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giovedì 28 giugno 2018

GENOVA 30 GIUGNO 2018. CONTRO FASCISMO E CAPITALE, PROVE DI FRONTE UNICO

Il PCL aderisce e promuove l'appello di Genova Antifascista



Il 30 giugno 2018 a Genova ci sarà un grande corteo di massa e di classe promosso dal raggruppamento di cui siamo parte, Genova Antifascista, assieme ad ANPI e CGIL.
Una giornata che lancia la necessità e la prospettiva di un fronte unico di classe e di massa contro il fascismo e contro lo sfruttamento capitalistico, di cui il primo si fa strumento.
Aderiamo e promuoviamo l'appello di Genova Antifascista nella prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici per abbattere definitivamente la barbarie e la reazione!

Un lungo e travagliato percorso di costruzione, lotta, discussioni, trattative e dibattiti ha portato l'antifascismo genovese a scendere unitariamente e pluralmente in piazza nel giorno della commemorazione dei celeberrimi e gloriosi fatti del 30 giugno del 1960.

Un parallelo impegnativo, in una fase storica e politica di netto arretramento della coscienza di classe e delle mobilitazioni di massa, di radicamento di una coscienza reazionaria e razzista che trova la sua espressione populista e fintamente antisistema nell'attuale governo Lega-Movimento 5 Stelle, e che si manifesta nella crescita e nel radicamento delle organizzazioni da combattimento della reazione neofascista – CasaPound, Lealtà Azione, Forza Nuova, Generazione Identitaria etc.

Genova Antifascista, il raggruppamento che vede al suo interno differenti anime della sinistra politica radicale, sindacale e di movimento - di cui noi siamo parte integrante - si è fatta promotrice di un percorso di costruzione di una giornata di opposizione alla crescita delle organizzazioni neofasciste, ai connubi e spalleggiamenti reciproci di questi con le giunte Toti e Bucci, alle politiche di questo governo come a quelle dei governi passati, e in particolar modo ai più recenti a guida Partito Democratico – quelli che hanno portato avanti i peggiori attacchi alle condizioni sociali, economiche e di vita di lavoratori, migranti, disoccupati etc.

In questo contesto, però, si è deciso di affrontare la fase di emergenza lanciando la necessità di un fronte unico di massa e di classe, rapportandosi anche con due strutture come la CGIL e l'ANPI, con cui erano emerse, ed esistono tuttora, non poche frizioni in molti passaggi politici cittadini e nazionali per la loro sudditanza alle direttive del PD – il corteo del 3 febbraio 2018 e la sua piattaforma, la giornata di lotta a Macerata, il 25 aprile genovese e le contestazioni al sindaco Bucci e al presidente Toti sul palco della piazza. Le loro burocrazie sono molto distanti dal concetto di antifascismo anticapitalista e coerente, necessario a far fronte a questa ondata reazionaria, ma rimane necessario rapportarsi con la loro base e pretendere il loro impegno in una mobilitazione realmente ampia e plurale per rispondere alla minaccia attuale.
Una sfida politica in cui due grandi anime – altrettanto composite al loro interno – scendono in piazza unitariamente per marciare separate e colpire unite.

Quel che ci preme sottolineare, oltre alla pluralità della giornata, è l'importanza della piattaforma politica sancita da Genova Antifascista per caratterizzare la propria parte di piazza e la propria declinazione di antifascismo. Una piattaforma che consideriamo d'esempio per un antifascismo conseguente, che sappia individuare i nemici di classe di cui fascismo e razzismo si fanno strumento contro i proletari e le masse, che richiami ad un fronte unico di classe e di massa contro le politiche padronali portate avanti da governi di centrosinistra, di centrodestra e da quelli tecnici, che metta quindi in discussione l'impianto capitalista della società come causa dell'attuale barbarie.
Una piattaforma che abbiamo contribuito a costruire e che ci sentiamo di sostenere apertamente, che delinea una demarcazione anche dall'ambiguità della sinistra costituzionalista e delle burocrazie sindacali, che non si spingono oltre ad un formale e commemorativo antifascismo con cui cercare di coprire le proprie responsabilità di fronte alle aggressioni e al disarmo del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, e delle masse oppresse e discriminate.
L'unica nota negativa, che non abbiamo mancato di segnalare nei dibatti e nella costruzione della giornata, è il divieto di poter esprimere le diverse soggettività politiche e partitiche con le proprie bandiere e i propri striscioni. Una scelta che a nostro avviso impoverisce la possibilità di esprimere le differenti anime e caratterizzazioni dell'antifascismo politico.

Ribadiamo, quindi, la nostra piena adesione alla giornata di mobilitazione del 30 giugno 2018, rilanciando l'appuntamento per il concentramento presso la Stazione Marittima, per ripercorrere il percorso del 1960 fino a Piazza De Ferrari.
Un'adesione militante e attiva, come è sempre stata la nostra partecipazione a questo percorso di lotta, sempre più centrale oggi di fronte alla campagna insanguinata contro migranti e profughi di questo nuovo governo giallo-verde.
Un'adesione per ribadire che il fascismo e il capitalismo sono espressioni del dominio della borghesia e del padronato sulla società; sono strumento per lo sfruttamento e l'oppressione di lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, immigrati e profughi, donne e comunità LGBTQI, poveri e oppressi; sono strumento per alimentare guerre tra poveri e per alimentare il consenso a politiche imperialistiche e predatorie.
Solo il fronte unico di massa e di classe, sostenuto da uno sciopero generale politico, può contrastare, con la forza di tutti gli oppressi e gli sfruttati, questo dominio e questo potere.
Solo la prospettiva della costruzione del governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che ponga la società, le leve centrali dell'economia e della finanza, le aziende e i luoghi di vita sotto il controllo delle organizzazioni autonome della classe lavoratrice, può sconfiggere definitivamente il fascismo e lo sfruttamento.
Solo con la rivoluzione comunista e un nuovo impianto di società, fondato sulla democrazia dei lavoratori e sulla pianificazione della produzione e della distribuzione negli interessi delle masse e della classe lavoratrice, è possibile dare un'alternativa internazionale alla barbarie in cui sta sprofondando la società.

Scenderemo in piazza con uno slogan antifascista chiaro, rivoluzionario, anticapitalista, internazionalista e classista:
Contro fascismo e capitale, governo dei lavoratori e delle lavoratrici!



Qui di seguito la piattaforma politica di Genova Antifascista per il 30 giugno 2018


PER UN 30 GIUGNO ANTIFASCISTA
PER GENERALIZZARE LE LOTTE E COLPIRE UNITI

Il 30 giugno 1960 capitò qualcosa che unì la parte più sana della popolazione: la rivolta contro il congresso fascista a Genova e contro il Governo Tambroni sostenuto dal MSI. Allora capimmo da che parte schierarci e a difesa di quali valori fondamentali. La memoria di quanto successe allora ci serva da esempio anche per l’oggi.
Perché in tutta Italia, come anche a Genova, sono aumentate le provocazioni, le aggressioni, fino all’omicidio, da parte di neofascisti, razzisti, omofobi e xenofobi. Perché si rafforzano le organizzazioni politiche populiste e nazionaliste, che occupano il potere di governi e giunte e forniscono agibilità agli squadristi.
A Genova le giunte di Toti e di Bucci, infatti, hanno legittimato, difeso e/o patrocinato gli atti dei fascisti, si chiamino CasaPound, Forza Nuova o Lealtà Azione.
Nel frattempo la repressione viene usata per colpire chi si oppone alla crescita dei fascismi; chi lotta sul luogo di lavoro; chi lotta nelle mobilitazioni sociali e si oppone alle grandi opere della speculazione, al saccheggio e alla devastazione di interi territori in nome del profitto, alle organizzazioni mafiose e alle politiche di generale aggressione alle condizioni degli sfruttati e di discriminazione degli oppressi: lavoratori e precari, disoccupati, immigrati, donne e identità di genere LGBTQI. Denunce, licenziamenti, multe, processi, daspo urbani, fogli di via sono i principali strumenti usati.
I neofascisti, nel frattempo, alimentano razzismo, xenofobia, omofobia, modelli patriarcali e repressivi, ideologie di guerra, e guerre tra poveri, dove gli unici vincitori sono i ricchi e gli sfruttatori.
Mobilitiamoci per:

– cacciare le organizzazioni fasciste e chiudere i loro covi, dando applicazione alla Costituzione che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, e rispettando la memoria di Genova, unica città liberata dall'insurrezione di lavoratori, abitanti e partigiani e, per questo, medaglia d’oro.

