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giovedì 14 gennaio 2021

LA CRISI DEL SECONDO GOVERNO CONTE

 

I GIOCHI POLITICO-ISTITUZIONALI NEL CAMPO DELLA BORGHESIA ITALIANA

 

 
 

La crisi in corso del secondo governo Conte richiama due ordini di considerazioni. Il primo contingente, il secondo di carattere più generale.

 

Perché Renzi  ha aperto la crisi del governo che lui stesso aveva fatto nascere?

Consentendo la nascita del secondo governo Conte nel settembre 2018 Renzi aveva fatto un suo calcolo politico. Non solo quello di intestarsi l’emarginazione (e umiliazione) di Salvini. Ma anche quello di capitalizzare a proprio vantaggio una “inevitabile” crisi del PD stretto nell’abbraccio coi Cinque Stelle. La scissione del PD e la nascita di Italia Viva – ad appena un mese dalla nascita del governo – avrebbero dovuto calamitare questa decomposizione del PD. Il punto è che l’operazione è clamorosamente fallita, come mostrano le ultime elezioni regionali. Dove neppure in Toscana Italia Viva riesce a schiodarsi dal 4%. I sondaggi successivi sono peraltro ben più impietosi, con IV sotto la soglia del 3% con tanto di sorpasso della formazione di Calenda (Azione).

 

 

LA PARTITA DI POKER DI UN PARVENU

 

Mettiamoci allora nei panni di Renzi. Un parvenu che ha fatto la folgorante scalata del PD, che da suo segretario ha toccato la vetta del 41%, che dall’alto di quella vetta ha provato l’ebbrezza di un progetto istituzionale bonapartista ritagliato a propria immagine e somiglianza, si trova nella polvere pochi anni dopo sotto la soglia del 2%, dopo esser passato di sconfitta in sconfitta. Mentre il PD che avrebbe dovuto distruggere (“gli faremo fare la fine che Macron ha riservato al Partito Socialista francese” aveva detto Renzi) non solo ha retto la prova della scissione ma ha tenutole proprie percentuali. Un disastro, insomma, su tutta la linea.

 

Matteo Renzi è oggi nella condizione di chi non ha più nulla da perdere perché sostanzialmente ha già perso tutto. Ciò che gli resta è solo un drappello di parlamentari trasformisti, rotti a ogni uso, senza futuro, se non quello di sbarcare il lunario della legislatura. Il leader usa allora al tavolo da poker della politica borghese l’ultima carta che gli rimane. L’ultima occasione della vita per provare a riabilitare le proprie fortune, a porsi al centro dell'’attenzione pubblica, a scuotere l’albero politico istituzionale per vedere se qualche frutto cadrà mai nel suo cesto.

 

Qual è esattamente l’obiettivo che Renzi si pone provocando la crisi? Ve ne sono molti e tra loro intrecciati. Sgombrare il campo dalla figura di un premier percepito come abusivo perché (indubbiamente) più fortunato di lui; provare a sparigliare in casa PD e M5S mettendo entrambi sotto pressione; puntare a costruire una relazione privilegiata con i nuovi vertici di Confindustria attraverso il rilancio su MES, investimenti infrastrutturali, nuovi soldi alle imprese; riabilitare la propria immagine agli occhi del mondo della scuola, attraverso la rivendicazione della riapertura, ma anche del settore turistico alberghiero (“allarghiamo i ristori”); rinegoziare un equilibrio di governo in cui accrescere il proprio peso specifico e il proprio controllo sui flussi di spesa. E forse soprattutto negoziare una nuova legge elettorale al posto di quella concordata a suo tempo con PD e M5S: perché un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% (ma anche al 4%) sarebbe oggi una sentenza di morte per IV, mentre un maggioritario gli darebbe potere negoziale nei collegi.

