Le ragioni di una rivendicazione centrale del Patto d'azione
anticapitalista e della piattaforma dello sciopero nazionale del 29 gennaio.
L'inconsistenza delle obiezioni, da un punto di vista
classista e rivoluzionario
Pubblichiamo un contributo alla discussione interna al Patto
d'azione anticapitalista sul tema della patrimoniale.
La proposta di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco è
parte del Patto d'azione anticapitalista per un fronte unico di classe e della
piattaforma di sciopero del 29 gennaio, ma incontra ancora all'interno del
Patto obiezioni, dubbi, riserve di varia natura, quasi fosse una sorta di concessione
obtorto collo ad un'impostazione redistributiva di tipo socialdemocratico.
Oppure, peggio ancora, un ripescaggio di posizioni liberali keynesiane.
Sgombrare il campo da queste obiezioni ideologiche può
essere utile per razionalizzare il senso della piattaforma del Patto d'azione e
svilupparla nella direzione sua propria, come sul tema delle nazionalizzazioni
senza indennizzo e sotto controllo operaio. Ma anche per evidenziare la
differenza di fondo, da un punto di vista di classe, tra la nostra proposta di
patrimoniale e le finte patrimoniali di stampo borghese liberale o riformista.
UNA RIVENDICAZIONE MARXISTA, ABBANDONATA DAI RIFORMISTI
In primo luogo partiamo da un riferimento storico spesso
incompreso: la teoria economica di Keynes non si fonda sul ricorso alla
patrimoniale. Prevede piuttosto un'espansione della spesa pubblica in deficit,
in funzione anticiclica. Lord Keynes – prima anticomunista reazionario, poi
liberale – non voleva alcun conflitto con le classi possidenti, di cui si poneva
a tutela. La sua ammirazione per le politiche economiche della Germania
hitleriana sono eloquenti. È vero che nell'immediato secondo dopoguerra alcuni
governi borghesi europei realizzarono patrimoniali straordinarie, ma lo fecero
in funzione del pagamento dei debiti di guerra e del sostegno allo sviluppo
capitalistico: una partita di giro a difesa del capitale e del suo rilancio.
Viceversa, la rivendicazione dell'imposta patrimoniale
progressiva, unita all'abolizione della successione ereditaria della proprietà,
è presente nel Manifesto del partito comunista di Marx e di Engels del 1848,
nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti del 1850 (assieme
alla cancellazione del debito pubblico), nel programma originario della Seconda
Internazionale, nella piattaforma programmatica della Lega Spartaco e dei
partiti comunisti della Terza Internazionale di Lenin e Trotsky. Ed è presente
per una ragione semplice: è una misura che attacca il diritto di proprietà.
Naturalmente non si tratta di una rivendicazione autosufficiente, in quanto va
legata alle altre rivendicazioni del programma anticapitalista. Ma ciò vale per
ogni rivendicazione del programma, non solo per la patrimoniale.
La prova capovolta della connessione tra «imposta fortemente
progressiva» (Marx) e prospettiva rivoluzionaria sta nella parabola storica del
riformismo di estrazione socialdemocratica o staliniana: il suo abbandono di
ogni programma anticapitalista nel nome dell'ingresso nei governi borghesi ha
trascinato con sé l'abbandono della vecchia rivendicazione marxista della
patrimoniale. Oppure ha accompagnato la sua torsione riformista per renderla
compatibile con la collaborazione di classe (si vedano i programmi fiscali dei
fronti popolari di Francia e Spagna nel 1936, o quelli dei governi di unità
nazionale dell'immediato secondo dopoguerra in Francia e Italia).
Negli ultimi trent'anni, dopo il crollo dell'URSS e la fine
del boom capitalistico, tutti i governi borghesi hanno detassato redditi e
patrimoni dei capitalisti, nel nome delle privatizzazioni liberali. Le
(modestissime) imposte esistenti sui patrimoni sono state abbattute in numerosi
paesi: in Austria (1994), in Danimarca (1997), in Germania (1997), in Olanda
(2001), in Islanda, Finlandia e Lussemburgo (2006), in Svezia (2007), sia per
mano dei governi di destra sia per mano dei governi di centrosinistra o di
socialdemocrazia liberale. Il ciclo di Blair in Gran Bretagna ha detassato il
padronato non meno di quanto abbiano fatto i governi di Jospin e di Hollande in
Francia. Il governo Tsipras in Grecia ha tutelato il patrimonio immenso degli
armatori (protetto da norma costituzionale) nel mentre ha svenato la
popolazione povera per pagare il debito alle banche tedesche, francesi,
italiane. Quanto ai governi sostenuti o integrati da Rifondazione Comunista in
Italia sotto la guida di Romano Prodi (1996-1998 e 2006-2008) non solo hanno
ignorato ogni versione di patrimoniale ma hanno realizzato la più radicale
detassazione dei profitti degli ultimi decenni, portando l'Imposta sul reddito
delle società (IRES) dal 34,5% al 27% nella sola finanziaria del 2007 (quella
votata persino da Sinistra Anticapitalista).
