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mercoledì 14 gennaio 2015
PERCHÈ SOSTENERE IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Un altro sistema non si costruisce per riforme, non s'improvvisa e non s'avvia tramite il mercanteggiamento ideologico per un posto in Parlamento (magari con un candidato premier che fa della legalità la sua base).
Un altro sistema ha le sue fondamenta ideologiche (marxismo rivoluzionario), ha la sua tattica e strategia che attinge dal leninismo/trotskysmo.
La cosa più importante è che per poter cambiare la società serve un programma transitorio che cammini verso il socialismo, il comunismo non è un traguardo casuale, né da attendere fatalisticamente... un orizzonte lontano, un solo richiamo simbolico.
Programma, base ideologica, unità nell'azione sono il DNA del PCL, ma non possiamo dire lo stesso della sinistra radicale.
La sinistra riformista basa invece tutte le sue proposte sulle modifiche istituzionali, sui correttivi da portare centrando il suo baricentro politico sulla democrazia parlamentare (nella speranza di un loro ritorno tra le "sdraio di Montecitorio"). Tutta la sinistra radicale è tristemente elettoralista tanto da poter - senza troppe lamentele - rinunciare alla propria identità (simbolo, falce e martello).
Noi, come PCL, siamo altro, come la nostra storia insegna. Non abbiamo mai mercanteggiato le nostre idee per un posto, anzi a volte (caso Ferrando 2006) per le nostre idee e coerenza l'abbiamo perso...
Voler costruire un partito, come vuole il PCL, per il cambiamento è un dovere per i marxisti rivoluzionari, è una esigenza per i ceti più deboli.
La necessità e la possibilità di un programma rivoluzionario chiaro (come quello del PCL) e di un'organizzazione per l'alternativa per il socialismo è oggi più che mai all'ordine del giorno. Non solo per le sbagliate risposte alla crisi mondiale che tutte le sfumature della borghesia hanno dato , ma perché il socialismo è l'unica alternativa possibile a questo iniquo sistema di ridistribuzione.
Per difendere gli interessi degli sfruttati è indispensabile un Partito stabile che ne garantisca l'unità e l'indipendenza dalla borghesia.
Solo il Partito Comunista dei Lavoratori, ad oggi, fa questo.
giovedì 8 gennaio 2015
FASCISMO ISLAMICO E ISLAMOFOBIA
La concorrenza fra Al Qaeda e Isis nella conquista dell'egemonia all'interno del campo islamico integralista può sospingere la corsa al rialzo negli atti di terrore.
Entrambe le organizzazioni cercano di presentarsi anche per questa via, l'una contro l'altra, come il riferimento egemone della “guerra santa”.
La campagna reazionaria islamofoba che si sta sviluppando in Europa, a seguito della strage di Parigi è nauseante.
Le forze populiste reazionarie impegnate a cavalcare da tempo l'emergenza migranti, cercano di trarre ulteriore vantaggio dall'accaduto, alimentando cinicamente paura e isteria. Non solo in Francia con Le Pen ma anche in Germania con l'emergente Pegica.
La coalizione delle democrazie imperialiste, impegnate a sostenere le ragioni “democratiche” del proprio intervento militare in Medio oriente, cercano di presentarsi come custodi della “civiltà” contro la barbarie, dando vita a nuove militarizzazioni di quartiere e caccia alle streghe. Giornalacci reazionari come Libero scrivono in prima pagina a caratteri cubitali “Questo è l'Islam”, riesumando la peggiore Fallaci e lanciando una autentica crociata nel nome della “cristianità”.
La Lega di Salvini inzuppa il pane in questa brodaglia rancida. I migranti in generale, i migranti arabi in particolare, rischiano di pagare tutto questo con più pesanti vessazioni, soprusi, umiliazioni.
Siamo con tutte le nostre forze contro il fascismo islamico, in Medio oriente come in Europa. Ma lo siamo da un versante opposto a quello dei reazionari e degli imperialisti.
Siamo da marxisti contro tutte le religioni. Ogni religione ha un fondamento irrazionale.
In ogni religione c'è un elemento totalitario. Nella Bibbia dell'antico Testamento si leggono versi non meno violenti e sanguinari che nel Corano.
Ma la nostra battaglia culturale contro ogni religione si coniuga col rispetto totale della libertà di fede nel rifiuto di ogni criminalizzazione dei credenti. I diritti della libertà di fede sono incondizionati. Abbiamo difeso in Egitto la comunità cristiana quando era aggredita dai Fratelli Musulmani, e così abbiamo fatto coi cristiani arabi minacciati e trucidati dall'Isis.
Allo stesso modo difendiamo il diritto dei migranti musulmani in Europa e delle loro comunità contro le minacce indiscriminate che oggi subiscono.
Siamo per la libertà di critica e di satira, incondizionatamente.
La pretesa di escludere la religione dal campo della satira è una pretesa reazionaria. Sia quando rivendica l'intangibilità di Maometto. Sia quando rivendica l'intangibilità di Gesù, della Croce, o addirittura del Papa. La difesa della libertà di religione si sposa con la difesa della libertà di critica della religione. Che è anche la nostra libertà.
Lo spettacolo di chi denuncia l'integralismo islamico dopo aver difeso l'integralismo cristiano rivela una ipocrisia rivoltante.
Siamo per la distruzione delle organizzazioni fasciste di ogni fede. Il fascismo è la peste per il movimento operaio e per le libertà democratiche. Sia quando veste i panni islamici dell'Isis o di Al Qaeda, sia quando indossa le vesti cristiane di Forza Nuova. Ogni tentativo dei fascisti “cristiani”di cavalcare l'islamofobia va doppiamente respinta e frontalmente attaccata.
Respingiamo il tentativo di scaricare sui migranti i crimini del fascismo islamico.
I migranti già pagano il costo terribile della fuga dalla fame, dalle dittature, e dalle guerre. Oggi anche dalle guerre condotte dall'Isis, come in Siria e in Irak.
Il fatto che debbano pagare anche qui, con nuove vessazioni, il prezzo dei crimini del fascismo islamico è doppiamente inaccettabile. Siamo per la difesa di tutti i migranti, arabi e cristiani, del loro diritto alla vita e alla libertà di fede. Ogni loro criminalizzazione diventa oltretutto il brodo di coltura ideale per il fascismo islamico e la sua azione di reclutamento.
Neghiamo all'imperialismo “democratico” ogni credibilità nella sua veste di cacciatore del terrorismo islamista.
La montagna di guerre coloniali, genocidi, torture, condotte dall'imperialismo ( e dal sionismo) nella nazione araba e in Medio oriente , con la frequente connivenza subalterna delle sinistre occidentali, ha rappresentato alla lunga il principale trampolino di lancio, di reclutamento, di influenza, del fascismo islamico.
Solo il movimento operaio e le masse oppresse, in Europa, come in terra araba, possono sconfiggere il fascismo islamico.
Ma lo possono fare solo in contrapposizione all'imperialismo, solo lottando per un'alternativa socialista alla barbarie del capitalismo: del capitalismo occidentale, come del capitalismo arabo saudita e del nuovo Califfato di Al Baghdadi.
La prima frontiera della lotta al terrorismo fascista di Parigi si trova a Kobane, fra i combattenti kurdi, come nelle forze migliori della rivoluzione siriana.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
martedì 6 gennaio 2015
Per un intervento rivoluzionario alle prossime elezioni Risoluzione dell'EEK - conferenza straordinaria del 28 dicembre 2014
1. La bancarotta economica del Paese e la disintegrazione sociale hanno portato alla più acuta crisi di potere politico. Il governo Samaras-Venizelos, al collasso, legato al memorandum della troika, non è più in grado di governare; ed un successivo governo basato su Syriza non è un'opzione attuabile né per le classi dominanti né per le masse popolari che presumibilmente lo voteranno. La corsa a capofitto di Samaras verso l'obiettivo del completamento del memorandum, con la sua retorica fallita da “storia di successo”, è terminata in una tragicommedia. La troika, innanzitutto lo stesso FMI e Schäuble, hanno fatto mancare il terreno sotto i piedi del governo Samaras-Venizelos chiedendo nuove devastanti misure antipopolari, e così accelerando verso le elezioni presidenziali ed elezioni politiche anticipate. Non c'è dubbio che l'ultimatum della troika abbia avuto come destinatario finale non l'attuale dimissionario primo ministro di destra, bensì il prossimo, di sinistra. Il cinico ricatto della UE è chiaro: o Syriza si piegherà a rifiutare le attese popolari o sarà schiacciata dai “mercati” – come a mandare un messaggio a Podemos in Spagna e a Sinn Féin in Irlanda. Da parte della UE non c'è spazio per compromessi, dal momento che sta colando a picco nella recessione, nell'ultra indebitamento e nella deflazione, e che la crisi sistemica capitalista dalla periferia minaccia ora il centro: Italia, Francia e la stessa Germania. Dall'altro lato, la subordinazione politica della destra alla troika e al capitale sta ora eccedendo tutti i limiti di sopravvivenza del popolo. La politica di Syriza di ridurre l'austerità attraverso la negoziazione e il compromesso con la UE, il FMI e il capitale greco e internazionale eccede i limiti imposti dal peggioramento della crisi del capitalismo. La reazione si sta preparando per il confronto, rafforzando le sue posizioni negli apparati statali, parastatali, repressivi, giudiziari, ideologici, così come nelle gang fasciste, per trasformare un governo Syriza in una “parentesi di sinistra” prima che l'estrema destra torni a prendersi la rivincita di una controrivoluzione sociale. Le prossime elezioni sono indubbiamente un episodio cruciale della nuova fase della lotta di classe. In ogni caso, qualsiasi risultato possa esserci, è certo che esse non risolveranno ma esaspereranno ulteriormente la crisi politica e, alla fine, la crisi generale delle classi dominanti. I capitalisti non sono in grado di portare la società fuori dalla crisi del loro sistema. Solo la classe lavoratrice, appoggiata dalle classi popolari che oggi la crisi sta distruggendo, può garantire un'uscita dalla crisi, preparando l'abbandono di questo sistema di dominazione borghese e imperialista per il socialismo internazionale nella regione, in Europa e nel mondo intero. Dal momento che l'epicentro del tutto è la crisi di potere stessa, la questione primaria di una strategia che si dica rivoluzionaria (tattiche di lotta di classe; tattiche elettorali; programma di transizione; posizione su debito, misure di “austerità” e UE; fronti, alleanze ecc.) deriva da ed è connessa con questo punto strategico fondamentale.