 

 

UN CALCOLO RISCHIOSO

 

Ma Renzi non ha paura che la crisi porti alle elezioni anticipate provocando così la sua rovina? No. È convinto che lo spazio di elezioni politiche non vi sia, non solo e non tanto per la pandemia, ma perché Mattarella non porterebbe al voto con la legge elettorale vigente. La quale, combinata col taglio referendario dei parlamentari, darebbe probabilmente al centrodestra una maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento, assicurandogli in un colpo solo la guida del governo, la nuova Presidenza della Repubblica (gennaio 2022), la gestione dei 209 miliardi di provenienza UE. Del resto – calcola Renzi – o si vota subito, ed è difficile per la pandemia, oppure da agosto si entra nel semestre bianco e il Parlamento non può più essere sciolto sino all’inizio dell’anno successivo. Ecco perché Renzi spariglia da autentico acrobata. È convinto di avere una rete istituzionale protettiva.

 

È un rischio azzardato? Indubbiamente.

Lo spazio negoziale nella maggioranza uscente poggia su un filo sottilissimo. Renzi non può uscirne vincente se Conte resta al suo posto, ma PD e M5S hanno in Conte il proprio punto di equilibrio. “Morto un Conte se ne fa un altro” si potrebbe dire, come del resto accadde nel settembre del 2019. Ma la terza volta il gioco trasformista è più difficile perché il filo è molto più logoro. E le intemperanze del Presidente del Consiglio, stretto tra la prudenza di Mattarella e le proprie ambizioni di sfida, non aiutano oltretutto la ricomposizione attorno a lui. Vedremo. La possibilità che il gioco sfugga di mano resta tutta.

 

 

LE CONTRADDIZIONI NEL CAMPO DELLA DESTRA

 

Tuttavia, il gioco di Renzi, per quanto azzardato, non è privo di basi d’appoggio.

Il centrodestra chiede formalmente le elezioni anticipate. Di fronte alla crisi della maggioranza è un passo obbligato. Ma in realtà è anch’esso attraversato da mille crepe.

 

Forza Italia vuole da tempo sganciarsi dalla tutela sovranista nel nome del proprio rapporto col PPE. Non può farlo in un quadro di polarizzazione frontale, ma cerca un proprio spazio di manovra e di emancipazione. In ogni caso è contraria ad elezioni che oggi ne falcerebbero la rappresentanza. La stessa Lega è assai cauta. I suoi governatori del Nord, a partire da Zaia, sono contrari a elezioni perché vogliono stabilità (“Le elezioni oggi con la pandemia sarebbero una follia” dichiara il governatore Veneto). La sua base sociale concentrata nella piccola e media impresa vuole certezza immediata dei ristori e delle risorse europee promesse, e guarda con diffidenza ai trambusti politici.

 

Un pezzo importante della Lega, che gravita attorno a Giorgetti, e che ha relazioni familiari con Bruxelles, predica da tempo una ricollocazione moderata della Lega, fuori dal campo del lepenismo europeo, capace di riabilitarne l’immagine agli occhi del capitale finanziario e dei suoi circoli dominanti.

Questa parte della Lega sa che se si andasse al voto in uno scontro frontale col centrosinistra, Salvini e Meloni vincerebbero. Ma poi dovrebbero governare. Senza relazioni con le capitali europee, in una crisi economica drammatica, nella necessità di predisporre i piani di rientro da un debito pubblico sempre più fuori controllo (altro che “quota 100”). Il rischio di rompersi l’osso del collo sarebbe altissimo.

 

Un governo istituzionale retto dai principali partiti e col coinvolgimento della Lega (a garanzia dei suoi interessi politici) sarebbe agli occhi di Forza Italia e di questa parte della Lega una soluzione assai preferibile. Sminerebbe il terreno sobbarcandosi equamente la corresponsabilità del governo, favorirebbe una riabilitazione della Lega sul terreno europeo, preparerebbe condizioni favorevoli per una prospettiva di vittoria più duratura nella prossima legislatura. Matteo Salvini, a modo suo, capisce questo messaggio che gli proviene da parte del suo mondo. È prigioniero in parte del proprio personaggio, ma è assai più flessibile di come appare (come peraltro questa legislatura ha dimostrato). A volere le elezioni resta la Meloni con Fratelli d’Italia, l’unica che ne verrebbe realmente beneficiata. Il suo condizionamento degli spazi di manovra di Salvini è indubbio. Ma né Salvini né tanto meno Berlusconi vogliono assecondarne il disegno.

