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giovedì 13 settembre 2018

ILVA: UN ACCORDO CHE SI REGGE SUL FALSO



L'accordo siglato sull'Ilva di Taranto si regge sulle balle clamorose raccontate a destra e a manca da Di Maio e dai media compiacenti, oltre che sulla complicità dei vertici sindacali. Per la città di Taranto resterà tutto come prima, salvo che gli inquinatori non si chiameranno più Riva ma Arcelor Mittal

L'accordo raggiunto sulla sorte dei lavoratori Ilva di Taranto assomiglia molto ad un gioco delle parti di pirandelliana memoria: ogni attore ha avuto un suo ruolo, intrecciandosi con la parte degli altri.
Naturalmente comprendiamo perfettamente l'interesse del ministro Di Maio ad ergersi a mediatore tra le parti, cercando di apparire come il deus ex machina dell'accordo, riuscendo là dove non erano riusciti Calenda e il PD, giocando in casa, come si suol dire, visto che a Taranto il M5S il 4 marzo ha spopolato, prendendo oltre il 50% dei voti.
Chiaro era anche l'interesse delle burocrazie sindacali a firmare un accordo non troppo penalizzante, volto a far credere ai lavoratori che pur in condizioni sfavorevoli si può riuscire a raggiungere un accordo che salvaguardi in gran parte il lavoro e i posti di lavoro, vecchio refrain utilizzato dai burocrati ogni volta che firmano un cedimento.
L'interesse dei rappresentanti della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal era quello di ridurre il costo del lavoro e al contempo di non sborsare troppi soldi per riparare ai disastri ambientali provocati dai Riva.


I PUNTI PRINCIPALI DELL'ACCORDO

- Arcelor Mittal darà lavoro a 10.700 lavoratori Ilva "spalmati" su tutto il territorio nazionale (tranne lo stabilimento di Genova, per il quale ci sarà una trattativa a parte), 8.200 dei quali a Taranto. Prima di ricevere la proposta di assunzione dovranno sottoscrivere le "dimissioni consensuali" da Ilva, rinunciando quindi alla continuità lavorativa garantita dall'art. 2112 del Cod. civile (cessione di ramo d'azienda) che prevede stesso inquadramento, stessa retribuzione e stesso luogo di lavoro. Dovranno invece accettare lo spostamento eventuale in altro stabilimento del gruppo, livello ed inquadramento diverso.

- Gli esuberi sono 3.100, ai quali verrà fatta una proposta di esodo incentivato (da 15 mila a 100 mila euro lordi) a seconda della data nella quale se ne andranno.

- Il lavoratore, accettando la nuova assunzione, dovrà rinunciare ad intentare qualsiasi causa per eventuali malattie o danni personali derivanti da mancanza di misure necessarie a tutelare l'integrità fisica che il datore di lavoro avrebbe potuto adottare (art.2087 Cod. civ.). Questa clausola è valida anche per chi accetta l'incentivo per l'esodo anticipato.

- Chi non verrà assunto, subito potrà usufruire della cassa integrazione a salario ridotto per un periodo massimo di 7 anni.

- Entro otto mesi l'azienda dovrà coprire il 50% della zona del parco minerario più vicina al quartiere Tamburi, il più esposto all'inquinamento.

Nel complesso, a noi sembra che l'accordo rappresenti un ulteriore cedimento sindacale sul piano dei diritti dei lavoratori. Il ministro Di Maio ha sbandierato come una sua vittoria personale la non applicazione del Jobs act ed il ripristino dell'art.18, ma ha potuto farlo sulla base di un falso. Se Arcelor Mittal non rispetterà l'accordo, il sindacato potrà denunciare il comportamento antisindacale, ma il giudice non sarà vincolato ad esprimersi. Dobbiamo anche dire che alcuni articoli dell'accordo, in particolare quelli sulla sicurezza del lavoro, peccano di anticostituzionalità. In ogni caso, è assolutamente falso che non ci siano esuberi. Le misure degli incentivi (fino a 100 mila euro) sembrano enormi, ma bisogna considerare che sono cifre lorde, e che nel meridione d'Italia (ma ormai dappertutto) è molto difficile trovare un lavoro stabile. Neanche l'ambiente, argomento sul quale il M5S aveva capitalizzato alle elezioni del 4 marzo a Taranto, promettendo prima la riconversione dell'Ilva, poi la sua chiusura, è stato salvaguardato. Le dimissioni di alcuni consiglieri comunali tarantini, in disaccordo con Di Maio, la dicono lunga sulle lacerazioni tra vertici nazionali e militanti locali del M5S.