2. L'attuale battaglia politica si gioca sul campo nemico del parlamentarismo borghese, controllato dal capitale, dai partiti del sistema e dai media, che condanna al silenzio le voci della sinistra rivoluzionaria. Ciononostante, la battaglia prende corpo esattamente nelle condizioni di decomposizione avanzata del parlamentarismo borghese e sotto le grida di protesta popolari, che forniscono un'arena importante per un intervento rivoluzionario del EEK. Queste elezioni politiche anticipate, con la loro puzza soffocante di scandali, “acquisti”, tangenti, concussioni e voltafaccia, hanno aumentato il decadimento del sistema politico. Hanno completamente smascherato un Parlamento zombie che ratifica decisioni preapprovate da un regime borghese in stato di “emergenza”. In nome dell'agonizzante democrazia borghese, i governanti, guidati dai bisogni della guerra di classe, hanno deciso di costruire prigioni “di tipo C” destinate non solo ai detenuti, ma a qualsiasi tipo di resistenza: per il confino dell'intera società. Le elezioni non resusciteranno un parlamentarismo morto vivente, sebbene illusioni parlamentari possano crescere con l'aspettativa di un “governo di sinistra”. La strada per la libertà non passa attraverso “maggioranze” elettorali o coalizioni parlamentari e compromessi fra sinistra e centrosinistra o nazionalisti di destra del tipo di AN.EL. Greci Indipendenti (partito di destra anti-austerità – NdT), ma attraverso l'autorganizzazione dei lavoratori e la lotta di massa per il loro potere, il potere di chi “sta in basso” contro il potere di chi “sta in alto”. Questo sistema ha raggiunto i suoi limiti, e deve quindi essere abbattuto.
3. Il governo Samaras e i partiti dell'opposizione ufficiale stanno gareggiando per convincere i cittadini su chi sarà, nel febbraio 2015, “il più affidabile ed efficace negoziatore con la UE, la BCE e il FMI” fra il negoziatore di destra, le “facce familiari” a Juncker, Moscovici e Merkel, e il negoziatore di sinistra, “più duro”. In realtà, comunque sia, non c'è nessuno spazio per vere negoziazioni. Da una parte, i diktat di Berlino, Bruxelles e Washington non sono negoziabili; dall'altra parte, le nostre vite, le vite delle masse hanno raggiunto, se non già superato, i loro limiti, e non possono essere negoziate da nessuno. Non scegliamo i negoziatori delle nostre vite! Il memorandum non sarà stracciato da nessun governo borghese, ma dagli stessi lavoratori con uno sciopero politico generale a oltranza come arma per la sua abolizione e per la connessa cancellazione del debito estero per gli usurai internazionali! Chiunque sia eletto, l'unica scelta è la continuazione della lotta di classe fino alla vittoria dei lavoratori e di tutti gli oppressi. Se, come molto probabile, la destra, sgretolata, sarà mandata via, non dovrà esserci un giorno né un'ora di tregua, negligenza o inattività, in attesa del “periodo di grazia” concesso al nuovo governo. La potenza delle masse deve immediatamente essere esercitata attraverso tutte le forme di mobilitazione e autorganizzazione delle sue forze nei quartieri, negli spazi pubblici, nei posti di lavoro e di studio. Se la causa della nostra liberazione dalla sofferenza è lasciata nelle mani dei “negoziatori”, la reazione nazionale e internazionale che si prepara in agguato per la sua vendetta vincerà. Quella della vittoria è una questione strategica al fine di organizzare la battaglia per il potere della parte degli oppressi, lavoratori e disoccupati, poveri e nuovi poveri causati dalla spirale del memorandum.
4. L'EEK non è indifferente né politicamente sprezzante nei confronti delle larghe masse che sperano in una vittoria di Syriza per poter avere anche il minimo respiro dal soffocamento dell'austerity. Non teniamo un atteggiamento di equidistanza e non minimizziamo le differenze fra la destra e Syriza, come fa il KKE stalinista. Condividiamo la rabbia del popolo e ci uniamo alla sua lotta. Siamo pronti per l'azione unitaria contro la troika, il memorandum, la destra nero-blu-verde (dai colori di riferimento rispettivamente di Alba Dorata, Nea Democratia e Pasok. "NdT") e il comune nemico di classe. Riconosciamo le condizioni e anche i limiti dello spostamento di massa a sinistra che a partire dal 2012 ha preso la forma di un sostegno politico di massa a Syriza, vista non più soltanto come una forza di opposizione e di pressione al potere borghese, ma come un'alternativa di governo della sinistra. Ma insieme con le speranze di molti, non ignoriamo le aspirazioni di alcuni “ex” pro-troika, “ex” Pasok, “ex” Sinistra Democratica, e altri furfanti che cercano in Syriza la piscina di Siloam in grado di assolverli dai loro peccati pubblici e di raggiungere la cucchiaiata di miele del potere borghese. Soprattutto, non perdiamo di vista quei gruppi capitalistici, circoli, e politici borghesi che sostengono “alleanze necessarie con un governo basato su Syriza” che rimanga sempre nel sistema capitalistico e nell'UE, e che porterà un domani a politiche di collaborazione di classe. L'accettazione di una tale collaborazione di classe, che può solo essere contraria agli interessi dei lavoratori e del popolo, è già presente nella dichiarazione di lealtà della leadership di Syriza, tesa alla “continuità dello Stato” - nel momento della sua crisi di potere, a rimanere nell'UE e nella NATO e ad accettare le condizioni del soffocante coinvolgimento e dominazione imperialista nella nostra regione. Facciamo appello alle forze che all'interno della classe lavoratrice, dei giovani, degli intellettuali appoggiano Syriza o investono in essa le loro speranze, a chiedere alla sua leadership di rompere con la borghesia, con i suoi politici, con tutti gli opportunisti e tutti gli attori del potere capitalista. Facciamo appello ad essi perché rifiutino la politica della “continuità dello Stato” e gli accordi con l'imperialismo, il capitalismo in bancarotta, la UE, il FMI e la NATO. Ad ogni passo che la base popolare di Syriza farà in questa direzione, noi saremo al loro fianco, pur mantenendo la nostra indipendenza politica, le nostre critiche e i nostri avvertimenti sul fatto che i leader riformisti non sono affatto pronti a queste necessarie rotture. Essi stanno già mostrando la loro servilità con le dichiarazioni rassicuranti nei confronti del capitale e della UE, con le loro azioni, e specialmente con il loro programma. Le misure di austerità non possono essere cancellate senza un annullamento unilaterale e senza esenzioni del debito nei confronti della prigione della UE, della BCE e del FMI. Le misure di austerità, il debito e la troika sono le teste di un'idra: non possiamo tagliare solo una delle teste lasciando in pace le altre. Il “programma di Salonicco” (avanzato da Syriza), totalmente inadeguato, vorrebbe riempire l'oceano delle sofferenze popolari con un cucchiaino. Tutta la sua lealtà alla “continuità dello Stato” apre la strada ad una tragedia di tipo cileno del 1973. Per avere pane, lavoro, sanità, istruzione, libertà, è necessario rovesciare il sistema di fame, disoccupazione, ignoranza e repressione. Altrimenti saremo sepolti sotto le rovine della bancarotta del capitalismo. Occorre una radicale riorganizzazione dell'economia su nuove basi sociali, cioè socialiste, secondo un piano scelto democraticamente, che vada incontro ai bisogni sociali; con la nazionalizzazione dei settori strategici, senza indennizzo agli squali capitalisti, sotto il controllo e la direzione dei lavoratori. Occorre un potente fronte unico di tutti i lavoratori e delle organizzazioni popolari, movimenti, associazioni, di tutti i centri di resistenza sociale e di lotta contro la crisi esistenti e che nasceranno, di tutti i militanti della sinistra e del movimento rivoluzionario – dal KKE a Syriza ad ANTARSYA all'EEK alle altre organizzazioni di sinistra, agli anarchici e ai movimenti antiautoritari; che distrugga la reazione, il dominio imperialista, lo Stato di polizia, il parastato fascista, la schiavitù sociale, e che apra la strada all'universale emancipazione umana, che per l'EEK non è altro che l'universale comunismo della libertà.
5. La crisi non è una peculiarità della Grecia, ma un processo mondiale. All'epicentro di questa crisi capitalista mondiale c'è l'Europa. Una definitiva fuoriuscita dalla crisi non è praticabile se essa riguarda un solo Paese, con un'”autarchia” o un trinceramento nazionale. Il nazionalismo economico, che causò tragedie tra le due Guerre e portò al secondo conflitto mondiale, divampa ancora, specialmente nell'Unione Europea, con caratteristiche di estrema destra, di destra o “di sinistra”, a causa delle misure di cannibalismo sociale della UE e dei suoi governi. Se nel passato il nazionalismo economico ha dimostrato di essere inutile e distruttivo, oggi è un'utopia reazionaria, una ricetta per disastri. L'EEK dichiara senza ambiguità: nessun compromesso con il devastante nazionalismo economico, anche avente un segno “di sinistra”. La salvezza per le masse richiede nient'altro che una rivoluzione sociale. La lotta rivoluzionaria può iniziare in Grecia o in un altro Paese, ma la sua vittoria non può essere conseguita se non in scala internazionale, con l'unificazione di tutte le lotte rivoluzionarie, per l'unificazione socialista della nostra regione e dell'Europa sulle rovine dell'UE imperialista.
