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sabato 6 marzo 2021

8M - La lotta delle donne - LETTERA APERTA A TUTTE LE REALTÀ DELLA SINISTRA DI CLASSE

 

di Commissione donne e altre oppressioni di genere – PCL - Unità di Classe - Giornale Comunista dei Lavoratori n°9 - marzo 2021

 


 

Car* compagne e compagn*, la fase che stiamo attraversando, determinata dalla pandemia da Covid-19, che sta scaricando i suoi effetti in modo pesante e particolare sulle donne, segna la necessità del più ampio fronte nel campo delle oppressioni di genere. Il nuovo governo presieduto da Draghi riprenderà il cammino tracciato dai governi precedenti, ma forte del suo presunto “tecnicismo” e puntando tutto sulla immagine del capo super partes alla guida di una squadra di unità nazionale della borghesia e dei suoi partiti. Quale figura più adatta per imporre decisioni che peseranno sulla classe lavoratrice e le masse e popolari? Il Recovery Fund, 209 miliardi di cui 130 in prestito con tasso “agevolato”, pone già una ipoteca su pensioni, scuola e sanità. A questo si aggiungono le pressioni di Confindustria per lo sblocco dei licenziamenti, per dirottare parte cospicua di quei finanziamenti alle ristrutturazioni industriali e per tentare la mossa di una riforma del fisco chiedendo la cancellazione dell’IRAP e la revisione degli scaglioni IRPEF. Come giovani e donne stiamo già ora affrontando duramente la crisi pandemica che ha aggravato la situazione di crisi economica preesistente e la fase che ci aspetta, per quanto difficile da prevedere con precisione, non promette nulla di buono. I soggetti più colpiti dal Covid da un punto di vista economico siamo proprio noi: su un calo occupazionale di circa 550.000 posti di lavoro il 60% riguarda le donne. A ciò si aggiunge l’aumento della disoccupazione e al contempo le richieste di lavoro parttime per sostenere il doppio lavoro che da sempre contraddistingue la nostra condizione di vita. Molte di noi oggi devono prendersi cura non solo dei figli a casa da scuola, ma anche dei genitori o dei nonni. Si affianca a tutto questo l’attacco alla salute sessuale e riproduttiva, che vede in campo la minaccia congiunta di forze reazionarie e mondo cattolico. Le regioni Umbria, Marche e ora anche Abruzzo, sotto la guida delle destre, si sono schierate contro l’uso ambulatoriale della RU486, considerata, a torto e senza evidenze scientifiche, una procedura pericolosa, preferendo a questa l’utilizzo della IVG chirurgica (!), in un periodo peraltro delicato e nel quale andrebbe garantita la deospedalizzazione di alcune procedure per evitare il rischio del contagio da coronavirus. Infine, uno sguardo dovuto a quanto accade tra le mura domestiche, nelle case di tanti paesi del mondo. Durante la pandemia sono aumentati gli episodi di violenza di genere e i femminicidi. Il confinamento ha acuito il fenomeno, pur non essendone la causa, poiché la ricerca di aiuto e l’isolamento non hanno potuto ricevere adeguati e pronti interventi. I percorsi di denuncia e fuoriuscita dalla violenza sono già di per sé molto difficili e dolorosi da affrontare, a maggior motivo in una situazione come questa. Violenza che purtroppo si abbatte anche su donne immigrate che subiscono le peggiori nefandezze nei luoghi di lavoro, per non parlare della violenza disumana agita sulle donne e le trans all’interno della tratta. Quando pensiamo a come poter reagire a tutto questo, guardiamo alle esperienze che ci danno la forza per lottare, ammiriamo il coraggio delle donne argentine che hanno ottenuto con la loro lotta una importante vittoria sulla legalizzazione dell’aborto, nonostante il diritto all’interruzione di gravidanza sia comunque rimasto ostacolato dall’obiezione di coscienza e la legge non corrisponda agli elementi e alle