– un lavoro e salari dignitosi e contro lo sfruttamento, le morti e la mancanza di sicurezza; per opporci alla precarietà imposta dai pacchetti Treu al Jobs Act, alla cancellazione dei diritti sindacali e di sciopero, al lavoro gratuito in ogni sua forma – stages, alternanza scuola-lavoro, “volontariato” obbligatorio per rifugiati – e bloccare la chiusura delle aziende.

– contrastare le devastazioni ambientali e dei territori per un piano di contrasto al dissesto idrogeologico e per contrastare la ghettizzazione delle periferie costruendo quartieri e comunità solidali, accoglienti, antirazziste e antifasciste in grado di autogestirsi.

– fermare i tagli e le privatizzazioni di servizi essenziali come la salute, il trasporto, la casa, la scuola e l’università, i servizi sociali. Perché siano pubblici, universali, gratuiti e di qualità, non sottomessi alle regole della concorrenza e del mercato.

– opporci alle politiche oscurantiste che provano ad attaccare ulteriormente il diritto all’aborto, i consultori pubblici, i diritti civili della comunità LGBTQI, delle famiglie arcobaleno e l'autodeterminazione delle donne riaffermando il modello patriarcale dominante.

– combattere la persecuzione dei cosiddetti “reati sociali”, con cui si colpisce chi lotta per i diritti e le necessità di tutti e tutte, mentre è considerato legittimo arricchirsi con sfruttamento, speculazioni, devastazioni, nuove schiavitù. Per un’amnistia generale dei reati sociali.

– combattere il razzismo e la guerra tra poveri, contro le leggi che aggrediscono i diritti di migranti e rifugiati, criminalizzandoli – come la legge Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e il decreto Minniti-Orlando, contro i nuovi campi di concentramento in Italia e nel Nord Africa con cui si costruiscono frontiere di morte.

– fermare i venti di guerra a difesa degli interessi imperialistici e predatori di banche e padroni, attraverso la devastazione di intere porzioni di mondo e di umanità – Medio Oriente, Est Europa, Africa. Attacchiamo le nostre stesse classi sfruttatrici, in prima linea in questa spartizione.

– richiedere le dimissioni del sindaco Bucci e del presidente Toti, per quanto già detto nella premessa, e per la loro mancanza di rappresentatività nella popolazione.

Per questo facciamo appello a una mobilitazione unitaria e plurale, in cui tutte le anime dell’antifascismo possano esprimersi nel rispetto reciproco e delle varie differenze. Per un movimento antifascista che promuova il fronte unico di massa e di classe, per colpire uniti la minaccia neofascista e le politiche portate avanti dai mandanti politici degli squadristi: banchieri, padroni, speculatori e partiti di governo.

Per un antifascismo di lotta, di classe, di massa, riprendiamo gli insegnamenti del 30 giugno 1960!
Appuntamento a Genova il 30 giugno 2018 davanti alla Stazione Marittima alle 17:00

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 26 giugno 2018

PRIMA GLI SFRUTTATI! LA CAMPAGNA CONTRO GLI IMMIGRATI È CONTRO DI TE



“Prima gli italiani” è la bandiera di Salvini, con Di Maio complice.
Richiama facile consenso ma è una truffa contro di te. Serve a distogliere il tuo sguardo da chi ti sfrutta per indirizzarlo contro altri sfruttati. Perché il tuo vero nemico non è l'immigrato, è il padrone che ti toglie il lavoro, che ti paga un salario da fame, che ti costringe a orari massacranti, oppure il banchiere che ti impicca a un mutuo che vale una vita. Guarda caso sono gli stessi capitalisti cui Salvini e Di Maio regalano la Flat tax mettendola sul tuo conto. Altre decine di miliardi regalati ai padroni, pagati inevitabilmente coi tagli alla sanità, ai servizi, al lavoro (come hanno fatto i governi del PD). Gli italiani che vengono “prima” sono loro, non sei tu. Tu sei quello che paga. Per loro non è mai finita la pacchia, per te non c'è mai stata.

“Cacciamo 500.000 clandestini”, grida Salvini.
Ma i “clandestini” sono quelli che la legge Bossi-Fini ha reso tali. Perché magari hanno perso il lavoro, e dunque il permesso di soggiorno. Perché senza permesso sono sfruttabili senza tutele e senza limiti, a esclusivo vantaggio dei profitti. Perché anche centinaia di migliaia di immigrati regolari, nei campi o nei cantieri, vengono costretti a 12 ore di lavoro per un euro all'ora dalla sola paura di perdere il lavoro, e dunque il permesso. E per questo sono usati a loro volta come arma di ricatto contro i lavoratori italiani. Regolarizzare gli immigrati, cancellare la Bossi-Fini, è dunque nel tuo interesse, non in quello del tuo padrone. A uguale lavoro, uguali diritti!

“Gli immigrati arrivano in troppi, dobbiamo respingerli”.
La verità è che troppi sono i giovani, le donne, i bambini, costretti a fuggire da guerre e saccheggi che da sempre i capitalisti di casa nostra portano a casa loro, a caccia di petrolio, litio, cobalto, espropriando terre e corrompendo governi. In tutta la storia dell'umanità nessuna legge per quanto dura ha mai arrestato la fuga dalla fame e dalla morte. Se 34.000 morti nel Mediterraneo non sono stati sufficienti ad arrestare i flussi, quale legge sarà mai “sufficiente”? L'unico vero effetto degli sbarramenti è aumentare le pene dei migranti. Come quelle inflitte dalle milizie libiche nei campi lager finanziati da Minniti (coi soldi tuoi) col plauso di Salvini. Lo stesso che oggi vorrebbe pagare nuovi campi di concentramento in Libia. Questa è la vera complicità coi trafficanti, a tue spese.

“L'Europa ci ha lasciato soli e ora ci fa la morale”.
La verità è che nessun governo europeo può fare la morale a nessuno. Ognuno di loro vuole continuare a saccheggiare l'Africa (sgomitando con gli alleati concorrenti) e al tempo stesso respinge l'esodo che quel saccheggio produce. Ognuno dichiara principi umanitari, ma solo quando si tratta della frontiera altrui. Ognuno sventola la propria bandiera nazionale, Macron contro Salvini, Salvini contro Macron, i migranti presi come ostaggio: in realtà ognuno cerca di raccattare consenso tra i propri salariati per amministrare gli interessi dei propri capitalisti. Parlano della tua “sovranità”, ma è la sovranità del capitale contro di te. In ogni paese e sotto ogni governo.

C'è allora un solo modo di risolvere la questione dell'immigrazione. Mettere in discussione un regime inumano che la produce e la sfrutta. Quel regime si chiama capitalismo, in Italia, in Francia, in America e ovunque. Invece di farci arruolare dietro le bandiere nazionaliste dei nostri sfruttatori, in una guerra che non ci riguarda e che è fatta contro di noi, è necessario unire in una lotta comune tutti gli sfruttati, di ogni nazione e colore, contro il nemico comune. Per un'Europa socialista.

“Prima gli sfruttati” è ovunque l'unica nostra frontiera.

Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 25 giugno 2018

IL DIRITTO DI SCIOPERO E L’OFFENSIVA PADRONALE IN ATTO



Intervista a Luca Scacchi
Pubblichiamo un'intervista a Luca Scacchi dal sito "Il Pane e le rose", nella quale vengono analizzati e discussi gli aspetti dell'attuale scenario sociale e politico relativamente al mondo del lavoro, con riferimento in particolare alle lotte degli ultimi anni e al tema del diritto di sciopero


L’attuale attacco al diritto di sciopero è uno dei temi che, di qui ai prossimi mesi, intendiamo sviscerare meglio. Senza sganciarlo, ovviamente, dal contesto in cui s’inserisce, che è quello di una più generale iniziativa del padronato, volta a modificare a proprio favore i rapporti tra le classi. In quest’ottica, abbiamo trovato un interlocutore prezioso in Luca Scacchi, ricercatore all’Università d’Aosta, attivo sindacalmente nella FLC-CGIL e membro del Comitato direttivo della CGIL, in cui fa parte dell'area programmatica di opposizione "Il sindacato è un'altra cosa”. Nelle sue parole emergono chiaramente i tratti distintivi di un'offensiva contro la classe lavoratrice che, certo, ha registrato una parziale frenata, in seguito a lotte che si sono contrapposte alla carica lanciata dal governo Renzi, ma che potrebbe riprendere vigore con l’attuale esecutivo, dal carattere marcatamente reazionario. Per questo è necessario reagire, utilizzando con vigore un diritto, lo sciopero, che si difende anzitutto mettendolo in pratica. Di più, Scacchi spiega limpidamente quanto il superamento del particolarismo di tanto sindacalismo conflittuale sia una delle condizione necessarie per dare avvio a una nuova stagione conflittuale.

Nelle settimane immediatamente successive alla tornata elettorale del 4 marzo, su diversi quotidiani, tra i quali Il Messaggero di Roma, sono comparsi articoli incentrati sulla necessità di nuove normative anti-sciopero. Su questo piano, stiamo per approssimarci alla stretta finale?
Ci troviamo di fronte alla ripresa di un’offensiva padronale a tutto campo.
Una ripresa, perché negli ultimi anni le difficoltà e la crisi di consenso del governo Renzi (dopo Jobs Act, Buona Scuola e referendum Costituzionale) avevano oggettivamente rallentato lo slancio con cui la Confindustria (e tutto il capitale italiano) volevano smantellare i diritti, i salari e il sistema contrattuale nazionale. Ci collochiamo, infatti, in una crisi lunga, profonda e generale, ben lontana dall’esser passata. Il padronato si è diviso in molte frazioni e componenti (le grandi imprese nostrane, quelle straniere in Italia e quelle inglobate in multinazionali, anche con posizioni di rilievo; le medie in crescita e le piccole diffuse; quelle centrate sulle esportazioni e quelle sui mercati locali; quelle monopolistiche e quelle in competizione; manifatturiere e commerciali; ecc ): ognuna segue le proprie strategie di sopravvivenza, ognuna cerca le proprie strade per aumentare i margini di profitto e sfruttare la sua manodopera (allargando o riducendo la produzione, intensificando o dilatando lo sfruttamento, investendo sulla tecnologia o riducendo la propria esposizione finanziaria; ecc). Con la crisi è quindi definitivamente imploso ogni baricentro del capitale italiano: non c’è più un “salotto buono”, in grado di dare e all’occorrenza d’imporre un asse di regolazione al sistema produttivo ed al lavoro in questo paese. In questo quadro, le offensive, le resistenze, i punti di tenuta e di caduta dello scontro di classe si sono diversificati e scomposti: contratto per contratto, settore per settore, azienda per azienda. È anche per questo che si sono moltiplicati esponenzialmente i contratti e che risulta così difficile ricomporre e riunire le lotte (che spesso esplodono in momenti diversi, con dinamiche diverse, su elementi diversi). Per non dire di quanto sia difficile l’emergere un ciclo conflittuale in grado di generalizzarsi e di dare il segno della ripresa di una nuova stagione. In questo quadro complicato, negli ultimi anni è stata spesso la politica ad offrire al padronato il terreno su cui ricomporsi e condurre un’offensiva in grado di modificare i rapporti di forza generali tra le classi. È il caso del Jobs Act, punta di lancia di un’offensiva generale a favore delle imprese, contro il sindacato, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Ed infine anche contro il diritto di sciopero (a partire dal caso “costruito” delle assemblee al Colosseo ed ai Fori, su cui fu sviluppata una vera e propria campagna mediatica e politica da Renzi e dal PD). In quel quadro, tutto il padronato ha intravisto la possibilità di generalizzare il modello Marchionne, di aziendalizzare contratti e diritti, di subordinare definitivamente il sindacato agli interessi dell’impresa. Soprattutto di rendere facilmente variabili orari e salari nominali: l’obiettivo infatti è quello di cambiare la stessa struttura degli orari di lavoro e degli stipendi, inserendo meccanismi che li rendono strettamente collegati alle necessità produttive, modulandoli quindi al ribasso o al rialzo secondo la contingenza (straordinari obbligatori, estensione della multiperiodalità, salari accessori costruiti su presenza, produttività e prestazioni individuali, di squadra e di stabilimento; ecc). Un paio di anni fa si è provato pure a cancellare i contratti nazionali, cercando di proporre un unico livello contrattuale, a scelta (nazionale o aziendale, a seconda delle condizioni dell’impresa). Era quella la proposta con cui si presentò e fu eletto Boccia come presidente di Confindustria, era ciò che si mise sul tavolo all’avvio della nuova stagione contrattuale.

Tuttavia, a quel punto non ci si è ancora arrivati…
Sono stati il movimento di massa contro la Buona Scuola, la crescita del dissenso e il moltiplicarsi della critica nei confronti di Renzi, che hanno tolto fiato e prospettiva a quell’offensiva. Il padronato ha cambiato passo ed ha gestito la stagione dei rinnovi mirando a contenere gli aumenti nazionali e a sfondare sul piano dell’organizzazione e dei tempi di lavoro (in ogni contratto, in modi diversi). Solo Federmeccanica, sino alla fine, ha provato ad insistere nell’offensiva (cercando di dare gli aumenti nazionali solo ad una parte molto ristretta della categoria, facendo così saltare di fatto la logica universale dei ccnl) ed alla fine ha comunque quasi prefigurato un nuovo modello contrattuale. con aumenti livellati quasi a zero - 1,70 euro lordi mensili nel 2017 - ed il welfare contrattuale inserito nel trattamento economico. Un modello poi generalizzato con l’accordo del 9 marzo 2018. Le elezioni del 4 marzo cui vi riferivate, però, secondo me hanno nuovamente cambiato il quadro generale. I risultati che ne sono usciti non sono una sorpresa, ma consolidano le tendenze di questi anni: c’è stata una saldatura tra classi subalterne e movimenti politici reazionari (la Lega di Salvini ed i 5stelle, centrati su due rappresentazioni comunitarie della società e della politica). Queste forze sono oggi maggioranza nel Parlamento, hanno formato un governo comune, sono capaci di costruire egemonia e senso comune intorno alle loro rappresentazioni sociali. E’ il terreno ideale in cui si può ricomporre il padronato e procedere ad una nuova offensiva, superando anche i fragili assetti disegnati dal ccnl dei metalmeccanici e dall’accordo del marzo 2018 (che, da questo punto di vista, è probabilmente nato morto). In conclusione, non penso che stiamo approssimandoci ad una particolare stretta finale sul fronte degli scioperi, quanto ad una ripresa più generale di un’offensiva contro il lavoro, i salari e diritti. Di questa offensiva, ovviamente, i diritti sindacali sono uno dei terreni di scontro. I pennivendoli più accorti hanno sentito il vento che si sta alzando, si sono messi quindi in scia e ne hanno preparato il terreno sul piano dell’informazione. Non tanto una stretta finale, allora, quanto forse solo il tentativo di costruire le condizioni per la ripresa di un’offensiva generale, che in questo quadro rischia di travolgere non solo il diritto di sciopero, ma anche se non soprattutto la struttura dei salari e dei contratti nazionali, le condizioni di vita di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

