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lunedì 28 novembre 2016

La morte di Fidel Castro



Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.

Antonino Marceca

mercoledì 9 novembre 2016

Elezioni negli USA: le lezioni di una vittoria reazionaria

Il ritardo della rivoluzione socialista genera mostri



Donald Trump Presidente degli Stati Uniti non è certo un fatto ordinario della vicenda politica internazionale. Alla testa della più grande potenza imperialista del pianeta si afferma non un tradizionale esponente del Partito Repubblicano, dentro la normale alternanza bipolare della democrazia borghese americana, ma un outsider radicalmente reazionario estraneo alla storia del suo stesso partito, e combattuto dall'intero establishment. È un fatto inedito nella storia americana. Nei prossimi giorni approfondiremo l'analisi delle possibili conseguenze di questo fatto sul terreno delle relazioni internazionali, dove la postura isolazionista e protezionista di Donald Trump annuncia forti elementi di discontinuità e ricadute potenzialmente profonde. Ma da subito è necessario e possibile leggere l'eccezionalità del fatto accaduto in rapporto al contesto sociale e politico USA.

Quanto è accaduto trova la sua radice più profonda nell'esperienza della grande crisi capitalistica che ha attraversato e scosso la società americana. La grande crisi iniziata nel 2007 ha disgregato i vecchi blocchi sociali, ha impoverito larghi settori di classe operaia già colpiti dal lungo ciclo di ristrutturazioni e delocalizzazioni, ha declassato ampie fasce di classe media, ha colpito le condizioni sociali delle masse rurali americane. La modesta ripresa capitalista USA, seppur prolungata, non solo non ha sanato le ferite sociali della crisi, ma ha ampliato tutte le disuguaglianze sociali a vantaggio unicamente del capitale finanziario e di Wall Street. Da qui la crisi profonda dell'egemonia di Wall Street sul senso comune popolare, ed anzi la rabbia diffusa di un vasto blocco sociale interclassista contro la classe dirigente americana in tutte le tutte le sue espressioni tradizionali. Donald Trump ha dato a questo sentimento popolare una radicale traduzione reazionaria, volgendolo contro tutti i bersagli fittizi su cui scaricare la frustrazione popolare (messicani, donne, europei, minoranze, banche e fisco) in un classico esercizio della peggiore demagogia. E vi è riuscito proprio in quanto outsider, da "solo contro tutti". La composizione sociale del voto per Trump, con lo sfondamento ottenuto nelle roccaforti della vecchia cintura industriale americana come nell'America profonda delle campagne misura il successo della polarizzazione reazionaria. La campagna sciovinista per "fare grande l'America" ha avuto lo stesso successo della Brexit, e in fondo ha raccolto lo stesso blocco sociale. C'è da augurarsi che chi a sinistra ha brindato alla Brexit non brindi oggi per la vittoria di Trump.

La candidata del Partito Democratico Hillary Clinton ha costituito il bersaglio perfetto per Trump. Una candidata espressione diretta dell'establishment e della continuità del potere, coinvolta personalmente negli scandali di Wall Street, lautamente remunerata dal capitale finanziario, apertamente invisa ad ampi settori dell'elettorato democratico ed in particolare al suo bastione giovanile, ha rappresentato il miglior alleato della campagna reazionaria. La capitolazione di Sanders a Clinton a conclusione delle primarie democratiche nel nome dell'unità contro la destra ha clamorosamente mancato l'obiettivo dichiarato. La subordinazione alla candidata del capitale finanziario non solo non ha sbarrato la strada di Trump ma l'ha lastricata (con buona pace dei commentatori del quotidiano Il Manifesto che tanto avevano applaudito tale scelta). Milioni di lavoratori e di giovani colpiti dalla crisi che non hanno trovato un'alternativa a sinistra, o hanno ripiegato nel non voto o hanno cercato una soluzione a destra.