“Ma l'attuale governo spagnolo ha varato la patrimoniale”,
protestano in coro i difensori d'ufficio dell'ultima versione di governismo
“progressista” in Europa. Il piccolo dettaglio è che in Spagna – eccezione
europea – l'imposta patrimoniale esisteva già. Il governo di PSOE e Podemos si
è limitato a innalzare dell'1% l'aliquota sui patrimoni superiori ai dieci
milioni, portandola dal 2,5% al 3,5%, ma ha pensato bene di delegare
l'aumento... alla libera scelta delle amministrazioni regionali, molte delle
quali hanno già preannunciato che non l'applicheranno. Quindi non solo non si è
istituita alcuna patrimoniale (che c'era già), ma si è evitato di aumentarla in
termini reali. Prova ne sia che come ricavo di questa misura viene previsto a
bilancio, dallo stesso governo spagnolo, un introito di 346 milioni su entrate
complessive pari a 270 miliardi: il nulla. Persino El Pais, il principale
giornale borghese di Spagna, è imbarazzato dall'inconsistenza del provvedimento
definendolo con un eufemismo “molto timido”. È la prova che in collaborazione
con la borghesia nessuna patrimoniale degna di questo nome è possibile, a
maggior ragione in una stagione di crisi capitalistica internazionale.
Le diverse proposte di patrimoniale in Italia, sfornate
dalle sinistre di governo o da ambienti grillini, non fanno di meglio. Tanto
più a fronte dell'autentico scandalo della concentrazione patrimoniale nella
seconda potenza industriale d'Europa, e settima potenza imperialista al mondo.
I PATRIMONI IN ITALIA E LE MICROPATRIMONIALI DEI RIFORMISTI
La Banca d'Italia fotografa in questi termini la consistenza
e la distribuzione della ricchezza in Italia: in tutto 10669 miliardi,
suddivisi in 6295 miliardi di ricchezza immobiliare (case e terreni) e 4374
miliardi di ricchezza finanziaria (titoli, azioni...). Il 10% più ricco delle
famiglie possiede un patrimonio, finanziario e non, superiore ai 500000 euro.
Questo decile della popolazione detiene 4286 miliardi, cioè il 44% della
ricchezza complessiva.
Tra il 1995 e il 2014, l'1% più ricco della popolazione è
passato dal 17% al 27% della ricchezza nazionale, mentre il 30% più povero
delle famiglie detiene l'1% della ricchezza patrimoniale. La ricchezza media
delle famiglie è pari a 206000 euro.
Non sono dati anomali, come vorrebbe una vulgata provinciale
che pensa sempre che il resto del mondo capitalista sia il modello di
riferimento. È, al contrario, la dinamica mondiale. Il 10% della popolazione
più ricca del pianeta è passato dal detenere il 25/35% della ricchezza mondiale
nel 1980 al possesso del 35/55% nel 2018. La precipitazione delle
disuguaglianze sociali, di cui è costretta a occuparsi persino la stampa
borghese, trova ovunque la sua prima unità di misura nella polarizzazione della
ricchezza patrimoniale.
In questo contesto emerge la ridicola inconsistenza delle
proposte di patrimoniale avanzate in Italia dagli ambienti borghesi e
riformisti. Fratoianni e Orfini (già sostenitore del Jobs act) propongono una
patrimoniale con aliquota progressiva: 0,2% sopra i 500000, 0,5% sopra il
milione, 1% sopra i 5 milioni, il 2% sopra i 50 milioni. Parallelamente
chiedono l'abolizione dell'IMU sulle persone fisiche (oggi esistente solo su
seconde case) e dell'imposta di bollo sui conti correnti. Il saldo netto dei
due provvedimenti ammonterebbe, secondo Fratoianni, a 10 miliardi, una
percentuale irrisoria della ricchezza patrimoniale complessiva. E per di più
una cifra assai dubbia, visto che secondo lo stesso Fratoianni, «in Italia
manca una valutazione del patrimonio e quindi è difficile fare valutazioni esatte»
(Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre). Infatti il paradosso vuole che la
Commissione Bilancio della Camera abbia inizialmente bocciato la proposta per
il fatto che la cancellazione dell'IMU sottrarrebbe un gettito fiscale di 19
miliardi che la minipatrimoniale non è in grado di compensare, dunque “la
proposta è priva di coperture”. Viene da sorridere a pensare che una
patrimoniale talmente modesta da essere accusata di sottrazione di gettito sia
stata presentata dagli ambienti liberali e reazionari come l'espropriazione
comunista del ceto medio.