In questo quadro, sarebbe da collocare un fatto: ancora in assenza di un esecutivo, la Commissione di Garanzia ha assestato un colpo al diritto di sciopero nel trasporto pubblico locale, aumentando i termini della rarefazione oggettiva, ossia l'arco temporale tra uno sciopero e l'altro (che passa a 20 giorni prima e 20 dopo, dai precedenti 10). S’è trattato di un portarsi avanti col lavoro, indicando una strada a governo e legislatori?
Si. È il tentativo di un apparato dello stato di indicare un possibile saliente di questa offensiva. Non sono solo i pennivendoli di regime ad accorgersi del vento che soffia e a mettersi in scia. Sono anche burocrati e funzionari del capitale. La Commissione di Garanzia ha subito colto il cambio di maggioranza del paese e del Parlamento. Ha intravisto una possibilità. Non solo di agire una stretta in assenza di un chiaro potere politico, ma anche di indicargli la strada. Non solo e non tanto per diradare l’arco temporale degli scioperi in un particolare settore (il trasporto pubblico). Io penso che l’obbiettivo sia stato soprattutto quello di sottolineare (negli atti, ma anche con le argomentazioni e le interviste) la necessità di intervenire contro sindacati piccoli e piccolissimi che costringono a queste misure, perché moltiplicano gli scioperi ed i conseguenti “effetti annuncio”. Lo scopo di questa campagna non è allora tanto quella di ridurre gli scioperi, quanto quello di porre con evidenza pubblica la necessità di trasformare il diritto di sciopero da individuale a collettivo. Cioè imbrigliarlo e controllarlo all’interno di meccanismi di verifica e rappresentanza come quello del Testo Unico del 10 gennaio. In questo modo si trasferisce la titolarità dei diritti sindacali dai lavoratori e le lavoratrici alle diverse organizzazioni sindacali. E poi magari solo ad alcune organizzazioni: quelle più grandi; o quelle che firmano i contratti; o, ancora, come in FCA solo quelle che si subordinano alle priorità e all’egemonia degli interessi aziendali. E’ un vero e proprio tentativo di indicare la strada: o meglio, è un’operazione utile a costruire il terreno per sviluppare poi un’offensiva più generale.
In tutto questo, la CGIL ha responsabilità gravissime. Non solo e non tanto nella risposta a questo singolo provvedimento. E neppure per il sostegno che, negli anni scorsi, ha dato alla logica e la prassi del Testo Unico, che sottende a questa campagna. La responsabilità più grave è quella di aver contribuito, irresponsabilmente e con un ruolo decisivo, a questo arretramento dei rapporti di forza generali tra le classi, a questa involuzione della coscienza politica diffusa: interrompendo le lotte e le mobilitazioni di massa (Jobs Act, pensioni, leggi di stabilità) e accettando il cambio di passo confindustriale con una stagione contrattuale al ribasso. In questo senso, disastrosa è stata la FIOM, che da principale punto di resistenza è passata, nel silenzio basito di tutta la sinistra, ad accettare passivamente il peggior contratto tra tutti, ed il peggiore della sua storia, tale da permettere al padronato di consolidare le sue posizioni. Per paura delle compatibilità, per non rompere definitivamente il suo rapporto con il PD ed il centrosinistra, la CGIL ha rinunciato a resistere e si è accontentata di abbozzare, di arretrare progressivamente, permettendo lo sfondamento padronale in primo luogo nella coscienza di massa. Questa è la sua responsabilità principale. Ma è colpevole anche, ovviamente, sul terreno del diritto di sciopero.

Tu conosci bene il mondo della scuola, che in questi anni è stato teatro di quelle grandi mobilitazioni che, come hai spiegato, hanno contribuito ad arginare l’iniziativa filo-padronale dell’esecutivo Renzi. In questo settore, la l. 146 sullo sciopero nei servizi essenziali, presenta specifiche modalità di applicazione, con differenze tra il personale ATA e i docenti...
Va precisato che io, per motivi di lavoro, ho un rapporto più diretto con quanto accade all'università. E certo, anche lì la legge sui servizi essenziali ha colpito, limitando ed impedendo lo sviluppo delle lotte (come hanno fatto anche altri processi, per esempio, negli Atenei, l’affidamento esterno di una serie di servizi, come le portinerie, che ha impedito alle lotte di incidere come una volta). Anche se poi proprio in università vediamo che la stessa Commissione di Garanzia con i professori è stata molto meno rigida e pignola che in altri settori, permettendo sugli esami universitari forme di sciopero “diffuso” su un ampio periodo di tempo; non dimentichiamo che una sessione di esame può durare anche tre mesi. Quasi che una giustizia differenziata, con pesi e misure diverse a seconda del lavoro che si svolge e della classe sociale di appartenenza, si sia realizzata anche in materia di diritto di sciopero.
Comunque, ovviamente, stando in una categoria generale della conoscenza come la FLC, conosco anche il mondo della scuola, nel quale intervengo. In fondo, la legge 146 ha proprio nella scuola una delle sue radici. L’esigenza di una legge di regolazione (e contenimento) dello sciopero fu imposta, non casualmente, subito dopo la vittoria del blocco degli scrutini nel 1987/88 (la conquista del tetto dei 25 alunni per classe, le 30mila stabilizzazioni ed uno dei maggiori aumenti contrattuali della storia). Davanti a quella débâcle, giudiziaria e sindacale, per il governo e il padronato, ed alla diffusione poi anche nei trasporti, in particolare tra i ferrovieri e gli autoferrotranvieri, di un simile ciclo di lotte , arriva quindi la legge 146 del 1990. Invece che la precettazione di massa e la strada giudiziaria, che aveva mostrato serie problematiche legali e politiche, sono state limitate a priori durata e incidenza degli scioperi, allargando a dismisura il concetto di servizio essenziale. Proprio a partire dalla scuola. Non esclusivamente in rapporto agli scrutini, ma in merito al servizio scolastico in generale. E, certo, differenziando personale ATA e docenti, non solo nel diritto di sciopero, ma anche nella fruizione di una serie di diritti sindacali (per esempio, anche in relazione alla possibilità di partecipare alle assemblee). Solamente per il personale educativo e ATA, infatti, è definito, nella contrattazione d’istituto, un quadro di prestazioni minime indispensabili e contingenti (vigilanza sui minori durante il servizio di refezione; vigilanza impianti e apparecchiature, ove si possono prevedere danni; cura degli animali in istituti agricoli; raccolta e allontanamento rifiuti tossici e nocivi; adempimenti rivolti ad assicurare il pagamento di stipendi e pensioni; servizi indispensabili negli educandati come cucina, mensa e vigilanza notturna sugli allievi). Per gli insegnanti, invece, queste prestazioni essenziali sono limitate esclusivamente all’effettuazione degli scrutini ed esami, con particolare riferimento agli esami finali.

