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mercoledì 9 novembre 2016

Elezioni negli USA: le lezioni di una vittoria reazionaria

Il ritardo della rivoluzione socialista genera mostri



Donald Trump Presidente degli Stati Uniti non è certo un fatto ordinario della vicenda politica internazionale. Alla testa della più grande potenza imperialista del pianeta si afferma non un tradizionale esponente del Partito Repubblicano, dentro la normale alternanza bipolare della democrazia borghese americana, ma un outsider radicalmente reazionario estraneo alla storia del suo stesso partito, e combattuto dall'intero establishment. È un fatto inedito nella storia americana. Nei prossimi giorni approfondiremo l'analisi delle possibili conseguenze di questo fatto sul terreno delle relazioni internazionali, dove la postura isolazionista e protezionista di Donald Trump annuncia forti elementi di discontinuità e ricadute potenzialmente profonde. Ma da subito è necessario e possibile leggere l'eccezionalità del fatto accaduto in rapporto al contesto sociale e politico USA.

Quanto è accaduto trova la sua radice più profonda nell'esperienza della grande crisi capitalistica che ha attraversato e scosso la società americana. La grande crisi iniziata nel 2007 ha disgregato i vecchi blocchi sociali, ha impoverito larghi settori di classe operaia già colpiti dal lungo ciclo di ristrutturazioni e delocalizzazioni, ha declassato ampie fasce di classe media, ha colpito le condizioni sociali delle masse rurali americane. La modesta ripresa capitalista USA, seppur prolungata, non solo non ha sanato le ferite sociali della crisi, ma ha ampliato tutte le disuguaglianze sociali a vantaggio unicamente del capitale finanziario e di Wall Street. Da qui la crisi profonda dell'egemonia di Wall Street sul senso comune popolare, ed anzi la rabbia diffusa di un vasto blocco sociale interclassista contro la classe dirigente americana in tutte le tutte le sue espressioni tradizionali. Donald Trump ha dato a questo sentimento popolare una radicale traduzione reazionaria, volgendolo contro tutti i bersagli fittizi su cui scaricare la frustrazione popolare (messicani, donne, europei, minoranze, banche e fisco) in un classico esercizio della peggiore demagogia. E vi è riuscito proprio in quanto outsider, da "solo contro tutti". La composizione sociale del voto per Trump, con lo sfondamento ottenuto nelle roccaforti della vecchia cintura industriale americana come nell'America profonda delle campagne misura il successo della polarizzazione reazionaria. La campagna sciovinista per "fare grande l'America" ha avuto lo stesso successo della Brexit, e in fondo ha raccolto lo stesso blocco sociale. C'è da augurarsi che chi a sinistra ha brindato alla Brexit non brindi oggi per la vittoria di Trump.

La candidata del Partito Democratico Hillary Clinton ha costituito il bersaglio perfetto per Trump. Una candidata espressione diretta dell'establishment e della continuità del potere, coinvolta personalmente negli scandali di Wall Street, lautamente remunerata dal capitale finanziario, apertamente invisa ad ampi settori dell'elettorato democratico ed in particolare al suo bastione giovanile, ha rappresentato il miglior alleato della campagna reazionaria. La capitolazione di Sanders a Clinton a conclusione delle primarie democratiche nel nome dell'unità contro la destra ha clamorosamente mancato l'obiettivo dichiarato. La subordinazione alla candidata del capitale finanziario non solo non ha sbarrato la strada di Trump ma l'ha lastricata (con buona pace dei commentatori del quotidiano Il Manifesto che tanto avevano applaudito tale scelta). Milioni di lavoratori e di giovani colpiti dalla crisi che non hanno trovato un'alternativa a sinistra, o hanno ripiegato nel non voto o hanno cercato una soluzione a destra.

La vittoria di Trump è infine anche un bilancio del doppio mandato di Barack Obama. La misura del fallimento impietoso di tutte le illusioni riformiste e progressiste che tanta parte della sinistra internazionale aveva seminato attorno alla sua esperienza. Gli otto anni di amministrazione Obama sono serviti a salvare le banche con le risorse pubbliche, e i capitalisti dell'auto col taglio dei salari e dei diritti. Parallelamente, milioni di proletari americani si trovano a pagare polizze sempre più care per l'assistenza medica lasciata nelle mani delle assicurazioni private. Milioni di studenti restano impiccati a un debito a vita per pagare le rette dei propri studi. Milioni di giovani lavoratori alternano la disoccupazione con lavori miserabili, ricattabili, sottopagati. Milioni di giovani neri vivono sulla propria pelle il peggioramento della propria condizione e le vessazioni odiose, spesso omicide, della polizia. L'unico progresso che Obama ha assicurato è quello dei profitti di Wall Street e dei voti di Trump. Il mito del capitalismo democratico ha subito, da ogni versante, l'ennesima smentita.