 

 

LA CRISI POLTICA ITALIANA

 

Vedremo le mosse dei diversi attori politici e istituzionali in questo ginepraio di contraddizioni. Ogni scenario è possibile.

Ma s’impone una considerazione di fondo. La borghesia italiana è oggi vincente sul piano sociale, ma fatica a darsi un quadro politico e istituzionale stabile.

 

Manca un baricentro politico in Italia. Sia in termini di una forza borghese di massa maggioritaria capace di fare da pivot del sistema politico. Sia in termini di equilibri politico istituzionali. Il vecchio pendolarismo fra centrosinistra e centrodestra che ha incardinato per oltre 20 anni la vita della Seconda Repubblica, gestendo in alternanza le medesime politiche antioperaie, è da tempo crollato sotto la pressione materiale della grande crisi capitalistica del 2008/2012 e dei suoi effetti sociali dirompenti in particolare in Italia. Ma al posto della vecchia alternanza non è subentrato un equilibrio nuovo. Già le elezioni politiche del 2018, con lo sfondamento del M5S, certificarono un quadro di instabilità. Il corso della legislatura l’ha confermato e aggravato. Due governi con maggioranze opposte, equilibri parlamentari che non corrispondono più alla forza politica dei partiti (crollo del M5S, ascesa e discesa della Lega, avanzata di FdI). Lo spazio di manovra del Presidente del Consiglio, con le sue acrobazie trasformiste, è cresciuto in misura proporzionale alla instabilità politica. Ma oltre una certa soglia rischia di esserne ora travolto.

 

Qual è dunque la base materiale su cui si regge nonostante tutto il dominio politico della borghesia e la continuità delle sue politiche di rapina, nonostante l’instabilità politica dei suoi assetti? La debolezza del movimento operaio, il profondo riflusso dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza, per responsabilità preminente delle sue direzioni, ed oggi innanzitutto della burocrazia CGIL. Rilanciare la prospettiva di un fronte unico di classe attorno ad una piattaforma indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici non ha solo una valenza sindacale, ma politica. È l’unica via per sgomberare il campo dalla politica borghese e da tutte le sue miserie, e aprire dal basso uno scenario nuovo.

 

Partito Comunista dei Lavoratori


 

domenica 10 gennaio 2021

sabato 2 gennaio 2021

LA LORO PATRIMONIALE E LA NOSTRA

 

Le ragioni di una rivendicazione centrale del Patto d'azione anticapitalista e della piattaforma dello sciopero nazionale del 29 gennaio.

L'inconsistenza delle obiezioni, da un punto di vista classista e rivoluzionario

 


 

Pubblichiamo un contributo alla discussione interna al Patto d'azione anticapitalista sul tema della patrimoniale.

 

 

La proposta di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco è parte del Patto d'azione anticapitalista per un fronte unico di classe e della piattaforma di sciopero del 29 gennaio, ma incontra ancora all'interno del Patto obiezioni, dubbi, riserve di varia natura, quasi fosse una sorta di concessione obtorto collo ad un'impostazione redistributiva di tipo socialdemocratico. Oppure, peggio ancora, un ripescaggio di posizioni liberali keynesiane.

Sgombrare il campo da queste obiezioni ideologiche può essere utile per razionalizzare il senso della piattaforma del Patto d'azione e svilupparla nella direzione sua propria, come sul tema delle nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo operaio. Ma anche per evidenziare la differenza di fondo, da un punto di vista di classe, tra la nostra proposta di patrimoniale e le finte patrimoniali di stampo borghese liberale o riformista.