E rispetto all'annosa questione della legittimità o meno dell'intervento della Commissione di Garanzia contro il blocco degli scrutini cosa ci puoi dire?
La questione in realtà non è poi così “annosa” o, almeno, non risulta indecifrabile o complicata.
Quello che rendeva così significativo lo sciopero degli scrutini era il suo prolungamento: la possibilità cioè, senza particolari sforzi ma solo con una buona organizzazione ed un certo consenso, di bloccarli per molto tempo. Uno scrutinio, infatti, per legge deve esser svolto da un cosiddetto “collegio perfetto”, cioè alla presenza di tutti gli insegnanti, altrimenti non è valido; infatti se qualcuno è malato o assente per cause di forza maggiore, è sostituito da un supplente. In caso di sciopero, in cui la legge vieta esplicitamente le sostituzioni, allora è sufficiente l’astensione dal lavoro di un unico insegnante per bloccare tutti gli scrutini di una classe. Quindi, con un meccanismo a rotazione (e la costruzione di casse di resistenza per suddividerne l’onere), in teoria è possibile prolungarlo all’infinito senza particolari difficoltà.
La legge 146 ha quindi inserito l’istruzione tra i servizi pubblici essenziali (art 1, comma 1), prevedendo poi al comma 2 (lettera d), “l’esigenza di assicurare la continuità dei servizi degli asili nido, delle scuole materne e delle scuole elementari, nonché lo svolgimento degli scrutini finali e degli esami, e l'istruzione universitaria, con particolare riferimento agli esami conclusivi dei cicli di istruzione”. La stessa Legge 146, all’art 2, rimanda poi la “definizione delle prestazioni indispensabili, le modalità e le procedure di erogazione e le altre misure”, dirette a consentire i servizi pubblici essenziali, ai contratti o a specifici accordi sindacali.
In prima battuta CGIL CISL UIL hanno sottoscritto un protocollo d’intesa il 25 luglio 1991. Alcuni docenti che scioperarono durante gli scrutini del 1992 (appartenenti alla GILDA di Milano) aprirono quindi una lunga battaglia giudiziaria contro la precettazione e le sanzioni che ricevettero in merito. Una battaglia giudiziaria che alla fine vinsero, sia per un vizio procedurale (non ci fu il tentativo di conciliazione tra le parti, obbligatorio proprio ai sensi dell’art 2, comma 2, della legge 146), sia perché i giudici non considerarono lo sciopero in tale ambito del tutto vietato, dovendo comunque accertarsi di volta in volta anche il carattere indifferibile delle prestazioni (sentenza della Corte di Cassazione depositata il 6/11/98).
In ogni caso, il 26 maggio 1999 è stato siglato un nuovo contratto che ha regolamentato gli scioperi nella scuola, compreso quelli degli scrutini (e la successiva legge 83 del 2000, che modifica ed integra la legge 146/90, ha infine “armonizzato” il tutto). In questo quadro, gli scioperi nella scuola, quelli degli scrutini compresi, non possono durare più di due giorni consecutivi e tra un’azione di lotta e la successiva deve intercorrere un intervallo di tempo non inferiore a dieci giorni. Inoltre, gli scioperi degli scrutini non devono comportare un differimento della conclusione delle operazioni ad essi legati superiore a 5 giorni rispetto alle scadenze fissate dal calendario scolastico. In ogni caso non possono esser differiti, gli scrutini, quando l’attività valutativa sia propedeutica allo svolgimento di esami conclusivi dei cicli d’istruzione (e ovviamente gli scioperi non possono riguardare lo svolgimento degli stessi esami finali, considerati servizi minimi essenziali).
A questo punto, gli scioperi degli scrutini si possono legittimamente fare e infatti si fanno, senza possibilità di discussione se non per inutili polemiche ideologiche (ne furono proclamati anche durante la battaglia contro la Buona Scuola). Però, e questo è altrettanto evidente e chiaro a tutti i soggetti in campo, tale modalità di sciopero è oggi limitata, perché non sono più legittimi scioperi prolungati. Attenzione, non sto dicendo che sono inutili: gli scioperi degli scrutini rimangono un atto politico significativo, sollevando anche grandi discussioni e polemiche (anche per una vaga rimembranza, una sorta di lungo effetto inerziale, degli scioperi “veri” del 1987/88). Ma se stanno nell’alveo di quanto previsto dalla legge, presentano una forza ed una valenza molto limitate.
A questo punto, comunque, la discussione non è più se lo sciopero degli scrutini sia legittimo oppure no. La discussione è di altro tipo, se si vuole rispettare questi limiti o se si ritiene necessario superarli (come talvolta è avvenuto ed avviene anche nei trasporti, ricordo ad esempio lo sciopero improvviso e prolungato degli autoferrotranvieri di Genova, qualche anno fa). È però un’altra discussione, che con la legittimità non c’entra nulla.

In questi anni, si sta spingendo molto in direzione di una interpretazione "estensiva" dei servizi essenziali richiamati nella legge 146. La Commissione di Garanzia, muovendosi sul terreno dell'arbitrio, ha già manifestato l'intento di includervi l'intero settore della logistica e della movimentazione delle merci...
Si, certo. È solo un altro aspetto, un altro momento, di quell’offensiva generale contro il lavoro di cui parlavo all’inizio. È semplicemente la logica dell’estensione dei servizi pubblici essenziali, inaugurata con la legge 146, che viene sempre più generalizzata, estendendola all’occasione a nuovi settori. Lo si propone nella logistica e nella movimentazione delle merci, perché lì oggi abbiamo un particolare ciclo di lotte, molto radicale ed in grado di colpire il sistema produttivo in un suo ganglio centrale.
Non è comunque solo lì che lo si vuole estendere o che lo si è recentemente esteso. La campagna del 2015 contro il diritto di sciopero (quella costruita a partire da assemblee sindacali da tempo annunciate in alcuni siti turistici romani), ha portato il governo Renzi e poi il Parlamento ad approvare rapidamente il cosiddetto “decreto Colosseo”, che ha previsto “misure urgenti per la fruizione del patrimonio storico e artistico della nazione”. Hanno cioè inserito anche i servizi culturali e turistici tra i servizi minimi essenziali, perché gli scioperi e le mobilitazioni in quel settore erano in grado di ottenere un impatto mediatico e politico particolarmente significativo (basti pensare alla lunga vertenza sui cambi di appalto, con le relative stabilizzazioni ai Musei Civici Veneziani).
La legge, in fondo, segue sempre il conflitto di classe, sfruttando gli arretramenti nei rapporti di forza generali tra le classi. Il problema non è neanche solo quello della 146 e della Commissione di garanzia. È in corso, nel quadro dell’offensiva generale di questi anni, un tentativo generale di limitare il diritto di sciopero per tutti, pubblici e privati. Marchionne in FCA e poi Confindustria nel Testo unico del 10 gennaio hanno cercato infatti di riprendere ed estendere alcuni principi e alcune modalità della legge 146: l’obbligo di conciliazione e raffreddamento delle vertenze, l’esigibilità (l’impossibilità di scioperare contro elementi previsti da un contratto sottoscritto), le sanzioni a sindacati e lavoratori/lavoratrici. Grazie alla capitolazione della CGIL, hanno fatto passare questi principi ma, visti gli ostacoli e le diffuse resistenze, ancora non si è giunti alla loro concreta applicazione, in particolare su esigibilità e sanzioni. Tuttavia, va evidenziato che l’accordo sulla contrattazione del marzo 2018 riprende esplicitamente l’obiettivo di arrivare ad una piena attuazione del Testo unico su questi specifici aspetti.
Il tentativo, appunto, è quello di considerare tutto “servizio essenziale”, quindi protetto il più possibile da scioperi e lotte. Questa è la cifra della fase che stiamo vivendo e a questo attacco generale bisogna rispondere con altrettanta generalità e forza.