La vittoria di Trump è infine anche un bilancio del doppio mandato di Barack Obama. La misura del fallimento impietoso di tutte le illusioni riformiste e progressiste che tanta parte della sinistra internazionale aveva seminato attorno alla sua esperienza. Gli otto anni di amministrazione Obama sono serviti a salvare le banche con le risorse pubbliche, e i capitalisti dell'auto col taglio dei salari e dei diritti. Parallelamente, milioni di proletari americani si trovano a pagare polizze sempre più care per l'assistenza medica lasciata nelle mani delle assicurazioni private. Milioni di studenti restano impiccati a un debito a vita per pagare le rette dei propri studi. Milioni di giovani lavoratori alternano la disoccupazione con lavori miserabili, ricattabili, sottopagati. Milioni di giovani neri vivono sulla propria pelle il peggioramento della propria condizione e le vessazioni odiose, spesso omicide, della polizia. L'unico progresso che Obama ha assicurato è quello dei profitti di Wall Street e dei voti di Trump. Il mito del capitalismo democratico ha subito, da ogni versante, l'ennesima smentita.

Ora si prepara in America un nuovo terreno di confronto e di scontro col Presidente più reazionario della storia americana. Nonostante tutto, non mancano le risorse sociali di una opposizione al trumpismo. Negli ultimi anni la ripresa delle lotte salariali nell'industria dell'auto, il movimento per l'aumento del salario minimo, le mobilitazioni giovanili di Occupy Wall Street, il movimento della popolazione nera misurano un potenziale importante. I 13 milioni di lavoratori e di giovani che avevano votato Sanders alle primarie contro Clinton, attratti da un richiamo, per quanto formale, al socialismo, sono anche espressione di nuove dinamiche sociali.
Ma proprio l'esperienza della capitolazione di Sanders a Clinton e della disfatta di Clinton a vantaggio di Trump ripropone in tutta la sua attualità storica la necessità di un partito di classe indipendente contrapposto ai Clinton e ai Trump, al Partito Democratico come al Partito Repubblicano. È l'unica via, tanto più oggi, per dare rappresentanza e prospettiva alla classe operaia e a tutti gli oppressi della società USA, alle loro esigenze e alle loro lotte.

La vittoria di Trump ripropone infatti una considerazione di fondo, che va al di là della vicenda americana. Dentro la svolta d'epoca segnata dalla grande crisi del capitalismo e del riformismo, non c'è spazio storico duraturo per le vecchie forme della politica borghese. Il bivio di prospettiva storica che interroga il mondo è quello tra rivoluzione o reazione. Il ritardo della rivoluzione socialista genera mostri. Trump non è il primo, non sarà l'ultimo. La costruzione di un partito rivoluzionario internazionale che lavori ad elevare la coscienza della classe lavoratrice all'altezza di un alternativa globale di sistema trova nella vicenda USA una ulteriore e clamorosa conferma.

Partito Comunista dei Lavoratori


lunedì 7 novembre 2016

“PROVE DI REGIME”




Il divieto imposto dalle Istituzioni locali ad un presidio pacifico antifascista in piazza Ferruccio Ghinaglia, assassinato dai fascisti il 21 aprile 1921, è un segnale di negazione del dissenso, di repressione, di conferma di “regime”. Improvvisare una “zona rossa” in centro città a difesa della marcetta fascista , qual è in effetti , appare atto estremamente offensivo per Pavia e i suoi cittadini. 
Lotta al fascismo si traduce quindi in lotta a quelle istituzioni borghesi che, a parole e nei fatti, legittimano i fascisti e le loro manifestazioni. 

L’occasione migliore per ribadire con forza che PAVIA È ANTIFASCISTA 

Il PCL esprime solidarietà alle compagne e compagni feriti dalla ingiustificata violenza delle forze dell’ordine. Ringrazia tutti i cittadini che hanno manifestato a difesa dell’antifascismo. 

“Non dobbiamo illuderci che sia solamente il fascismo che terrorizza le piazze d’Italia; è la borghesia col suo governo, le sue spie, i suoi armati, che cerca tutti i mezzi per strangolare la volontà dei lavoratori…” (Ghinaglia su “Falce e Martello” (19/2/1921)

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez. "Tiziano Bagarolo"