Luigi Bersani e un settore di Liberi e Uguali hanno avanzato
un'altra proposta: un'aliquota dell'1% sui patrimoni superiori a 1,5 milioni di
euro. Un'aliquota dunque più alta di quella minima indicata da Fratoianni (ci
vuole poco), ma con tre avvertenze. Un contributo solo una tantum; senza
progressività, e dunque a vantaggio dei patrimoni più grandi (chi ha cento
milioni paga la stessa aliquota dell'1% di chi ne ha due); e soprattutto
l'esenzione dalla patrimoniale dei titoli di Stato. Curioso. Già le rendita
finanziaria sui titoli pubblici vede una tassazione dimezzata (12,5%) rispetto
alla tassazione media sulle rendite finanziarie. Esentare i titoli di Stato da
una patrimoniale, per di più una tantum, significa dire che a parità di
patrimonio, chi investe dieci milioni in BTP ha un privilegio rispetto a chi
investe la stessa somma in altri titoli o immobili. Guarda caso le banche
italiane sono stracolme proprio di titoli pubblici, fino a oltre 400 miliardi.
La sinistra liberalprogressista di Bersani e Speranza ha dunque un occhio di
riguardo per il capitale finanziario tricolore. La vecchia scuola del PCI –
l'"interesse nazionale" in primo luogo – ha lasciato una traccia
indelebile nei suoi epigoni liberali.
Infine, si affaccia la proposta del capocomico a 5 Stelle,
che ricopia la seconda parte dell'ipotesi Fratoianni (il 2% sulle ricchezze
superiori a 50 milioni) ma come contributo di solidarietà una tantum e senza
progressività di aliquota; con la richiesta aggiuntiva della riscossione
dell'IMU evasa dalla Chiesa dal 2008 (620 milioni l'anno), secondo quanto
previsto dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Naturalmente una
richiesta ineccepibile, quest'ultima, ma non ha niente a che vedere con una
patrimoniale aggiuntiva – fosse pure solo sui beni ecclesiastici – cui peraltro
lo stesso Grillo si dichiara contrario. È simile semmai alla proposta
rilanciata dal Fatto Quotidiano del liberalgiustizialista Travaglio, con tanto
di raccolta firme: un contributo dai cosiddetti super-ricchi individuati dalla
rivista Forbes, cioè 2774 possessori di un patrimonio personale superiore ai 50
milioni, che detengono complessivamente 280 miliardi, cui si applicherebbe il
2%, e un gruppo di 36 supermiliardari (Giovanni Ferrero in testa) che detiene
nel suo insieme 138 miliardi, cui verrebbe applicato il 3%. Il gettito totale
dell'imposta si aggirerebbe anche in questo caso sui 10 miliardi. La montagna e
il topolino, è il caso di dire.
L'elemento comune di queste cosiddette patrimoniali è molto
semplice: lasciano intatta la piramide strutturale della ricchezza finanziaria
e immobiliare, ingrassata dalla crisi capitalista, chiedendo in punta di piedi
all'ultimo piano della piramide un atto simbolico di generosità verso la popolazione
povera del pian terreno. Poi, siccome persino la richiesta supplichevole di un
atto pietoso suscita la reazione scandalizzata dei partiti borghesi, i
riformisti ripiegano in buon ordine chiedendo scusa e lamentando un equivoco
circa le loro intenzioni. Che effettivamente sono altre, quelle di difendere i
propri scranni ministeriali (quando li ottengono) e possibilmente la faccia (e
questo è più difficile).