6. Tutte le necessità, le opportunità e i rischi del momento storico che stiamo vivendo richiedono che l'indipendenza politica della classe lavoratrice sia costruita e preservata da un nuovo Trattato di Varkiza [l'accordo del 1945 fra l'imperialismo britannico e i partigiani dell'ELAS traditi dallo stalinismo]. Ciò che rende più che mai necessario e urgente l'intervento politico indipendente delle forze rivoluzionarie, della sinistra rivoluzionaria e dell'EEK nell'imminente e, per le masse, cruciale battaglia elettorale. È a questo proposito che abbiamo organizzato il 15 dicembre scorso, nella facoltà li legge dell'università di Atene, un'assemblea pubblica per presentare la proposta dell'EEK, intitolata “Sulla strada di dicembre – la risposta rivoluzionaria alla crisi”, invitando altre organizzazioni della cosiddetta sinistra extraparlamentare e del movimento. ANTARSYA ha risposto all'invito, e due rappresentanti delle organizzazioni NAR e SEK hanno partecipato e sono intervenuti. Il 18 dicembre c'è stato un incontro di delegazioni di ANTARSYA ed EEK (vedi la Dichiarazione del Politburo dell'EEK del 20 dicembre e il Comunicato congiunto di ANTARSYA ed EEK del 22 dicembre). Sia all'assemblea pubblica che all'incontro con ANTARSYA, al di là dell'accordo su specifici punti programmatici (come la cancellazione del debito, le nazionalizzazioni senza indennizzo, il controllo dei lavoratori), l'EEK ha insistito sulla prospettiva del potere dei lavoratori come risposta rivoluzionaria antisistema alla crisi politica e come base di confronto con la proposta di governo di Syriza, e ha categoricamente rifiutato qualsiasi compromesso con qualsiasi nazionalismo “di sinistra”, e di conseguenza collaborazioni con formazioni quali “Piano B” e PAMES, che hanno organizzato iniziative con riconosciuti rappresentanti dell'area della “sinistra nazionalista” della Francia e dell'Italia imperialiste (Nikonoff e Campo Antimperialista). Purtroppo, la maggioranza di ANTARSYA, con la responsabilità di NAR, ARAN e ARAS (uniti in PAMES) non solo non ha tenuto conto dei rilievi critici dell'EEK, ma ha anche firmato solennemente un'alleanza politico-elettorale con PAMES. “Piano B”, che è in questa coalizione fin dall'inizio, nello stesso momento in cui stringe la mano alla maggioranza di ANTARSYA non si fa problemi ad agitare provocatoriamente il suo nazionalismo e il suo feticismo per la dracma. I leader di “Piano B” hanno firmato il 19 dicembre (il giorno dopo l'incontro con ANTARSYA) una dichiarazione comune pubblica “per la creazione di un polo patriottico democratico” con l'EPAM di Kazakis e l'inesistente “Dracma – Movimento Democratico Greco Cinque Stelle” di... Katsanevas (un corrotto statista ex Pasok)!! Ovviamente, l'EEK non avrebbe mai accettato di essere associato a tanto discredito, nemmeno in nome della sinistra rivoluzionaria, con il pretesto di vincere “le correnti che tendono a differenziarsi dal riformismo e si spostano a sinistra”. Non è difficile vedere che i “patrioti” di “Piano B” non rompono con il riformismo, e sono anzi alla destra del KKE, e anche di determinate forze interne a Syriza. Senza essere accusati di voler “interferire” negli “affari interni” di ANTARSYA, con la responsabilità ed il coraggio derivanti da decenni di lotta comune, chiediamo ai compagni di ANTARSYA, specialmente ai compagni di NAR e della sua organizzazione giovanile, nKA, di rifiutare quest'opportunista alleanza politico-elettorale e di rifiutare di cadere nella palude del nazionalismo “di sinistra”.
7. In queste circostanze specifiche, estremamente difficoltose in termini di tempi e di necessità finanziarie, l'EEK deve sostenere sulle sue spalle la battaglia per l'indipendenza politica della classe lavoratrice e per l'internazionalismo proletario, e parteciperà in maniera indipendente alle elezioni. La voce dell'EEK sarà la voce della rivoluzione; una voce minoritaria, e tuttavia inconciliabile e insubordinata. Abbiamo il dovere di mostrare l'unica via d'uscita, di discutere con i lavoratori il più possibile, di mobilitarli fin da ora per l'indomani della sconfitta dei sostenitori del memorandum, di reclutare e organizzare forze rivoluzionarie, di prepararci ed educarci da avanguardie combattenti per la battaglia storica che incombe. L'esistenza dell'EEK, la sua ragion d'essere, è la lotta incessante per la rivoluzione permanente internazionale, con le più diverse condizioni – a volte straordinariamente sfavorevoli, sfidando ostacoli e avversari sulla strada della liberazione sociale e del comunismo.
Proviamoci ancora! Andiamo avanti con fermezza! Raccogliamo questa sfida storica!
EEK (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori), 28 dicembre 2014
giovedì 18 dicembre 2014
CONTRO IL GOVERNO RENZI, IL SUO PROGETTO BONAPARTISTA E LA SUA OFFENSIVA PADRONALE, COSTRUIRE UN FRONTE UNICO DI CLASSE, PER APRIRE LA PROSPETTIVA DI UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI
documento politico conclusivo Comitato Centrale PCL dicembre 2014
CONTRO IL GOVERNO RENZI, IL SUO PROGETTO BONAPARTISTA E LA SUA OFFENSIVA PADRONALE, COSTRUIRE UN FRONTE UNICO DI CLASSE, PER APRIRE LA PROSPETTIVA DI UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI
Il consolidamento nella scorsa primavera del tentativo bonapartista di Renzi
Lo scorso Comitato Centrale del PCL ha sottolineato la pericolosità del tentativo di soluzione bonapartista della crisi italiana. Con il 41% al PD, Renzi ha infatti “preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive e riorganizzandolo attorno al proprio comando”; realizzando “un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate”. In questo quadro, ha perseguito “un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato”. Un progetto autocentrato, ma al servizio di una nuova composizione del capitalismo italiano, “con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane”.
Un tentativo che si è consolidato anche per responsabilità della Cgil e della FIOM. Nei mesi precedenti Renzi si era contraddistinto per decreti e deleghe che destrutturavano la contrattazione (ottanta euro, pubblico impiego, precariato, scuola), come per una brutale aggressione alle burocrazie sindacali (riforma dei patronati, taglio dei permessi, chiusura di ogni tavolo negoziale). Pur di fronte a questi attacchi, la Camusso ed il gruppo dirigente della CGIL tentennavano, senza definire una linea d’azione: per molti mesi, persino all’inizio dell’autunno, si rifiutavano di indire uno sciopero contro il governo. Landini ed il gruppo dirigente della FIOM , invece, persistevano in una disinvolta apertura a Renzi, in nome di un riconoscimento (“agenda Landini” su rappresentanza, gestione delle crisi industriali, TFR per aumenti salariali) e della conquista della direzione della CGIL. Un’apertura di credito che per mesi ha rafforzato il governo, legittimando il suo profilo bonapartista al di sopra degli interessi contrapposti di lavoro e capitale.
Nel contempo, nonostante l’approfondirsi della crisi e alcuni conflitti di classe (logistica, Elettrolux, call center, ecc), non si è catalizzata un’opposizione di massa: il corteo del 28 giugno dei sindacati di base, dell’OpposizioneCGIL, dell’estrema sinistra raccoglieva solo poche migliaia di partecipanti (lo spezzone più partecipato, oltre alla USB, era quello del PCL); la manifestazione del 11 luglio dei movimenti antagonisti (che nei mesi precedenti avevano aggregato cortei importanti, di decine di migliaia di partecipanti) era annullata con la cancellazione del vertice europeo di Torino, rifiutando di convergere sul corteo del 28 giugno.
Prospettive di un autunno di lotta, a partire dai limiti del governo e dalle convergenze nell’opposizione sociale e classista In questo quadro, lo scorso luglio il CC del PCL valutava la possibilità di una ripresa dell’opposizione sociale. Il tentativo bonapartista renziano mostrava infatti evidenti limiti, contraddizioni, rischi di logoramento. Innanzitutto “si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato (…) da una sostanziale stagnazione economica”. La depressione economica, la conferma dell’austerità, la scarsità delle risorse rendevano difficile stabilizzare il consenso e nel contempo probabile nuovi interventi antipopolari. Queste contraddizioni potevano quindi riaprire spazi di conflitto.
Il PCL, pur consapevole delle sue limitate forze, sottolineava la possibilità dell’irruzione sulla scena dell’autunno dei movimenti sociali e del movimento operaio, in grado di ribaltare la stabilizzazione borghese in corso. L’avvio di diversi processi, d’altronde, sembravano confermare questa possibilità.
L’annuncio del governo di una nuova controriforma della scuola aveva trovato un’inaspettata reazione di sindacati e insegnanti, prefigurando un movimento di lotta in grado di connettere comitati precari, sindacati di base, CGIL, studenti. Diversi settori del movimento antagonista (dall’autonomia di classe alle aree “negriane”) avevano lanciato la proposta “per un autunno di lotta”, diversamente da fine giugno aprendo il confronto con sindacati di base e settori classisti. I diversi sindacati di base, a partire da USB e CUB, avevano raggiunto un’intesa per uno sciopero autunnale, connettendosi anche con la sinistra Cgil del sindacatoaltracosa. Infine entrambi questi percorsi convergevano nello Strike meeting di Roma, con l’indicazione del 14 novembre.
