POST IN EVIDENZA

venerdì 8 giugno 2018

DI MAIO: SUPER-MINISTRO DEL CAMBIAMENTO CONTRO IL LAVORO

Tutte le ricette contro i lavoratori in salsa giallo-verde: dall'interclassismo alla chiusura dell'Ilva, dal silenzio sugli assassinii razzisti ai regali fiscali per i piccoli padroni


Luigi Di Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione dell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca anti-sistema, si è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, oltre al ruolo di Vice-Premier assieme a Salvini, e si appresta a usarli per asfaltare i diritti dei salariati e farsi garante degli interessi della borghesia, ma con ricette tanto strampalate da preoccupare gli stessi centri del potere borghese.
Luigi Di Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione dell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca anti-sistema, si è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, per compensare la propria sete di potere insoddisfatta per il mancato raggiungimento della poltrona di Premier.

Ci è voluto poco a far cadere la maschera di "cambiamento" delle politiche sul lavoro del movimento populista e reazionario, e già dalle sue prime parole da SuperMinistro si mettono in mostra gli ammorbidimenti rispetto alla campagna elettorale infuocata – ammorbidimento già messo in luce nei vari tentativi di dialogo falliti con le diverse forze politiche e con i poteri forti italiani e stranieri per ottenere il controllo del Governo prima del contratto con la Lega -.

Non solo l'abolizione del JobsAct, emblema delle politiche del PD di precarizzazione e aggressione dei diritti e delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, è diventata una "rivisitazione" delle politiche renziane, probabilmente con la reintroduzione dei vergognosi Voucher, produttori di precarietà estrema ed escamotage di mascheramento del lavoro nero.
Non solo il reddito di cittadinanza tanto promesso, oltre a essere evidentemente insostenibile rimanendo nelle logiche di gestibilità del sistema capitalistico e di mercato, diventa sempre più un sussidio di povertà e precarizzazione, vincolando una piccola elemosina alla necessità di accettare qualsiasi lavoro venga proposto a qualsiasi condizione esso sia. In poche parole: se sei disoccupato ancora grazie che ti permettiamo di diventare un eterno precario senza diritti e sotto ricatto perenne di perdere anche quei quattro soldi che prendiamo alla contribuzione generale.
Non solo l'abolizione della Legge Fornero si trasforma in un più gestibile ed accettabile "quota 100" dimenticando tutte le promesse sulle pensioni minime. Anche qui una proposta difficilmente applicabile sommata alla promessa del reddito di povertà se non si affronta il nodo della dittatura sistemica del capitale e della finanza e la sua aurea legge del profitto e della concorrenza.
Non solo di fronte alla vicenda strategica dell'ILVA, a cui son legate le vite di migliaia di lavoratori e quelle dei cittadini che ne subiscono l'inquinamento da decenni, sa rispondere con la meravigliosa ricetta, senza capo ne coda, del "chiuderemo lo stabilimento di Taranto", magari regalando le tecnologie dismesse ad ArcelorMittal che così può ringraziare e delocalizzare altrove levandosi una bella gatta da pelare, garantendo una bella massa di disoccupati e l'impoverimento generale di un intero territorio.

Si spinge oltre DiMaio, mettendo in mostra chiaramente da che parte stia il suo schieramento e il suo comando.
Tra le prime cose che afferma, da Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, è la volontà di eliminare qualsiasi misura di controllo fiscale per piccole, medie e grandi imprese. Il tanto agognato tema delle tasse alle imprese deve essere tagliato con l'accetta semplicemente con un "lasciamo in pace gli imprenditori", carta bianca e basta con i controlli, perchè d'altronde non sono problemi atavici il nero e l'evasione in un sistema incentrato proprio sulle piccole e medie imprese, le cui mancate entrate ricadono proprio sulla tassazione ai salariati e ai pensionati e colpiscono la sostenibilità di un Welfare State in perenne smantellamento.
In fondo il benessere e il profitto di padroni e padroncini, inevitabilmente, porterà ad un maggior benessere anche per i lavoratori e per gli strati più deboli. Dati che vengono ovviamente confermati dagli annuali rapporti sull'aumento dei dividendi, sull'aumento dei profitti, sulla sempre maggior concentrazione di capitali, sul perenne aumento delle forbici di ricchezza tra strati sempre minori di super-ricchi e ricchi e un enorme massa di lavoratori poveri e in fase di impoverimento. Dati dimostrati anche dai bilanci annuali di tutte le imprese e dalle riorganizzazioni lacrime e sangue, dove amministratori delegati, azionisti e padroni aumentano i loro profitti e dividendi al costo di licenziamenti, cassintegrazioni, salari di solidarietà, delocalizzazioni, rinnovi contrattuali che non permettono nemmeno il recupero degli aumenti reali del costo della vita, aumenti dei ritmi a parità di salario etc.