rivendicazioni progressive avanzate dalla Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito – la marea verde – e rischi di essere sottoposta a eventuali successive modifiche. Sappiamo bene che le conquiste non sono mai date per sempre (come dimostrano i riflussi reazionari che anche nel nostro paese minano l’applicazione delle Legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza) e che vanno mantenute con la forza e il presidio del conflitto. Le donne polacche non sono certo da meno, per quanto vivano in un contesto molto differente e siano riuscite a costruire tenacemente una lotta estesa contro il fronte antiabortista, cattolico e reazionario. Ci sono nel mondo realtà di movimento, come in questi ultimi anni quello di Non Una di Meno, che sono state capaci di riportare migliaia di donne in piazza per denunciare il dilagare dei femminicidi, difendere l’autodeterminazione nella salute sessuale e riproduttiva, i propri diritti sociali e le proprie condizioni economiche, alla ricerca di una emancipazione necessaria per mettere la parola fine al patriarcato. Di questo movimento, pur non potendone condividere da un punto di vista marxista, anticapitalista e rivoluzionario l’impostazione, che non indica la necessità di una rottura rivoluzionaria con questo sistema sociale, noi appoggiamo diverse importanti rivendicazioni di carattere progressivo. Soprattutto riteniamo che sia necessaria la convergenza delle lotte e la più ampia dimensione di massa delle mobilitazioni contro tutte le oppressioni di genere: il tenersi insieme in un fronte ampio, diversamente composto da un punto di vista politico e sindacale ma che si collochi nettamente contro l’alleanza criminale del capitalismo e del patriarcato, in una prospettiva internazionalista. Un fronte d’azione unitario nelle piazze e soprattutto nei luoghi di sfruttamento. Un fronte che sappia mobilitare le donne e tutte le persone che subiscono oppressione di genere e che ponga all’interno delle strutture sindacali e politiche la necessità di fronteggiare con radicalità questo sistema criminale, oppressivo e violento. Un fronte che deve nascere da tutt* noi, superando ciascun* steccati e settarismi, atteggiamenti autocentrati e isolazionismi: la gravità del momento storico e la portata degli attacchi che subiamo in quanto donne rende questo fronte non solo necessario, ma dolorosamente urgente. Bisogna ripartire dal bagaglio della memoria collettiva e depurarla dalle distorsioni della cultura borghese attualmente egemone. Durante la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, la grande rivoluzionaria Clara Zetkin aveva proposto di fissare nel mese di marzo la giornata internazionale della donna in omaggio alle operaie che avevano portato avanti le prime lotte radicali contro il capitalismo, nelle fabbriche tessili newyorkesi. Nel 1914 le socialiste tedesche, russe e svedesi scelsero proprio l’8 marzo per celebrare questa giornata. Proprio in quella data nel 1917 le operaie tessili di Krasnaja Nit’ a Pietrogrado furono la scintilla che innescò la Rivoluzione russa. L’urgenza dell’azione unitaria che dobbiamo mettere in campo oggi, uccise nelle nostre case, ammalate sui posti di lavoro, gravate da compiti di assistenza disumani e da tutti i costi di una crisi sanitaria ed economica globale, richiama ciò che spinse alla ribellione le donne del ‘17. Questa è la linea di intervento di noi compagne e compagn* del PCL, che oggi come sempre saremo impegnat* in ogni percorso che possa contribuire ad abbattere congiuntamente capitalismo e patriarcato nella prospettiva del rovesciamento di questa società fallita e necrotica. Una giornata, dunque, di lotta e di mobilitazione, che non può essere taciuta e che deve necessariamente riprendere lo spirito con cui è nata.