Nel quadro di un possibile movimento di massa della scuola, come “l’onda” nel 2008/09 o le lotte di comitati e ricercatori nel 2010/12, emergeva cioè la prospettiva di una mobilitazione antagonista e classista, forse in grado di contrastare lo sbandamento di CGIL e FIOM, che ancora a settembre cercavano da fronti diversi un’interlocuzione con il governo.
Le contraddizioni di Renzi ed il successivo adattamento di linea nell’autunno
Renzi ha effettivamente incontrato i propri limiti.
La riforma istituzionale ha trovato inaspettate resistenze nella palude parlamentare: la proposta di nuovo Senato è stata approvata dopo un aspro dibattito e soprattutto con un risultato più adatto ad una semplice maggioranza che ad una riforma costituzionale di “larghe intese” (183 voti).
I dati economici estivi non solo hanno confermato la depressione italiana, ma hanno riportato un crollo della produzione nel quadro di una stagnazione dell’Eurozona (a partire da Francia e Germania). Crollano quindi molte illusioni e narrative sulla svolta renziana. Di più, il crollo della produzione si riflette nella precipitazione della disoccupazione (in particolare giovanile), mentre si sviluppano alcune crisi industriali che segnano le cronache quotidiane e il panorama sociale del paese (Alitalia, Thyssen Terni, Meridiana, Piombino, Ilva, ecc).
Infine diventano evidenti le difficoltà a “riscuotere” il risultato elettorale sul piano europeo. L’asse italo-francese (governi socialisti UE) si proponeva di conquistare due figure chiave della Commissione: Mogherini come Pesc e quindi come la principale dei due vicepresidenti; Moscovici come responsabile delle politiche di bilancio. Il successo è stato solo formale: la commissione Junker ha introdotto la novità di un “primo vicepresidente” (Timmermans; conservatore olandese), oltre che di numerosi vicepresidenti, tra cui il finlandese Katainen che ha di fatto commissariato Moscovici. Il controllo delle politiche europee è quindi rimasto nelle mani del nocciolo di area tedesca.
In questo quadro, nel corso di settembre è maturato un significativo adattamento della linea di governo. E’ emersa cioè l’esigenza di conquistare il sostegno della struttura di potere del paese: quell’articolato complesso di apparati economici, comunicativi e burocratici che governano i paesi capitalisti, dalle direzioni confindustriali alle redazioni dei grandi giornali, dagli apparati ministeriali alle grandi banche. Nel momento in cui iniziavano le prime manovre di palazzo (esemplificativo l’editoriale di De Bortoli sul Corriere della sera del 24 settembre, con l’accusa a Renzi di uomo solo al comando e in “stantio odore di massoneria”), si è deciso di stringere i rapporti con l’insieme della borghesia. Renzi ha quindi deciso di schierarsi: si è impegnato in diversi incontri delle associazioni industriali territoriali (“i nuovi eroi”), garantendo l’approvazione nello sbloccaItalia e nella legge di stabilità di politiche mai così favorevoli a diversi settori del capitale. Qui si colloca il Job Act, che garantisce il controllo sull’organizzazione del lavoro (demansionamento, videosorveglianza, licenziabilità) e apre la prospettiva di un nuovo sistema di contrattazione. Una linea che si è concretizzata nello scontro con i sindacati, trasformando questo provvedimento in una cesura ideale, politica, simbolica con il mondo del lavoro e le radici laburiste del PD.
Un nuovo campo politico, tra il quadro bipartitico del Nazareno e lo sviluppo di tre poli populisti Dall’autunno, con il nuovo adattamento del tentativo bonapartista renziano, si è progressivamente definito un nuovo campo politico, segnato da due diverse tendenze. Da una parte si conferma la svolta renziana: la trasformazione del PD in partito centralizzato sul leader (PDR); la legittimazione di Berlusconi come soggetto costituente; la scomposizione e il tendenziale inglobamento delle forze minori; la marginalizzazione del M5S in un contesto Renzi si intesta anche la dimensione antipolitica (attacco alle provincie, ai burocrati, al ceto politico). Da un’altra emergono nuovi attrattori: il “partito della nazione”, cioè un PDR che rescinde ogni legame di sinistra per conquistare settori sociali e politici di centro e di destra (dagli imprenditori del nordest all’elettorato di Scelta civica); la “lega dei popoli”, come riconfigurazione della Lega Nord in un Front National in grado di raccogliere una destra popolare ed antieuropea; il “popolo della rete”, come consolidamento del movimento grillino che, nella trasformazione di Renzi da soggetto eversivo a bonapartista nazionalmente responsabile, conferma le sue radici di opposizione antisistema, reazionaria e movimentista. In questo intreccio di diverse tendenze emergono però incongruenze e resistenze.
In primo luogo, precipita la crisi radicale del berlusconismo, che si concentra sulla salvaguardia del proprio nocciolo fondante (azienda e famiglia), perdendo consenso verso i tre attrattori emergenti e innescando la frammentazione di Forza Italia in un’incipiente lotta di successione sempre bloccata ai nastri di partenza. Pur rimanendo un soggetto costituente, si riduce progressivamente sia la sue forza potenziale (elettorato), sia il controllo del suo significativo gruppo parlamentare.
In secondo luogo, l’adattamento e la cesura autunnale hanno rilanciato il conflitto nel PD. La minoranza democratica raccoglie diverse tendenze: componenti liberali rottamate (D’Alema, Letta, Boccia); un corpo social-liberale, che ingloba le sue radici laburiste (Bersani, Epifani, Damiano; Zoggia); una piccola componente “azionista”, cioè democratico radicale (Civati, Mineo, Mucchetti), che talvolta si accompagna ad una cattolico-sociale (Bindi); alcune individualità, più che componenti, socialdemocratiche (Fassina, Cofferati). La strappo autunnale e il conflitto aspro con la CGIL hanno riattivato queste componenti nell’obbiettivo di logorare Renzi, per preparare qualche inciampo (a partire dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) e costruire le basi di un cambio di regime nel PD. In questa dinamica, sembra improbabile che si possa determinare una reale spaccatura del partito, se non per le sue componenti marginali, azioniste (Civati) o socialdemocratiche (Fassina).
In terzo luogo, entrambe queste tendenze marginalizzano la sinistra. Il quadro bipartitico del Nazareno cancella il suo spazio politico, anche delle forze ancillari, per inglobarne elettorato e, se proprio necessario, ceto politico. I tre attrattori emergenti tendono ad inglobare qualunque interesse particolare nelle loro diverse e contrapposte visioni comunitarie (la nazione, i popoli, la rete). Tendono cioè ad eliminare ogni autonomia di classe, cercando di mediarne la rappresentanza: pensiamo alla ricerca di Renzi di un rapporto con la FIOM, anche dopo le cariche della Thyssen; al referendum sulla Fornero della Lega, anche cercando il sostegno di settori CGIL; al rapporto del M5S col sindacalismo di base, i movimenti noTAV, la stessa FIOM.
Una nuova fase di scomposizione della sinistra
In questo processo, la sinistra è travolta da una nuova fase di scomposizione e annichilimento.
SeL, dopo aver sostenuto la lista Tsipras, si è dibattuta per mesi tra il suo consolidamento (soggetto alternativo al PD renziano), la ricostruzione del centrosinistra (coalizione dei diritti e del lavoro, lanciata a Santi Apostoli), l’inglobamento nel PD renziano (Migliore e l’ala dialogante, uscita e rimasta in SeL). In un vorticoso succedersi di eventi - tra rotture annunciate (uscita dei “miglioristi”), conferma delle coalizioni con il PD (Piemonte, Emilia, Puglia, ecc), annunci che non sembrano mai concretizzarsi (Santi Aspostoli) - ad imporsi è stata la confusione.
Tsipras, orfano di SeL, ha attraversato l’autunno nella perenne lite dei suoi gruppi dirigenti, ristretti ed autonominati, non riuscendo a darsi né un assetto né nemmeno un nome. Confermando il profilo aclassista e comunista di impostazione bertinottiana, incontrando sconfitte elettorali (Piemonte e Calabria) e un parziale successo (Emilia), è rimasta bloccata negli scontri condominiali tra intellettuali di sinistra, intellettuali democratici e PRC. PRC a sua volta frammentato in molteplici componenti: chi punta alla conquista di Tsipras (Ferrero), chi vuole una rifondazione comunista permanente (Targetti), chi cerca il partito di massa, per esserne la corrente di classe (Falcemartello), chi vuole fondersi col fantasma del PDCI per rifare un PC (Steri) e chi cerca di riunificare la sinistra nelle istituzioni (Grassi). In questa maionese oramai impazzita, sul piano politico e nei rapporti personali, Ferrero è minoranza nel CPN, ma nessuno è maggioranza. E forse si aspettano solo i titoli di coda, o che qualcuno arrivi a chiudere la porta.
In questo quadro dominato dalla confusione, registriamo anche lo stallo di Ross@. Il nuovo soggetto dell’estrema sinistra, che si proponeva la conquista di uno spazio anche elettorale attraverso l’accumulazione di forze politiche, sindacali e sociali, è praticamente collassato, nella difficoltà a raccogliere un’avanguardia diffusa (forse proprio perché è l’avanguardia ad essersi dispersa) e nel contrasto tra un soggetto costituente neostalinista (Rete dei comunisti) ed uno movimentista di lontana matrice trotskista (Sinistra anticapitalista). Sopravvive quindi oggi come ennesima manifestazione del gruppo dirigente ristretto della USB , gli ex-OPR, che raccolgono intorno a se sparsi spezzoni locali dell’estrema sinistra.