Il tutto infatti si inserisce nel corporativo, e del tutto "nuovo", concetto secondo cui "datore di lavoro e dipendente sono sullo stesso piano. Non devono essere nemici, non devono essere due realtà staccate". Lo vada a dire a tutti i lavoratori di FCA, dell'azienda di quel Marchionne a cui ha teso la mano e che ha idolatrato per i 9 miliardi di investimenti nell'auto elettrica (quando tutti i competitors dell'automotive spendono regolarmente molto di più), colpiti dalle delocalizzazioni, dai salari di solidarietà e dalle cassintegrazioni, da un modello contrattuale che li priva di qualsiasi garanzia e da piani industriali che hanno dimezzato i posti di lavoro in Italia in quel settore. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici che sono regolarmente sotto ricatto nel loro posto di lavoro, perchè precari o perchè gli vengono imposte condizioni di lavoro prive di sicurezza e prive di dignità sotto la minaccia di chiudere baracca e burattini e spostarsi dove tutto costa meno o di assumere chi è messo peggio – con tutto l'esercito di riserva di disoccupati che c'è -. Lo vada a dire a tutti i lavoratori delle piccole e medie imprese legate al tursimo, alla ristorazione, ai servizi sociali e all'assistenza, che quando hanno un contratto di lavoro sono già fortunati. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici morte o infortunate gravemente perchè i loro padroni devono risparmiare sui costi per garantirsi profitti competitivi.

Lavoratori e lavoratrici hanno per necessità interessi contrastanti e opposti a quelle dei loro padroni e dei loro capetti.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di elemosine e di frasi fatte sul "non essere nemici" con chi ogni giorno li sfrutta fino all'ultima goccia di sudore e fino all'ultimo anno in cui le gambe li possono reggere in piedi.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di nuovi imbroglioni per rendersi conto che per garantire profitti e dividendi a chi sta sopra di loro è necessario che a pagare i costi delle crisi economiche, dell'anarchia del libero mercato e della competizione tra padroni siano loro, le proprie famiglie, la propria salute e i propri diritti.
E ora non può più reggere la favola dei sacrifici comuni e dell'unità di intenti nel nome della bandiera italiana e di un nuovo interclassismo a spese della classe lavoratrice e degli oppressi.

Intanto il SuperMinistro e Vice-Premier, nonostante le sue pompose promesse da eterna campagna elettorale, non ha saputo dire una parola sull'omicidio del militante sindacale Soumayla Sacko, giovane 29enne ucciso a sangue freddo mentre cercava di recuperare lamiere per i tetti delle baracche in cui sono costretti a vivere i braccianti immigrati sotto il ricatto di 'ndrangheta, caporali, padroni e multinazionali. Non una parola sulla tragica vicenda che si consuma nel clima di odio e caccia all'immigrato alimentata tanto dalla Lega di Salvini quanto dal suo partito e da DiMaio stesso, i principali mandanti. Non una parola sulle condizioni di lavoro e di vita di migliaia di lavoratori come lui nel settore dell'agricoltura, dell'ediliza, del commercio abusivo, del caporalato sempre più diffuso anche in settori come la siderurgia e la cantieristica.
Mentre DiMaio tace, il primo ministro Conte nei suoi discorsi al parlamento continua a ripetere a pappagallo le promesse scritte sul contratto tra cui la guerra ai migranti e il rinvigorimento delle espulsioni e Salvini continua a proferire parole di odio e di morte inneggiando a nuovi e maggiori campi di concentramento per chi deve essere espulso o è irregolare. Nella fascia nera della clandestinità, dell'assenza di diritti, del perenne ricatto delle espulsioni e delle retate delle forze dell'ordine, dei permessi di soggiorno fluttuanti, della miseria e dell'emarginazione prendono vita proprio queste nuove forme di schiavitù in cui la vita di un lavoratore vale meno di una cassetta di pomodori o di una vecchia lamiera abbandonata. Ma il ministro dal sorrisino di bambolotto e dal tweet facile con incerto congiuntivo ha altro a cui pensare.