Oggi come ieri.

lunedì 1 marzo 2021

CONTRO IL GOVERNO DRAGHI OPPOSIZIONE DI CLASSE

 

Per il più ampio fronte unitario della classe lavoratrice!

Editoriale di Marco Ferrando – Unità di Classe – Giornale Comunista dei lavoratori

marzo 2021

 


 

 

La nascita del governo Draghi segna una svolta importante dello scenario politico italiano. La crisi degli equilibri politici borghesi, e la straordinaria profondità della crisi capitalista, hanno prodotto una soluzione di eccezione: un governo di unità nazionale guidato dall’esponente di maggior prestigio del capitale finanziario. Non è il “Commissariamento dell’Italia da parte dell’Unione Europea”, come vuole la propaganda sovranista. È il tentativo di rilancio del capitalismo italiano all’interno dell’Unione e sullo scacchiere mediterraneo, nel segno di una spiccata linea atlantista. Di certo mai negli ultimi decenni la borghesia italiana è stata tanto unanime, al di là delle sue contraddizioni interne, nella venerazione di un proprio Presidente del Consiglio. La sua solenne investitura presidenziale è parte di questo scenario, così come l’annunciata ascesa di Draghi alla Presidenza della Repubblica nel 2022. Non è e non sarà un replay del governo Monti. La sua composizione coinvolge direttamente la quasi totalità dei partiti borghesi, scattati sull’attenti alla chiamata della Presidenza della Repubblica. Persino la furbesca “opposizione” di Fratelli d’Italia si annuncia “responsabile e patriottica”. Inoltre, le disponibilità finanziarie di cui il governo si avvale sono straordinarie perché legate alla svolta delle politiche di bilancio in Europa: saranno mobilitate a sostegno della ristrutturazione capitalistica con un investimento concentrato sull’alta tecnologia, la digitalizzazione, la nuova frontiera della mobilità elettrica, le grandi opere infrastrutturali. Una gigantesca mole di soldi presi a prestito sul mercato finanziario – attraverso l’indebitamento continentale e nazionale – verrà girata sul portafoglio delle banche e dei capitalisti. La Next Generation pagherà il conto dell’operazione. Lo stesso ricorso al Recovery Fund non è gratis. Per attingere al fondo comune continentale – una sorta di cassa di mutua assistenza del capitale europeo – i diversi Stati capitalisti si impegnano a completare le famigerate riforme strutturali a garanzia del capitale finanziario. Nel caso dell’Italia, principale beneficiaria, si tratta del cosiddetto “ritorno alla Legge Fornero”, con la cancellazione dell’elemosina di quota 100; della riorganizzazione ancor più privatistica della pubblica amministrazione; di un nuovo codice degli appalti che riduca ulteriormente l’intralcio di ogni regolazione; e soprattutto di un controllo della forza lavoro nelle fabbriche ulteriormente disciplinato. Non sarà una missione semplice. La fuoriuscita dalla pandemia inciampa sul ritardo della vaccinazione di massa imposto dalle grandi aziende farmaceutiche e dallo sfascio strutturale del sistema sanitario. Le nuove varianti del virus impongono ulteriori restrizioni. Le restrizioni ostacolano la ripresa dell’economia, e appesantiscono la zavorra del debito pubblico. L’Italia è per ora protetta dall’acquisto dei titoli della BCE, che abbatte i tassi di interesse. Ma fino a quando? La questione del debito italiano tornerà presto a rappresentare una questione europea. La rinegoziazione continentale delle politiche di bilancio, una volta archiviata la pandemia, ripartirà da lì. Il nuovo governo lavora in salita. La retorica tronfia che ha accompagnato il suo esordio è già in parte sfiorita. L’unità nazionale è attraversata da numerose crepe, dalla scissione interna della principale forza parlamentare, dai sommovimenti interni al PD, dall’esigenza di Salvini di difendersi dalla concorrenza di Fratelli d’Italia. La prossimità delle elezioni amministrative, e la relativa vicinanza delle elezioni politiche, tanto più nel caso dell’ascesa di Draghi alla Presidenza della Repubblica, moltiplicheranno tensioni e frizioni. Ma soprattutto il governo è chiamato alla prova del fuoco dello sblocco dei licenziamenti. Draghi teme come la peste il conflitto sociale. Non a caso ha impostato una politica di concertazione con le burocrazie sindacali e con Landini in primis con l’obiettivo di sminare il terreno. Ma il terreno che Draghi vuole sminare è lo stesso su cui deve avanzare. Lo chiede Confindustria, grande sponsor del nuovo governo, che ora vuole incassare il dividendo. Lo chiede l’intero blocco dominante, che si attende da Draghi atti di svolta. Tutto lascia pensare che al più tardi i licenziamenti saranno sbloccati a giugno in parallelo con un possibile potenziamento della Naspi. Tra aziende “zombie” abbandonate alla chiusura e aziende “sane” con libertà di ristrutturare si profila una valanga sociale di notevoli proporzioni. Un milione di lavoratori licenziati che si somma ai 600000 precari già buttati in mezzo alla strada nell’anno trascorso. Una ecatombe.

