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sabato 17 febbraio 2018

TRA DIVIETO DI SCIOPERO E CESTINAMENTO DELLA BANDIERA ROSSA: PAP TRA TSIPRAS E MÉLENCHON




I riferimenti internazionali di una formazione politica sono parte della sua identità. Nel caso di Potere al Popolo il bando di oscillazione dei suoi compositi riferimenti europei misura la natura riformista di un intero programma.

Il primo riferimento di PaP è stato Tsipras. Oggi è un riferimento velato dall'imbarazzo, ma niente affatto cancellato. Anzi. Nonostante tre anni di lacrime e sangue al servizio della Troika contro i lavoratori greci, Tsipras continua a presiedere il Partito della Sinistra Europea, cioè il partito di Rifondazione Comunista, colonna di PaP. Neppure le misure di Tsipras contro il diritto di sciopero, neppure gli scioperi dei lavoratori greci contro il governo greco a tutela dei propri diritti democratici e sindacali sono bastati a Rifondazione e PaP per rompere con Tsipras e a denunciare pubblicamente il governo Syriza-Anel.

Si obietterà che oggi PaP assume come proprio riferimento pubblico Mélenchon, che a sua volta si è distanziato da Tsipras. Ma disgraziatamente proprio la sommatoria di Mélenchon e Tsipras complica la situazione di PaP. Melenchon proibisce la presenza della bandiera rossa in ogni suo meeting rimpiazzandola con la bandiera tricolore francese. Respinge la “vecchia contrapposizione tra sinistra e destra” nel nome della nuova contrapposizione “tra oligarchia e popolo”. Rivendica testualmente «la potenza della Francia come seconda potenza marittima» e il proprio attaccamento alla patria. Respinge l'indipendenza delle colonie francesi dalla madrepatria («La Guyane è la Francia», ha dichiarato il 25 marzo 2017). Rivendica il rimpatrio degli immigrati senza contratto di lavoro («non abbiamo la possibilità di occupare tutto il mondo... del resto è la legge e io non so che farci», ha detto a France5 l'11 marzo; «i lavoratori distaccati portano via il pane ai lavoratori francesi che si trovano sul posto», ha affermato il 5 luglio 2016, e sono solo due esempi della retorica populista nazionalista del nostro).
Del resto Mélenchon fu ministro del governo Jospin che bombardò Belgrado.

Ora la domanda è: sarebbe questo il nuovo riferimento internazionale degli interessi degli sfruttati che Potere al Popolo sbandiera?
Le ragioni “per una sinistra rivoluzionaria” escono più che mai confermate dai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 16 febbraio 2018

Presentazione programma e candidati di zona

Giovedì, 22 Febbraio 2018 alle ore 20,45 - Sala Carlo Porta (ex Biblioteca Comunale) Via Cesare Battisti, 29 Vimodrone (Mi)

Presentazione del programma elettorale e dei candidati di zona della lista "per una Sinistra Rivoluzionaria"



venerdì 9 febbraio 2018

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA SCHIERA CINQUE BRIANZOLI

IL GIORNO DEL 8 FEBBRAIO 2018


1 COMUNISTI brianzoli in corsa per le elezioni politi­ che cli marzo. Saranno ben cinque i brianzoli candidati per Camera e Senato nella lista "Per una Sinistra Rivoluzionaria", che riunisce il Partito Comunista dei Lavoratori guidato da Marco Ferrando e il movimento Sinistra  Classe  Rivoluzione.
In lizza per Palazzo Madama ci sarà il giussanese Filippo Piacere, già candidato sindaco a Lissone per il Pcl nelle comunali dello scorso anno e volto noto della sinistra nella città del mobile e in Brianza: a lui è stato destinato il collegio uninominale di Sesto San Giovanni. Sempre per il Senato, nel collegio plurinominale, correrà la lissonese Ornella Beggio, mentre il  monzese Dario Casati - coordinatore provincialedel Partito Comunista dei Lavoratori e membro del coordinamento regionale rappresenterà la lista "Per una Sinistra Rivoluzionaria' nel collegio plurinominale Lombardia 1 della Camera e in quello uninominale di Gorgonzola.
Un'altra lissonese, Valentina Fumagalli, sarà candidata
nel collegio plurinominale e uninominale di Seregno Lombardia 1.Infine, ancora per Montecitorio, si candiderà nel collegio plurinominale Lombardia 2 Stefano Fumagalli, di Carnate, membro del coordinamento re­ gionaledel Pcl e attivo nelle lotte a fianco dei lavoratori  · della logistica. Tutti e cinque i brianzoli sono militanti del Partito Comunista dei Lavoratori. «Nonostante tutti gli ostacoli frapposti e nonostante si voti con una legge truffa, ''Per una Sinistra Rivoluzionaria" sarà presente con le proprie liste e i propri candidati - spiegano i responsabili locali - perché siano rappresentate anche elettoralmente le ragioni della classe lavoratrice e perché vi sia una lista di una sinistra vera, che fa le cose che dice, degna di essere votata da ogni lavoratore, ogni giovane, ogni donna, ogni sfruttato, a differenza di tanta pseudo sinistra che fa politiche di destra e filocapitaliste”