Alle prime prove questo governo, e il suo Super-Ministro DiMaio, farà cadere in maniera sempre più evidente la propria maschera di ennesimo comitato d'affari di padroni e banchieri, con un occhio di riguardo per i piccoli padroncini impauriti dalla globalizzazione e pronti a menare il bastone contro chi sta sotto di loro, sbraitando contro chi sta sopra.
Al Governo del Cambiamento bisogna contrapporre la rivendicazione del Governo dei Lavoratori e delle Lavoratrici, il solo che possa incarnare incondizionatamente gli interessi delle classi sfruttate e oppresse.
Il solo governo che possa cambiare radicalmente e con una vera rivoluzione, le regole del sistema economico e sociale, ponendo al centro le necessità e i bisogni di chi è sempre stato sfruttato, requisendo senza indennizzo tutte le leve dell'economia e della finanza, ponendole sotto il controllo della classe lavoratrice; ridistribuendo il lavoro esistente tra tutti a parità di salario e programmando un piano generale per il rilancio della produzione, della distribuzione equa delle risorse e dei beni, e della fornitura dei servizi essenziali.
Per fare questo è necessario costruire il partito rivoluzionario e comunista, con cui diffondere questa consapevolezza e organizzare la risposta attraverso un Fronte Unico di Classe e di Massa che unisca tutti coloro che da questo sistema non hanno che da perdere, e che con la rivoluzione comunista non hanno da perdere che le loro catene.

Cristian Briozzo

martedì 5 giugno 2018

LA RESPONSABILITÀ POLITICA DI UN ASSASSINIO



Soumayla Sacko, bracciante di 29 anni, proveniente dal Mali, sindacalista USB, impegnato da anni nell'organizzazione della lotta dei braccianti della Piana di Tauro, è stato assassinato da una mano infame ai margini della tendopoli di San Ferdinando. La polizia dichiara che non si tratta di “un delitto razzista”, come dire che si tratta di un crimine ordinario. Ma non c'è nulla di ordinario in questo crimine se non l'ordinario super sfruttamento che gli fa da sfondo. Migliaia di braccianti cosiddetti “clandestini”, perché privati di ogni diritto e dignità, vengono sfruttati ogni giorno per 12 ore giornaliere in cambio di due euro all'ora da italianissimi padroni, per essere ammassati a tarda sera in un ghetto disumano a cielo aperto. Lungo la via che li porta dai campi alla tendopoli, e dalla tendopoli ai campi, sono oggetto (anche quello ordinario) di ripetute aggressioni, intimidazioni, violenze, spesso condotte dai rampolli dorati dei loro padroni, alla ricerca di svago a costo zero.
Lo Stato sa tutto ma tace e copre. Mentre il nuovo ministro degli interni Matteo Salvini ha annunciato che «per i clandestini è finita la pacchia». Vuol dire che è aperta la caccia alla selvaggina umana? Questo è il clima e il contesto che hanno armato l'assassino di Soumayla.
I braccianti in sciopero l'hanno detto in coro “Salvini razzista, sei tu il responsabile”.
Ci associamo al loro grido, al loro sdegno, alla loro ribellione.


Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 2 giugno 2018

NUOVO GOVERNO, NUOVA TRUFFA



M5S e Lega hanno ricomposto il proprio accordo di governo con qualche rammendo. Di Maio doveva approdare al governo per salvarsi dalle manovre interne, dopo mille giravolte da saltimbanco. Mattarella ha voluto risparmiarsi l'umiliazione di un "governo del Presidente" (Cottarelli) senza voti in Parlamento. Salvini ha voluto evitare che gli venisse attribuito il governo Cottarelli con elezioni a luglio, e prevedibili urne deserte in particolare al Nord. La ricomposizione del governo è la risultante di queste diverse esigenze e del loro equilibrio. L'unico elemento di novità è l'astensione annunciata di Fratelli d'Italia, che dunque si avvicina al perimetro di maggioranza spostandolo ulteriormente a destra.

La composizione ministeriale segue la stessa logica. Il presidente Conte, metafora del nulla, nasce commissariato da Salvini e Di Maio, vicepresidenti del Consiglio e suoi diretti tutori politici. La suddivisione ministeriale tra M5S e Lega (Salvini agli Interni, Di Maio al Lavoro) incardina l'equilibrio politico dell'esecutivo in funzione dei rispettivi elettorati. Gli Esteri sono direttamente prenotati dal Quirinale con Moavero già ministro di Monti e di Letta. Il ministero dell'Economia va a Giovanni Tria, già collaboratore della Banca Mondiale e dell'ultimo governo Berlusconi (in quota Brunetta). Agli Affari europei va Paolo Savona, già uomo di Cossiga vicino ai servizi, già ministro di Ciampi, già direttore di Confindustria, le cui recenti posture stravaganti sono poste sotto vigilanza, a garanzia del grande capitale. Infine, la Difesa viene assegnata a Elisabetta Trenta, già esperta di reclutamento di contractor a favore di aziende tricolori in Medio Oriente, e vicina alla lobby dell'industria militare nazionale.

Sarebbe questo il governo del... cambiamento? Cambiamento per chi? Il contratto di governo parla chiaro. I capitalisti sarebbero beneficiati dal più grande regalo fiscale del dopoguerra (flat tax), a spese dei salariati. I lavoratori si terrebbero il Jobs Act , le leggi di precarizzazione del lavoro, il ritorno dei famigerati voucher. Ai disoccupati si promette un sussidio di disoccupazione condizionato all'accettazione di lavoro precario, nella logica dell'estensione di una vasta sacca di lavoro sottopagato a tutto vantaggio dei profitti. Sulle pensioni si mantiene il meccanismo di aumento delle aspettative di vita per il calcolo dell'età pensionabile, mentre i 41 anni di contributi per la pensione di anzianità saranno inaccessibili per la giovane generazione, colpita da un precariato che il governo tutela. Per di più, le stesse elemosine che verranno elargite saranno messe sul conto dei salariati, visto che si procede alla massiccia detassazione del capitale oltre che al pagamento del debito pubblico alle banche, rincarato dall'aumento degli interessi.

Gli annunciati fuochi di artificio del nuovo ministro degli Interni contro gli immigrati e i loro diritti, la generalizzazione del porto d'armi e del cosiddetto “diritto di difesa”, gli squilli di fanfara contro i vitalizi, saranno il mascheramento della truffa, la camera di compensazione delle delusioni sociali, la valvola di sfogo dei sentimenti peggiori quale ammortizzatore del “cambiamento” mancato. Un ministro omofobo (Fontana) a tutela della “famiglia” completa il profilo reazionario del governo.

È una deriva cui ha spianato la strada la disfatta della sinistra politica e sindacale, le sue compromissioni nelle politiche di austerità, il suo tradimento delle ragioni del lavoro, il suo crollo di credibilità nei lunghi anni della grande crisi del capitale.

Vedremo ora se questo nuovo governo terrà, una volta che la prossima legge di stabilità dovrà trasformare le promesse in numeri, mettendo alla prova i fragili equilibri della nuova alleanza e dei suo blocchi sociali di riferimento. Ma se terrà, se davvero si consoliderà un blocco nazionale populista con vasta base di massa - come è possibile - ciò avrà un impatto profondo sull'intero sistema politico e sul terreno della lotta di classe. Una nuova frontiera dello scontro in condizioni più arretrate e difficili.