Ora si prepara in America un nuovo terreno di confronto e di scontro col Presidente più reazionario della storia americana. Nonostante tutto, non mancano le risorse sociali di una opposizione al trumpismo. Negli ultimi anni la ripresa delle lotte salariali nell'industria dell'auto, il movimento per l'aumento del salario minimo, le mobilitazioni giovanili di Occupy Wall Street, il movimento della popolazione nera misurano un potenziale importante. I 13 milioni di lavoratori e di giovani che avevano votato Sanders alle primarie contro Clinton, attratti da un richiamo, per quanto formale, al socialismo, sono anche espressione di nuove dinamiche sociali.
Ma proprio l'esperienza della capitolazione di Sanders a Clinton e della disfatta di Clinton a vantaggio di Trump ripropone in tutta la sua attualità storica la necessità di un partito di classe indipendente contrapposto ai Clinton e ai Trump, al Partito Democratico come al Partito Repubblicano. È l'unica via, tanto più oggi, per dare rappresentanza e prospettiva alla classe operaia e a tutti gli oppressi della società USA, alle loro esigenze e alle loro lotte.

La vittoria di Trump ripropone infatti una considerazione di fondo, che va al di là della vicenda americana. Dentro la svolta d'epoca segnata dalla grande crisi del capitalismo e del riformismo, non c'è spazio storico duraturo per le vecchie forme della politica borghese. Il bivio di prospettiva storica che interroga il mondo è quello tra rivoluzione o reazione. Il ritardo della rivoluzione socialista genera mostri. Trump non è il primo, non sarà l'ultimo. La costruzione di un partito rivoluzionario internazionale che lavori ad elevare la coscienza della classe lavoratrice all'altezza di un alternativa globale di sistema trova nella vicenda USA una ulteriore e clamorosa conferma.

Partito Comunista dei Lavoratori


lunedì 7 novembre 2016

“PROVE DI REGIME”




Il divieto imposto dalle Istituzioni locali ad un presidio pacifico antifascista in piazza Ferruccio Ghinaglia, assassinato dai fascisti il 21 aprile 1921, è un segnale di negazione del dissenso, di repressione, di conferma di “regime”. Improvvisare una “zona rossa” in centro città a difesa della marcetta fascista , qual è in effetti , appare atto estremamente offensivo per Pavia e i suoi cittadini. 
Lotta al fascismo si traduce quindi in lotta a quelle istituzioni borghesi che, a parole e nei fatti, legittimano i fascisti e le loro manifestazioni. 

L’occasione migliore per ribadire con forza che PAVIA È ANTIFASCISTA 

Il PCL esprime solidarietà alle compagne e compagni feriti dalla ingiustificata violenza delle forze dell’ordine. Ringrazia tutti i cittadini che hanno manifestato a difesa dell’antifascismo. 

“Non dobbiamo illuderci che sia solamente il fascismo che terrorizza le piazze d’Italia; è la borghesia col suo governo, le sue spie, i suoi armati, che cerca tutti i mezzi per strangolare la volontà dei lavoratori…” (Ghinaglia su “Falce e Martello” (19/2/1921)

Partito Comunista dei Lavoratori
Pavia sez. "Tiziano Bagarolo"

7 NOVEMBRE: L'ASSALTO AL CIELO




«Operai, soldati, contadini,
il secondo congresso panrusso dei soviet dei deputati degli operai e dei soldati è aperto. Esso rappresenta la grande maggioranza dei soviet... Il congresso prende il potere nelle sue mani. Il governo provvisorio è deposto... Il potere sovietico proporrà una pace democratica immediata a tutte le nazioni... procederà alla libera consegna della terra dei latifondisti, della corona, dei monasteri ai comitati contadini, difenderà i diritti dei soldati e realizzerà la piena democratizzazione dell'esercito, stabilirà il controllo operaio sulla produzione, assicurerà la convocazione dell'Assemblea Costituente alla data fissata... assicurerà a tutte le nazionalità viventi in Russia il diritto assoluto di disporre di se stesse... Soldati, operai, impiegati, il destino della rivoluzione e della pace democratica è nelle vostre mani, viva la rivoluzione.» (7 novembre 1917)

