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mercoledì 11 gennaio 2017

PER UNA RISPOSTA DI CLASSE ALLA CRISI IN CORSO. PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA DOPO LA SCONFITTA DEL TENTATIVO BONAPARTISTA DI RENZI, DOPO LA CAPITOLAZIONE FIOM SUL CCNL, SVILUPPIAMO L’INTERVENTO POLITICO E SOCIALE DEL PCL PER UNA PRIMAVERA DI LOTTA RISOLUZIONE CONCLUSIVA DEL CONGRESSO NAZIONALE DEL PCL



UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ, CON IL CRESCENTE RISCHIO DI DERIVE REAZIONARIE

Il referendum del 4 dicembre ha rappresentato uno snodo dell'evoluzione politica italiana.
La crisi del renzismo ha trovato il proprio riflesso nella clamorosa sconfitta del governo. La vittoria del No ha superato ogni previsione (59%), nel quadro di una partecipazione per molti aspetti straordinaria (quasi il 70%). La composizione sociale, generazionale e territoriale del No è stata altrettanto significativa: lavoro dipendente, giovani sotto i quarant'anni, periferie cittadine e metropolitane, Mezzogiorno d'Italia e isole. Sul No si è riversata la sofferenza della maggioranza della società italiana, in tutte le sue principali espressioni, sullo sfondo della grande crisi dell'ultimo decennio. Il No ha dunque travalicato lo stesso sentimento di ostilità verso il governo: ha rappresentato una crisi complessiva di rigetto delle politiche dominanti dettate dalla crisi e dei loro effetti sociali. Al tempo stesso è parziale interpretare questo risultato come una pura espressione sociale. Questo diffuso sentimento antisistema si combina infatti con la tenuta dei blocchi reazionari che si fronteggiano nello scenario italiano: quello leghista (voto veneto), quello berlusconiano (seppur oggi ridotto), quello grillino (periferie urbane). La sovrapposizione della geografia del No con quella elettorale del paese, confermata da tutte le analisi, riflette anche la perdurante influenza del populismo reazionario tra i salariati, i disoccupati e nella giovane generazione. Liberare la pulsione classista del voto dall'involucro populista che le si sovrappone è il compito della politica di classe. A partire dai milioni di No provenienti dal versante dell'opposizione classista e di sinistra su Jobs Act , Buona scuola, politiche ambientali.

La disfatta del renzismo non investe unicamente le prospettive del progetto bonapartista racchiuso dalla controriforma costituzionale.
In primo luogo investe gli equilibri politici di governo. Renzi, ancora a capo del PD, sogna la propria rivincita (primarie ed elezioni anticipate), capitalizzando larga parte del 41% di Sì. Tuttavia questa operazione sconta diverse difficoltà: la diffidenza di parte importante della grande borghesia la resistenza inerziale di vasti settori parlamentari ed istituzionali (a partire dal Presidente della Repubblica); un’immagine pubblica, già sfregiata dal risultato referendario, che viene ulteriormente sfigurata dalla smaccata continuità col governo precedente. Il piano di rivincita coltivato da Renzi, per quanto reale e determinato, è dunque tutt'altro che scontato nel suo esito.
In secondo (ma non secondario) luogo, il crollo di una controriforma che concentrava i poteri nel Governo (nei confronti del parlamento) e nello Stato (nei confronti delle Regioni) è il fallimento di una possibile soluzione della crisi politico-istituzionale borghese. Dunque segna l'apertura di una nuova fase di riorganizzazione. Le dimissioni del governo, la rapida formazione del nuovo esecutivo Gentiloni, segnano solo l'inizio di questo convulso processo. Il quadro tripolare del sistema politico mina le prospettive di stabilità politica e istituzionale: nessuno appare oggi in grado di costruire attorno a sé un blocco maggioritario. La stessa discussione sulla nuova legge elettorale rivela la difficoltà di uno sbocco.

A ciò si aggiungono le incognite sulla tenuta dei diversi poli, attraversati ognuno da evidenti linee di frattura interne. Dissolto il vecchio bipolarismo, sconfitto il progetto bonapartista, il sistema politico non ha un baricentro. Mentre si conferma una irrisolta crisi bancaria (Monte dei Paschi) e l'instabilità degli assetti del capitalismo italiano (acquisizione di Pioneer da parte francese, guerra in Confindustria sul Sole 24 Ore, iniziativa corsara del capitale francese su Mediaset), sullo sfondo di quella immutata crisi dell'Unione Europea cui la sconfitta di Renzi in Italia aggiunge un nuovo tassello, nella prospettiva di una chiusura del Quantitative Easing della BCE e delle sue conseguenze sulla tenuta del debito pubblico italiano e sui suoi livelli di governabilità.

In questo quadro di grande instabilità politica e sociale, emerge un nuovo protagonismo ed una rinnovata forza sociale delle forze reazionarie di massa, sia nelle sue più classiche versioni xenofobe e nazionaliste (la Lega di Salvini e le forze dell’estrema destra), sia nelle nuove forme ibride e confuse del grillismo e del M5S. Forze che colgono il vento di una crescita significativa di queste tendenze in tutto il continente europeo, sospinte dalla perdurante crisi, dal precipitare della competizione fra poli e blocchi commerciali, dal persistente odore di guerra che serpeggia su quasi tutti i confini (Europa orientale, Medio Oriente, Nord Africa), dalla crisi dei profughi, da una sinistra riformista subalterna al quadro capitalista, dalla crisi diffusa del movimento operaio. Forze che oggi colgono anche un possibile ed incipiente cambio di fase nelle politiche internazionali, con la conquista del governo di uno dei principali poli capitalisti: l’amministrazione Trump potrebbe nei prossimi mesi attivare una decisa svolta nella gestione capitalista della crisi, con la definitiva archiviazione dei grandi accordi commerciali (TTIP e TTP), l’apertura di conflitti commerciali (con la Cina e non solo), la ripresa di una spesa pubblica statale per sostenere la domanda interna. Una svolta che potrebbe a sua volta dare nuovi ragioni nella propaganda di massa di queste forze reazionarie, ma soprattutto che potrebbe forgiare nuove alleanze con settori significativi dei grandi capitali, nazionali ed europei, disegnando una loro possibile ascesa al governo anche in Stati chiave del continente europeo (dalla Francia alla stessa Italia).