Scardinare il nuovo equilibrio, entrare nelle sue contraddizioni, scomporre i blocchi sociali su cui si regge, svelare la truffa che lo sottende, è da subito il compito centrale di un'opposizione di classe e di massa. L'unica che può porre al centro dello scontro le rivendicazioni degli sfruttati. L'unica che può ridare un respiro e riconoscibilità di massa alla stessa azione di opposizione democratica.

Chi minimizza la natura reazionaria del nuovo governo, magari nel nome della centralità della contraddizione con la UE, finisce al di là di ogni intenzione col subordinarsi alle posture della destra. Chi invece teorizza il “fronte repubblicano” contro la reazione, riscoprendo l'ennesimo centrosinistra col PD, finisce col subordinarsi al blocco dell'establishment a tutto vantaggio della tenuta populista.
Solo una iniziativa del movimento operaio, solo la costruzione di un fronte unico di lotta delle organizzazioni di classe e di massa, può rompere la morsa del nuovo falso bipolarismo (establishment contro populisti e viceversa) e aprire la via di un'alternativa di classe indipendente.

Il PCL si batterà in ogni lotta per questa prospettiva.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 29 maggio 2018

NÉ CON L'ESTABLISHMENT EUROPEISTA NÉ CON IL SOVRANISMO NAZIONALISTA

Per l'autonomia del movimento operaio. Per una soluzione di classe della crisi politica e istituzionale



Nel continuo saliscendi di questi mesi la crisi italiana precipita assumendo i caratteri di una crisi istituzionale.
La linea di demarcazione del confronto pubblico sembra contrapporre il cosiddetto fronte "della responsabilità”, di marca istituzionale e europeista, e il cosiddetto fronte sovranista, di marca populista e nazionalista. Da un lato la “difesa delle istituzioni” contro l'avventura, dall'altro la tutela del popolo italiano contro l'élite “mondialista e tedesca”. Da un lato Mattarella e Cottarelli, dall'altro Di Maio e Salvini.
In realtà ognuno dei due fronti è l'alibi dell'altro, in uno spregiudicato gioco di sponda e di reciproco alimento. Entrambi vorrebbero arruolare i lavoratori nella propria crociata. Ma l'interesse dei lavoratori e delle lavoratrici non ha nulla da spartire con nessuno dei due contendenti.

Il fronte della cosiddetta responsabilità istituzionale è il fronte tradizionale dell'establishment, del grande capitale italiano ed europeo. Il PD ne è la sponda politica organica. La sua preoccupazione è subordinare i salariati alla continuità dei sacrifici dentro la cornice della Unione Europea. Compressione dei salari, precarizzazione del lavoro, cancellazione dei diritti sindacali, a vantaggio dei profitti e della competitività delle imprese. Tagli a pensioni, sanità, istruzione, per finanziare la detassazione del capitale e pagare il debito pubblico alle banche. Sono le politiche di austerità promosse negli ultimi trent'anni dalle borghesie del vecchio continente a da tutti i loro governi. L'Unione Europea che queste forze difendono è il club entro cui i capitalisti italiani, tedeschi, francesi, spagnoli negoziano la tutela dei propri interessi comuni sul mercato mondiale, si contendono le rispettive zone di influenza, concordano le linee guida della propria offensiva antioperaia. Sergio Mattarella, al pari dei suoi predecessori, è il massimo tutore istituzionale dell'interesse dell'imperialismo italiano e dei suoi legami con la UE. Il governo Cottarelli, al pari dei precedenti, ne è il comitato d'affari. L'uomo della spending review e del rigore alla presidenza del Consiglio dà il segno inconfondibile al nuovo esecutivo: un replay del governo Monti in vista del voto come rassicurazione al mercato finanziario. Una provocazione contro i lavoratori. Per questo il sostegno della burocrazia CGIL a Mattarella è la conferma clamorosa della sua subordinazione al capitale, oltre che un insperato regalo alla campagna delle destre contro la “sinistra”.