 

 

UNA RIVENDICAZIONE MARXISTA, ABBANDONATA DAI RIFORMISTI

 

In primo luogo partiamo da un riferimento storico spesso incompreso: la teoria economica di Keynes non si fonda sul ricorso alla patrimoniale. Prevede piuttosto un'espansione della spesa pubblica in deficit, in funzione anticiclica. Lord Keynes – prima anticomunista reazionario, poi liberale – non voleva alcun conflitto con le classi possidenti, di cui si poneva a tutela. La sua ammirazione per le politiche economiche della Germania hitleriana sono eloquenti. È vero che nell'immediato secondo dopoguerra alcuni governi borghesi europei realizzarono patrimoniali straordinarie, ma lo fecero in funzione del pagamento dei debiti di guerra e del sostegno allo sviluppo capitalistico: una partita di giro a difesa del capitale e del suo rilancio.

 

Viceversa, la rivendicazione dell'imposta patrimoniale progressiva, unita all'abolizione della successione ereditaria della proprietà, è presente nel Manifesto del partito comunista di Marx e di Engels del 1848, nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti del 1850 (assieme alla cancellazione del debito pubblico), nel programma originario della Seconda Internazionale, nella piattaforma programmatica della Lega Spartaco e dei partiti comunisti della Terza Internazionale di Lenin e Trotsky. Ed è presente per una ragione semplice: è una misura che attacca il diritto di proprietà. Naturalmente non si tratta di una rivendicazione autosufficiente, in quanto va legata alle altre rivendicazioni del programma anticapitalista. Ma ciò vale per ogni rivendicazione del programma, non solo per la patrimoniale.

 

La prova capovolta della connessione tra «imposta fortemente progressiva» (Marx) e prospettiva rivoluzionaria sta nella parabola storica del riformismo di estrazione socialdemocratica o staliniana: il suo abbandono di ogni programma anticapitalista nel nome dell'ingresso nei governi borghesi ha trascinato con sé l'abbandono della vecchia rivendicazione marxista della patrimoniale. Oppure ha accompagnato la sua torsione riformista per renderla compatibile con la collaborazione di classe (si vedano i programmi fiscali dei fronti popolari di Francia e Spagna nel 1936, o quelli dei governi di unità nazionale dell'immediato secondo dopoguerra in Francia e Italia).

 

Negli ultimi trent'anni, dopo il crollo dell'URSS e la fine del boom capitalistico, tutti i governi borghesi hanno detassato redditi e patrimoni dei capitalisti, nel nome delle privatizzazioni liberali. Le (modestissime) imposte esistenti sui patrimoni sono state abbattute in numerosi paesi: in Austria (1994), in Danimarca (1997), in Germania (1997), in Olanda (2001), in Islanda, Finlandia e Lussemburgo (2006), in Svezia (2007), sia per mano dei governi di destra sia per mano dei governi di centrosinistra o di socialdemocrazia liberale. Il ciclo di Blair in Gran Bretagna ha detassato il padronato non meno di quanto abbiano fatto i governi di Jospin e di Hollande in Francia. Il governo Tsipras in Grecia ha tutelato il patrimonio immenso degli armatori (protetto da norma costituzionale) nel mentre ha svenato la popolazione povera per pagare il debito alle banche tedesche, francesi, italiane. Quanto ai governi sostenuti o integrati da Rifondazione Comunista in Italia sotto la guida di Romano Prodi (1996-1998 e 2006-2008) non solo hanno ignorato ogni versione di patrimoniale ma hanno realizzato la più radicale detassazione dei profitti degli ultimi decenni, portando l'Imposta sul reddito delle società (IRES) dal 34,5% al 27% nella sola finanziaria del 2007 (quella votata persino da Sinistra Anticapitalista).