IL CONTRATTO DEI METALMECCANICI: UN CAMBIO DI FASE NEI RAPPORTI DI FORZA TRA LE CLASSI

Il 26 novembre scorso, pochi giorni prima del referendum, FIM, FIOM e UILM hanno siglato il primo rinnovo unitario del contratto dei metalmeccanici dal 2008. Da mesi era in corso una prova di forza. Il padronato si era posto esplicitamente l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali, sospinto dalla lunga crisi (dalla necessità di recuperare margini di profitto a partire dai costi) e dall’indebolimento sindacale - della classe nel suo complesso - dopo la sconfitta sul Jobs Act. La FIM di Bentivogli, dopo FCA, condivideva l’obbiettivo di ridefinire il CCNL, andando oltre l’impianto delle confederazioni (CGIL-CISL-UIL chiedevano, all’inizio della stagione dei rinnovi, aumenti nazionali in grado anche di redistribuire la produttività, cedendo invece sull’organizzazione del lavoro): chiedeva però aumenti più diffusi e la definizione di criteri omogenei per gli aumenti sul secondo livello. La FIOM, smantellata la fallimentare “coalizione sociale” ed alla ricerca di una gestione unitaria in CGIL (ingresso di Landini in Segreteria), si predisponeva a siglare in ogni caso un contratto, ma chiedeva delle minime condizioni per giustificare la capitolazione. In questo teatrino, nessuno aveva interesse a far scendere in campo lavoratori e lavoratrici: per mesi la trattativa si è trascinata senza scioperi, assemblee o mobilitazioni di massa. La stessa FIOM non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento ed ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Con l’autunno l’accordo è arrivato.
Non è solo un pessimo rinnovo. Sicuramente distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Soprattutto, però, sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo i rapporti di forza complessivi della classe: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori). Questa capitolazione, comunque, non è solo responsabilità della FIOM. Per contrastarla sarebbe stata necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno nella sinistra ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici. È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà. I metalmeccanici però sono stati lasciati soli, per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un’opposizione a questo contratto sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici ma per tutto il mondo del lavoro un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la “coalizione sociale”). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL. Una CGIL che, concentrata sui referendum e sulla ricerca illusoria di un accordo padronale, non intende comunque sostenere e promuovere nessuna mobilitazione, nessun conflitto sociale nei prossimi mesi.


UN FRONTE UNICO DEL LAVORO, CONTRO RENZISMO E DERIVE POPULISTE

In questo quadro generale di crisi sociale, politica, istituzionale, è necessario battersi per una azione di classe indipendente del movimento operaio, che entri nel varco aperto dalla sconfitta politica del renzismo per costruire uno sbocco e una prospettiva classista. In aperta contrapposizione alle tre destre che dominano lo scenario politico. È necessario cioè rivolgersi a quel diffuso sentimento antisistema che ha sostenuto il No al referendum, all’insieme dei settori popolari colpiti dalla crisi ed al complesso del mondo del lavoro, per far emergere uno sbocco politico alternativo a quello delle destre, dei movimenti populisti e delle forze reazionarie di massa. Trasformare cioè il No a Renzi nel rilancio di una mobilitazione unitaria e di massa che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi reazionarie del renzismo, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola; trasformare la mobilitazione contro le leggi di Renzi nella rottura generale con la stagione trentennale delle politiche antioperaie di austerità e sacrifici: questo è l'asse di iniziativa e proposta del nostro partito nella fase apertasi dopo il 4 dicembre.
Per questo l’iniziativa del PCL, nella propaganda e nell’azione politica, deve essere principalmente e prioritariamente diretta alla costruzione di un fronte unico del lavoro, sul piano politico e su quello sociale. In primo luogo sul terreno concreto e diffuso che può offrire ogni occasione di mobilitazione e di lotta unitaria: in difesa di aziende o settori di lavoro, di diritti sociali e civili, o contro leggi, normative, disposizioni locali e nazionali che possano innescare dinamiche di questo genere. In secondo luogo, sul piano più generale, con un appello ed un’azione pubblica rivolta a tutte le organizzazioni sindacali e di massa che si sono pronunciate formalmente per il No alla riforma costituzionale di Renzi, e che hanno promosso referendum abrogativi delle sue leggi peggiori (Jobs Act), perché passino dalle parole ai fatti. Perché rompano col governo Gentiloni, continuità mascherata del renzismo e delle sue leggi. Perché rompano con Confindustria, massima sostenitrice del Jobs Act. Perché promuovano una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che ponga finalmente al centro dello scontro un'agenda di rivendicazioni operaie capace di configurare una soluzione di classe della crisi sociale e politica. La proposta del fronte unico di classe e di massa deve divenire uno strumento di aperta denuncia dell'immobilismo delle burocrazie, e di relazione con l'avanguardia larga di classe.
I poli reazionari convergono sulla richiesta di elezioni politiche anticipate, nell'intenzione non solo di rafforzarsi nello scontro reciproco, ma anche di evitare il referendum sociale sul Jobs Act. Il loro obiettivo comune è evitare l'irrompere della questione di classe come terreno centrale di confronto. In aperta contrapposizione alle tre destre poniamo l'esigenza esattamente opposta. Non si tratta di attendere il referendum in una logica istituzionale. Si tratta di assumere il tema della cancellazione delle leggi del renzismo come leva e campagna di mobilitazione di massa. Che è anche la via, di riflesso, per vincere un domani sul terreno referendario. Ma soprattutto è la via per segnare una svolta nei rapporti di forza, disgregare i blocchi sociali reazionari, aprire il varco a una prospettiva di classe alternativa. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.