Ecco, siamo arrivati al punto: quali sono, a tuo avviso, le mosse e quali i percorsi da intraprendere per contrapporsi efficacemente all’incalzante iniziativa padronale?
Come ho detto prima, non bisogna rispondere solo e semplicemente ad un attacco al diritto di sciopero. Bisogna rispondere ad un’offensiva generale su salari, diritti e condizioni di lavoro, di cui il fronte del diritto di sciopero è solo una delle componenti. L’obbiettivo è ottenere la subordinazione sindacale, ed ottenerla per poter variare all’occorrenza (velocemente e senza particolari frizioni) le condizioni di utilizzo della forza lavoro in relazione a condizioni di mercato sempre più incerte e ad una moneta, l’euro, che ricoprendo una funzione continentale non risponde alle esigenze del capitale italiano. Bisogna cambiare velocemente, senza particolari ostacoli, orari e salari nominali. Il sindacato quindi deve esser complice, o deve esser messo nelle condizioni di non poter reagire efficacemente; perciò, si diluiscono e diradano gli scioperi, se ne limitano la portata e la durata o si giunge a interdirne persino la possibilità d’indizione. Intendiamoci, tutto questo non ferma la lotta di classe ma la comprime, ostacolandone l’espressione e l’organizzazione.
In questo quadro complessivo, allora, credo sia importante cogliere, sostenere e far crescere una resistenza diffusa contro l’offensiva in atto. Ritengo cioè che tutte le forze del sindacalismo di classe e conflittuale (indipendentemente dalla sigla di appartenenza), dovrebbero esser pronte a sostenere ogni resistenza contro eventuali offensive contrattuali e per denunciare le pseudo-riforme del nuovo governo reazionario (Pensioni, flat-tax e reddito di cittadinanza). Oltre, naturalmente, all’eventuale ripresa di un conflitto diffuso su salari, orari, diritti e condizioni in continuo peggioramento nei luoghi di lavoro. Queste dinamiche parziali possono infatti rimettere al centro la contrapposizione tra i diversi interessi di classe, ricostruendo quindi nelle lotte una coscienza ed un’identità collettiva del lavoro. E quindi, al di là delle sigle e delle appartenenze, dovremmo esser pronti a sviluppare fronti comuni di lotta su parole d’ordine chiare, intorno alle quali possono ritrovarsi ampi settori di lavoratori e di lavoratrici. È infatti solo sostenendo scioperi e mobilitazioni, aiutandoli a diffondersi e generalizzarsi, che è possibile sviluppare il terreno su cui affrontare e respingere anche l’offensiva contro il diritto di sciopero, che altrimenti rischia di rimanere una questione astratta, a cui prestano attenzione solo le avanguardie e quegli specifici settori di classe che, di volta in volta sono colpiti, dalle nuove limitazioni.
In questo contesto, in sintesi ed in conclusione, penso che il miglior percorso da intraprendere, sul terreno del diritto di sciopero come su altri fronti di lotta, sia quello di superare la logica di sigla che è risultata dominante negli ultimi anni. Dobbiamo cioè riuscire a superare la tendenza a costruire mobilitazioni, scioperi e cortei “programmatici” (su un programma identitario di organizzazione), solo di posizionamento generale e non vertenziali. Va rimesso invece al centro della nostra azione, dell’azione di tutte le forze classiste e conflittuali, un piano vertenziale e rivendicativo, fondato su lotte che si pongano obiettivi tali da coagulare il maggior numero possibile di lavoratori, lavoratrici e, quindi, di organizzazioni sindacali. Creando, dunque, le condizioni per la crescita e la diffusione di un nuovo ciclo conflittuale. Perché, al fondo, il diritto di sciopero si difende in un solo modo: esercitandolo. Se serve, come insegna tutta la storia del movimento operaio, anche oltre i limiti che gli sono imposti.

A cura de Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

sabato 23 giugno 2018

UNA NUOVA STAGIONE DELLE RELAZIONI MONDIALI



La crisi capitalista dell'ultimo decennio, il logoramento delle basi di consenso delle forze borghesi tradizionali, l'emergere di nuove tendenze nazionaliste populiste con basi di massa all'interno degli stessi paesi imperialisti - sia in Europa che in America - hanno avuto nel loro insieme un impatto profondo sui rapporti internazionali. Il trumpismo è la manifestazione centrale di questo impatto, ed è gravido a sua volta di ulteriori effetti.

Sotto la direzione di Donald Trump l'imperialismo USA ha inaugurato una nuova stagione delle relazioni mondiali. Siamo ben oltre l'improvvisazione iniziale della politica dei tweet, nel suo andirivieni instabile e contraddittorio. Trump persegue una linea di rottura degli organismi inter imperialisti che hanno governato i rapporti internazionali negli ultimi trent'anni. Dalla rottura degli accordi di Parigi sul tema ambientale alla svolta protezionista, sino alla guerra commerciale generalizzata, la nuova amministrazione USA reimposta i rapporti mondiali secondo il codice delle relazioni bilaterali. Da un lato l'imperialismo USA e il suo supremo interesse nazionale ("America first"), dall'altro i singoli stati concorrenti del testo del mondo, siano essi stati imperialisti, potenze regionali, paesi dipendenti.


IL BILATERALISMO USA

Naturalmente l'imperialismo USA ha sempre perseguito nella propria storia il proprio interesse nazionale. Ma lo ha perseguito all'interno di una logica di mediazione interimperialistica. Anche quando il corso militarista e unilateralista delle amministrazioni Bush forzava le relazioni interimperialiste puntando alla massima valorizzazione della politica di potenza americana (vedi l'invasione dell'Iraq nel 2003 e le contraddizioni con Germania e Francia), il fine restava, in ultima analisi, la ricomposizione negoziale degli equilibri mondiali entro le sedi internazionali comuni. Il fatto nuovo del corso politico di Donald Trump sta nell'aperta messa in discussione di quelle sedi.

Il bilateralismo del nuovo corso tende a dispiegarsi su ogni scacchiere continentale. Sul continente americano, nei rapporti con Canada e Messico. In Asia, attraverso la trattativa diretta con la Corea del Nord, scavalcando non solo la Cina ma anche lo storico alleato giapponese. In Medio Oriente, col ripristino di un proprio asse esclusivo con la potenza sionista e lo Stato saudita, sino alla rottura degli accordi con l'Iran. In Europa, con una aperta postura antitedesca, l'incoraggiamento alle forze populiste, la mancata sponda alla Gran Bretagna post-Brexit, le rappresaglie contro chi viola le sanzioni a Teheran.

L'amministrazione USA ritiene che una politica negoziale separata con ogni diverso interlocutore possa assicurare all'imperialismo americano vantaggi maggiori delle negoziazioni multilaterali. Di più. L'imperialismo USA sembra giocare allo sparigliamento degli assetti tradizionali del multilateralismo. L'affondamento americano del G7 (45% del Pil mondiale) nel nome dell'auspicio formale di una relazione diretta con la Russia è da questo punto di vista emblematico. Trump scarica il G7 perché vuole avere mani libere nelle relazioni di potenza con altre potenze, essenzialmente la Russia e la Cina. Con la prima combina la pressione sanzionatoria e il negoziato diretto: l'obiettivo è ostacolare e impedire ogni possibile asse tra Russia e Germania in funzione anti-USA, come ogni asse tra Russia e Cina. Con la Cina l'imperialismo USA gioca la propria partita strategica, in una prospettiva storica, per il dominio sull'economia mondiale: l'obiettivo è il contenimento dell'espansione cinese, in particolare nelle nuove tecnologie. In ogni caso, potremmo dire “dal G7 al G3” (USA, Cina, Russia): questo sembra rispondere oggi alla visione americana delle relazioni internazionali. Gli USA contano, con questa politica, di massimizzare la propria superiorità militare ed economica nel rapporto con le potenze rivali, liberandosi di lacci e laccioli ingombranti e costosi.

Non è affatto scontato il successo strategico della nuova linea. Il nuovo blocco tra Cina, Russia, India, Iran attorno all'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai misura i rischi dell'azzardo Trump. Ma il nuovo corso ha messo sul conto i rischi. E in ogni caso... il bottino elettorale nelle elezioni americane di medio termine il prossimo novembre sembra troppo ghiotto per essere sacrificato a quella che Trump definisce “la viltà immobile della vecchia politica”. La relazione diretta del Presidente col proprio blocco sociale in funzione della raccolta del consenso non è solo un fattore costitutivo della politica interna del trumpismo; diventa anche un fattore determinante della politica estera americana, non senza contraddizioni importanti nell'apparato statale USA.