Per quanto riguarda le burocrazie sindacali di FIOM-FIM-UILM, alle quali si è aggiunta USB, ormai da alcuni anni questo è il modello di accordo che viene sottoscritto: esodi incentivati per i lavoratori in esubero (ai quali non si propone più neanche la difesa del posto di lavoro) in cambio di erosione di diritti, anche quelli fondamentali - come la salvaguardia della sicurezza e della salute - per chi resta a lavorare.
Avrebbero potuto battersi per la nazionalizzazione, ma nei mesi scorsi, prima delle elezioni, la FIOM avrebbe disturbato troppo il governo PD, e neanche il M5S, al di là della propaganda, aveva voglia di imbarcarsi in una operazione del genere. L'USB l'ha timidamente proposta, ma senza mobilitazione dei lavoratori non è stata nemmeno presa in considerazione.

In definitiva, questo accordo si regge sulle balle clamorose raccontate a destra e a manca da Di Maio e dai media compiacenti, oltre che sulla complicità dei vertici sindacali. Per la città di Taranto resterà tutto come prima, salvo che gli inquinatori non si chiameranno più Riva, ma Arcelor Mittal. Della serie: cambiano i suonatori, ma la musica resta sempre la stessa. A meno che non entri in gioco finalmente l'autorganizzazione dei lavoratori che, nel quadro di una ripresa più generale del movimento operaio, spazzi via i burocrati sindacali.


Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 12 settembre 2018

LA PATRIA DI CHI? DA TOGLIATTI A... FASSINA

Sul lancio della associazione "Patria e Costituzione"



Marx scriveva che “non si può giudicare qualcuno in base a ciò che pensa di sé, ma solo in base a ciò che oggettivamente rappresenta”. La nascita a Roma dell'associazione “Patria e Costituzione” per iniziativa di Stefano Fassina conferma questo concetto.

L'iniziativa rivendica la necessità di marciare «controvento» per rifondare una «sinistra di popolo». Come si può rifondare una sinistra di popolo? Recuperando il valore della Patria e della Nazione, sacrificato nel nome dell'Unione Europea e dei suoi trattati, dichiara solennemente Fassina. Ma il ritorno del nazionalismo sciovinista non è forse il nuovo vento emergente a tutte le latitudini del mondo, nel suo multiforme impasto coi populismi reazionari di ogni specie? Forse, ammette Fassina, ma è questa una ragione in più per «non lasciare alla destra» la bandiera della Nazione e della Patria, per «recuperare la tradizione nazionale della sinistra italiana», per rilanciare il «patriottismo nazionale di Palmiro Togliatti» e della stessa Costituzione. «L'articolo 52 della Costituzione non dichiara forse che la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino? Perché dunque l'immotivata ritrosia a sventolare la bandiera tricolore?». Solo recuperando la sovranità nazionale si può applicare la Costituzione e sviluppare politiche sociali e di progresso, solo così si può fare argine alla destra: questa è la summa del pensiero di Fassina.


