Tutte le
ricette contro i lavoratori in salsa giallo-verde: dall'interclassismo alla
chiusura dell'Ilva, dal silenzio sugli assassinii razzisti ai regali fiscali
per i piccoli padroni
Luigi Di
Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione
dell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della
stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca anti-sistema, si
è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come
quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, oltre al ruolo di
Vice-Premier assieme a Salvini, e si appresta a usarli per asfaltare i diritti
dei salariati e farsi garante degli interessi della borghesia, ma con ricette
tanto strampalate da preoccupare gli stessi centri del potere borghese.
Luigi Di
Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione
dell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della
stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca anti-sistema, si
è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come
quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, per compensare la propria
sete di potere insoddisfatta per il mancato raggiungimento della poltrona di
Premier.
Ci è voluto poco a far cadere la maschera di "cambiamento" delle
politiche sul lavoro del movimento populista e reazionario, e già dalle sue
prime parole da SuperMinistro si mettono in mostra gli ammorbidimenti rispetto
alla campagna elettorale infuocata – ammorbidimento già messo in luce nei vari
tentativi di dialogo falliti con le diverse forze politiche e con i poteri
forti italiani e stranieri per ottenere il controllo del Governo prima del
contratto con la Lega -.
Non solo l'abolizione del JobsAct, emblema delle politiche del PD di
precarizzazione e aggressione dei diritti e delle condizioni dei lavoratori e
delle lavoratrici, è diventata una "rivisitazione" delle politiche
renziane, probabilmente con la reintroduzione dei vergognosi Voucher, produttori
di precarietà estrema ed escamotage di mascheramento del lavoro nero.
Non solo il reddito di cittadinanza tanto promesso, oltre a essere
evidentemente insostenibile rimanendo nelle logiche di gestibilità del sistema
capitalistico e di mercato, diventa sempre più un sussidio di povertà e
precarizzazione, vincolando una piccola elemosina alla necessità di accettare
qualsiasi lavoro venga proposto a qualsiasi condizione esso sia. In poche
parole: se sei disoccupato ancora grazie che ti permettiamo di diventare un eterno
precario senza diritti e sotto ricatto perenne di perdere anche quei quattro
soldi che prendiamo alla contribuzione generale.
Non solo l'abolizione della Legge Fornero si trasforma in un più gestibile ed
accettabile "quota 100" dimenticando tutte le promesse sulle pensioni
minime. Anche qui una proposta difficilmente applicabile sommata alla promessa
del reddito di povertà se non si affronta il nodo della dittatura sistemica del
capitale e della finanza e la sua aurea legge del profitto e della concorrenza.
Non solo di fronte alla vicenda strategica dell'ILVA, a cui son legate le vite
di migliaia di lavoratori e quelle dei cittadini che ne subiscono
l'inquinamento da decenni, sa rispondere con la meravigliosa ricetta, senza
capo ne coda, del "chiuderemo lo stabilimento di Taranto", magari
regalando le tecnologie dismesse ad ArcelorMittal che così può ringraziare e
delocalizzare altrove levandosi una bella gatta da pelare, garantendo una bella
massa di disoccupati e l'impoverimento generale di un intero territorio.
Si spinge oltre DiMaio, mettendo in mostra chiaramente da che parte stia il suo
schieramento e il suo comando.
Tra le prime cose che afferma, da Ministro del Lavoro e dello Sviluppo
Economico, è la volontà di eliminare qualsiasi misura di controllo fiscale per
piccole, medie e grandi imprese. Il tanto agognato tema delle tasse alle
imprese deve essere tagliato con l'accetta semplicemente con un "lasciamo
in pace gli imprenditori", carta bianca e basta con i controlli, perchè
d'altronde non sono problemi atavici il nero e l'evasione in un sistema
incentrato proprio sulle piccole e medie imprese, le cui mancate entrate
ricadono proprio sulla tassazione ai salariati e ai pensionati e colpiscono la
sostenibilità di un Welfare State in perenne smantellamento.
In fondo il benessere e il profitto di padroni e padroncini, inevitabilmente,
porterà ad un maggior benessere anche per i lavoratori e per gli strati più
deboli. Dati che vengono ovviamente confermati dagli annuali rapporti
sull'aumento dei dividendi, sull'aumento dei profitti, sulla sempre maggior
concentrazione di capitali, sul perenne aumento delle forbici di ricchezza tra
strati sempre minori di super-ricchi e ricchi e un enorme massa di lavoratori
poveri e in fase di impoverimento. Dati dimostrati anche dai bilanci annuali di
tutte le imprese e dalle riorganizzazioni lacrime e sangue, dove amministratori
delegati, azionisti e padroni aumentano i loro profitti e dividendi al costo di
licenziamenti, cassintegrazioni, salari di solidarietà, delocalizzazioni,
rinnovi contrattuali che non permettono nemmeno il recupero degli aumenti reali
del costo della vita, aumenti dei ritmi a parità di salario etc.
Il tutto infatti si inserisce nel corporativo, e del tutto "nuovo",
concetto secondo cui "datore di lavoro e dipendente sono sullo stesso
piano. Non devono essere nemici, non devono essere due realtà staccate".