PER UN'INIZIATIVA CLASSISTA E ANTICAPITALISTA NELLA CRISI

Questa azione politica, volta a sostenere ogni occasione di fronte unico, volta ad appellarsi alle principali organizzazioni della sinistra per una ripresa delle mobilitazioni, non può comunque fare a meno di confrontarsi con la realtà della capitolazione della FIOM, con la scelta della CGIL di sospendere ogni mobilitazione nell’attesa dei referendum sul Jobs Act (nell’attesa cioè di poter riprendere forza per via elettorale, per potersi nuovamente sedere ai tavoli della concertazione con governo e padronato).
Nel contempo, infatti, alcuni settori di classe sono disponibili alla resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova ascolto, consenso e coinvolgimento in settori significativi di classe. È questo il segnale che ci arriva dal voto nel contratto dell’igiene ambientale (43% di contrari nel settore pubblico), dagli scioperi nazionali nelle ferrovie e locali dei ferrotranvieri, dalle lotte della logistica come da alcune mobilitazioni studentesche. È, soprattutto, il segnale che ci arriva dal No al rinnovo del CCNL metalmeccanico, che si è espresso in particolare nelle grosse industrie, non solo dove è influente l’opposizione CGIL o qualche sindacato di base (Dalmine di Bergamo, Fincantieri di Marghera e di Ancona, cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, Marcegaglia di Forlì, Same, Piaggio, GKN, Ilva, STM di Agrate e di Catania, Ansaldo, AST di Terni, ecc.). Sul terreno dell'azione di avanguardia siamo quindi impegnati a contrastare questa nuova stagione di subalternità, non solo tra i metalmeccanici, ma anche in generale sul patto di fabbrica con Confindustria come nell'accordo sul pubblico impiego. Da qui la contrapposizione alla burocrazia sindacale, per una direzione alternativa del movimento operaio. Da qui il sostegno ai coordinamenti del No, nei metalmeccanici come in altri settori, come ad ogni altra forma di larga avanguardia che dovesse determinarsi.
Non solo. La nostra azione d’avanguardia può rivolgersi anche su un terreno più generale e politico, avanzando una proposta di unità d’azione alle altre forze classiste e anticapitaliste, per sostenere una ripresa conflittualità sociale davanti allo stallo della sinistra riformista. Un’azione che, ovviamente, non può esser sostitutiva e non può pensarsi sostitutiva del fronte unico, della priorità di una ripresa della mobilitazione di massa nel nostro paese. Un’azione politica di avanguardia può però permettere la ricomposizione di percorsi e appuntamenti di lotta, che possono svolgere un ruolo anche significativo nel mantenere accesa, anche nella percezione di massa, la prospettiva di un’alternativa di classe.

Questa unità d’azione può allora esser condotta localmente, per sostenere la conflittualità diffusa di movimenti e iniziative di lotta, nei posti di lavoro come sul territorio. Questa unità d’azione può esser condotta anche nazionalmente, per produrre almeno in una dimensione di avanguardia alcune possibili ricomposizioni, anche parziali. Un’azione da verificare, in primo luogo, nella costruzione di alcuni appuntamenti di lotta nella prossima primavera, che non lascino vuote le piazze del nostro paese: l’8 marzo il movimento di lotta dello scorso 26 novembre sta programmando uno sciopero dello donne; allo stesso modo, si pone l’opportunità di convocare un corteo unitario dell’estrema sinistra, della sinistra sindacale, dei movimenti antagonisti. Impegnandosi per evitare che, come lo scorso autunno, come gli scorsi anni, queste occasioni diventino il terreno di demarcazione delle diverse organizzazioni o dei diversi percorsi. Questa unità d’azione può quindi esser verificata innanzitutto a partire da alcuni soggetti con cui condividiamo una matrice classista, pur nella diversità dei progetti politici e delle impostazioni teoriche (Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, SGB, CUB, SiCobas...). Un coordinamento nell’azione con queste forze che, in questo quadro, ci può permettere anche di verificare possibili convergenze in funzione di un bilanciamento di quelle forze e quei settori neosovranisti e neocampisti, che stanno provando a sviluppare campagne d’egemonia sull’estrema sinistra.


PER UNA SINISTRA CLASSISTA E RIVOLUZIONARIA, PER LO SVILUPPO DEL PCL

Il fronte unico del lavoro, l’unità d’azione nell’avanguardia sociale e di classe, il coordinamento della nostra azione con l’avanguardia politica classista, sono tutte linee d’intervento per la prossima primavera dirette a riprendere il conflitto sociale nel nostro paese. In tutte queste iniziative, la nostra proposta deve esser quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per dare una soluzione di classe e anticapitalistica alla crisi della Repubblica. Un programma transitorio che, partendo dalla coscienza diffusa, dalle contraddizioni e dai conflitti presenti, indica la necessità e la prospettiva della rivoluzione. Questa prospettiva è e resta la nostra linea strategica di demarcazione dal resto della sinistra politica.

La sinistra politica riformista, già vittima negli anni del proprio suicidio politico, è del tutto incapace anche solo di prospettare una soluzione indipendente della crisi politica e sociale. La dissoluzione di SEL è emblematica. La sua ala destra (Pisapia) si candida addirittura a supporto postumo del renzismo integrandosi direttamente nell'operazione del suo rilancio. Un'altra sua componente (Smeriglio) punta a ricomporre il vecchio centrosinistra puntando sulla minoranza del PD liberale (Bersani). Un'altra componente ancora (Fratoianni) punta ad una stagione ritemprante di opposizione per ricostruire le condizioni contrattuali di un centrosinistra futuro. Sinistra Italiana si annuncia come quadro costituente della continuità riformista: un'autonomia nazionale obbligata dal PD, imposta dal renzismo, in funzione della prospettiva di ricomposizione di una alleanza di governo col PD, una volta rimosso l'ostacolo Renzi. Mentre il PRC è segnato da una totale afasia politica, imprigionato dal fallimento di Tsipras e dai suoi effetti deflagranti sull'intero quadro del Partito della Sinistra Europea.
Parallelamente, sul versante centrista, Rete dei Comunisti e gruppo dirigente USB rilanciano il proprio impasto politico-culturale di neosovranismo nazionalista e di mitologia costituzionalista (“applicare la Costituzione”): subalterni al tempo stesso sia al grillismo, sia alla tradizione del riformismo italiano.