Ma il fronte cosiddetto sovranista, con sventolio delle bandiere tricolori, non è affatto l'avvocato del popolo. Lo dimostra, se ve n'era bisogno, il contratto di governo tra M5S e Lega. Parla di lavoro, ma conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarietà, al punto da reintrodurre i famigerati voucher. Sventola la promessa di qualche elemosina sociale (reddito, pensioni), ma la mette sul conto dei salariati attraverso una riforma fiscale scandalosa che beneficia come non mai le grandi ricchezze. Chiede di rinegoziare i trattati della UE, ma solo per trovare i soldi con cui finanziare la detassazione dei profitti e continuare a pagare il debito alle banche, innanzitutto le banche italiane che ne detengono la gran parte. Infine dirotta la rabbia sociale contro i migranti per evitare che si rivolga contro i capitalisti, in una guerra tra sfruttati che avvantaggia solo gli sfruttatori, dentro il rilancio di tutta la peggiore spazzatura xenofoba e securitaria.

È vero: il grande capitale italiano non si affida oggi al sovranismo nazionalista, diffida delle sue intemperanze, vuole negoziare i propri interessi dentro la cornice istituzionale della UE, contro ogni rischio di sua destabilizzazione. Ma lo stesso grande capitale che “denuncia” il sovranismo nutre di fatto il suo consenso sociale con le proprie politiche di austerità, e beneficia dei suoi preziosi servizi di divisione dei lavoratori e di inquinamento della loro coscienza. E viceversa.
La polemica sovranista contro Mattarella e Cottarelli non muove dalle ragioni del lavoro e tanto meno della "democrazia", ma dall'ambizione di nuove destre (più o meno) reazionarie che puntano alla conquista in proprio del potere. Far propria la campagna “contro il golpe di Mattarella”, come oggi fanno alcuni ambienti della sinistra, non significa solo avallare implicitamente una visione angelicata della Costituzione borghese, ma coprire al di là di ogni intenzione rappresentazioni e linguaggi delle destre nel momento stesso della loro ascesa.

Contro l'europeismo borghese, contro il sovranismo nazionalista, c'è bisogno di costruire il campo che manca: un grande fronte di classe e di massa che unifichi i lavoratori e le lavoratrici attorno ad una propria piattaforma di lotta indipendente. Solo l'azione di massa della classe lavoratrice può spezzare la tenaglia tra establishment e populisti, scompaginare il blocco sociale delle destre, costruire dal basso una prospettiva nuova. Quella che chiama in causa il sistema capitalista, l'unica vera alternativa. Quella che impone la sovranità dei lavoratori, l'unica vera democrazia.

Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 27 maggio 2018

LA PROTESTA ANTI MACRON NON SI FERMA




"Se necessario, arriveremo alla rivoluzione!". Sylvain, impiegato 40enne, risponde con un pizzico di ironia quando gli viene chiesto fino a dove è pronta a spingersi la "marea popolare" che oggi ha manifestato in tutta la Francia per protestare contro il presidente Macron. Una mobilitazione organizzata da una sessantina di formazioni politiche, sindacali e associative per creare un fronte comune, ufficialmente senza alcuna leadership politica, con l'unico obiettivo di frenare l'azione riformatrice del governo.
Sotto un insolito sole parigino, il corteo partito nel primo pomeriggio si è snodato lungo i boulevard della capitale fino all'emblematica piazza della Bastiglia, tra slogan, canti di ogni genere e manifesti ironici su Macron, spesso ritratto come un Re Sole o come uno yuppie in carriera.
A sfilare in strada ci sono tutti: studenti, ferrovieri, pensionati e dipendenti statali. Categorie nel mirino delle riforme del governo, che nelle scorse settimane sono già scese in piazza per far sentire la loro voce. Oggi, ancora una volta, il nemico comune è Macron.
Per la prima volta dopo 20 anni, il sindacato della Cgt, uno dei più importanti in Francia, ha deciso di raccogliere l'invito di Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, e scendere in strada al fianco degli altri partiti politici di sinistra.
Intanto, il presidente francese continua diritto sulla strada delle riforme mostrando la solita fermezza.
Se i partiti e i sindacati non riusciranno a creare quella convergenza di lotte richiesta a gran voce dalla base, Macron potrà continuare tranquillamente il suo programma, con la certezza che la marea promessa dalla sinistra non si trasformerà mai in uno tsunami.

giovedì 24 maggio 2018

UN GOVERNO LEGHISTA... A CINQUE STELLE



Il governo annunciato Di Maio-Salvini - Conte è solo un prestanome - è una minaccia reazionaria per i lavoratori, per le lavoratrici, per tutti gli sfruttati. Piccole elemosine sociali non riescono a nascondere questa verità.

