tsipras. Si tratta di far fronte comune col sentimento di massa che chiede la svolta volgendolo progressivamente contro la politica del governo.
La politica dei bolscevichi verso il governo Kerensky è una buona scuola per la politica dei rivoluzionari greci.
I nostri compagni del Partito operaio rivoluzionario greco ( EEK) sono e saranno come sempre al loro posto di combattimento. La grande domanda di svolta che si è indirizzata su Syriza, non poteva premiare elettoralmente il nostro piccolo partito. Ma ora il nuovo scenario del governo Syriza apre alla sua sinistra uno spazio nuovo di costruzione. Tanto più ora la costruzione del partito rivoluzionario leninista resta il punto decisivo, quale che sarà la piega degli avvenimenti. Ai compagni del EEK va il nostro augurio e il nostro sostegno.
MARCO FERRANDO
domenica 25 gennaio 2015
BERTINOTTISMO GRECO
Lo diciamo da ora a futura memoria. Lo diciamo a tutti coloro che in queste ore e nei prossimi giorni saranno fatalmente attratti dal successo di Tsipras, a fronte delle miserie della sinistra italiana.
Le elezioni greche vedranno il grande successo annunciato di Syriza. Grandi masse di lavoratori e di giovani in rivolta da anni contro le politiche di austerità cercano in Syriza una svolta radicale. E' comprensibile. Ma saranno deluse. Tutto lo sforzo di Tsipras è oggi proteso a rassicurare il capitale finanziario europeo sulla affidabilità di Syriza come partito di governo. Ma non si potranno rassicurare i creditori strozzini e al tempo stesso aumentare salari, pensioni, sussidi. Non si potranno ottenere i complimenti del Financial Times e al tempo stesso rispondere all'esigenza di svolta che il dramma greco richiede. Non si potrà sposare il capitale con il lavoro. Ogni concessione alla pressione di massa sarà polverizzata dalla continuità della crisi capitalista. Il funambolismo dei comizi lascerà presto il posto alla realtà. La vittoria annunciata di Tsipras è tanto certa quanto la delusione. C'è da augurarsi che non sia Alba Dorata in futuro a capitalizzarla.
I dirigenti della sinistra italiana accorrono a incoronare Syriza come corsero a suo tempo a incoronare Bertinotti. Ma l'emozione dei sogni è sempre effimera, e il risveglio è sempre traumatico. Solo un programma di rottura col capitalismo potrà aprire una pagina nuova, in Italia come in Grecia. Il Partito Operaio Rivoluzionario (EEK), gemellato col PCL, è l'unico partito che in Grecia si batte per questo programma. E sarà all'opposizione del governo Syriza.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
mercoledì 21 gennaio 2015
QUALE SINISTRA PER COSA? SINISTRA ITALIANA E SINISTRA GRECA
Testo volantino nazionale
La natura del PD renziano e il suo attacco frontale alle ragioni del lavoro hanno aperto un cantiere politico alla sua sinistra. I lavori in corso sono numerosi, quanto i capo mastri o aspiranti tali. Ma cosa si vuole costruire? Le risposte sono diverse: un altro partito di “vero centrosinistra”, una “sinistra” di un centrosinistra da ricostruire, una sinistra “alla Syriza”... Più chiara è la volontà comune: rifare una sinistra capace di “prendere i voti” e di svolgere un ruolo politico significativo.
L'intento è comprensibile. Lo spazio sociale e politico esiste. Ma la confusione ci pare regni sovrana.
Il vuoto a sinistra che si è prodotto in Italia non ha paragoni in Europa. In nessun paese europeo si registra una crisi tanto profonda della rappresentanza politica del lavoro, quali che siano i suoi caratteri e le sue politiche. E' un caso? No. In nessun altro paese europeo la sinistra si è tanto compromessa, e per tanto tempo, con le politiche antioperaie degli avversari dei lavoratori.
Rifondazione comunista, bacino unitario della sinistra politica per 15 anni, ha partecipato per cinque anni ai governi di centrosinistra o alle loro maggioranze: la prima volta fra il 96/98, la seconda a pieno titolo fra il 2006 /2008. Nel primo caso si è compromessa nel votare l'introduzione del lavoro interinale, il varo delle maggiori privatizzazioni di tutta l'Europa continentale, le finanziarie “lacrime e sangue” per “entrare in Europa”. Nel secondo caso si è compromessa, ancor più direttamente, nell'abbassamento delle tasse sui profitti ( l'Ires dal 34% al 27%), nella preservazione delle leggi sulla precarizzazione del lavoro, nella continuità delle missioni di guerra.
In entrambi i casi questa politica ha non solo colpito il movimento operaio ma ha contraddetto enormi aspettative e speranze che attorno a quel partito si erano raccolte. Sino a distruggerlo.
Ci pare curioso che di questa tragedia non si sia tratto un bilancio. Ancor più curioso che gli stessi gruppi dirigenti responsabili di quella tragedia si candidino a “ricostruire la sinistra” che hanno distrutto. Senza sentire l'esigenza di farsi da parte. Tanto più che negli anni che hanno seguito il crollo del PRC, i responsabili di quel crollo, diversamente collocati, hanno perpetuato in forme diverse la stessa vocazione politica compromissoria.