La costruzione di una sinistra rivoluzionaria classista attorno alla prospettiva del governo dei lavoratori si conferma come l'unica soluzione progressiva della stessa crisi della sinistra italiana. La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è la traduzione politica di questa necessità.
In questo quadro, si pone il prossimo appuntamento delle elezioni politiche, nel 2017 o nel 2018. Non sappiamo ancora con quale legge elettorale si svolgerà. Se rimarrà, in un Italicum modificato o in un Mattarellum rivisto, la moltiplicazione di piccoli collegi, sappiamo anche che sarà particolarmente difficile una nostra presentazione nazionalmente significativa. La presenza di una sinistra rivoluzionaria anche sul piano elettorale, nel quadro della crisi politica, sociale ed istituzionale che l’Italia sta attraversando, può esser un elemento importante per riattivare una coscienza politica di classe diffusa; la presenza del PCL in questo appuntamento, uno snodo rilevante per la sua costruzione ed il suo sviluppo. Per questo, nel quadro dell’impostazione sulla linea elettorale definita negli scorsi congressi e ribadita in quello attuale, il PCL tenterà in ogni modo di esser presente a quell’appuntamento, come ad esser in ogni caso presente nei grandi centri, in occasioni delle elezioni comunali che dovessero presentarsi nei prossimi anni.


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 2 gennaio 2017

Verso il quarto Congresso nazionale del PCL



Tra il 5 e l'8 gennaio si terrà a Rimini il quarto Congresso nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori.
Il Congresso affronta tre ordini tematici: l'analisi della crisi mondiale, la crisi del movimento operaio internazionale, le prospettive della rifondazione della Quarta Internazionale; l'analisi della crisi sociale e politica italiana, la linea di azione e proposta del PCL per il rilancio dell'opposizione di classe e la costruzione del partito rivoluzionario in Italia; i compiti di costruzione politico organizzativa del PCL.

La crisi capitalistica internazionale ed europea, prolungata ed irrisolta, scarica i propri effetti sulle condizioni materiali di vita e di lavoro del proletariato. Al tempo stesso sospinge una polarizzazione politica che scuote le forme tradizionali della politica borghese. La vita politica americana ed europea è profondamente segnata da questa dinamica. Il fenomeno Trump negli USA, la massa critica di populismo reazionario che monta in Europa, misurano non solo la profondità della crisi capitalista e la crisi di egemonia dei partiti dominanti tradizionali, ma anche il ritardo storico del movimento operaio nell'imporre la propria soluzione alternativa. Ciò che spinge una parte del proletariato, settori sociali declassati, classi medie impoverite dalla crisi, nelle braccia delle demagogie reazionarie.
Parallelamente, tutte le vecchie suggestioni riformiste, in tutte le loro declinazioni (la “riforma democratica e sociale dell'Unione Europea”, le illusioni sovraniste su un possibile capitalismo nazionale riformato, le mitologie sui nazionalismi riformisti latinoamericani in salsa chavista, lulista o kirchnerista) sono travolte una dopo l'altra dalla dinamica della crisi mondiale, e dalla esperienza dei fatti. Il volto del governo Tsipras quale governo di austerità e sacrifici, al soldo della troika, è l'epitaffio crudele delle illusioni riformiste.

In Italia, la particolare profondità della crisi capitalista e della crisi congiunta del movimento operaio (arretramento dei suoi livelli di mobilitazione, di coscienza, di rappresentanza politica) hanno insieme alimentato lo sfondamento del populismo reazionario tra gli stessi salariati, sia esso di governo (renzismo) che di opposizione (lepenismo salviniano e grillismo). Ma la borghesia fatica a trovare una forma politica stabile del proprio dominio. Il progetto bonapartista del renzismo ha subito una autentica disfatta il 4 dicembre, e con esso un progetto di stabilizzazione reazionaria del sistema politico istituzionale. Nel varco aperto dalla crisi del renzismo, va ora rilanciata una opposizione sociale unitaria e di massa capace di imporre al centro dello scontro un'agenda indipendente del movimento operaio. Che riconduca le rivendicazioni immediate della classe all'unica possibile soluzione progressiva della crisi sociale e politica, una soluzione rivoluzionaria, anticapitalista, socialista: la prospettiva della Repubblica dei lavoratori, basata sulla loro organizzazione e la loro forza.

La costruzione del partito rivoluzionario risponde a questa necessità: elevare la coscienza della classe, e innanzitutto della sua avanguardia, all'altezza della necessità storica della rivoluzione socialista. Da qui l'esigenza di un partito radicato nella classe, nelle sue organizzazioni, nelle sue lotte. Un partito capace di lottare per l'egemonia alternativa sulla classe, e al tempo stesso per l'egemonia anticapitalista della classe lavoratrice sull'insieme delle masse oppresse e sfruttate. Un partito capace di portare in ogni lotta particolare il senso di una progetto rivoluzionario generale. Un partito capace di recuperare la tradizione migliore del marxismo rivoluzionario e di porla al servizio della nuova generazione. Un partito che va costruito su scala mondiale e in ogni paese.
Questa è la cornice comune di riflessione e di indirizzo del quarto Congresso nazionale del PCL. Dentro questa cornice comune, nello spirito della democrazia rivoluzionaria, si confrontano anche elementi diversi di impostazione: sulla relazione tra propaganda e agitazione rivoluzionaria, sulle articolazioni della proposta di fronte unico di classe, sul rapporto tra l'intervento centrale nella classe e la battaglia politica a sinistra, sulla relazione tra battaglia di classe e uso rivoluzionario delle tribune elettorali, su come tradurre le necessità della politica rivoluzionaria sul terreno delle forme organizzative di partito, entro la comune tradizione leninista. In questo quadro si sono espresse tre diverse piattaforme congressuali. La piattaforma A, espressa dalla larga maggioranza del CC uscente, su una linea di continuità degli indirizzi generali del partito, seppur aggiornati e articolati; la piattaforma B, espressa da una minoranza del CC, su una linea di svolta politico-organizzativa; la piattaforma C, espressa da un compagno del CC, su una linea di diversa analisi del quadro internazionale con le relative implicazioni di indirizzo.

Il PCL non ha mai avuto paura della discussione e del confronto interno, a differenza delle sette o dei partiti riformisti. Al contrario, nella migliore tradizione del bolscevismo, vuole fare del proprio congresso una scuola di formazione e di costruzione del partito.