LA GUERRA COMMERCIALE E LA CRISI DELL'ASSE ATLANTICO

La guerra dei dazi è il portato dirompente del nuovo corso americano. Pannelli solari, acciaio, alluminio, prodotti hi tech, sono i primi terreni di uno scontro inedito senza risparmio di colpi. Gli USA muovono simultaneamente la guerra commerciale alla Cina, programmando dazi complessivi in prospettiva per 300 miliardi sulle importazioni cinesi, e la guerra commerciale all'Europa, in particolare all'economia tedesca super esportatrice. Le ritorsioni inevitabili di Cina e UE (dazi europei per 2,8 miliardi di importazioni USA a fronte di 6,4 miliardi di importazioni europee colpite dai dazi americani) trascinano la minaccia di ulteriori rilanci USA, in una possibile dinamica a spirale.

Sotto il profilo economico gli USA contano sul fatto che la propria natura importatrice a fronte della prevalenza esportatrice delle potenze concorrenti esponga le potenze rivali a maggiori conseguenze e possa dunque portarle a concessioni (la Cina importa solo 130 miliardi dagli USA a fronte di 376 miliardi di importazioni americane). Il fine è anche riequilibrare la bilancia commerciale americana come leva di contenimento della crescita impetuosa del proprio debito pubblico (16 trilioni di dollari oggi, si calcola 28 tra dieci anni), e soprattutto coltivare lo specifico interesse di Trump nel consolidamento della propria base sociale attorno alla bandiera protezionista.

In ogni caso, la guerra dei dazi ha una valenza enorme sul piano politico: segna la clamorosa rottura dell'asse atlantico tra USA e UE. Naturalmente sopravvive la NATO, cui gli imperialismi europei non possono rinunciare e che l'imperialismo USA ha interesse a preservare in funzione di bilanciamento antirusso (con la significativa richiesta USA agli alleati europei di incrementare la propria spesa militare sul Pil, a tutto vantaggio delle casse americane). Ma l'asse atlantico non era solo un'alleanza militare. Era un'alleanza politica ed economica che, pur nel quadro fisiologico delle contraddizioni imperialiste, le conteneva entro un quadro negoziale privilegiato e la ricerca preventiva di un comune posizionamento internazionale. Oggi questo asse atlantico è in crisi profonda. Ciò che riverbera effetti pesanti in Europa.


LA CRISI PROFONDA DELL'UNIONE EUROPEA

La guerra commerciale con gli USA trova l'Unione Europea in aperta crisi. Non è una crisi ordinaria, e neppure la semplice continuità di una lunga impasse. È una dinamica di disarticolazione, non definitiva, non irreversibile, ma di portata inedita.

Il punto centrale della crisi dell'Unione sta nella crisi dell'egemonia tedesca sull'architettura continentale. L'imperialismo tedesco ha rappresentato negli ultimi vent'anni, in condominio con l'imperialismo francese, la locomotiva dell'Unione Europea, il suo baricentro e asse di comando. Questo baricentro è oggi in dissoluzione, per effetto combinato di fattori diversi, senza che si delinei una egemonia alternativa.

Ad Est e in Centro Europa la Germania perde la sua tradizionale egemonia: il blocco nazionalista di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) rivendica una rifondazione della UE in chiave anti-tedesca. I paesi del Nord Europa, a partire dall'Olanda, non vogliono più accollarsi i “costi” delle mediazioni tedesche coi paesi del Sud, e rilanciano un'opzione intransigente sul rigore delle politiche di bilancio. I paesi imperialisti del Sud Europa conoscono ribaltamenti o rovesci politici (caduta del governo Rajoy in Spagna, svolta giallo-verde in Italia) che privano la Germania di relazioni consolidate. Nella stessa Germania l'emersione populista di AFD logora le basi di consenso della CDU e dello stesso governo di coalizione con la SPD, mentre sospinge la radicalizzazione a destra della CSU di Baviera, scuotendo il governo Merkel ed esponendolo a rischi inediti.

In questo contesto la questione dell'immigrazione diventa un fattore di precipitazione della crisi dell'Unione. Ogni paese imperialista scarica il “fardello” dei migranti sui propri “alleati” nel nome dei patrii confini. Le bandiere nazionali degli Stati imperialisti sventolano l'una contro l'altra in Europa (Francia e Italia in primis), come mai nella storia dell'Unione Europea; mentre la ricerca di un punto di equilibrio sulle politiche di bilancio, le normative bancarie, il bilancio comunitario, si arena nel groviglio di interessi nazionali divaricati.

La guerra commerciale e il nuovo corso di Trump irrompono in questo contesto con effetti contraddittori. Da un lato spingono le maggiori potenze europee ad una risposta comune alla sfida americana: le ritorsioni sui dazi possono essere efficaci solo se concordate unitariamente in sede UE. Ma dall'altro lato forniscono nuove munizioni alle campagne di massa delle forze nazionaliste che in ogni paese mimano il richiamo trumpista alla superiorità dell'interesse nazionale. Tanto più a fronte di un pubblico sostegno da parte di Trump ai nazionalismi populisti (dichiarazioni dell'ambasciatore americano in Germania a favore delle forze sovraniste in Europa, civettamento di Trump con il governo Conte e con Salvini in Italia).

Il fatto nuovo è l'indifferenza degli USA alla tenuta stessa dell'Unione Europea. Anche qui si delinea un cambio della politica USA. L'imperialismo USA ha sempre contrastato l'emersione di un imperialismo continentale europeo, ma lo ha fatto attraverso l'incoraggiamento dell'allargamento economico dell'Unione a scapito della sua potenza politica e militare. Oggi sembra delinearsi un salto di qualità: l'imperialismo USA sembra giocare al disfacimento dell'Unione Europea, e in ogni caso non contrasta questa possibile dinamica. Questo significa che per la prima volta l'Unione Europea non dispone di un fattore di tenuta esterno in America. Paradossalmente la potenza maggiormente interessata alla tenuta della UE è la Cina, che avrebbe tutto da perdere dalla disgregazione del mercato unico europeo; mentre la Russia di Putin gioca a inserirsi nel nuovo varco tra USA e UE, alternando pressioni diplomatiche per la cancellazione delle sanzioni da parte europea e proprie relazioni dirette con le forze nazionaliste e xenofobe.

Vedremo se la UE reggerà l'effetto congiunto di queste spinte centrifughe.


IL FALLIMENTO DELLE ANALISI SOVRANISTE DI SINISTRA.
LE RAGIONI DELL'INTERNAZIONALISMO CLASSISTA

Di certo questo scenario mondiale smentisce una volta di più tutte le analisi sovraniste di sinistra. Sia la visione di una "élite mondialista” guidata dalla mano segreta del Bilderberg che plasmerebbe il mondo a immagine e somiglianza della propria onnipotenza (visione Diego Fusaro), sia la visione di una UE tedesca sotto il comando di Berlino che ridurrebbe gli altri e deposito paracoloniale (visione Eurostop).

Queste visioni non sono solo scioviniste nei loro risvolti politici, perché subordinano la classe lavoratrice al proprio imperialismo nel nome della lotta al nemico esterno, sino a scivolare talvolta nel sostegno “critico” a governi xenofobi (ciò che è scandaloso). Ma sono demenziali tanto più oggi sul piano dell'analisi, perché rimuovono il dato più clamorosamente evidente dell'attuale scenario mondiale: l'esplosione di tutte le contraddizioni tra le potenze imperialiste vecchie e nuove, nel segno della crisi e scomposizione dei vecchi equilibri internazionali.

È una ragione in più per contrastare il sovranismo e rilanciare l'internazionalismo. Quanto più si dispiega la lotta tra vecchie e nuove potenze imperialiste, in Europa e nel mondo, tanto più è necessario assumere a riferimento l'interesse internazionale del movimento operaio. L'interesse indipendente di due miliardi di salariati che non hanno patria e che hanno un mondo da guadagnare, come scriveva Marx. Offrire un'unica bandiera a questo immenso esercito, liberarlo dai veleni nazionalisti, sviluppare controcorrente la sua coscienza, dare ad esso una prospettiva di rivoluzione e una direzione internazionale, è il compito dei marxisti rivoluzionari. Oggi più ancora di ieri.