Il difficile avvio dell’autunno, tra lotte disperse e disgregazione sociale Questa confusione ha contribuito al dispiegarsi di molteplici mobilitazioni nell’autunno, ognuna delle quali tesa ad affermare la propria identità: il 17 settembre lo sciopero Unicobas; il 27 settembre il corteo per la Palestina; il 4 ottobre la manifestazione SeL; il 10 ottobre lo sciopero di studenti, autoconvocati, Cub e Cobas scuola; il 16 ottobre la giornata di mobilitazione dell’area antagonista; il 24 ottobre lo sciopero generale della USB; il 25 ottobre il corteo CGIL; 8 novembre il corteo CGIL CISL UIL del pubblico impiego; il 14 novembre lo sciopero sociale (area antagonista, sindacati di base; sinistra Cgil), a cui si aggiunge all’ultimo FIOM alta Italia; il 29 novembre la manifestazione di Tsipras. Un quadro che ha determinato un primo ostacolo, soggettivo, alla costruzione di un fronte unico. L’autunno è dominato dalla scomposizione e dalla contrapposizione dei diversi percorsi, più che da una tendenza all’unità delle lotte. Di più, in questo contesto si rompe il fronte dei sindacati di base, con la decisione USB di convocare lo sciopero del 24 ottobre, ed il 14 novembre assume la valenza di uno “sciopero sociale” che intreccia le rappresentanze operaie della Fiom, e non di un’iniziativa antagonista e classista.
Il secondo ostacolo alla prospettiva di un fronte unico sta negli stessi limiti della dinamica di lotta. I conflitti dell’autunno rimangono isolati e dispersi, anche quando sono radicali, anche quando sono percepiti come esemplificativi di una condizione generale: i 35 giorni di sciopero prolungato dei lavoratori di Terni non solo non si coordinano con le fabbriche in crisi, ma neanche con le altre grandi acciaierie che stanno subendo processi di ristrutturazione (ILVA di Taranto e Lucchini di Piombino). I conflitti per chiusure o ristrutturazioni rimangono ripiegati su stessi, all’inseguimento del “salvatore” di turno o di mediazioni su licenziamenti e intensificazione del lavoro (turni, orari, ritmi). Al massimo trovano una solidarietà episodica nel proprio territorio, ma non sono in grado di innescare una vertenza ricompositiva, fosse anche solo di impianto riformista e neokeynesiano (ad esempio per la nazionalizzazione dell’acciaio).
Nel contempo, il movimento della scuola, che poteva ricoprire un ruolo generale di opposizione al governo, non è partito. Non che sia mancato il dissenso. Ma da una parte è prevalsa l’attesa dei provvedimenti, anche nei suoi possibili risvolti positivi (150mila assunzioni), dall’altra hanno pesato le titubanze sindacali, della FLC in primo luogo (che non ha voluto anticipare la CGIL, rompere il rapporto con Cisl e Uil, contrapporsi a diversi elementi del Piano scuola). Il 10 ottobre lo sciopero degli autoconvocati è stato sostanzialmente limitato a Roma. I cortei studenteschi hanno coinvolto poche migliaia di persone, anche nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli). Le autogestioni e le occupazioni non sono partite, se non in sporadici episodi.
Con l’autunno, infine, è emerso il crescente logoramento sociale. L’erosione dei risparmi, la riduzione dei sostegni (ammortizzatori, assegni, servizi), il crollo dell’occupazione hanno prodotto in questi anni una progressiva crescita del degrado sociale. Questi processi hanno raggiunto nell’autunno un’evidenza politica, e non solo statistica, con l’esplosione di conflitti etnici e popolari nelle periferie di grandi città (San Siro, Corvetto e Giambellino a Milano; Corcolle e Torre sapienza a Roma; campi rom a Torino). Dinamiche che erano episodiche (comunità cinese o africana a Milano; Via Anelli a Padova) o relegate ad alcuni contesti meridionali (Scampia, Castel Volturno, Rosarno), sembrano oggi diffondersi in molteplici realtà. I conflitti sociali si esprimono anche su un terreno territoriale e identitario, che consolida la scomposizione e l’arretramento della coscienza di classe. Già oggi, la Lega e l’estrema destra tentano di generalizzare queste dinamiche, provando a cavalcare il malcontento che sale dai quartieri popolari. La riuscita manifestazione milanese dello scorso 18 ottobre, oltre che i ripetuti tentativi di Salvini e Borghezio di incunearsi nelle contraddizioni sociali delle aree periferiche delle grandi città, segnalano un possibile salto di qualità dell’iniziativa reazionaria. Nella prossima fase uno dei nostri compiti politici sarà quello di proporre e praticare una politica di fronte unico, capace di connettere la necessaria mobilitazione antifascista e antirazzista con una più ampia iniziativa politica, protesa a coinvolgere nella lotta di classe quegli stati proletari provi di coscienza di classe, che oggi rischiano di essere irretiti dalla demagogia populista e fascistoide.
L’uscita dalla paralisi della CGIL, la ripresa di un’opposizione di massa L’apertura di un conflitto frontale sul lavoro ha però ulteriormente modificato il quadro. Il dato principale di questa fase è che, con l’avanzare dell’autunno, la burocrazia Cgil è uscita dalla paralisi. Di fronte ad un attacco politico generale la CGIL e la FIOM hanno finalmente reagito, risolvendo più o meno temporaneamente le loro divergenze. Hanno reagito non solo sul piano della rappresentazione del conflitto (le dichiarazioni contro Renzi, il “cinegiornale” web; le spillette CGIL con il gettone): hanno avviato una mobilitazione di massa prima con il corteo del 25 ottobre, poi con gli scioperi e i cortei FIOM di Milano e Napoli, infine con lo sciopero generale. Una mobilitazione che si diffonde negli scioperi aziendali e territoriali, come nelle contestazioni a Renzi (a partire dalla prima, in Valle Seriana, organizzata dalle fabbriche in cui è presente l’OpposizioneCGIL), che sono ora sostenute anche dalla burocrazia sindacale.
Questa mobilitazione ha modificato il quadro, perché è emersa un’opposizione di massa, organizzata per di più da un soggetto sindacale: un’opposizione centrata su una dimensione di classe. Un senso comune di massa contro il governo ha potuto costruirsi, perché un grande soggetto organizzato gli ha dato forma ed espressione. Questo il risultato fondamentale della scelta della CGIL, che va oltre le sue intenzioni e anche oltre la sua reale capacità di mobilitazione. Oltre le sue intenzioni, perché nella CGIL permane la linea strategica dell’accordo con governo e produttori: la scelta del conflitto è temporanea, diretta a modificare i rapporti di forza, incerta nei tempi, nelle forme, nelle parole d’ordine. Oltre la sua capacità di mobilitazione, perché ad oggi sono coinvolti settori limitati: al corteo del 25 ottobre hanno partecipato realmente 150/200mila persone (soprattutto quadri e dirigenti diffusi della CGIL), agli scioperi ha sinora aderito solo la parte più cosciente della classe, nelle contestazioni sul territorio manifestano in prevalenza militanti politici e sindacali. Ma anche solo questa incerta e limitata mobilitazione ha segnato una contrapposizione netta tra movimento dei lavoratori (e delle lavoratrici) e governo. Nella dinamica politica si è quindi iniziato ad inserire un nuovo elemento: l’apertura di uno spazio politico a sinistra, sospinto dalle piazze della CGIL. Il voto dell’Emilia Romagna, una regione di storico riferimento della sinistra, non rappresenta semplicemente il rigetto della degenerazione del ceto politico locale, ma esprime anche se non soprattutto una profonda disaffezione verso Renzi e il suo governo.
La prospettiva dei prossimi mesi: un quadro mondiale di acutizzazione della crisi Nei prossimi mesi questi processi arriveranno ad un loro punto di risoluzione: il tentativo bonapartista di riforma istituzionale (sostenuto dal patto del Nazareno), la costruzione di un nuovo campo politico, lo scontro tra sindacati e governo, il consolidamento o la scomparsa di uno spazio politico a sinistra del Pd. Diversi avvenimenti segneranno questi processi: il risultato dello sciopero del 12 dicembre, la capacità della CGIL di proseguire la lotta contro il governo, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, l’applicazione concreta della legge di stabilità e del Job Act, le elezioni delle RSU nel pubblico impiego, le elezioni regionali, la riforma elettorale. Ma al di là di questi e altri avvenimenti, come l’adattamento autunnale è stato fondamentalmente dettato dalla dinamica della crisi (il crollo della produzione italiana e la stagnazione dei grandi paesi europei), così la prossima fase sarà influenzata fondamentalmente dall’evoluzione economica e, in particolare, della dinamica europea. Non possiamo qui che confermare le valutazioni dell’ultimo CC del PCL.
“La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale… In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale; la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale. La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare”.
I mesi scorsi hanno evidenziato la progressiva riduzione della crescita in Cina. Per vent’anni questa è stata dominata dagli investimenti (50% del PIL). La riduzione dei tassi di sviluppo apre quindi il rischio di una crisi dell’opaco mondo finanziario cinese, che si è costruito su questi immani investimenti immobiliari e infrastrutturali. Nel contempo la necessità di modificare la struttura produttiva con l’espansione del mercato interno e degli investimenti diretti esteri (imperialismo cinese), apre la possibilità di un complesso periodo di transizione con crisi settoriali e conflitti dispiegati. In un contesto sociale segnato non solo da una piccola borghesia urbana che aspira a maggiori livelli di consumo (“il sogno cinese”), ma anche da una nuova generazione operaia cresciuta in città, più consapevole di sé, con alle spalle un decennio di lotte economiche vincenti ed il miglioramento progressivo di salari e condizioni di vita. Le contraddizioni dello sviluppo cinese sembrano cioè accumularsi, rendendo forse più difficile che nel prossimo periodo questo polo capitalista possa intervenire nella crisi mondiale con una funzione di riequilibrio, come nel decennio passato. Nel contempo la dinamica giapponese, con il crollo nel secondo trimestre (-7%) e la sua prosecuzione nel terzo, ha reso evidente i limiti di una politica monetaria neokeynesiana, a fronte di una crisi strutturale di sovrapproduzione. La diversa prospettiva economica asiatica, che ha rappresentato in questi anni la principale controtendenza alla crisi, ha immediatamente prodotto conseguenze negli equilibri mondiali.