I documenti politici congressuali delle diverse piattaforme vengono dunque pubblicati e posti a conoscenza dell'avanguardia di classe, dei movimenti sociali, dei militanti più avanzati della sinistra politica. Conquistare le avanguardie politiche e sociali della classe al programma del partito, coinvolgerli nella riflessione e confronto tra rivoluzionari, guadagnarli alla nostra organizzazione e alla sua democrazia, è parte integrante della costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori.



Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 28 dicembre 2016

CONTRATTO DEI METALMECCANICI: LA CONCLUSIONE DI UNA PARABOLA DELLA FIOM



Ripartire dal dissenso per organizzare la resistenza

Con grande trionfalismo FIM, FIOM e UILM hanno dichiarato che l’ipotesi di accordo firmata il 26 novembre è stata approvata dai lavoratori e dalle lavoratrici del settore metalmeccanico con una percentuale dell’80%. Questo dato, che a una prima lettura sembra quasi un plebiscito nei confronti dell’accordo ed un successo dei sindacati firmatari, deve esser guardato con attenzione. L’approvazione dell’accordo, infatti, non è mai stata in discussione, come invece lo è stato in altre recenti consultazioni di questa stagione contrattuale (vedi, ad esempio, il rinnovo dell’igiene ambientale, bocciato secondo i dati ufficiali dal 43% delle aziende pubbliche del settore, nella realtà in quasi tutti i grandi stabilimenti – Genova, Roma, Milano, Bari, ecc. – ed in tantissimi di quelli piccoli, probabilmente dalla maggioranza di lavoratori e lavoratrici coinvolti.)

In primo luogo i metalmeccanici implicati dal contratto erano oltre un milione e mezzo. Non solo la classe operaia centrale, quella organizzata delle grandi e delle medie fabbriche, ma anche quella dispersa nel disperso tessuto produttivo italiano di piccole e piccolissime aziende. Non solo quella delle fabbriche più combattive, in cui sono influenti i delegati e le delegate della sinistra FIOM o (in qualche caso) dei sindacati di base, ma anche quella che segue le indicazioni della FIM, della UILM o che non è neppure sindacalizzata.
Certo, questo era un pessimo contratto. Non solo perché distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Era molto di più. È un rinnovo che sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo significativamente i rapporti di forza complessivi della classe lavoratrice: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza o anche solo della produttività nel CCNL; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel CCNL 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori).

Però questo contratto, per esser bocciato dalla maggioranza degli operai, avrebbe avuto bisogno di un clima diverso, nella classe e nel Paese. Sarebbe stato necessario costruire questa vertenza in un quadro di mobilitazione e partecipazione, coinvolgendo nella discussione e nella lotta in difesa del contratto nazionale l’insieme della classe. Sarebbe stata cioè necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Non la FIOM, che sin dall’inizio dell’anno si apprestava a firmare un contratto purchessia, spinta dalla ricerca di un nuovo patto di gestione con Camusso e di un nuovo ruolo per Landini, nella segreteria confederale CGIL. Per questo non ha puntato su scioperi e mobilitazioni, per questo non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento, per questo ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Non è solo responsabilità della FIOM, però. Anche l’insieme della sinistra politica e sociale del nostro paese non ha contribuito a sostenere la partecipazione su questo rinnovo. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici del nostro paese.
È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra di massa bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà; però poi negli ultimi mesi si parla soprattutto di rapporto con il PD, di alchimie elettorali, di Brexit e di Trump. Di Monfalcone e della Lega, della FIOM e del CCNL metalmeccanico quasi mai.
I metalmeccanici sono quindi stati lasciati soli: per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. Non si sono viste dichiarazioni, interviste, post, dibattiti, assemblee, o volantinaggi sulla vicenda. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un No sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base. Seppur, per questi ultimi, talvolta con le solite tentazioni autocentrate: ad esempio USB, nelle prime fasi della campagna, ha rivendicato il boicottaggio del referendum e la costruzione della propria organizzazione come unica possibile soluzione, senza preoccuparsi di costruire fronti di lotta o convergenze neppure con le altre organizzazioni di base (anche se molti delegati e delegate, e poi il profilo dell’assemblea nazionale di Bologna, hanno spinto per il No alla consultazione, seppur giustamente denunciandone tutti i limiti democratici).

Nessuno allora può stupirsi di questo risultato. E nessuno può stupirsene proprio per le modalità di svolgimento del referendum stesso. Le regole che si sono date FIM FIOM e UILM per questa consultazione non prevedevano nessuna possibilità per le ragioni del No di essere espresse nelle assemblee. Landini si è sempre presentato come un campione della democrazia e del pluralismo. Per sé, per la FIOM, ha sempre rivendicato la pari dignità in CGIL, chiedendo nel 2014 che sul Testo Unico fosse presente in ogni assemblea sia il punto di vista del Sì (quello della Camusso), sia quello del No (il suo, tra gli altri). Ma quello che chiede per sé, non lo ha mai concesso alle sue minoranze. Così nelle assemblee hanno potuto parlare solo i funzionari per il Sì. Chi sosteneva il No (delegati e dirigenti FIOM), si è dovuto limitare a intervenire nei propri posti di lavoro. Non solo. La FIOM ha poi cercato di ammonire tutte le strutture (come i direttivi di Trieste e Genova), i dirigenti e funzionari, fino ai delegati che si sono schierati contro questo pessimo accordo. Lo stesso referendum è stato svolto in un periodo caratterizzato da fabbriche mezze vuote per via della crisi (sia per la cassa integrazione e accordi di solidarietà, sia per ragioni di chiusure aziendali per ferie anticipate), con un controllo ferreo da parte della burocrazia sullo svolgimento delle assemblee. Sono state coinvolte solo 5.986 aziende, per un totale di 678.328 dipendenti. Di questi hanno votato in 350.749, quindi in definitiva poco meno di un quarto del milione e seicentomila metalmeccanici a cui viene applicato il CCNL.