Lo vada a dire a tutti i lavoratori di FCA, dell'azienda di quel Marchionne a
cui ha teso la mano e che ha idolatrato per i 9 miliardi di investimenti
nell'auto elettrica (quando tutti i competitors dell'automotive spendono
regolarmente molto di più), colpiti dalle delocalizzazioni, dai salari di
solidarietà e dalle cassintegrazioni, da un modello contrattuale che li priva
di qualsiasi garanzia e da piani industriali che hanno dimezzato i posti di
lavoro in Italia in quel settore. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le
lavoratrici che sono regolarmente sotto ricatto nel loro posto di lavoro,
perchè precari o perchè gli vengono imposte condizioni di lavoro prive di
sicurezza e prive di dignità sotto la minaccia di chiudere baracca e burattini
e spostarsi dove tutto costa meno o di assumere chi è messo peggio – con tutto
l'esercito di riserva di disoccupati che c'è -. Lo vada a dire a tutti i lavoratori
delle piccole e medie imprese legate al tursimo, alla ristorazione, ai servizi
sociali e all'assistenza, che quando hanno un contratto di lavoro sono già
fortunati. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici morte o
infortunate gravemente perchè i loro padroni devono risparmiare sui costi per
garantirsi profitti competitivi.
Lavoratori e lavoratrici hanno per necessità interessi contrastanti e opposti a
quelle dei loro padroni e dei loro capetti.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di elemosine e di frasi fatte sul
"non essere nemici" con chi ogni giorno li sfrutta fino all'ultima
goccia di sudore e fino all'ultimo anno in cui le gambe li possono reggere in
piedi.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di nuovi imbroglioni per rendersi
conto che per garantire profitti e dividendi a chi sta sopra di loro è
necessario che a pagare i costi delle crisi economiche, dell'anarchia del
libero mercato e della competizione tra padroni siano loro, le proprie
famiglie, la propria salute e i propri diritti.
E ora non può più reggere la favola dei sacrifici comuni e dell'unità di
intenti nel nome della bandiera italiana e di un nuovo interclassismo a spese
della classe lavoratrice e degli oppressi.
Intanto il SuperMinistro e Vice-Premier, nonostante le sue pompose promesse da
eterna campagna elettorale, non ha saputo dire una parola sull'omicidio del
militante sindacale Soumayla Sacko, giovane 29enne ucciso a sangue freddo
mentre cercava di recuperare lamiere per i tetti delle baracche in cui sono
costretti a vivere i braccianti immigrati sotto il ricatto di 'ndrangheta,
caporali, padroni e multinazionali. Non una parola sulla tragica vicenda che si
consuma nel clima di odio e caccia all'immigrato alimentata tanto dalla Lega di
Salvini quanto dal suo partito e da DiMaio stesso, i principali mandanti. Non
una parola sulle condizioni di lavoro e di vita di migliaia di lavoratori come
lui nel settore dell'agricoltura, dell'ediliza, del commercio abusivo, del
caporalato sempre più diffuso anche in settori come la siderurgia e la
cantieristica.
Mentre DiMaio tace, il primo ministro Conte nei suoi discorsi al parlamento
continua a ripetere a pappagallo le promesse scritte sul contratto tra cui la
guerra ai migranti e il rinvigorimento delle espulsioni e Salvini continua a
proferire parole di odio e di morte inneggiando a nuovi e maggiori campi di
concentramento per chi deve essere espulso o è irregolare. Nella fascia nera
della clandestinità, dell'assenza di diritti, del perenne ricatto delle espulsioni
e delle retate delle forze dell'ordine, dei permessi di soggiorno fluttuanti,
della miseria e dell'emarginazione prendono vita proprio queste nuove forme di
schiavitù in cui la vita di un lavoratore vale meno di una cassetta di pomodori
o di una vecchia lamiera abbandonata. Ma il ministro dal sorrisino di
bambolotto e dal tweet facile con incerto congiuntivo ha altro a cui pensare.
Alle prime prove questo governo, e il suo Super-Ministro DiMaio, farà cadere in
maniera sempre più evidente la propria maschera di ennesimo comitato d'affari
di padroni e banchieri, con un occhio di riguardo per i piccoli padroncini
impauriti dalla globalizzazione e pronti a menare il bastone contro chi sta
sotto di loro, sbraitando contro chi sta sopra.
Al Governo del Cambiamento bisogna contrapporre la rivendicazione del Governo
dei Lavoratori e delle Lavoratrici, il solo che possa incarnare
incondizionatamente gli interessi delle classi sfruttate e oppresse.
Il solo governo che possa cambiare radicalmente e con una vera rivoluzione, le
regole del sistema economico e sociale, ponendo al centro le necessità e i
bisogni di chi è sempre stato sfruttato, requisendo senza indennizzo tutte le
leve dell'economia e della finanza, ponendole sotto il controllo della classe
lavoratrice; ridistribuendo il lavoro esistente tra tutti a parità di salario e
programmando un piano generale per il rilancio della produzione, della
distribuzione equa delle risorse e dei beni, e della fornitura dei servizi
essenziali.
Per fare questo è necessario costruire il partito rivoluzionario e comunista,
con cui diffondere questa consapevolezza e organizzare la risposta attraverso
un Fronte Unico di Classe e di Massa che unisca tutti coloro che da questo
sistema non hanno che da perdere, e che con la rivoluzione comunista non hanno
da perdere che le loro catene.
Cristian Briozzo