LA MISTIFICAZIONE DEL SOVRANISMO DI SINISTRA

Se dovessimo limitarci a esaminare il contenuto ideologico intrinseco di questo pensiero, potremmo semplicemente rilevare la mistificazione di fondo su cui si appoggia. Le politiche sociali controriformatrici e reazionarie non sono nate con l'Unione Europea. Si sono dispiegate a partire dalla seconda metà degli anni '70 e si sono sviluppate su scala mondiale nel corso degli anni '80 (Reagan, Thatcher), quando la UE e tanto più l'euro non si erano ancora delineati. Inoltre esse prosperano tranquillamente ben al di là dei confini dell'Unione Europea, sotto le più diverse monete e bandiere nazionali. Trump taglia la spesa sanitaria, colpisce l'istruzione pubblica, allude all'aumento dell'età pensionabile, per finanziare la detassazione dei capitalisti stelle a strisce e i bilanci militari. Putin prolunga l'età pensionabile e affronta le prime serie resistenze sociali perché impegnato a finanziare le proprie ambizioni sovraniste. Teresa May non solo non allarga la spesa sociale come la campagna pro-Brexit aveva promesso, ma la sottopone a una nuova drammatica stretta. Le politiche di rapina sociale a vantaggio dei profitti sono dunque un ricorso universale del capitale nella stagione storica della sua crisi, non un parto maligno dell'Unione Europea. Sono invocate nel nome della "Nazione" non meno che nel nome dell'Unione Europea. L'Unione Europea ha semplicemente rappresentato un quadro concertato di gestione di queste politiche di rapina, a vantaggio delle grandi borghesie continentali.

Siamo dunque rigorosamente contro l'Unione Europea, e contro la truffa di una sua possibile riforma (Tsipras) proprio perché siamo anticapitalisti; non siamo anticapitalisti perché siamo contro l'Unione Europea. Come non lo sono infatti i sovranisti delle più diverse declinazioni. La carriera del patriota Stefano Fassina, già viceministro all'Economia del governo Letta, già sostenitore del pareggio di bilancio in Costituzione, non lascia dubbi al riguardo. Come conferma peraltro la sua contorsione attuale: Fassina contesta la UE nel nome della Patria, ma non rivendica affatto, guarda caso, la rottura con la UE. La sua neonata associazione nazionalista chiede semplicemente una rivisitazione dei trattati tra gli Stati capitalisti (e imperialisti) dell'Unione, per rinnovare il patto tra i diversi interessi nazionali. Evidentemente l'interesse nazionale del capitalismo italiano, seconda manifattura d'Europa, ha consigliato all'ex viceministro di moderare il proprio ardore patriottico.


LA SINISTRA NAZIONALISTA A RIMORCHIO DELLA REAZIONE

Ma il contenuto dell'iniziativa di Patria e Costituzione non sta nel suo dettato ideologico, sta nel contesto politico che lo sospinge. Altro che iniziativa controvento! L'iniziativa di Patria e Costituzione ha alzato le proprie vele in sintonia col nuovo vento mondiale. Non il vento unionista, che ha già cessato di spirare da un pezzo, ma il vento del nazionalismo e del protezionismo, col suo portato di militarismo e xenofobia. È il vento dell'”America first!”, del nazionalismo cinese, del nuovo militarismo giapponese, del rilancio sciovinista grande russo, del nazionalismo reazionario indù. È il vento che percorre la stessa Europa, con l'ascesa prepotente dei populismi reazionari, l'esplodere delle contraddizioni nazionali (Francia e Italia che si contendono il Nord Africa), l'espansione dei bilanci militari (persino in Germania). In ultima analisi, è l'onda lunga della grande crisi capitalista dell'ultimo decennio.

Questo vento apre varchi anche a sinistra. Cattura settori proletari e popolari colpiti dalle politiche di austerità "nel nome dell'Europa”, e dunque portate a vedere nella UE la causa della propria sofferenza, e cattura a rimorchio settori dei gruppi dirigenti riformisti, sino a ieri paladini dell'UE e dei sacrifici, e oggi improvvisati esegeti del nuovo verbo patriottico. Mélenchon, già ministro dell'austerità di Jospin, ha sentito il bisogno di impugnare la spada contro «il veleno tedesco» (testuale), a difesa dell'onore francese. Il suo emulo Fassina, già viceministro di Letta, rispolvera la sacralità dell'Italia. Dirigenti rotti ad ogni avventura cercano la propria salvezza (Fassina) o la propria gloria (Mélenchon) nella spazzatura ideologica della reazione. Via la bandiera rossa, meglio sventolare il tricolore di Francia, proclama Mélenchon ad ogni comizio della sua France Insoumise. Meglio affiancare al rosso il tricolore, suggerisce più prudentemente Fassina.