«Il governo operaio e contadino abolisce la diplomazia segreta... Esso procederà immediatamente alla pubblicazione integrale di tutti i trattati segreti ratificati o conclusi dal governo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti sino al 7 novembre 1917. Tutte le clausole di questi trattati segreti, che hanno per scopo di procurare vantaggi e privilegi agli agrari e ai capitalisti russi, di mantenere o di accrescere le annessioni fatte dall'imperialismo grande-russo, sono denunciate dal governo immediatamente e senza riserve.» (8 novembre 1917)

«...Il governo operaio e contadino si rivolge in particolare agli operai coscienti... dell'Inghilterra, della Francia, della Germania. Sono stati questi operai a rendere i più grandi servigi alla causa del progresso e del socialismo... Gli operai di questi paesi si sentiranno in dovere di liberare l'umanità dagli orrori della guerra... con una azione generale, decisiva, rivoluzionaria, ci aiuteranno a... liberare le masse sfruttate da ogni schiavitù e da ogni sfruttamento.» (8 novembre 1917)

«Il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre alla base alla base della propria azione sulla questione delle nazionalità i seguenti principi:
1) Eguaglianza e sovranità dei popoli della Russia
2) Diritto dei popoli della Russia di disporre liberamente di se stessi
3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le restrizioni di carattere nazionale e religioso
4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici viventi sul territorio russo»
(15 novembre 1917)

«La soppressione dei giornali borghesi non è stata solo un mezzo di lotta durante l'insurrezione... era anche una misura transitoria indispensabile per stabilire il nuovo regime della stampa, un regime nel quale i capitalisti, i proprietari delle tipografie e della carta, non potranno essere più i manipolatori onnipotenti dell'opinione pubblica.»
«Il monopolio della borghesia sulla stampa va abolito... Il diritto di proprietà delle tipografie e della carta appartiene da adesso in primo luogo agli operai e ai contadini e soltanto in secondo luogo alla borghesia, che rappresenta una minoranza... Se noi nazionalizziamo le banche, possiamo forse tollerare dei giornali finanziari?»
(Trotsky, novembre 1917)

«Noi abbiamo spezzato il giogo del capitalismo, come la prima rivoluzione di febbraio aveva spezzato il giogo dello zarismo. Se la prima rivoluzione ha avuto ragione a sopprimere i giornali monarchici, noi abbiamo ragione a sopprimere la stampa borghese... Adesso che l'insurrezione è terminata, non abbiamo affatto intenzione di sopprimere i giornali degli altri partiti socialisti, salvo nel caso che essi incitassero alla sollevazione armata o all'insubordinazione contro il potere sovietico... Tipografie, inchiostro, carta, sono divenuti proprietà del governo sovietico e devono essere ripartiti in primo luogo tra i partiti socialisti, in diretta proporzione al numero dei loro membri.»
(Lenin, novembre 1917)

«...Il governo sovietico si accinse con fiducia all'organizzazione dello Stato. Molti vecchi funzionari vennero a schierarsi sotto la sua bandiera... Quelli che erano spinti da desiderio di denaro furono disillusi dal decreto sul trattamento economico dei funzionari che fissava lo stipendio dei commissari del popolo al massimo di 500 rubli (cinquanta dollari) al mese... Lo sciopero dei funzionari... fallì, avendo cessato di sostenerlo gli ambienti finanziari... I bolscevichi non avevano conquistato il potere con un compromesso con le classi possidenti, né conciliandosi col vecchio apparato statale. E neppure con la violenza organizzata di una piccola consorteria. Se in tutta la Russia le masse non fossero state pronte per l'insurrezione, essa sarebbe fallita. La sola ragione del successo dei bolscevichi è che essi realizzavano le aspirazioni elementari degli strati più profondi del popolo, chiamandoli all'opera di distruzione del passato... per edificare sulle sue rovine ancora fumanti un mondo nuovo.”
(John Reed, “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”)


Questo semplice richiamo ai primi provvedimenti della rivoluzione bolscevica racchiude una lezione di verità storica. Rottura anticapitalista, democrazia rivoluzionaria, principi e prospettive internazionalisti, non solo misuravano la radicalità rivoluzionaria del bolscevismo, ma anticipavano la sua totale alterità allo stalinismo che l'avrebbe distrutto.

Recuperare l'attualità di quel programma - di fronte al fallimento del capitalismo e al crollo dello stalinismo - è il compito dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.


Partito Comunista dei Lavoratori