Il dissenso comunque non è stato taciuto. Nonostante questa corsa falsata, nonostante le burocrazie compattamente schierate e nonostante una FIOM impegnata contro il dissenso, il No ha raggiunto il 20%: 68.695 mila lavoratori e lavoratrici hanno bocciato questo rinnovo. Prima di guardare ad alcuni profili di questo voto, una parentesi storica per apprezzarne il risultato complessivo. Nel 2008 ci fu l’ultimo rinnovo unitario FIM-FIOM-UILM, prima della lunga stagione dei contratti separati. Su quel contratto i sindacati di base, come anche l’allora sinistra della FIOM (Rete 28 aprile), si espressero contro, per la contrarietà su alcuni punti qualificanti dell’accordo (in particolare su flessibilità e straordinari obbligatori, inquadramento unico, aumenti salariali ridotti). Furono coinvolte nel voto quasi diecimila aziende, cinquecentotrentamila i lavoratori e lavoratrici votanti: il No fu al 25% (centoventinovemila lavoratori e lavoratrici). A sostenere quel voto, però, allora c’era un pezzo significativo della FIOM: un componente della segreteria nazionale, 3-4 funzionari del centro nazionale, segretari regionali e provinciali, molti funzionari nei territori: una presenza oggi infinitamente più ridotta, dopo otto anni di Landini e una sua costante e aggressiva pulizia di ogni dissenso interno. Non solo. Nel 2008 c’era una classe non ancora stremata dalla crisi, un tessuto di delegati e delegate attivo, reduce dalle battaglie di Melfi e sull’articolo 18, impegnato a difendere quel percorso e quella conflittualità. C’era una sinistra politica e sociale, che nonostante una sua incipiente deriva, accompagnò quel rinnovo con un’attenzione infinitamente maggiore a quella di oggi (basti guardare gli articoli, le interviste e le polemiche di allora su diversi giornali e siti).

I quasi sessantanovemila No di oggi sono quindi un numero consistente, in un quadro politico e sociale completamente diverso rispetto a quello di otto anni fa. La cosa più significativa di questo voto, inoltre, è la sua qualità. Il No si è espresso nella maggior parte nelle grosse industrie, nei settori più importati per la concentrazione della classe operaia organizzata e storicamente conflittuale. Dove la stessa FIOM ha ampio consenso o spesso un controllo totale o quasi totale. Ma non solo dove è presente, o influente, l’opposizione CGIL. L’accordo infatti è stato bocciato alla Dalmine di Bergamo, alla Fincantieri di Marghera e di Ancona, nei cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, alla Marcegaglia di Forlì, alla Same, alla Piaggio, alla GKN, all’Ilva di Genova, alla STM di Agrate e di Catania, all’Ansaldo, alle acciaierie AST di Terni e in molte altre fabbriche importanti. Dove le ragioni del No sono state presenti e dove i lavoratori hanno potuto farsi una opinione il dissenso ha raggiunto numeri importanti.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 e del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici, ma per tutto il mondo del lavoro, un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la "coalizione sociale"). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL.

Il risultato del referendum, come in altri settori le contestazioni a questa nuova stagione contrattuale, dicono però che alcuni settori sono disponibili ad una resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova consenso in settori centrali della classe, in una disponibilità alla lotta in fabbriche e stabilimenti importanti.
Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà a fianco - come lo è stato in maniera attiva attraverso i propri militanti durante la campagna per il No - di questa classe operaia che non si è voluta piegare ai diktat di Confindustria e delle burocrazie sindacali, compresa quella che fa a capo Landini. Questi sessantanovemila No, per il peso che portano in dote, devono diventare un esempio da estendere negli atri settori industriali. Da questi settori operai conflittuali bisogna ripartire per costruire una opposizione a questo accordo di restituzione, alle politiche padronali e a quelle di governo.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 20 dicembre 2016

NO ALL'IPOTESI DI CCNL DEI METALMECCANICI









Questo contratto dà pochi spiccioli ai lavoratori, moltissimo ai padroni e peggiora quello precedente che la FIOM si era rifiutata di firmare. Rimane tutta la parte normativa: orario di lavoro (flessibilità e straordinari obbligatori), gestione ferie e Par, restrizione della malattia e vengono introdotte norme peggiorative per la legge 104. Inoltre, i premi di risultato diventeranno totalmente variabili (in base alla produttività).

PERCHÉ VOTARE NO

Il 26 novembre su “Il Sole 24 ore” si leggeva: “Contratto metalmeccanici: 92 euro fra welfare e busta paga”. Landini, Bentivoglio e Palombella confermavano questo aumento fantasma.

È UNA CIFRA INVENTATA

A tutti i lavoratori verrà riconosciuta l’inflazione con gli aumenti nel contratto nazionale. Verrà calcolata dopo che a maggio sarà stato reso noto dall’ ISTAT il valore dell’ IPCA ( indice dei prezzi a livello europeo).

Si stima per il 2016 un’inflazione dello 0,5% (pari a 9 euro) che si prevede arriverà all’ 1% nel 2017 e all’1,2% nel 2018. Se fossero confermati, si arriverà a un aumento di circa 51 Euro (fra tre anni) in busta paga. L’unica cosa sicura sono 9 Euro (al 5° livello), il resto non si sa. Si tratterebbe sempre di un adeguamento all’inflazione, per cui il potere di acquisto del salario rimarrà uguale.

A decorrere dal 1 gennaio 2017, gli aumenti dei minimi tabellari riconosciuti dopo questa data, assorbiranno gli aumenti individuali, nonché gli aumenti fissi collettivi, concordati in sede aziendale, salvo che siano stati concessi con clausola di non assorbibilità. In pratica, se per qualsiasi motivo la paga aumenta questo adeguamento all’inflazione non ci sarà.



IL GRANDE AFFARE DEI PADRONI? L’ASSISTENZA INTEGRATIVA

Le aziende verseranno per conto di ogni lavoratore 156 Euro all’anno a mètaSalute, “Fondo sanitario metalmeccanici” istituito da FIM, UILM, FEDERMACCANICA e ASSISTAL, nel 2011.

Questi soldi, anziché in busta paga, andranno alle assicurazioni, che (incassati i profitti) daranno pochissimo in rapporto ai soldi ricevuti.