 

“Ma l'attuale governo spagnolo ha varato la patrimoniale”, protestano in coro i difensori d'ufficio dell'ultima versione di governismo “progressista” in Europa. Il piccolo dettaglio è che in Spagna – eccezione europea – l'imposta patrimoniale esisteva già. Il governo di PSOE e Podemos si è limitato a innalzare dell'1% l'aliquota sui patrimoni superiori ai dieci milioni, portandola dal 2,5% al 3,5%, ma ha pensato bene di delegare l'aumento... alla libera scelta delle amministrazioni regionali, molte delle quali hanno già preannunciato che non l'applicheranno. Quindi non solo non si è istituita alcuna patrimoniale (che c'era già), ma si è evitato di aumentarla in termini reali. Prova ne sia che come ricavo di questa misura viene previsto a bilancio, dallo stesso governo spagnolo, un introito di 346 milioni su entrate complessive pari a 270 miliardi: il nulla. Persino El Pais, il principale giornale borghese di Spagna, è imbarazzato dall'inconsistenza del provvedimento definendolo con un eufemismo “molto timido”. È la prova che in collaborazione con la borghesia nessuna patrimoniale degna di questo nome è possibile, a maggior ragione in una stagione di crisi capitalistica internazionale.

 

Le diverse proposte di patrimoniale in Italia, sfornate dalle sinistre di governo o da ambienti grillini, non fanno di meglio. Tanto più a fronte dell'autentico scandalo della concentrazione patrimoniale nella seconda potenza industriale d'Europa, e settima potenza imperialista al mondo.

 

 

I PATRIMONI IN ITALIA E LE MICROPATRIMONIALI DEI RIFORMISTI

 

La Banca d'Italia fotografa in questi termini la consistenza e la distribuzione della ricchezza in Italia: in tutto 10669 miliardi, suddivisi in 6295 miliardi di ricchezza immobiliare (case e terreni) e 4374 miliardi di ricchezza finanziaria (titoli, azioni...). Il 10% più ricco delle famiglie possiede un patrimonio, finanziario e non, superiore ai 500000 euro. Questo decile della popolazione detiene 4286 miliardi, cioè il 44% della ricchezza complessiva.

Tra il 1995 e il 2014, l'1% più ricco della popolazione è passato dal 17% al 27% della ricchezza nazionale, mentre il 30% più povero delle famiglie detiene l'1% della ricchezza patrimoniale. La ricchezza media delle famiglie è pari a 206000 euro.

 

Non sono dati anomali, come vorrebbe una vulgata provinciale che pensa sempre che il resto del mondo capitalista sia il modello di riferimento. È, al contrario, la dinamica mondiale. Il 10% della popolazione più ricca del pianeta è passato dal detenere il 25/35% della ricchezza mondiale nel 1980 al possesso del 35/55% nel 2018. La precipitazione delle disuguaglianze sociali, di cui è costretta a occuparsi persino la stampa borghese, trova ovunque la sua prima unità di misura nella polarizzazione della ricchezza patrimoniale.

 

In questo contesto emerge la ridicola inconsistenza delle proposte di patrimoniale avanzate in Italia dagli ambienti borghesi e riformisti. Fratoianni e Orfini (già sostenitore del Jobs act) propongono una patrimoniale con aliquota progressiva: 0,2% sopra i 500000, 0,5% sopra il milione, 1% sopra i 5 milioni, il 2% sopra i 50 milioni. Parallelamente chiedono l'abolizione dell'IMU sulle persone fisiche (oggi esistente solo su seconde case) e dell'imposta di bollo sui conti correnti. Il saldo netto dei due provvedimenti ammonterebbe, secondo Fratoianni, a 10 miliardi, una percentuale irrisoria della ricchezza patrimoniale complessiva. E per di più una cifra assai dubbia, visto che secondo lo stesso Fratoianni, «in Italia manca una valutazione del patrimonio e quindi è difficile fare valutazioni esatte» (Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre). Infatti il paradosso vuole che la Commissione Bilancio della Camera abbia inizialmente bocciato la proposta per il fatto che la cancellazione dell'IMU sottrarrebbe un gettito fiscale di 19 miliardi che la minipatrimoniale non è in grado di compensare, dunque “la proposta è priva di coperture”. Viene da sorridere a pensare che una patrimoniale talmente modesta da essere accusata di sottrazione di gettito sia stata presentata dagli ambienti liberali e reazionari come l'espropriazione comunista del ceto medio.