Entrambi aprono alle campagne anti-immigrati. Non siamo “no border”, esclama Mélenchon, "dobbiamo essere noi a rivendicare la certezza dei confini della Nazione!” Non a caso Mélenchon difende orgoglioso la Guyana "francese”. “Gli immigrati sono un problema, inutile nasconderlo, non possiamo certo accogliere tutti”, gli fa eco Fassina, che per questo chiede la regolamentazione degli ingressi. La ragione esibita da entrambi è che la concorrenza degli immigrati schiaccia i salari degli italiani e dei francesi. Ma invece di battersi per l'uguaglianza dei diritti dei lavoratori immigrati nell'interesse degli stessi lavoratori europei, si contrappone questi ultimi ai primi, naturalmente nel nome della Patria. Questi vecchi (o giovani) arnesi del riformismo sperano con questo di legittimarsi agli occhi del senso comune reazionario di ampi strati di massa, di ricavarne qualche utile elettorale, di ricongiungere la sinistra col “popolo”. In realtà si prostrano al corso politico reazionario che oggi pervade l'Italia e il mondo, lo stesso corso politico cui le loro politiche ministeriali hanno spianato la strada.


L'ALBERO GENEALOGICO DELLO SCIOVINISMO

È molto significativo che la radice di questa nuova impostazione sia ricercata in Italia nella politica e cultura di Palmiro Togliatti. È in questo caso un rivestimento ideologico appropriato. È vero: «Togliatti sempre rivendicò la sacralità dell'Italia e della nostra Nazione», «la stessa resistenza partigiana fu concepita come resistenza nazionale dai nostri padri costituenti» (Fassina). Per una volta è la verità. Salvo uno spiacevole dettaglio. Proprio nel nome della Patria e della Nazione, Togliatti, su mandato di Stalin e con la piena collaborazione di Secchia, subordinò la resistenza antifascista alla ricostruzione del capitalismo italiano e del suo Stato: restituì ai prefetti il loro posto di comando, riportò Valletta sul trono della FIAT, disarmò i partigiani, decretò l'infame amnistia per gli aguzzini fascisti, calunniò le forze rivoluzionarie della resistenza come nemiche del popolo e dell'Italia. La bandiera della Patria fu il cappio al collo delle potenzialità rivoluzionarie dell'immediato dopoguerra. Le camionette di Scelba contro i lavoratori, i reparti confino contro i comunisti nelle fabbriche furono negli anni '50 il prezzo drammatico della capitolazione togliattiana.

Ognuno alla fine ritrova le proprie radici. Non a caso il fior fiore dell'intellettualità stalinista e togliattiana (Giacché, Santomassimo...) si è affrettato a benedire l'iniziativa di Fassina, ricoprendola di elogi. Il sovranismo di sinistra ha trovato il proprio albero genealogico. “L'Italia proletaria si è mossa” del primo socialismo sciovinista, l'appello ai fratelli italiani in camicia nera di Palmiro Togliatti nel 1936, il tradimento patriottico della rivoluzione partigiana da parte dello stalinismo: il nazionalismo di sinistra ha un lungo solco. La celebrazione dell'8 settembre e del governo Badoglio (!) da parte di Stefano Fassina è solo l'ultima nota senile formato bonsai di una tradizione antica.

Noi stiamo come sempre dall'altra parte della barricata. Quella classista e internazionalista. Quella di Marx, oggi più attuale che mai: "Gli operai non hanno patria” (Il Manifesto del partito comunista, 1848).