Marco Ferrando

venerdì 22 giugno 2018

NON CI TIREREMO INDIETRO! SOSTIENI LO SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLE POSTE

FRANCIA. CONTINUA LA LOTTA CONTRO IL LICENZIAMENTO DI GAËL QUIRANTE



Siamo nel 92° dipartimento, a Parigi, in Francia, area periferica dove le sedi delle grandi multinazionali della Défense e i ricchi centri finanziari oscurano i progetti e la città dei ceti poveri e della classe operaia. Qui 150 lavoratori delle poste sono in sciopero dal 26 marzo. Lo sciopero iniziò contro il licenziamento discriminatorio del delegato sindacale Gaël Quirante, e crebbe con rivendicazioni contro la distruzione del lavoro, la precarizzazione, il peggioramento delle condizioni e dei carichi di lavoro.

Lo sciopero è stato indetto ad oltranza, e le implacabili direzioni dell'azienda hanno iniziato a non pagare gli stipendi. Gli scioperanti spiegano perché hanno bisogno del vostro sostegno.

Il video è stato girato il 30 maggio, il 13 giugno lo sciopero non era ancora terminato.


AIUTIAMOLI A VINCERE! DONATE AL FONDO PER LO SCIOPERO: https:/www.lepotcommun.fr/pot/kgmfkl66.

Gli assegni (indicando sul retro la causale "solitarietà con gli scioperanti") vanno inviati a: SUD POSTE 92 - 5, Rue Jean Bonal - 92220 LA GARENNE - COLOMBES - FRANCE

«Non ci tireremo indietro! Sostieni lo sciopero dei lavoratori delle poste»

martedì 19 giugno 2018

COSA SIGNIFICA «È FINITA LA PACCHIA»



Due rifugiati del Mali nel casertano sono stati presi a fucilate al grido di “Salvini, Salvini”.
Contemporaneamente, a Carmagnola, presso Torino, una sindaca leghista ha fatto abbattere con la ruspa una casa abusiva di rom, con la gioia del Ministro degli Interni che ha twittato festante: “Dalle parole ai fatti”.

Sono episodi tra loro diversi, ma non sono cronaca. Sono il sintomo di un clima politico nuovo. “È finita la pacchia” in bocca al nuovo Ministro degli Interni non è semplicemente un messaggio elettorale. Sicuramente è anche quello, ma non è solo quello. È anche un messaggio capace di trascinamento sui sentimenti collettivi di settori reazionari, un incoraggiamento di fatto alla loro azione diretta. I peggiori bassifondi dell'umore popolare si sentono legittimati dai vertici dello Stato. Sentimenti vili di odio, magari in passato contenuti a fatica, si sentono oggi liberati. Non siamo ai pogrom, fortunatamente; ma siamo alla miccia d'innesco di dinamiche irrazionali ad altissimo rischio. Gli episodi sono ancora circoscritti, ma il loro numero aumenta. Del resto, nessuna muraglia cinese separa i sentimenti dall'azione. Le organizzazioni fasciste investiranno proprio su questa linea di frontiera giocando apertamente allo scavalco.

Tutto ciò rende ancor più nauseante la posizione di quegli ambienti sovranisti della sinistra che spalleggiano il nuovo governo, lo assumono come interlocutore, ne magnificano la “dinamica”: o con toni e argomenti estetizzanti di marca dannunziana, o addirittura nel nome del marxismo (!).
Un secolo fa alcuni ambienti di provenienza socialista e sindacalista furono incantati dal fascismo ed aderirono alle sue suggestioni. L'”Italia proletaria” contro le “plutocrazie europee” fu la bandiera di questo incantamento. Oggi, in ben altro contesto, il mito fasullo di un'Italia del Popolo contro l'élite mondialista ed europeista tende a riproporre riflessi condizionati potenzialmente simili in alcuni ambienti intellettuali, politici, sindacali di una sinistra in disarmo.

Come dice il vecchio adagio, la prima volta fu tragedia, la seconda fu farsa. Ma anche una farsa può essere carica alla lunga di effetti tragici, ben oltre le intenzioni degli attori.

Di certo il PCL si pone controcorrente dal lato opposto della barricata, contro il governo leghista a cinque stelle. Non dalla parte del PD di Minniti e dell' Unione Europea dei capitalisti, ma dalla parte dei braccianti in lotta contro la dittatura dei loro padroni, dei caporali e dei loro sgherri, per la ricomposizione di un fronte di massa che unisca lavoratori italiani e migranti attorno a una piattaforma comune. È la proposta portata il 16 giugno alla manifestazione di Roma. È la proposta che porteremo alla manifestazione del 23 giugno a Rosarno. “Prima gli sfruttati”, quale che sia il colore della pelle, è oggi più di ieri la parola d'ordine centrale nella contrapposizione alla reazione.


Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 17 giugno 2018

PAPA FRANCESCO CON SALVINI E FONTANA


«L'unica famiglia a immagine di Dio è quella tra un uomo e una donna». «L'aborto è un crimine nazista». Sono il distillato del pensiero di Papa Francesco espresso ieri in occasione dell'incontro in Vaticano con il Forum delle associazioni familiari.

Non è un intervento casuale. Né solo un modo per assecondare il proprio uditorio d'Occasione, come scrive minimizzando il quotidiano Il Manifesto. Il Papa ha voluto intervenire dopo il trionfo della legalizzazione dell'aborto prima in Irlanda e poi in Argentina per alzare la diga contro la laicità e l'espansione dei diritti. La forte polemica dei vescovi argentini contro l'atteggiamento “pilatesco” del presidente Macri nello scontro sul diritto di aborto è un risvolto significativo della posizione papale.

Ma l'intervento del Papa coincide anche con la giornata di mobilitazione del Gay Pride in diverse città italiane, sullo sfondo di uno scenario politico che vede il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana dichiarare candidamente che “le famiglie arcobaleno non esistono”, e che l'”unica famiglia esistente è quella composta dal papà, dalla mamma, dai loro figli”. Ora, paradossalmente, persino Salvini di fronte a dichiarazioni tanto imbarazzanti del proprio ministro le aveva derubricate a mezza bocca, e ipocritamente, a opinioni personali. Il Papa invece non solo le ha riprese, ma le ha solennemente rivendicate in sede pubblica col plauso entusiasta di Gigi De Palo, già assessore alla famiglia della giunta Alemanno.

Questo è il cosiddetto Papa progressista, per anni decantato dalla cultura liberale (Scalfari) come protagonista di un nuovo corso democratico universale della Chiesa, e spesso portato in palma di mano dalle sinistre cosiddette radicali come esempio e riferimento di un altro mondo possibile. Vogliamo ricordare che tutti i partiti del Brancaccio, da Bersani ad Acerbo, un anno fa sottoscrissero un appello che rivendicava Papa Francesco tra i numi tutelari della nuova sinistra da ricostruire?

Ma i fatti hanno la testa più dura delle favole. Il Papa che fa il verso a un ministro omofobo non è un incidente. È il Papa che cavalca la deriva reazionaria che si sta dispiegando in Italia, per le stesse ragioni per cui contrasta il movimento delle donne e le sue vittorie sul piano internazionale. La verità è che la Chiesa è istituzionalmente un baluardo della conservazione mondiale. Lo è dal punto di vista sociale, come parte organica del blocco dominante e del capitalismo mondiale; lo è dal punto di vista ideologico e culturale contro i diritti delle donne e delle minoranza oppresse, a guardia del patriarcato e della sua tradizione millenaria.

È la riprova, una volta di più, che solo una posizione coerentemente anticapitalista può essere coerentemente anticlericale, e dunque coerentemente democratica e antipatriarcale.

Partito Comunista dei Lavoratori