 

Luigi Bersani e un settore di Liberi e Uguali hanno avanzato un'altra proposta: un'aliquota dell'1% sui patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro. Un'aliquota dunque più alta di quella minima indicata da Fratoianni (ci vuole poco), ma con tre avvertenze. Un contributo solo una tantum; senza progressività, e dunque a vantaggio dei patrimoni più grandi (chi ha cento milioni paga la stessa aliquota dell'1% di chi ne ha due); e soprattutto l'esenzione dalla patrimoniale dei titoli di Stato. Curioso. Già le rendita finanziaria sui titoli pubblici vede una tassazione dimezzata (12,5%) rispetto alla tassazione media sulle rendite finanziarie. Esentare i titoli di Stato da una patrimoniale, per di più una tantum, significa dire che a parità di patrimonio, chi investe dieci milioni in BTP ha un privilegio rispetto a chi investe la stessa somma in altri titoli o immobili. Guarda caso le banche italiane sono stracolme proprio di titoli pubblici, fino a oltre 400 miliardi. La sinistra liberalprogressista di Bersani e Speranza ha dunque un occhio di riguardo per il capitale finanziario tricolore. La vecchia scuola del PCI – l'"interesse nazionale" in primo luogo – ha lasciato una traccia indelebile nei suoi epigoni liberali.

 

Infine, si affaccia la proposta del capocomico a 5 Stelle, che ricopia la seconda parte dell'ipotesi Fratoianni (il 2% sulle ricchezze superiori a 50 milioni) ma come contributo di solidarietà una tantum e senza progressività di aliquota; con la richiesta aggiuntiva della riscossione dell'IMU evasa dalla Chiesa dal 2008 (620 milioni l'anno), secondo quanto previsto dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Naturalmente una richiesta ineccepibile, quest'ultima, ma non ha niente a che vedere con una patrimoniale aggiuntiva – fosse pure solo sui beni ecclesiastici – cui peraltro lo stesso Grillo si dichiara contrario. È simile semmai alla proposta rilanciata dal Fatto Quotidiano del liberalgiustizialista Travaglio, con tanto di raccolta firme: un contributo dai cosiddetti super-ricchi individuati dalla rivista Forbes, cioè 2774 possessori di un patrimonio personale superiore ai 50 milioni, che detengono complessivamente 280 miliardi, cui si applicherebbe il 2%, e un gruppo di 36 supermiliardari (Giovanni Ferrero in testa) che detiene nel suo insieme 138 miliardi, cui verrebbe applicato il 3%. Il gettito totale dell'imposta si aggirerebbe anche in questo caso sui 10 miliardi. La montagna e il topolino, è il caso di dire.

 

L'elemento comune di queste cosiddette patrimoniali è molto semplice: lasciano intatta la piramide strutturale della ricchezza finanziaria e immobiliare, ingrassata dalla crisi capitalista, chiedendo in punta di piedi all'ultimo piano della piramide un atto simbolico di generosità verso la popolazione povera del pian terreno. Poi, siccome persino la richiesta supplichevole di un atto pietoso suscita la reazione scandalizzata dei partiti borghesi, i riformisti ripiegano in buon ordine chiedendo scusa e lamentando un equivoco circa le loro intenzioni. Che effettivamente sono altre, quelle di difendere i propri scranni ministeriali (quando li ottengono) e possibilmente la faccia (e questo è più difficile).

 

Vi è infine un genere di cosiddette patrimoniali di stampo direttamente borghese, scuola Einaudi per intenderci, o scuola Monti e Amato, se vogliamo richiamarci a un'esperienza più recente. Nel soccorrere il capitalismo italiano ed europeo nella grande crisi del 2008-2011, il governo Monti impose una patrimoniale sulla prima casa. Nel salvare la lira dalla svalutazione galoppante, il governo Amato nel 1992 impose in piena notte un prelievo forzoso (senza progressività) sui conti correnti. Furono patrimoniali? Certamente sì, e oltretutto ben più radicali, sul proprio terreno, di quelle piatite dalla sinistre riformiste di governo. Semplicemente furono patrimoniali antioperaie finalizzate a pagare il debito pubblico al capitale finanziario, con i relativi interessi. Un trasferimento di ricchezza da milioni di salariati e piccolo-borghesi al portafoglio delle banche, innanzitutto banche italiane.