Innanzitutto, sul piano economico. In Europa questa dinamica approfondisce la stagnazione dell’Unione e le sue contraddizioni: l’Eurozona, nel quadro di una strisciante instabilità finanziaria per le resistenze della BCE al quantitative easing ed a garantire i debiti sovrani, deve affrontate oltre alla lunga depressione dei paesi mediterranei anche la crisi del suo nocciolo produttivo, per la limitazione delle esportazioni asiatiche e il contemporaneo blocco della domanda aggregata continentale. Nei paesi in via di sviluppo, dall’Africa al Latinoamerica, la forte diminuzione del prezzo delle materie prime (dovuto all’espansione degli scorsi anni ed alla ridotta domanda asiatica), mette a rischio in molti paesi non solo la tenuta dei conti e delle monete, ma anche la stessa dinamica di sviluppo (finanziato dai surplus delle materie prime) e soprattutto il precario equilibrio politico interno.
In secondo luogo, sul piano della competizione capitalistica. Gli Stati Uniti, sospinti da una lunga espansione trainata dalla FED (stampa incontrollata di moneta) e dalla crescita della propria produzione petrolifera, riuscendo a dilazionare nel tempo l’esplosione delle bolle finanziarie prodotte da queste politiche, rappresentano oggi un elemento di parziale controtendenza alla crisi in corso. Fermo restando le contraddizioni delle loro guerre mediorientali, hanno potuto rilanciare una proiezione imperialista impostando la costruzione di due aree commerciali di riferimento, in Atlantico e nel Pacifico, volte a isolare Russia e Cina. Cina che è spinta dalla sua dinamica di sviluppo capitalista ad una più aggressiva presenza nei mercati mondiali (anche in termini di investimenti diretti), in primo luogo verso il controllo del Pacifico. In questo contesto, rischiano quindi di acutizzarsi le tensioni interimperialiste, con lo sviluppo di guerre commerciali annunciate (aree contrapposte nel Pacifico, competizione per le relazioni con la UE) o appena cominciate (prezzo del petrolio). Al netto di nuove precipitazioni per choc finanziari imprevedibili o per eventi geopolitici, lo scenario economico nel breve e nel medio periodo sembra quindi segnato dall’approfondimento della crisi e della competizione imperialistica, da un’acutizzazione delle contraddizioni fra e nei poli di sviluppo.
Il governo Renzi non sembra quindi trovare un sostegno nel quadro internazionale. Il tentativo di stabilizzazione istituzionale non sarà accompagnato da una ripresa o da una riduzione delle contraddizioni tra centro e periferia del continente. Il conflitto di classe aperto non potrà contare su un reale terreno di ricomposizione. Questo nonostante la moderazione che ancora contraddistingue il gruppo dirigente CGIL e quello della FIOM, che rischiano con la loro prudenza di determinare una diluizione e quindi una sconfitta della lotta contro il governo. Tanto più se, ad oggi, si è riusciti ad innescare solo l’avvio del conflitto, ma non ancora un reale movimento di massa.
Fronte unico di classe: sostenere la lotta della CGIL, combattere la sua direzione, costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e In questo quadro, come CC del PCL, ribadiamo la linea del fronte unico di classe, una linea propagandistica rivolta in particolare alle avanguardie politiche e sociali. Oggi che è stato aperto il conflitto con il governo Renzi, e che è stato aperto per la difesa di diritti e salari di lavoratori e lavoratrici, è importante che questo conflitto sia combattuto sino in fondo. Per evitare di rilanciare quei processi di scomposizione della coscienza di classe che, come abbiamo visto, sono profondamente radicati nel mondo politico e sociale del nostro paese.
La linea del fronte unico si pone quindi oggi, in primo luogo, l’obbiettivo di sottolineare la priorità di condurre sino in fondo il conflitto con il governo, costruendo ed allargando l’opposizione di massa a Renzi ed alle sue politiche. In una dinamica che ha visto sinora marginalizzate le forze dell’estrema sinistra ed assenti i movimenti autorganizzati, la nostra proposta dovrà concentrarsi nel sostegno alla scontro di massa che si è aperto: quello avviato dalla CGIL. Invitando innanzitutto a concentrare tutte le energie sulle mobilitazioni e gli scioperi della CGIL e della FIOM, come ha fatto il 14 novembre il SI Cobas, partecipando al corteo FIOM di Milano. Invitiamo ogni soggetto a sostenere questa lotta con la propria identità, la propria piattaforma e la propria prospettiva. Nel comune interesse della sconfitta del governo Renzi.
In secondo luogo, la linea del fronte unico deve tenere in considerazione che il gruppo dirigente di questa lotta è sinora centralizzato nella CGIL e nella FIOM: cioè in un gruppo dirigente segnato nel caso della Camusso da una strategia concertativa di fondo (patto dei produttori), da una profonda moderazione politica e dalla ricerca dell’unità con Cisl e Uil; nel caso di Landini da un’impostazione settoriale e vertenziale, da profonde incertezze sulla generalizzazione delle lotte, da un’impostazione riformista neokeynesiana, dall’obiettivo della conquista della direzione della CGIL (anche in relazione con Renzi). Se l’obbiettivo principale è la prosecuzione della lotta, dobbiamo nel contempo denunciare responsabilità e scelte strategiche di Camusso e Landini. Ma soprattutto dobbiamo sviluppare ogni possibile contrappeso, dentro questa lotta, alla direzione burocratica di CGIL e FIOM. In questa direzione dobbiamo rilanciare il nostro sforzo per costruire percorsi di unità d’azione, sul piano territoriale e su quello nazionale, con le altre forze classiste sindacali e della sinistra. Cioè percorsi di coordinamento e iniziativa con le altre forze sindacali e politiche della sinistra centrista e dell’estrema sinistra, che organizzano larghe avanguardie politiche, sociali e di classe.
In terzo luogo, la linea del fronte unico deve rivolgere, innanzitutto alle avanguardie, la proposta di costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e, eletti nei posti di lavoro: per comporre una piattaforma unificante della mobilitazione, per una direzione democratica e di classe delle lotte. Per lo sviluppo della lotta di classe, l’elemento determinante non è mai la vittoria del singolo conflitto, ma come questo è condotto. Proponiamo quindi di costruire un’assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro, in tutte le categorie, per definire una risposta di lotta di pari radicalità e una piattaforma di mobilitazione unificante, oggi clamorosamente assente. Una piattaforma che leghi la rivendicazione del ritiro incondizionato delle misure governative a un piano più generale di obiettivi e soluzioni alternative.
In una fase segnata dall’arretramento della coscienza di classe e delle avanguardie di massa, dal ruolo delle burocrazie sindacali, dalla pretesa di autosufficienza di molti sindacati di base, tale proposta di organizzazione democratica delle lotte può articolarsi, in una prima fase, in due obbiettivi parziali: da una parte la costruzione di comitati di sciopero e di lotta, che possano raccogliere delegati e avanguardie di ogni appartenenza sindacale e che possano coordinarsi sul territorio, per promuovere sia mobilitazioni, sia una piattaforma generale unificante; dall’altra la costruzione di assemblee e coordinamenti di RSU, cioè delle rappresentanze sindacali elette dai lavoratori nel quadro degli vigenti accordi burocratici, che possono però favorire la convergenza di diverse appartenenze sindacali, la generalizzazione dai propri settori di appartenenza, e infine innescare uno sganciamento potenziale dalle direzioni burocratiche. Queste due proposte di agitazione, i comitati di lotta e le assemblee RSU, sono non casualmente centrati su una dimensione di classe, distinguendosi dalle prospettive movimentiste degli strike meeting, delle generiche assemblee di movimento o dell’incontro di rappresentanti dei soggetti della lotta di classe vecchi (FIOM) e nuovi (centri sociali, precari, studenti). In questo quadro complessivo di proposta, quindi, il CC del PCL si impegna a tradurre:
1. la lotta per la costruzione del fronte unico di classe con le forze politiche e sindacali che si oppongono a Renzi in una campagna nazionale del partito, facendone elemento caratterizzante di tutta la sua iniziativa politica e facendosi protagonista attiva di tale processo;
2. la lotta per la costruzione di un’unità d’azione con le altre forze politiche e sindacali classiste nella partecipazione e nel sostegno a forme di coordinamento e di iniziativa comune, sul piano nazionale e su quello territoriale, anche attivando in prima persona percorsi di questo genere ove ce ne siano le condizioni (anche come momento di costruzione del partito stesso e del suo ruolo nello scenario italiano);
3. la lotta per l’assemblea dei delegati e delle delegate, eletti in occasione di questo movimento di lotta nei luoghi di lavoro (parola d’ordine propagandistica che probabilmente oggi non ha possibilità di impattare in una scala significativa a livello di massa, anche se deve esser sempre proposta), anche nel sostegno e la partecipazione a coordinamenti RSU, comitati di sciopero, assemblee permanenti e nuclei organizzati per lo sviluppo di questa lotta, oltre che ove possibile alla loro attivazione in prima persona (iniziativa che può avere un effetto non trascurabile per la costruzione del nostro partito e la sua riconoscibilità nella classe). Una battaglia teorica per la centralità ed il fronte unico di classe.