Vi è infine un genere di cosiddette patrimoniali di stampo
direttamente borghese, scuola Einaudi per intenderci, o scuola Monti e Amato,
se vogliamo richiamarci a un'esperienza più recente. Nel soccorrere il
capitalismo italiano ed europeo nella grande crisi del 2008-2011, il governo
Monti impose una patrimoniale sulla prima casa. Nel salvare la lira dalla
svalutazione galoppante, il governo Amato nel 1992 impose in piena notte un
prelievo forzoso (senza progressività) sui conti correnti. Furono patrimoniali?
Certamente sì, e oltretutto ben più radicali, sul proprio terreno, di quelle
piatite dalla sinistre riformiste di governo. Semplicemente furono patrimoniali
antioperaie finalizzate a pagare il debito pubblico al capitale finanziario,
con i relativi interessi. Un trasferimento di ricchezza da milioni di salariati
e piccolo-borghesi al portafoglio delle banche, innanzitutto banche italiane.
Tuttora, pur mancando una vera patrimoniale, esistono
diverse imposte sul patrimonio nel sistema fiscale italiano (imposta di bollo,
imposta di registro, bollo auto...) applicate da amministrazioni diverse. Esse
concorrono tutte a finanziare, direttamente o indirettamente, la zavorra del
debito pubblico dello Stato borghese e/o delle sue amministrazioni locali. Sono
per lo più patrimoniali della borghesia sui proletari per ingrassare la
ricchezza della borghesia. Oggi alcuni politici borghesi organici al sistema e
di lunga esperienza (Pierferdinando Casini) o capitalisti blasonati di lungo
corso (Carlo De Benedetti) propongono di unificare queste diverse imposte in
una vera legge patrimoniale messa al servizio dei capitalisti e dei banchieri.
Per la stessa ragione, non esattamente filantropica, diversi grandi capitalisti
mondiali dichiarano la propria disponibilità a contribuire alla cassa comune
della propria classe. Confondere questo genere di cosiddette patrimoniali con
la nostra rivendicazione di patrimoniale sarebbe grottesco, come lo sarebbe
confondere la nostra proposta con le micropatrimoniali simboliche delle
sinistre di governo.
La verità è che il termine “patrimoniale” in sé non dice
nulla, esattamente come il termine “nazionalizzazione”. Dipende da quale classe
la impone, contro quale classe è diretta, quale fine persegue. La nostra
rivendicazione del “10% sul 10% più ricco” è diretta contro la borghesia.
Prende di mira i 4286 miliardi, il 44% della ricchezza patrimoniale nazionale,
detenuta dalla borghesia in quanto classe, e ne preleva 400 miliardi circa da
investire in protezioni sociali, servizio sanitario, istruzione, risanamento
ambientale. Nei fatti è un esproprio della ricchezza borghese. Non colpisce il
“ceto medio”, se con esso si intende la ricchezza media (206000 euro), perché
interviene a partire dal suo più che raddoppio (500000 euro). Interviene in
particolare su quel milione e mezzo di persone in Italia che secondo Credit
Suisse detengono almeno un milione di dollari. Naturalmente la patrimoniale va
rivendicata assieme alla cancellazione del debito pubblico e alla tassazione
realmente progressiva dei redditi: esenzione fiscale del salario medio e
aumento progressivo delle aliquote sugli alti redditi a partire dai profitti e
dalle rendite, sui quali oggi si pagano flat tax miserabili (vedi IRES) contro
ogni principio di progressività.
Significa allora che la nostra attuale formulazione di
patrimoniale è completa? No, non è completa. È più che sufficiente oggi per la
propaganda e l'agitazione della piattaforma di lotta, ma lascia ancora
indefiniti diversi aspetti. Ad esempio: la nostra è una proposta di
patrimoniale straordinaria o ordinaria? Se è straordinaria (una tantum), qual è
la nostra proposta precisa di patrimoniale ordinaria? E in ogni caso, quale
progressione di aliquote indichiamo? Perché sarebbe assurdo applicare la stessa
aliquota su 500000 euro come su 50 milioni di patrimonio.
LE IMPLICAZIONI ANTICAPITALISTE DI UNA PATRIMONIALE
PROLETARIA
Tuttavia non è questo l'aspetto essenziale che qui mi preme
sottolineare. Essenziali sono sono le implicazioni anticapitaliste e
rivoluzionarie della proposta nostra.
Liberali e sinistre di governo muovono un'obiezione di fondo
alla patrimoniale (spesso persino alle proprie stesse proposte): quella di
essere una tassa dal gettito incerto e di scarso effetto, per via dell'evasione
dei patrimoni. Vi può essere una vera patrimoniale senza che si possano
individuare i patrimoni certi su cui applicarla? Non è un'obiezione peregrina.