 

Tuttora, pur mancando una vera patrimoniale, esistono diverse imposte sul patrimonio nel sistema fiscale italiano (imposta di bollo, imposta di registro, bollo auto...) applicate da amministrazioni diverse. Esse concorrono tutte a finanziare, direttamente o indirettamente, la zavorra del debito pubblico dello Stato borghese e/o delle sue amministrazioni locali. Sono per lo più patrimoniali della borghesia sui proletari per ingrassare la ricchezza della borghesia. Oggi alcuni politici borghesi organici al sistema e di lunga esperienza (Pierferdinando Casini) o capitalisti blasonati di lungo corso (Carlo De Benedetti) propongono di unificare queste diverse imposte in una vera legge patrimoniale messa al servizio dei capitalisti e dei banchieri. Per la stessa ragione, non esattamente filantropica, diversi grandi capitalisti mondiali dichiarano la propria disponibilità a contribuire alla cassa comune della propria classe. Confondere questo genere di cosiddette patrimoniali con la nostra rivendicazione di patrimoniale sarebbe grottesco, come lo sarebbe confondere la nostra proposta con le micropatrimoniali simboliche delle sinistre di governo.

 

La verità è che il termine “patrimoniale” in sé non dice nulla, esattamente come il termine “nazionalizzazione”. Dipende da quale classe la impone, contro quale classe è diretta, quale fine persegue. La nostra rivendicazione del “10% sul 10% più ricco” è diretta contro la borghesia. Prende di mira i 4286 miliardi, il 44% della ricchezza patrimoniale nazionale, detenuta dalla borghesia in quanto classe, e ne preleva 400 miliardi circa da investire in protezioni sociali, servizio sanitario, istruzione, risanamento ambientale. Nei fatti è un esproprio della ricchezza borghese. Non colpisce il “ceto medio”, se con esso si intende la ricchezza media (206000 euro), perché interviene a partire dal suo più che raddoppio (500000 euro). Interviene in particolare su quel milione e mezzo di persone in Italia che secondo Credit Suisse detengono almeno un milione di dollari. Naturalmente la patrimoniale va rivendicata assieme alla cancellazione del debito pubblico e alla tassazione realmente progressiva dei redditi: esenzione fiscale del salario medio e aumento progressivo delle aliquote sugli alti redditi a partire dai profitti e dalle rendite, sui quali oggi si pagano flat tax miserabili (vedi IRES) contro ogni principio di progressività.

 

Significa allora che la nostra attuale formulazione di patrimoniale è completa? No, non è completa. È più che sufficiente oggi per la propaganda e l'agitazione della piattaforma di lotta, ma lascia ancora indefiniti diversi aspetti. Ad esempio: la nostra è una proposta di patrimoniale straordinaria o ordinaria? Se è straordinaria (una tantum), qual è la nostra proposta precisa di patrimoniale ordinaria? E in ogni caso, quale progressione di aliquote indichiamo? Perché sarebbe assurdo applicare la stessa aliquota su 500000 euro come su 50 milioni di patrimonio.

 

 

LE IMPLICAZIONI ANTICAPITALISTE DI UNA PATRIMONIALE PROLETARIA

 

Tuttavia non è questo l'aspetto essenziale che qui mi preme sottolineare. Essenziali sono sono le implicazioni anticapitaliste e rivoluzionarie della proposta nostra.

 

Liberali e sinistre di governo muovono un'obiezione di fondo alla patrimoniale (spesso persino alle proprie stesse proposte): quella di essere una tassa dal gettito incerto e di scarso effetto, per via dell'evasione dei patrimoni. Vi può essere una vera patrimoniale senza che si possano individuare i patrimoni certi su cui applicarla? Non è un'obiezione peregrina.