•       Fabio Luongo

venerdì 2 febbraio 2018

FLAT TAX: UN CHIARO ATTACCO A LAVORATORI E SERVIZI PUBBLICI



Sono anni ormai che le destre - in particolare Salvini e Berlusconi - stanno spingendo sempre di più per l'introduzione della Flat tax, cioè una tassa ad aliquota fissa su tutti i redditi familiari e profitti delle imprese. In poche parole, oggi se un reddito superiore ai 75.000 euro viene tassato al 43%, con l'introduzione della Flat tax, invece, vedrebbe le imposte a suo carico abbassarsi fino al 23%, pari alla tassazione applicata oggi su un reddito medio-basso (fino a 15.000€ ) o addirittura al 15%, secondo il leader della Lega Matteo Salvini. Una manovra che andrebbe ad intaccare gli introiti dello Stato per una somma che oscilla tra i 40 e i 70 miliardi di euro, che secondo l'ex ministro Brunetta si ripagherebbe da sola nel giro di pochi anni, grazie all'emersione dell' economia sommersa, cioè di tutti quei soldi che ad esempio le imprese evadono e quelli che finiscono nelle tasche dei lavoratori in nero, a causa delle aliquote troppo alte.
"Pagare meno, per pagare tutti" è la ricetta dell'ex ministro Brunetta; ma questa auspicata fedeltà fiscale che dovrebbe contagiare gli odierni evasori di grandi capitali purtroppo non è una conseguenza diretta, perché conosciamo bene i padroni e perché il mantra e la logica del capitalismo non è quello di adeguarsi alle regolamentazioni fiscali, bensì quello di massimizzare i profitti con ogni mezzo necessario. Di conseguenza chi davvero beneficerebbe della manovra sarebbero i soliti ricchi, che si vedrebbero drasticamente diminuire le proprie imposte - basti pensare che su un reddito di trecentomila euro, le tasse si abbasserebbero dai 122.000 euro attuali ai 66.000 della Flat tax - mentre i redditi più bassi come quelli di lavoratori dipendenti, precari, pensionati, disoccupati ecc... avrebbero solo una lieve estensione della "no tax area" (il limite di reddito con cui si ottengono esenzioni) e qualche beneficio contenuto come bonus e detrazioni, ma con un aumento esponenziale delle spese sanitarie, trasporti pubblici, scuola ecc.
Insomma, un chiaro attacco alla classe operaia e al welfare pubblico, che verrebbe definitivamente devastato a favore dei servizi privati (ad esempio strutture sanitarie, servizi pubblici e scuole), che risulterebbero ulteriormente accessibili solo alle classi più abbienti mentre i lavoratori sarebbero costretti ad accontentarsi di servizi pubblici precari e marginali.

In realtà nel nostro paese sono già in vigore una serie di Flat tax che però non riguardano i redditi da lavoro - i quali rimangono progressivi - quindi sono riservate solo ai ricchi. Ad esempio quella sulle rendite finanziarie - se si sottoscrivono titoli di Stato per mille o dieci milioni di euro, la tassazione rimane del 12,5%, mentre per i conti correnti o azioni di società quotate in borsa è del 26%. Anche il governo Renzi, per quanto oggi si dica contrario alla flat tax, nel 2016 ha tentato di introdurre un'aliquota fissa del 24% tramite l'IRI (Imposta ai redditi d'impresa); l'ennesimo regalo al padronato.

I sostenitori della Flat tax mettono i mostra i presunti successi ottenuti con l'imposta unica nei paesi dell'ex blocco sovietico, specialmente quelli dell'area baltica: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma se analizziamo più da vicino la situazione ci accorgiamo che non è proprio come vogliono farci credere. Dopo il crollo del muro di Berlino i paesi legati all'Unione Sovietica e alla Federazione jugoslava cercarono in tutti i modi di contrastare l'evasione fiscale incontrollata e attirare capitali esteri all'interno delle loro frontiere per far ripartire l'economia, andando ad abbassare ai minimi le aliquote di imposizione fiscale. Quindi, se da una parte questi paesi hanno vissuto una sorta di boom economico subito dopo l'introduzione della Flat tax, dall'altra la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà rimane al di sopra del 22%. Il sistema pensionistico è stato privatizzato per sostenere i costi della Flat tax e l'evasione fiscale è rimasta altissima. Nel blocco baltico si stima che l'evasione intacchi in media il 30% dei PIL nazionali, in Ucraina il 68% ed in Georgia addirittura il 72%.
Un altro baluardo dei pro-Flat tax è la Russia, che dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica ha adottato un regime di Flat tax al 13%, riscontrando una crescita economica significativa nei primi anni Duemila; a dire il vero la crescita era dovuta principalmente all'esportazione di energia come petrolio e gas, infatti con l'avvento della crisi il crollo del prezzo del barile e le sanzioni post-Crimea, le entrate fiscali sono diminuite drasticamente raggiungendo a stento i valori del 2000, e l'evasione fiscale raggiunge oggi il 52%. Inoltre, sono aumentate in maniera esponenziale le disuguaglianze sociali.
Anche Islanda e Slovacchia avevano adottato la Flat tax per poi ripensarci con il governo di centrosinistra qualche anno dopo, riscontrando dopo tre anni dall'abbandono dell'aliquota unica un aumento del 40% del gettito fiscale. In poche parole la Flat tax in più casi si è rilevato un autentico flop a discapito della classe lavoratrice.

Per questo motivo quando Salvini e Meloni parlano di "prima gli italiani" andrebbe chiesto loro a quali italiani si stanno riferendo. Sicuramente ai soliti borghesi, banchieri, imprenditori, palazzinari, speculatori e sfruttatori. Certamente non ai lavoratori, visto che con questa manovra i primi a rimetterci sarebbero proprio quest'ultimi.
Non ci saranno benefici per la classe lavoratrice finché non si colpirà direttamente il grande capitale finanziario, finché a pagare sarà chi non ha mai pagato fino ad ora.
Non sono dunque i migranti, come la destra vuole far credere, i nemici della classe operaia, ma chi cerca di tutelare i veri artefici della devastazione sociale. Proprio per questo è fondamentale l'unità tra migranti e lavoratori italiani, contro chi da sempre si arricchisce tramite sfruttamento e prevaricazione ai danni dei lavoratori.


Partito Comunista dei Lavoratori