Il governo dispone al piede di partenza  di una opinione pubblica favorevole.  Ma la veste di “salvatore della Patria”  che la stampa borghese ha donato a  Draghi potrebbe rivelarsi un boomerang.  Peraltro, la stessa attesa fiduciosa  convive già oggi con una sottile diffidenza,  memore dell’esperienza Monti.  Allora la tensione sociale prodotta dalla  crisi e dal trauma della delusione trovò  nel populismo reazionario la propria  valvola di sfogo passivo. Fu il momento  della grande ascesa del M5S, poi sgonfiatosi  a vantaggio di Salvini. Ma ora la  svolta dell’unità nazionale col pieno  coinvolgimento di M5S e Lega sancisce  il tracollo delle narrazioni populiste  e della loro credibilità presso milioni  di lavoratori salariati. Il fallimento di  tutte le illusioni reazionarie “anti-euro”  e “anti-casta”, seminate per anni da  imbonitori e giullari, non potrebbe  essere più clamoroso.  Va detto forte e chiaro in ogni  sede: i fatti dimostrano una volta di  più che la linea divisoria vera non è  quella che passa tra euro e no euro,  tra popolo e casta, tra italiani e immigrati,  ma è quella che passa tra capitale  e lavoro. Se la borghesia raduna  attorno a sé tutti i suoi partiti in una  grande unità nazionale, va costruito  contro la borghesia il più ampio fronte  unico della classe lavoratrice e di tutte  le sue organizzazioni. Ricostruire una  opposizione di classe e di massa, definire  una piattaforma di lotta indipendente  che si ponga all’altezza del livello  annunciato dello scontro, unire nella  lotta la propria azione, è oggi il compito  dell’avanguardia, ovunque collocata. 

Fuori da ogni logica di autorecinzione. 

LA PROSPETTIVA DI UN’ALTERNATIVA SOCIALISTA INTERNAZIONALE

 

Il movimento comunista nacque come movimento internazionale. Perché la prospettiva socialista è realizzabile compiutamente solo su scala internazionale, solo rovesciando la realtà internazionale del capitalismo e dell’imperialismo. 


Tanto più oggi il recupero di un’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia di classe internazionale è condizione indispensabile di un autentico rilancio di una prospettiva comunista. 

Tanto più oggi dopo il crollo dell’URSS il quadro capitalistico è profondamente integrato sul piano mondiale. 

La realtà della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica acuisce la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice internazionale, tra diversi paesi e continenti. Ogni seria lotta di classe sul piano nazionale, persino al livello di singole categorie o grandi aziende, pone l’esigenza di un raccordo internazionale con i lavoratori e le lotte degli altri paesi. Così ogni movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi contro l’imperialismo, a partire dal popolo palestinese e dal popolo arabo in generale, indica l’ obiettiva necessità di una convergenza di lotta con la classe operaia dei paesi imperialisti: così come quest’ultima può e deve porsi nel proprio stesso interesse, l’ esigenza di un pieno e incondizionato sostegno ai movimenti di liberazione dei popoli oppressi, al loro diritto di autodeterminazione, alla loro azione di resistenza. 
I comunisti, tanto più oggi, devono sviluppare in ogni lotta nazionale la consapevolezza della necessità di una prospettiva internazionale di liberazione. E al tempo stesso devono lavorare ad unire, su scala mondiale, tutte le rivendicazioni e domande delle classi oppresse per ricondurle ad una prospettiva socialista. Ciò implica il raggruppamento organizzato su scala internazionale dei comunisti rivoluzionari e dei settori più avanzati dell’avanguardia di classe, al di là delle diverse provenienze e collocazioni attuali, sulle basi programmatiche e sui principi del marxismo. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegna in questa direzione con tutte le proprie forze.