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 11 settembre 2018

1991-2018: 17 ANNI DI CRIMINI DELLA NATO (E SUOI VASSALLI) IN UNICO DOCUMENTARIO


Un gruppo di attivisti contro le guerre di aggressione ha realizzato in modo collettivo il video Tutto sarà dimenticato?, nel quadro del progetto “Verità contro le guerre”, in occasione del centesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale. 
Intanto la tragica situazione in Libia mette sotto gli occhi di tutti l’effetto standard degli interventi armati imperialisti, avviati e portati avanti grazie anche al carburante delle fake news: circoli viziosi di menzogne e omissioni che hanno coinvolto attori svariati.
Tutto sarà dimenticato?” si riferisce alla storia recente, alle ultime aggressioni internazionali a partire dal 1991, provocate da fake news di guerra e causa di immani tragedie, rapidamente dimenticate.
L’Asse delle guerre (i paesi della Nato e i suoi stretti alleati mediorientali) è riuscito a neutralizzare gli sforzi di altri paesi e del movimento pacifista – negli ultimi anni decisamente minoritario quando non incapace di comprendere gli accadimenti -, e a procurarsi una durevole immunità, l’altro nome dell’impunità.
Le aggressioni belliche sulle quali è stata concentrata l’attenzione si riferiscono ai seguenti paesi: Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Jugoslavia.
Ma non vengono dimenticate le destabilizzazioni, quelle tentate e quelle riuscite.

Buona visione





lunedì 10 settembre 2018

UNA MARTELLANTE MANIPOLAZIONE DELLE COSCIENZE



La globalizzazione, soprattutto dopo il 1989, si è venuta configurando come un'aggressione sempre più evidente al mondo del lavoro, al contrario di chi la presenta  come libertà per le sue chance di competitività, per la sua libera circolazione delle merci e delle persone.

Di fatto ha introdotto un principio ben diverso rispetto a quello teorizzato da i suoi sostenitori: un regime concorrenziale in forza del quale lavoratori tutelati, sia pure in misura decrescente,  si trovano a dover competere su scala mondiale con lavoratori sparsi per il pianeta e non tutelati da alcun diritto  come ad esempio in Cina.  Tutto questo implica il rinunciare ai diritti per risultare meglio competitivi.

Questo è il grande dramma della mondializzazione.

Ecco perché oggi stiamo assistendo alla distruzione organizzata non solo del sindacato, ma anche della famiglia, della scuola e della sanità pubblica.

Assistiamo ad una martellante manipolazione delle coscienze tesa far sì che, come sempre avviene, gli schiavi amino le loro catene in difesa dei loro padroni e così via.

La verità è che, come sempre, si ripropone con più forza il nodo di fondo: o il movimento operaio imporrà la propria soluzione della crisi con un'azione rivoluzionaria di massa, o la profondità della crisi capitalista trascinerà contro il movimento operaio tutte le barbarie sociali.

La costruzione di partiti rivoluzionari in tutto il continente è l'unica risposta vera alla disperazione sociale che percorre non solo l'Europa.
Solo l’opposizione ai governi della borghesia può preparare le condizioni di una alternativa anticapitalistica. Solo l’opposizione radicale ai governi della borghesia può strappare risultati concreti.

Vogliamo dunque batterci per l’ unità di lotta di tutte le espressioni del movimento operaio e dei movimenti di massa attorno ad un autonomo polo di classe anticapitalistico.
È l'unica risposta di fondo alla stessa minaccia reazionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”


giovedì 6 settembre 2018

IL CAPITALISMO USA IL RAZZISMO PER COLPIRE LA CLASSE LAVORATRICE


Da sempre il modo di produzione capitalistico costituisce una potente leva per fare profitti e per dividere le classi lavoratrici.
Da sempre il capitalismo usa il razzismo per colpire la classe lavoratrice. Per combatterlo non basta l’atteggiamento umanitario ma serve la coscienza di classe che individui il vero nemico.
Le migrazioni provocate dalle “guerre umanitarie”, dalla rapina coloniale e post coloniale e la messa in schiavitù di donne e uomini africani per farli lavorare fino allo stremo e senza alcun diritto necessita del razzismo quale sovrastruttura ideologica ideale.
La costrizione ad accettare qualsiasi condizione di lavorativa comporta, specialmente in questo periodo di sottoccupazione, la concorrenza fra lavoratori e di conseguenza una riduzione generalizzata del costo del lavoro. I conseguenti contrasti fra la forza-lavoro autoctona e quella immigrata, abilmente enfatizzati dai media, determina una divisione del proletariato e il suo indebolimento, oltre a un diversivo per far perdere di vista la circostanza che il nemico comune è la classe che sfrutta entrambi.
Questo fenomeno non è una novità e bisognerebbe averne consapevolezza per poterlo gestire.
È necessario promuovere la maturazione complessiva e l’unificazione delle classi sfruttate a qualsiasi etnia appartengano.
La forte ascesa in tutta Europa delle forze xenofobe e neofasciste, se da un lato sancisce il fallimento della “sinistra collaborativa”, impone ai comunisti di non limitarsi ai pur necessari antirazzismo e antifascismo militanti, ma di spendersi in un faticoso lavoro internazionalista per sconfiggere l’imperialismo e riaggregare la dispersa classe lavoratrice.
Ridare un partito a questa prospettiva è il nostro compito.