I gruppi dirigenti di ciò che resta del PRC, scaricati dal PD, hanno preservato ovunque possibile la coalizione col centrosinistra sul piano locale, in Regioni e città. Il sostegno garantito per 10 anni alla giunta ligure di Burlando, e ai suoi tagli alla sanità pubblica, è emblematico. Cofferati è uscito da un PD ligure sostenuto dai voti del PRC di Ferrero. I gruppi dirigenti di Sinistra Ecologia Libertà hanno custodito la propria collocazione di sinistra del centrosinistra in tutta Italia. Si sono prima subordinati a Bersani, nonostante il suo sostegno a Monti e alla sua macelleria contro lavoro e pensioni. Poi hanno presentato l'emergente Renzi come “speranza della sinistra” per cercare di conservare l'alleanza. Infine hanno scoperto che Renzi è “la destra” quando sono stati scaricati dal renzismo. Non senza continuare a preservare le alleanze di governo con... “la destra” PD nelle amministrazioni locali di Regioni e Città. Anche in quelle che licenziano i lavoratori e si contrappongono agli stessi sindacati ( da Milano a Genova a Roma).
Bene. Qual'è oggi la prospettiva politica che avanzano? Un nuovo centrosinistra. Se le parole hanno un senso una nuova alleanza col PD. O meglio, un qualche accorpamento oggi con la “sinistra del PD”( non è chiaro quale) per poter rilanciare con maggior forza una alleanza col PD domani.
Non sappiamo quanto sia realistica questa visione. Ma chiediamo: davvero il futuro della sinistra italiana ha nel governo col PD, prima o poi, il proprio destino? Non è stata sufficiente l'esperienza delle compromissioni di governo già consumate negli ultimi 15 anni, per di più in una situazione e in rapporti di forza assai meno deteriorati?
“Fare una Syriza italiana” sembra essere il mantra più diffuso. Appare ragionevole: una sinistra che prende voti, addirittura vincente, e “contro l'austerità”. Invece si tratta dell'ennesima illusione. Che non solo non chiarisce gli equivoci, ma li ripropone intatti l'uno dopo l'altro.
Innanzitutto chiediamoci: perchè la grande ascesa di Syriza? E' un premio elettorale a “una sinistra unita e poco litigiosa”? No. Syriza è una costellazione di 13 organizzazioni divise su tutto, dentro una sinistra greca anch'essa divisa. Il successo di Syriza è il frutto della grande radicalizzazione di massa dei lavoratori e della gioventù greca contro le politiche dominanti. Questa radicalizzazione ha trovato in Syriza una sinistra non compromessa nelle politiche di austerità ( a differenza di quella italiana) e quindi un canale di espressione della propria domanda di svolta. In Italia il riflusso del movimento operaio negli anni della grande crisi è stato innescato dalla concertazione politica e sindacale attorno a Prodi. Ne ha beneficiato il populismo reazionario di Grillo e Salvini da un lato o il populismo bonapartista di Renzi dall'altro. In Grecia l'ascesa di massa contro il governo del PASOK ha trovato una sinistra di opposizione e l'ha usata. Ne ha beneficiato Tsipras.
Ma la risposta che Tsipras dà alla domanda di massa che a lui si rivolge risponde all'esigenza di una svolta vera? La nostra previsione è precisa: no, non risponde a quella esigenza.
Tutto lo sforzo di Tsipras sembra quello di tranquillizzare il capitale finanziario europeo. Nessuna rottura con la UE. Nessuna rottura con la Nato. Nessun annullamento del debito pubblico greco. Nessuna nazionalizzazione delle banche. Salvaguardia dell'apparato dello Stato. La proposta è quella di un compromesso sul debito pubblico che ne riduca il peso e perciò stesso ne garantisca il pagamento. Il Financial Times lo ha definito un programma ragionevole. Ma è possibile realizzare la svolta sociale radicale che il dramma greco richiede rispettando il capitalismo greco e il capitalismo europeo? Una parte di Syriza, in dissenso con Tsipras, ritiene di no. E ha ragione.
Il nodo di fondo, in Grecia come in Italia, resta quello di sempre.
Il capitalismo ha fatto fallimento. Ogni formula di governo che in un modo o nell'altro si rassegni ad amministrare il capitalismo, dentro la prigione della sua crisi, non potrà garantire alcuna reale svolta agli sfruttati, indipendentemente dai voti che prende. E finirà prima o poi col compromettere la stessa sinistra e la sua credibilità. Magari spianando la strada alla destra, anche la più pericolosa.