La battaglia per il fronte unico e la centralità di classe, in questo quadro, non deve esser condotta esclusivamente sul piano dell’intervento politico, ma anche su quello della battaglia teorica. L‘obbiettivo di fase con cui ci rivolgiamo all’avanguardia politica e sociale è quello di ricostruire una coscienza di classe diffusa. Ricostruire identità, simboli, immaginari e prospettive della lotta: perché solo nel quadro di un avanzamento diffuso della coscienza di classe, su un rinnovato antagonismo anticapitalista, sarà possibile costruire un progetto politico rivoluzionario. Un antagonismo di classe che nel contesto italiano, paradossalmente, non è contestato dalle forze riformiste o dalla burocrazie sindacali (che in generale hanno abbandonato il campo di battaglia teorico), ma è attaccato dal versante dell’estrema sinistra.
In primo luogo, dopo il successo dei cortei antagonisti dello scorso anno, è ripresa una narrazione che ha trovato un importante successo comunicativo e ideologico con il 14 novembre: lo “sciopero sociale”. Questa rappresentazione politica del conflitto prende corpo da un’analisi teorica, di natura post-operaista biopolitica (Toni Negri, Michel Hardt) o postfordista da capitalismo cognitivo (Andrea Fumagalli, Yann Moulier Boutang, Bernard Paulré), tale per cui la produzione di valore e quindi di capitale è oggi “socializzata”: sono le relazioni delle persone, il general intellect, che valorizzano il capitale, in particolare attraverso prodotti immateriali (conoscenze, creatività, brand, ecc). Il dominio “del capitale” non avviene più nel controllo del lavoro, ma attraverso forme di dominio sociale (dalla microfisica del potere al controllo della moneta, dei mercati finanziari, del debito pubblico), che possono esser rotte a partire da una volontà di potenza collettiva (potere costituente, zone liberate, produzione sociale autovalorizzante come beni comuni o open source). In questo quadro di riferimento, non c’è più alcun senso nel condurre una lotta di classe attraverso uno sciopero (blocco della produzione capitalista del valore), in quanto i settori industriali sono solo residuali; né ha senso uno sciopero politico diretto alla presa del potere, in quanto lo stato nazionale ed il potere politico sono sussunti dal “sistema imperiale” e “biopolitico” del potere. La lotta può quindi esser condotta attraverso uno “sciopero sociale”, cioè il rifiuto volontaristico del nuovo proletariato cognitivo e relazionale di assoggettarsi al capitale: in generale tutte le persone che, non avendo altro bene se non la propria mente, sono produttivi anche se non lavorano in quanto connessi alle reti sociali creative; in particolare settori di lavoratori autonomi di seconda generazione, professionisti ICT, giovani precari e inoccupati che si organizzano nelle reti dei movimenti antagonisti. In questa fase, segnata da arretramenti e scomposizioni nell’avanguardia e nella coscienza di classe diffusa, tali nefaste posizioni politiche, già in azione ed egemoni da anni all'interno di movimenti, centri sociali e avanguardie studentesche, possono ancora più facilmente penetrare nella rappresentazione di massa e nell’universo mediatico (come in occasione del 14 novembre), e permeare in tal modo diversi settori di proletariato e lavoro dipendente, rallentando ulteriormente i processi di formazione di una nuova avanguardia di classe.
In secondo luogo, possiamo registrare la ripresa, sul piano teorico e nel senso comune di larghi settori della sinistra militante, di un’impostazione “neocampista” dello scontro di classe. Diversi autori e impianti teorici (da Domenico Losurdo a Luciano Vasapollo) hanno recentemente riproposto una lettura del sistema mondiale che lo divide in due “campi” contrapposti, conflitto di classe primario a cui subordinare tutti gli altri. Oggi questi campi non possono esser più identificati nel sistema capitalista a guida EuroAmericana e in quello socialista a guida Sovietica o Cinese. I due campi sono sostituiti dalla metropoli imperialista declinante (USA ed Europa) e dalle forze antagoniste ex-coloniali (Cina, Sudamerica, mondo arabo, ecc). A partire dall’epilogo della nuova primavera araba, dall’involuzione del conflitto siriano, dalle vicende ucraine, torna cioè a diffondersi in diversi settori di avanguardia una rappresentazione politica che individua il conflitto prioritario nello scontro geopolitico: a fronte di un capitale che ha oramai vinto nei paesi occidentali (neoliberismo), stiamo assistendo ad un riequilibrio sociale mondiale con i paesi in via di sviluppo. Secondo questa impostazione, la sinistra si ricostruisce a partire da uno schieramento per questi nuovi poli capitalisti emersi (Cina, Brasile, India, Russia), contro quelli consolidati (Stati Uniti ed Europa). Una prospettiva che porta sul piano internazionale a sostenere qualunque potenza in contraddizione con l’egemonia USA, mentre sul piano nazionale a proporre fronti unici interclassisti antimperialisti (dallo sganciamento dell’euro alla costellazione di paesi mediterranei). Di nuovo, da un punto di vista diverso, una lettura politica che tende a sfumare la centralità del conflitto di classe nel proprio paese, oltre che a livello internazionale.
Diverse prospettive in cui rilanciare il nostro progetto comunista e rivoluzionario; impegnarsi comunque come PCL nelle prossime elezioni amministrative Sul piano politico, si possono delineare diverse prospettive considerando due variabili determinanti: il dispiegamento di una lotta di massa contro il governo; la conclusione del tentativo bonapartista renziano. Consideriamo, in particolare, due scenari che potrebbero originare dall’incrocio di queste variabili.
Primo scenario. Nel corso del prossimo inverno si sviluppa lo scontro contro il governo, passando dalla rappresentazione del conflitto ad un movimento di massa che si articola su diversi fronti (fabbriche in crisi, studenti e scuola, pubblico impiego per i contratti, ecc). Man mano che questa prospettiva si dispiega, si cristallizza la rottura con Renzi di ampi settori del “popolo di sinistra”, intorno a specifici eventi simbolici: un conflitto di fabbrica, lo sgombero di alcune scuole, un corteo nazionale (come ad esempio è stato nelle scorse settimane la carica della polizia ai lavoratori Thyssen). Si consolida cioè nell’immaginario sociale e nel campo politico uno spazio a sinistra del Partito Democratico. Uno spazio che, nel quadro di una contrapposizione tra movimento sindacale e governo, acquista sempre più una valenza di classe: lo spazio, cioè, per un partito del lavoro. La maturazione di questa possibilità è già in corso: SeL, spiazzata dall’evoluzione renziana, ha recentemente rilanciato un ennesimo processo costituente per raccogliere i frammenti in uscita dal PD e candidarsi ad occupare questo spazio (la “convention” Human factor a gennaio). Ma ancora con incertezze (rapporto col PD alle prossime regionali) e senza una matrice laburista di fondo. Una prospettiva politica coerente dovrebbe infatti veder protagonista non semplicemente Landini o alcuni esponenti sindacali, ma implicherebbe una svolta storica della CGIL, che si facesse direttamente promotrice della costituzione di un vero e proprio partito laburista (come prefigurato, sulla fine degli anni novanta, dall’ultimo Sabbatini, segretario FIOM ed esponente principale della corrente politica che controlla da anni questa organizzazione). Un’evoluzione che potrebbe esser favorita dal successo parziale della svolta bonapartista, in quanto una sconfitta renziana riaprirebbe la contesa sulla direzione del PD (verso un nuovo Ulivo?).
Un secondo scenario vede la lotta avviata dalla CGIL collassare rapidamente, per la ridotta partecipazione allo sciopero del 12 dicembre, per la difficoltà ad innescare diversi fronti di lotta, per le incertezze di una burocrazia sindacale spaventata dalla possibilità di perdere il controllo del conflitto. Lo sfondamento antisindacale dell’autunno viene quindi capitalizzato da Renzi: non solo col Job Act, ma cambiando modello contrattuale (trasformazione in legge dell’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio, salario minimo per legge e aziendalizzazione dei contratti). Nel contempo questi nuovi rapporti di forza gli permettono sul piano politico di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e di approvare entro il prossimo autunno le riforme istituzionali (legge elettorale e riforma del Senato). Questa vittoria nello scontro di classe gli permette quindi di consolidarsi sul piano elettorale nelle amministrative del 2015, definendo un campo politico libero da Berlusconi e organizzato intorno a pochi centri attrattori, tutti fondamentalmente populisti. In questo scenario, dominato dalla vittoria di Renzi, il conflitto sociale finirebbe dominato da dinamiche identitarie territoriali, da resistenze e rivolte, con una certa difficoltà ad attivare processi di evoluzione politica delle lotte intorno ad interessi e prospettive di classe.
Questi scenari, ovviamente, sono solo rappresentazioni polarizzate ed astratte di dinamiche tendenziali, che tengono in considerazione unicamente due fra le molte variabili possibili. A complicare il quadro, infatti, oltre alle tendenze ed alle controtendenze nella crisi mondiale, potrebbero entrare in gioco nei prossimi mesi altri fattori, prodotti dallo scontro di classe internazionale, dalle contraddizioni tra poli capitalisti, dalle dinamiche dell’Unione Europea. Ad esempio le prossime elezioni presidenziali greche, previste il 29 dicembre, potrebbero precipitare rapidamente in nuove elezioni politiche e forse determinare una significativa vittoria elettorale di SYRIZA. Una vittoria che, sulla base degli attuali sondaggi, permetterebbe a Tsipras di conquistare una percentuale significativa di deputati grazie al forte premio di maggioranza (10%), e quindi di diventare primo ministro nel quadro di un governo di coalizione con altre forze della sinistra riformista borghese. In tale possibile scenario, questo “fronte popolare” aprirebbe due diverse prospettive, sempre se si mantenesse coerente con la propria impostazione keynesiana senza capitolare alle compatibilità borghesi ed a quelle europee (tenuta che non sappiamo dire quanto sia probabile, ma che sicuramente non è scontata). Da una parte nel breve periodo un rilancio delle sinistre europee e anche italiane, che individuerebbero in un eventuale governo Tsipras l’esemplificazione e nel contempo la leva per una diversa politica economica europea, neokeynesiana e federalista: “un’altra Europa”, che ricostruisca a livello continentale un grande compromesso tra capitale e lavoro, uno stato sociale europeo. Un’impostazione neoriformista che, proprio grazie alla centralità politica e mediatica che il governo greco conquisterebbe, potrebbe egemonizzare una parte della sinistra europea e conquistare settori significativi di classe e di avanguardia nel breve periodo. Dall’altra parte, questo eventuale governo “delle sinistre” potrebbe determinare l’acutizzazione delle contraddizioni nel quadro politico istituzionale europeo, con la richiesta di uno dei governi al centro della crisi di rivedere scelte ed indirizzi della troika e quindi un nuovo ciclo di scontri e trattative tra BCE, nucleo tedesco dell’Unione e periferie mediterranee.