MERCOLEDÌ 12 SETTEMBRE  DALLE ORE 9,30 ALLE ORE 12,30
PAVIA- Viale Camillo Golgi (difronte al Policlinico San Matteo lato edicola)
in caso di pioggia  via Indipendenza (davanti alla A.S.L)

INCONTRO CON IL
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Verrà distribuito materiale informativo e
UNITÀ DI CLASSE” il Giornale Comunista dei Lavoratori

Partito Comunista dei lavoratori

  Pavia sez. “ Tiziano Bagarolo “

mercoledì 5 settembre 2018

IL PIANO SGOMBERI DI SALVINI E DI MAIO



«La proprietà è sacra», ha esclamato compunto ad uso telecamere il ministro degli Interni.
È questa la bandiera del nuovo piano nazionale di sgomberi di case ed edifici occupati sull'intero territorio nazionale. Minniti si era coperto dietro la foglia di fico di una raccomandazione alle prefetture perché cercassero “abitazioni alternative”: era l'ipocrita ricerca di un ammortizzatore sociale capace di reggere il piano di sgomberi. Salvini fa a meno di ogni finzione: dirama l'ordine di sgombero come atto prioritario e incondizionato. È l'ordine di gettare in mezzo a una strada decine di migliaia di famiglie povere, italiane e immigrate. Persone magari in attesa (vana) di una casa popolare da molti anni, o sfrattate per morosità incolpevole, o impedite ad accendere un mutuo o a pagare un affitto dalla propria condizione precaria o perché licenziate, o lavoratori immigrati costretti alla “clandestinità” da leggi infami nonostante sgobbino spesso per 12 ore al giorno in cambio di un salario da fame. Per tutti costoro la proprietà non è sacra, ma proibita, al pari del diritto di disporre di un tetto. La proprietà sacra è solo quella delle grandi società immobiliari, interessate a mantenere appartamenti sfitti da far lievitare sul mercato, o di banche e assicurazioni detentrici di un patrimonio immobiliare enorme e passivo come pura voce di bilancio, o anche dello Stato e di enti pubblici che hanno abbandonato al degrado centinaia di strutture perché impegnati a tagliare servizi e spesa sociale. Per non parlare delle immense proprietà immobiliari di Chiesa e Vaticano. Questa è oggi la proprietà interessata a gettare in mezzo a una strada quella stessa popolazione povera cui ha negato il diritto alla casa.

Questa campagna di sgomberi, già operativa, non riguarda la sola questione abitativa. È parte di una campagna "legge e ordine" che il governo delle nuove destre vuole imporre nelle relazioni pubbliche, nelle politiche migratorie, nell'ordinamento giudiziario, nel rapporto di forza con ogni soggetto perturbatore dell'ordine costituito. È la stessa campagna che minaccia i centri sociali, arma di nuove pistole elettriche le forze di polizia, liberalizza la facoltà di sparare a chiunque violi la “sacra” proprietà. È una campagna che cerca il consenso tra le sue stesse vittime dirottando le frustrazioni sociali contro un nemico invisibile, ogni volta diverso e ogni volta uguale: il nemico della “sicurezza”. Ma l'unica sicurezza che in realtà si protegge è quella di chi ha tutto contro chi non ha nulla: è la sicurezza dello sfruttamento, della speculazione, dell'abuso. L'insicurezza del lavoro e della casa per ampie masse è il prezzo della sicurezza per speculatori e parassiti.