Prima per aderire a questo fondo bisognava fare domanda; con questo contratto l’adesione sarà automatica e se un lavoratore non vorrà, dovrà presentare disdetta scritta, ma in questo caso non prenderà un centesimo. mètaSalute opera tramite Uni-Salute (assicurazione sanitaria) che, a sua volta, fa parte del gruppo Unipol Assicurazioni.

Così i burocrati sindacali diventano complici e soci in affari dei VAMPIRI della sanità privata.

PAGAMENTI IN NATURA: UN RITORNO AL MEDIOEVO

Dal 1° giugno 2017 le aziende attiveranno per tutti i lavoratori dei piani di “flexibel benefit”. Sono buoni spesa, pagamenti in natura, per un costo massimo di 100 euro. Nel 2018 e 2019 l’importo sarà elevato a 150 e 200 euro. Una cosa non è chiara: se c’è un massimo ci deve essere un minimo, quale è e chi lo decide? Nel contratto non è specificato.

Le aziende avranno due vantaggi. Primo, questi importi non saranno sottoposti al pagamento dei contributi (come se fossero pagamenti in nero). Secondo, una parte del salario anziché anticipata in busta paga sarà posticipata. Cioè, l’azienda pagherà questi “buoni” dopo che il lavoratore li avrà spesi.

VERSO LA DEMOLIZIONE DELLA 104

La legge 104 prevede il diritto a tre giorni di permesso al mese, a scelta del lavoratore e senza preavviso, per l’assistenza a un familiare invalido, malato o non autosufficiente.

Questo contratto prevede che, per avere i permessi, “il lavoratore presenti un piano di programmazione mensile degli stessi con un anticipo di 10 giorni rispetto al mese di fruizione, fatto salvi i casi di necessità e urgenza”. Chi stabilisce e con quali criteri i casi di urgenza e necessità? Nel contratto non è specificato.

È INACCETTABILE

Dichiarano di proteggere la salute dei lavoratori e dei loro familiari (con l’obbligo di aderire alla sanità integrativa), ma attaccano il diritto alla cura dei malati.

A pagarne di più le conseguenze saranno le donne, che in genere sono quelle su cui pesa maggiormente il lavoro d’assistenza parentale.

Il NO a questo contratto deve diventare il NO a decenni di sacrifici che sono serviti solo a ingrassare i padroni e impoverire i lavoratori.

NON AUMENTA IL SALARIO

DIMINUISCE I DIRITTI

APRE LA STRADA ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SANITÀ

NO A UN ALTRO CONTRATTO TRUFFA!


Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione Romagna "D. Maltoni"

venerdì 16 dicembre 2016

Expo criminale: il sindaco manager al servizio del capitale Anche Sala finisce nel registro degli indagati sull'affare Expo.



Un sindaco manager che negli anni si è mosso e districato con particolare astuzia nei rapporti tra politica, poteri forti e malaffare, prima al servizio della giunta di centrodestra a guida Letizia Moratti, poi folgorato sulla via del centrosinistra con la sua candidatura a sindaco della città di Milano sostenuta da tutta la sinistra democratica e riformista, compresa quella della Milano in Comune di Basilio Rizzo, pronta e prona a offrire il suo sostegno al ballottaggio.
L'uomo Expo, quello che doveva incarnare il proseguimento della (disastrosa) stagione arancione di Pisapia, l'uomo che ancora non ha presentato il bilancio ufficiale di Expo. L'uomo degno rappresentante di una sinistra cialtrona,complice dei poteri forti e del malaffare.
Expo è stata l'ennesima dimostrazione di come politici e affaristi vari si riempiono la bocca presentando i grandi eventi  e le grandi opere come opportunità di crescita e di sviluppo per le nostre città e per il nostro Paese.
Nella realtà dei fatti Expo non è stato altro che un grande banchetto per capitalisti e malaffare.
Altro che nutrire il pianeta! Ad essere nutrite sone state le tasche di pochi. A farne le spese i lavoratori e gli sfruttati di questa città, le periferie abbandonate che da Expo nulla hanno guadagnato.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, l'unico partito che a sinistra si è presentato con una propria lista autonoma contro Sala, coerente con il suo programma, rivendica la cacciata di Sala.

Contro tutti i partiti che banchettano approfittando delle nostre risorse e del nostro territorio rivendichiamo l'unico governo in grado di spazzare il malaffare e la corruzione, il Governo dei lavoratori!

Se ne vadano tutti, governino i lavoratori!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sezione di Milano

mercoledì 14 dicembre 2016

Governo Gentiloni: il renzismo senza Renzi



Il “nuovo” governo Gentiloni è la continuità mascherata del renzismo. Una forma di renzismo senza Renzi. Un governo-ponte che nelle intenzioni di Renzi dovrebbe dargli il tempo di preparare la sospirata rivincita elettorale. Il più presto possibile, s'intende, nella speranza di travasare sul PD il 41% del Sì alla riforma costituzionale (bocciata).

Per coltivare il sogno della rivincita, Renzi aveva tre necessità complementari. La prima: fare un (breve) passo indietro nella scena politica, per onorare le promesse pubbliche in caso di sconfitta e provare a riabilitare la propria immagine ammaccata. La seconda: disporre di un potere di controllo sul nuovo governo ed in particolare sulle scelte delicate in fatto di nomine pubbliche (che sono parte del blocco di potere del renzismo). La terza: disporre di un governo sufficientemente debole, incapace di fargli ombra, incapace di travalicare i tempi brevi che Renzi gli ha assegnato.

Il governo Gentiloni risponde a queste necessità. Matteo Renzi conserva una propria presenza diretta nell'esecutivo grazie all'inserimento di Luca Lotti e di Maria Elena Boschi, la più stretta scuderia renziana. Affida la partita decisiva della prossima legge elettorale ad Anna Finocchiaro, la cui fedeltà è stata già sperimentata nel fiancheggiamento diretto di Boschi lungo lo scontro sulla riforma istituzionale. Preserva i propri ministri economici fondamentali (Padoan e Poletti), per preservare il patto di ferro con Confindustria e con le banche. Offre rappresentanza ministeriale a tutte le correnti della maggioranza filorenziana del PD, per assicurarsi il controllo del fronte interno al partito al piede di partenza del suo congresso. Cancella la sola ministra Giannini, ormai bruciata sull'altare della Buona Scuola, e zavorra più di ogni altra per l'immagine del renzismo. Respinge infine la candidatura ministeriale di Verdini, sia per evitare nuovi appesantimenti di immagine, sia soprattutto perché un governo più ballerino sui numeri al Senato avrà maggiori difficoltà a durare, e potrà essere più facilmente sfiduciato.