Manca un'anagrafe patrimoniale, innanzitutto immobiliare.
Decine di migliaia di immobili non sono censiti. Nella sola Roma qualche anno
fa emersero 243 appartamenti non censiti di proprietà di un palazzinaro che li
affittava da decenni... al comune di Roma. Ed è solo una goccia nel mare. La
mancata riforma del catasto fa sì che appartamenti lussuosi di un centro
storico metropolitano siano valutati alla stregua di un'abitazione popolare.
Migliaia di proprietà immobiliari vengono intestate a società estere per
sottrarle al fisco.
Le cose vanno peggio per i patrimoni finanziari. L'evasione
fiscale del capitale finanziario cresce in tutto il mondo in misura
proporzionale alla crisi capitalista. L'esportazione di capitale verso i
paradisi fiscali è prassi dilagante anche in Italia. Nel solo 2019, 12 miliardi
sarebbero stati esportati illegalmente in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi, in
Lussemburgo, in Svizzera, 8 dalle imprese e 4 dalle persone fisiche (Lo stato
della giustizia fiscale 2020). Ed è solo la parte accertata, con ogni
probabilità la punta dell'iceberg. Le banche tricolori (e non solo) fanno a
gara nell'organizzare incontri con clienti importanti per spiegare loro i
meccanismi elusivi. La promozione dell'evasione fiscale dei capitalisti è un
ramo florido dell'industria bancaria, la stessa che ha imposto il taglio di 37
miliardi alla sanità per incassare ogni anno i 70-80 miliardi di soli interessi
sui titoli pubblici.
Tutto questo significa allora che la patrimoniale è
impossibile, o che va ridotta a pochi spiccioli? È questa la conclusione
autoassolutoria cui pervengono i liberalprogressisti e le sinistre di governo
nel nome del “realismo”. Siccome la realtà è l'evasione patrimoniale, e siccome
dobbiamo prendere atto della realtà, non possiamo andare al di là, nel migliore
dei casi, di qualche gesto simbolico di carità.
I marxisti rivoluzionari devono trarre invece la conclusione
esattamente opposta. Il nostro compito non è accettare la realtà ma
trasformarla. Se una patrimoniale seria implica il controllo effettivo dei
patrimoni e dunque la stroncatura della loro evasione, c'è un solo modo di
ottenerla: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e
sotto controllo dei lavoratori. Una nazionalizzazione che è oltretutto il
risvolto naturale della cancellazione del debito pubblico verso il capitale
finanziario. Furono queste, non a caso, tra le prime misure della rivoluzione
d'ottobre, e tra le rivendicazioni del Partito Bolscevico nell'agitazione
politica che la preparò (vedi La catastrofe imminente e come lottare contro di
essa di Lenin).
“Ma ciò è incompatibile con la legislazione dell'Unione
Europea, con i principi della proprietà, con le garanzie della Costituzione...
etc.”, protesteranno i difensori dell'ordine capitalista. Sì, in effetti non
possiamo pretendere che la rivoluzione socialista abbia il consenso di quello
Stato borghese che vuole rovesciare. E una vera patrimoniale come quella che il
Patto d'azione rivendica non è possibile senza rivoluzione socialista,
esattamente come le nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo
operaio. I bordighisti ne ricavano che allora è bene rinunciare alle rivendicazioni
transitorie e limitarsi al programma minimo, confinando la rivoluzione nella
propaganda ideologica astratta o nelle commemorazioni storiografiche del
terrore rosso. I leninisti cercano invece di costruire un ponte, nella lotta di
classe, tra le rivendicazioni immediate e gli scopi finali, introducendo in
ogni lotta parziale la prospettiva del governo dei lavoratori. È questa la
funzione delle rivendicazioni transitorie che fanno da ponte tra il programma
minimo e il programma massimo.
In questo senso la rivendicazione della patrimoniale è oggi
parte di un programma transitorio, più di quanto già lo fosse nel Manifesto di
Marx ed Engels, a fronte di una concentrazione della ricchezza mille volte più
grande di allora. Non solo è una rivendicazione che non va rimossa, ma va
semmai sviluppata nella direzione rivoluzionaria sua propria, quale unica
alternativa reale alle operazioni a debito del capitale, che saranno scaricate
sui salariati e sulle nuove generazioni. È il caso di dire, se non ora quando?
Marco Ferrando