Contro questa campagna poliziesca di sgomberi è necessario costruire una resistenza diffusa, capace di coinvolgere nel più ampio fronte unitario tutte le organizzazioni impegnate sul fronte della lotta per la casa, ma anche le forze del movimento operaio e sindacale. Il diritto alla casa è un diritto universale come il diritto al lavoro. Gli sgomberi della forza pubblica devono trovare ovunque una resistenza organizzata e di massa.
In Italia vi sono milioni di persone senza casa, e milioni di case vuote, per un'unica e sola ragione, la ragione del profitto. La rivendicazione dell'esproprio delle grandi proprietà immobiliari e la loro destinazione a fini abitativi deve divenire ovunque una parola d'ordine unificante. Risolvere la questione della casa è possibile. Ma per dare sicurezza sociale a chi non ha casa e lavoro occorre violare la sicurezza del capitale. Solo un governo dei lavoratori, rompendo con la società capitalista, può dare la casa a chi non l'ha.


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 2 settembre 2018

IL DINAMISMO SBIADITO DEL GOVERNO GIALLO/VERDE



Le elezioni del 4 Marzo sono state vinte dal Centro Destra e dal M5S sulle promesse della Flat Tax, reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero e contro  “sull’invasione dei migranti”.
Emergono, però, già le prevedibili contraddizioni profonde tra le due componenti (M5S – LEGA) che hanno dato “vita” al contratto del nuovo governo.
Queste contraddizioni si possono descrivere con le difficoltà future nell'affrontare in maniera comune le problematiche concrete sulle quali il governo misurerà la propria tenuta.
Attualmente la luna di miele del 'governo del cambiamento' è ancora in corso, e i dati sulla percezione del consenso popolare la dicono lunga  nel determinare le percezioni sociali. Di contro nessun segnale da parte delle “opposizioni” che possa colpire il governo, sia in Parlamento che nelle piazze prese a contare “il mazzo di carte” in cerca del “jolly in  bianco e nero”.
Al momento l'unico scontro sembra essere quello interno tra poteri con l'inchiesta aperta dalla Magistratura sul caso  della nave Diciotti. 
La ragione è che i disastri politici precedenti hanno lasciato un segno profondo: PD e “derivati” ed esponenti del vecchio establishment, sono stati giustamente ritenuti responsabili delle politiche antisociali.
Dunque, il dibattito sulla legge finanziaria potrebbe essere il primo momento in cui il governo giallo/verde può andare in difficoltà nella sua tenuta, di fronte al misurabile dato tra quanto promesso e quanto verrà effettivamente fatto.
Il governo, molto probabilmente, si scaglierà contro i diktat violenti dell'Unione Europea, costruendo l'ennesimo nemico pubblico a sostegno della propria incapacità.
Anche la scadenza europea avrà senza dubbio un peso sui mesi a venire di politica interna, e i due temi, legandosi tra loro, chiameranno in causa le piazze.
In tutta la UE la campagna elettorale si farà cercando di polarizzare il corpo elettorale ancora sul tema migranti, in modo da ottenere una possibile maggioranza di forze anti immigrazione.
L'estrema destra, di piazza e in doppio petto, si prepara con passerelle e comizi, a mettersi in marcia in tutta Europa.
Su un altro versante, anche in ambiti della “sinistra radicale” e delle varie sigle sindacali, opera uno spirito di routine, che fa della contestazione del potere uno spazio di propria caratterizzazione più che un investimento nella prospettiva di rivoluzione:
Questo retroterra culturale, sempre distorto, rischia di diventare tanto più conservatore nei momenti straordinari della vita politica e sociale.
La “catastrofe” italiana, dentro la più grande crisi dell'Europa capitalista, è esattamente uno di questi momenti. 
Insomma, molto probabilmente, assisteremo ad una campagna elettorale lunga e piena di “ingannevoli promesse”.
La verità è che, come sempre, si ripropone con più forza il nodo di fondo: o il movimento operaio imporrà la propria soluzione della crisi con un'azione rivoluzionaria di massa, o la profondità della crisi capitalista trascinerà contro il movimento operaio tutte le barbarie sociali.
La costruzione di partiti rivoluzionari in tutto il continente è l'unica risposta vera alla disperazione sociale che percorre l'Europa.
È l'unica risposta di fondo alla stessa minaccia reazionaria.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Pavia sez. “Tiziano Bagarolo”