Restiamo inguarabilmente convinti che l'unica sinistra capace di rispondere alla crisi del capitalismo sia una sinistra classista e rivoluzionaria. Classista perchè schierata sempre e comunque dalla parte dei lavoratori contro la classe dominanti, i suoi partiti, i suoi governi. Rivoluzionaria ,perchè mirata a ricondurre ogni lotta di massa alla prospettiva di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa. Costruire in ogni lotta la coscienza della necessità di una rottura anticapitalista è il senso stesso della costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) in Italia, del Partito operaio rivoluzionario (EEK) in Grecia, di una Quarta Internazionale rifondata in Europa e nel mondo.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI (PCL)
martedì 20 gennaio 2015
SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI DEL CENTRO SOCIALE DORDONI DI CREMONA
L'aggressione fascista di ieri a Cremona che ha gravemente ferito un compagno antifascista è l'ultima di una lunga serie di agressioni, provocazioni e minacce che organizzazioni neofasciste e neonaziste compiono nella nostra regione.
La misura è colma. E' necessaria la più ampia e determinata mobilitazione antifascista di tutte le sinistre politiche, sindacali e di movimento per impedire ogni agibilità politica a Casa Pound.
Nell'esprimere la nostra solidarietà ai compagni del Centro sociale Dordoni di Cremona aderiamo e partecipiamo alla manifestazione di sabato 24gennaio.
Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento regionale Lombardo
domenica 18 gennaio 2015
Per il PCL la lotta contro l'Expo è lotta contro questo modello sociale ed economico, che soprattutto attraverso i "grandi eventi" e le "grandi opere" è portatore come sempre di distruzione e di sfruttamento.
Il modello Expo riproduce, legittima e normalizza i nuovi orizzonti dello sfruttamento e della mercificazione di ogni ambito umano, materiale e immateriale, trasformando tutto ciò che esiste in strumento di riproduzione del profitto, della rendita e del potere delle classi padronali. Esempio perfetto di collaborazione bipartisan, in cui istituzioni e partiti di ogni livello e colore collaborano e concorrono a mettere al servizio del capitale il denaro pubblico e la produzione di norme e leggi.
Tutto inserito in un contesto di creazione e trasformazione delle città e delle metropoli in vetrine in cui tutto è merce; in cui persone, lavoro, case, aree verdi e ambiente, beni di prima necessità, servizi, territorio devono essere strumento per il profitto di pochi e lo sfruttamento e l'impoverimento di molti. Il modello Expo del lavoro anticipa di gran lunga l'adeguamento normativo dell'ipersfruttamento, della precarizzazione e della ricattabilità del lavoro del renziano Jobs Act.
Lavoro gratuito e ipersfruttato, privo di garanzie e diritti, privo di fardelli sindacali e contrattuali, in cui i proletari devono considerare un lusso essere stati parte e aver contribuito alla realizzazione del grande evento, e di questo accontentarsi. Expo significa proporre modelli di città plasmati sull'ostentazione dell'opulenza, della tecnologia, del capitale all'avanguardia dei suoi prodotti, mentre tutto ciò che riguarda le classi sociali sfruttate, alla base della piramide, deve essere allontanato, nascosto nelle periferie, sgomberato, sfrattato, sfruttato fino al suo esaurimento.
Per noi opporsi a questo modello vuol dire opporsi al capitale, vuol dire opporsi al sistema economico capitalistico e alle sue costruzioni politiche mascherate da democrazia rappresentativa. La stessa democrazia rappresentativa che, per consegnare un'intera città agli appetiti del capitale, è pronta a blindarla e a trasformarla in una caserma, giungendo a chiudere l'università e a imporre in questo modo una sorta di coprifuoco politico riservato chiunque osasse semplicemente esprimere la sua opposizione all'allegro e fastoso banchetto padronale.
Per noi lottare contro l'Expo significa porre le basi per fronti politici rivoluzionari ed anticapitalisti, in cui marciare separati e colpire uniti, per ricostruire reti di organizzazione e resistenza della classe proletaria. Per noi lottare contro il modello del grande evento e della grande opera vuol dire porre al centro la classe sfruttata nelle sue molteplici fenomenologie, vuol dire porre le basi per ricomporre la classe in sé e trasformarla in classe per sé, che sappia prendere consapevolezza della propria forza e delle proprie potenzialità rivoluzionarie.
Per noi lottare contro il modello Expo vuol dire organizzare i lavoratori per difendere i loro diritti minimi ottenuti nel passato e rilanciare la conflittualità per il rovesciamento del sistema borghese; vuol dire lottare per una casa per tutti e tutte e per il blocco di sfratti e sgomberi; vuol dire lottare contro la devastazione del territorio e la sua trasformazione in merce; vuol dire lottare contro l'utilizzo del denaro pubblico per il profitto e per la rendita; per pretendere i servizi essenziali per i proletari e bloccarne la loro privatizzazione; vuol dire lottare contro le grandi opere del capitale in ogni sua forma, dalle mafie alle multinazionali alle cooperative targate PD; vuol dire bloccare la precarizzazione e i licenziamenti e costruire l'organizzazione di classe e il suo partito politico. Per noi lottare contro l'Expo vuol dire lottare contro il capitalismo, per la dittatura del proletariato, per il comunismo.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione movimenti
Iscriviti a:
Post (Atom)