Questa operazione tuttavia ha due punti di debolezza.
La prima è l'immagine pubblica obiettivamente provocatoria di un governo che schiera in prima fila tutte le figure sconfitte dal No del 4 dicembre: la garanzia di controllo renziano sul governo viene pagata al caro prezzo di una sfrontata continuità ministeriale. Il renzismo senza Renzi oltre una certa soglia di impudicizia rischia di zavorrare ulteriormente proprio l'immagine di Renzi e le sue ambizioni di rivincita.

Il secondo fattore di complicazione riguarda il rapporto con una parte non irrilevante dei poteri forti. Poteri a suo tempo tutti schierati col renzismo nel momento della sua ascesa e delle sue promesse di stabilizzazione reazionaria, ma che oggi diffidano dello spirito avventuriero di un (aspirante) Bonaparte sconfitto che rischia di anteporre la propria sete di rivincita all'interesse generale di sistema. Lo sguardo critico della grande stampa borghese verso un governo paravento delle ambizioni del renzismo è sintomatico di questa preoccupazione. La stessa Presidenza della Repubblica ne è investita.

Resta il fatto che il governo Gentiloni continuerà le pratiche correnti del renzismo e del grande capitale contro i lavoratori italiani. La continuità della gestione del Jobs Act. La continuità della detassazione dei profitti già sigillata dall'ultima Legge di stabilità, a carico di spese e protezioni sociali. La continuità del soccorso pubblico al potere bancario, con l'annunciato salvataggio del Monte dei Paschi di Siena a carico dei lavoratori contribuenti. La continuità delle politiche di segregazione e di espulsione dei migranti, in sintonia con la campagna del populismo reazionario (Salvini e Di Battista).

La costruzione di un'opposizione sociale, unitaria e di massa, contro il renzismo e la sua versione mascherata, è l'unica via per dare una prospettiva progressiva alla vittoria del No del 4 dicembre.

Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 7 dicembre 2016

TRE VOLTE NO OLTRE IL NO A RENZI, RESPINGERE IL CCNL METALMECCANICI



La disfatta che il NO al referendum ha imposto al populismo di governo e al progetto bonapartista di Renzi rappresentano per i lavoratori un fatto straordinariamente positivo. Il governo Renzi si è caratterizzato come uno dei governi più antioperai della storia della Repubblica, coniugando questo suo tratto con il tentativo di istituzionalizzare l'azione di governo a basso consenso, attraverso la combinazione della riforma costituzionale e di una legge elettorale tra le più antidemocratiche mai proposte. Proprio le resistenze sociali alle principali bandiere del renzismo,  il Jobs Act e la Buona Scuola, hanno gettato i semi di una crisi di consenso che è sfociata nel tracollo referendario. La sconfitta del governo Renzi e della sua riforma significa dunque anche un freno all'avanzata dei padroni sul terreno del conflitto di classe dal versante istituzionale.
Il NO al referendum è stato caratterizzato anche dalla natura composita dei fronti tanto sociali quanto politici che lo hanno sostenuto. Le destre populiste (Grillo, Salvini, Berlusconi) si stanno  già lanciando come avvoltoi sul cadavere del renzismo per riuscire a capitalizzare a loro uso e consumo il risultato del voto tutte nel nome di una loro specifica soluzione reazionaria della crisi in corso. La Lega punta alla ricompattazione del centrodestra intorno a Salvini, nel nome dell'imitazione di Donald Trump, della caccia ai migranti e del più becero nazionalismo; Berlusconi tenta di spingere il PD, ora visibilmente indebolito, ad un nuovo abbraccio su legge elettorale, riforme istituzionali e detassazione delle imprese; il M5S invoca elezioni immediate (con l'Italicum) per coronare la corsa al governo imperniata su un programma che contrappone frontalmente il reddito di cittadinanza alla redistribuzione del lavoro, punta all'abolizione dell'IRAP e spinge su umori xenofobi e nazionalisti.
Il movimento operaio non ha niente da spartire con nessuna di queste alternative. Un sonoro NO dunque deve essere risposto anche ad ogni subordinazione passiva alle destre che si contendono il bottino di guerra. La posta in gioco ora è una risposta di classe alla crisi in corso, risposta che solo il movimento operaio può promuovere.
Per fare ciò occorre mettere in campo una mobilitazione straordinaria che metta sul piatto un programma di rottura, in grado di voltare pagina; un programma che porti le bandiere della cancellazione di tutte le leggi antioperaie promosse negli ultimi 30 anni, a partire dal Jobs Act e dalla Buona scuola, che rompa con ogni feticcio della governabilità borghese e pretenda  una legge elettorale compiutamente proporzionale, che possa abolire il debito pubblico verso le banche che possa licenziare i licenziatori e ripartire tra tutti il lavoro esistente, attraverso la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario. Un NO, dunque, anche alla pesante eredità che il Governo Renzi ci lascia in termini di sfondamento padronale sui diritti e sui salari dei lavoratori.
Al servizio di questa prospettiva autonoma, di questo programma indipendente dei lavoratori, è necessario costruire il più ampio fronte di lotta del movimento operaio e delle sue organizzazioni. E al servizio di tutto ciò vanno respinti con chiaro e forte NO tutti gli accordi sindacali a perdere che la burocrazia sindacale ha regalato al governo alla vigilia del referendum, nella pubblica amministrazione come nei servizi dell'igene ambientale, come per i metalmeccanici. Sarà fondamentale respingere nelle assemblee operaie del 19/20/21 il CCNL metalmeccanico: il NO a Renzi deve diventare il NO operaio a decenni di sacrifici, l'unico NO che può aprire lo spazio per la risalita della china, l'unico che può garantire una soluzione di classe della crisi.