Naturalmente la nostra denuncia non ha niente a che fare con le “critiche” del PD o dell'Unione Europea, unicamente preoccupati dei conti pubblici del capitale. La nostra denuncia muove dalle ragioni opposte: quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati.

Il nuovo governo tutela innanzitutto la peggiore eredità di Renzi.
Mentre gli operai muoiono sul lavoro anche perché ricattati dalla precarietà e dalla cancellazione dei diritti, il nuovo governo non solo conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, ma reintroduce i famigerati voucher.
Mentre salgono in Borsa i profitti di grandi imprese e banche, il nuovo governo abbassa la tassa sui profitti al 15%, nel quadro di una riforma fiscale in cui chi ha di più paga di meno. È il più grande regalo fiscale ai padroni dell'intero dopoguerra.

Si promettono concessioni su reddito di cittadinanza e pensioni.
Ma il reddito è condizionato all'accettazione di lavoro precario, e 41 anni di contributi sono un miraggio per i giovani dopo una vita di precariato. Intanto si mantiene l'automatismo delle aspettative di vita per l'età pensionabile, a tutela del capitale finanziario. Ma soprattutto queste stesse promesse non hanno copertura. Non è un caso. Se vuoi regalare una montagna di soldi ai padroni, se vuoi continuare a pagare il debito pubblico alle banche, non puoi finanziare neppure le elemosine che prometti. O le promesse resteranno tali o saranno messe sul conto dei "beneficiari" con nuovi tagli sociali.

Salvini e Di Maio hanno già pensato a una valvola di sfogo della delusione sociale: la campagna odiosa contro gli immigrati. Il piano di segregazione e cacciata di 500.000 immigrati cosiddetti clandestini (perché privati di diritti) si combina con la discriminazione persino degli immigrati “regolari” in fatto di asili e sussidi. Una discriminazione esplicitamente etnica. È un caso che CasaPound plauda al nuovo governo?

“Prima gli italiani” ha un sottotitolo: “prima i capitalisti”, a spese di tutti gli altri.
Nessuna fiducia può essere riposta nel M5S di Di Maio, che va a braccetto con lo xenofobo Salvini.

È ora di mettere in campo un programma di lotta indipendente che unifichi la classe lavoratrice:
Per la cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
Per la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario, ripartendo il lavoro tra tutti.
Per la pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti.
Per un vero salario ai disoccupati che cercano lavoro, pagato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private.

Solo una lotta generale per queste rivendicazioni può unificare 17 milioni di lavoratori salariati, e attorno ad essi l'esercito dei disoccupati.
Solo la lotta per un governo dei lavoratori può dare una prospettiva a questa mobilitazione: a partire dall'esproprio delle aziende che licenziano, dall'abolizione del debito pubblico verso le banche, dalla loro nazionalizzazione.

Cambiano i governi, ma sono tutti al servizio del capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.


Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 22 maggio 2018

22 MAGGIO 1978: 194, INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA



Abortire per una donna è sempre difficile e doloroso. Spesso le condizioni di oppressione sociale in cui le donne vivono, alimentate da millenni anche dalla Chiesa, sono determinanti; spesso le difficoltà economiche, di lavoro e abitative, nonché la violenza sessuale subita porta ad una scelta “obbligata”. 
Per la donna lavoratrice non c'è soluzione nel capitalismo. Non c'è liberazione della donna senza il trionfo della rivoluzione socialista e non ci sarà rivoluzione socialista senza l'inclusione della donna  nella lotta.

Per questo è necessario lottare per una liberazione della donna dall'oppressione doppia che vive in questa società capitalista, quella di classe e quella di genere.
Una vera emancipazione sociale della donna è l’unica condizione che potrà condurre alla diminuzione del numero di ricorsi all’aborto, che rimarrà sempre e comunque un inalienabile diritto di autodeterminazione sul proprio corpo. 

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez  ”Tiziano Bagarolo”