 

Manca un'anagrafe patrimoniale, innanzitutto immobiliare. Decine di migliaia di immobili non sono censiti. Nella sola Roma qualche anno fa emersero 243 appartamenti non censiti di proprietà di un palazzinaro che li affittava da decenni... al comune di Roma. Ed è solo una goccia nel mare. La mancata riforma del catasto fa sì che appartamenti lussuosi di un centro storico metropolitano siano valutati alla stregua di un'abitazione popolare. Migliaia di proprietà immobiliari vengono intestate a società estere per sottrarle al fisco.

 

Le cose vanno peggio per i patrimoni finanziari. L'evasione fiscale del capitale finanziario cresce in tutto il mondo in misura proporzionale alla crisi capitalista. L'esportazione di capitale verso i paradisi fiscali è prassi dilagante anche in Italia. Nel solo 2019, 12 miliardi sarebbero stati esportati illegalmente in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi, in Lussemburgo, in Svizzera, 8 dalle imprese e 4 dalle persone fisiche (Lo stato della giustizia fiscale 2020). Ed è solo la parte accertata, con ogni probabilità la punta dell'iceberg. Le banche tricolori (e non solo) fanno a gara nell'organizzare incontri con clienti importanti per spiegare loro i meccanismi elusivi. La promozione dell'evasione fiscale dei capitalisti è un ramo florido dell'industria bancaria, la stessa che ha imposto il taglio di 37 miliardi alla sanità per incassare ogni anno i 70-80 miliardi di soli interessi sui titoli pubblici.

 

Tutto questo significa allora che la patrimoniale è impossibile, o che va ridotta a pochi spiccioli? È questa la conclusione autoassolutoria cui pervengono i liberalprogressisti e le sinistre di governo nel nome del “realismo”. Siccome la realtà è l'evasione patrimoniale, e siccome dobbiamo prendere atto della realtà, non possiamo andare al di là, nel migliore dei casi, di qualche gesto simbolico di carità.

 

I marxisti rivoluzionari devono trarre invece la conclusione esattamente opposta. Il nostro compito non è accettare la realtà ma trasformarla. Se una patrimoniale seria implica il controllo effettivo dei patrimoni e dunque la stroncatura della loro evasione, c'è un solo modo di ottenerla: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo dei lavoratori. Una nazionalizzazione che è oltretutto il risvolto naturale della cancellazione del debito pubblico verso il capitale finanziario. Furono queste, non a caso, tra le prime misure della rivoluzione d'ottobre, e tra le rivendicazioni del Partito Bolscevico nell'agitazione politica che la preparò (vedi La catastrofe imminente e come lottare contro di essa di Lenin).

 

“Ma ciò è incompatibile con la legislazione dell'Unione Europea, con i principi della proprietà, con le garanzie della Costituzione... etc.”, protesteranno i difensori dell'ordine capitalista. Sì, in effetti non possiamo pretendere che la rivoluzione socialista abbia il consenso di quello Stato borghese che vuole rovesciare. E una vera patrimoniale come quella che il Patto d'azione rivendica non è possibile senza rivoluzione socialista, esattamente come le nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo operaio. I bordighisti ne ricavano che allora è bene rinunciare alle rivendicazioni transitorie e limitarsi al programma minimo, confinando la rivoluzione nella propaganda ideologica astratta o nelle commemorazioni storiografiche del terrore rosso. I leninisti cercano invece di costruire un ponte, nella lotta di classe, tra le rivendicazioni immediate e gli scopi finali, introducendo in ogni lotta parziale la prospettiva del governo dei lavoratori. È questa la funzione delle rivendicazioni transitorie che fanno da ponte tra il programma minimo e il programma massimo.

 

In questo senso la rivendicazione della patrimoniale è oggi parte di un programma transitorio, più di quanto già lo fosse nel Manifesto di Marx ed Engels, a fronte di una concentrazione della ricchezza mille volte più grande di allora. Non solo è una rivendicazione che non va rimossa, ma va semmai sviluppata nella direzione rivoluzionaria sua propria, quale unica alternativa reale alle operazioni a debito del capitale, che saranno scaricate sui salariati e sulle nuove generazioni. È il caso di dire, se non ora quando?

 

Marco Ferrando