Questi scenari, però, ci ricordano che l’evoluzione del conflitto di classe nel nostro paese potrà conoscere nei prossimi mesi destini assai diversi tra loro, in funzione dell’esito dei processi sociali e politici in corso. Il Comitato centrale affida quindi alla Segreteria del PCL, ed alle sue commissioni settoriali, una valutazione dello sviluppo della situazione, secondo le linee tracciate in questo documento, ritenendo opportuno convocarsi nella primavera 2015 per valutare la dinamica concreta del governo, del conflitto con la CGIL, della costruzione degli scenari considerati. In ogni caso, il CC del PCL invita sin da subito le proprie strutture territoriali, ed in particolare i coordinamenti regionali, ad impegnarsi per le elezioni regionali 2015. Qualunque sarà lo scenario politico e sociale in cui queste elezioni si caleranno, la presenza del PCL potrà contribuire in maniera determinante per la nostra strategia, per mantenere una presenza politica di una forza comunista e rivoluzionaria nel quadro politico del paese. Considerate le vigenti leggi elettorali, che impongono per le regionali una raccolta firme ancor più alta che per le politiche, invita le proprie strutture a prevedere una campagna politica che segni in ogni caso una nostra presenza nel panorama elettorale, come nella recente esperienza emiliana. Il CC del PCL, infine, ricorda che non si può escludere un’indicazione di voto critico, ma questa deve esser limitata, secondo quanto deciso al nostro ultimo congresso, a prospettive politiche con una significativa credibilità di massa o della larga avanguardia di classe. Di conseguenza, nel caso di un’eventuale assenza del PCL dal campo elettorale, un’indicazione di voto critico a liste alternative al PD potrà esser valutata solo ed esclusivamente se queste raccolgono un’ampia coalizione di sinistra, che appaia come rappresentante del processo di conflitto con il PD e le scelte antipopolari di Renzi.
In questo quadro, assegna in primo luogo ai Coordinamenti regionali il compito di valutare le situazioni concrete che si andranno determinando. Sarà poi il CC, o la Segreteria sentito i componenti del CC (qualora sia impossibile convocare il CC prima dell’inizio della campagna elettorale), a valutare anche eventuali scenari ad oggi non presumibili ed a stabilire, per le regioni in cui non sarà possibile presentare una nostra lista autonoma, le modalità di intervento ed eventuali indicazioni di voto critico.
CC del PCL
Bologna, 13 dicembre 2014
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
CONTRO IL GOVERNO RENZI, IL SUO PROGETTO BONAPARTISTA E LA SUA OFFENSIVA PADRONALE, COSTRUIRE UN FRONTE UNICO DI CLASSE, PER APRIRE LA PROSPETTIVA DI UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI
Il consolidamento nella scorsa primavera del tentativo bonapartista di Renzi
Lo scorso Comitato Centrale del PCL ha sottolineato la pericolosità del tentativo di soluzione bonapartista della crisi italiana. Con il 41% al PD, Renzi ha infatti “preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive e riorganizzandolo attorno al proprio comando”; realizzando “un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate”. In questo quadro, ha perseguito “un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato”. Un progetto autocentrato, ma al servizio di una nuova composizione del capitalismo italiano, “con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane”.
Un tentativo che si è consolidato anche per responsabilità della Cgil e della FIOM. Nei mesi precedenti Renzi si era contraddistinto per decreti e deleghe che destrutturavano la contrattazione (ottanta euro, pubblico impiego, precariato, scuola), come per una brutale aggressione alle burocrazie sindacali (riforma dei patronati, taglio dei permessi, chiusura di ogni tavolo negoziale). Pur di fronte a questi attacchi, la Camusso ed il gruppo dirigente della CGIL tentennavano, senza definire una linea d’azione: per molti mesi, persino all’inizio dell’autunno, si rifiutavano di indire uno sciopero contro il governo. Landini ed il gruppo dirigente della FIOM , invece, persistevano in una disinvolta apertura a Renzi, in nome di un riconoscimento (“agenda Landini” su rappresentanza, gestione delle crisi industriali, TFR per aumenti salariali) e della conquista della direzione della CGIL. Un’apertura di credito che per mesi ha rafforzato il governo, legittimando il suo profilo bonapartista al di sopra degli interessi contrapposti di lavoro e capitale.
Nel contempo, nonostante l’approfondirsi della crisi e alcuni conflitti di classe (logistica, Elettrolux, call center, ecc), non si è catalizzata un’opposizione di massa: il corteo del 28 giugno dei sindacati di base, dell’OpposizioneCGIL, dell’estrema sinistra raccoglieva solo poche migliaia di partecipanti (lo spezzone più partecipato, oltre alla USB, era quello del PCL); la manifestazione del 11 luglio dei movimenti antagonisti (che nei mesi precedenti avevano aggregato cortei importanti, di decine di migliaia di partecipanti) era annullata con la cancellazione del vertice europeo di Torino, rifiutando di convergere sul corteo del 28 giugno.
Prospettive di un autunno di lotta, a partire dai limiti del governo e dalle convergenze nell’opposizione sociale e classista In questo quadro, lo scorso luglio il CC del PCL valutava la possibilità di una ripresa dell’opposizione sociale. Il tentativo bonapartista renziano mostrava infatti evidenti limiti, contraddizioni, rischi di logoramento. Innanzitutto “si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato (…) da una sostanziale stagnazione economica”. La depressione economica, la conferma dell’austerità, la scarsità delle risorse rendevano difficile stabilizzare il consenso e nel contempo probabile nuovi interventi antipopolari. Queste contraddizioni potevano quindi riaprire spazi di conflitto.
Il PCL, pur consapevole delle sue limitate forze, sottolineava la possibilità dell’irruzione sulla scena dell’autunno dei movimenti sociali e del movimento operaio, in grado di ribaltare la stabilizzazione borghese in corso. L’avvio di diversi processi, d’altronde, sembravano confermare questa possibilità.
L’annuncio del governo di una nuova controriforma della scuola aveva trovato un’inaspettata reazione di sindacati e insegnanti, prefigurando un movimento di lotta in grado di connettere comitati precari, sindacati di base, CGIL, studenti. Diversi settori del movimento antagonista (dall’autonomia di classe alle aree “negriane”) avevano lanciato la proposta “per un autunno di lotta”, diversamente da fine giugno aprendo il confronto con sindacati di base e settori classisti. I diversi sindacati di base, a partire da USB e CUB, avevano raggiunto un’intesa per uno sciopero autunnale, connettendosi anche con la sinistra Cgil del sindacatoaltracosa. Infine entrambi questi percorsi convergevano nello Strike meeting di Roma, con l’indicazione del 14 novembre.
Nel quadro di un possibile movimento di massa della scuola, come “l’onda” nel 2008/09 o le lotte di comitati e ricercatori nel 2010/12, emergeva cioè la prospettiva di una mobilitazione antagonista e classista, forse in grado di contrastare lo sbandamento di CGIL e FIOM, che ancora a settembre cercavano da fronti diversi un’interlocuzione con il governo.
Le contraddizioni di Renzi ed il successivo adattamento di linea nell’autunno
Renzi ha effettivamente incontrato i propri limiti.
La riforma istituzionale ha trovato inaspettate resistenze nella palude parlamentare: la proposta di nuovo Senato è stata approvata dopo un aspro dibattito e soprattutto con un risultato più adatto ad una semplice maggioranza che ad una riforma costituzionale di “larghe intese” (183 voti).
I dati economici estivi non solo hanno confermato la depressione italiana, ma hanno riportato un crollo della produzione nel quadro di una stagnazione dell’Eurozona (a partire da Francia e Germania). Crollano quindi molte illusioni e narrative sulla svolta renziana. Di più, il crollo della produzione si riflette nella precipitazione della disoccupazione (in particolare giovanile), mentre si sviluppano alcune crisi industriali che segnano le cronache quotidiane e il panorama sociale del paese (Alitalia, Thyssen Terni, Meridiana, Piombino, Ilva, ecc).
Infine diventano evidenti le difficoltà a “riscuotere” il risultato elettorale sul piano europeo. L’asse italo-francese (governi socialisti UE) si proponeva di conquistare due figure chiave della Commissione: Mogherini come Pesc e quindi come la principale dei due vicepresidenti; Moscovici come responsabile delle politiche di bilancio. Il successo è stato solo formale: la commissione Junker ha introdotto la novità di un “primo vicepresidente” (Timmermans; conservatore olandese), oltre che di numerosi vicepresidenti, tra cui il finlandese Katainen che ha di fatto commissariato Moscovici. Il controllo delle politiche europee è quindi rimasto nelle mani del nocciolo di area tedesca.
In questo quadro, nel corso di settembre è maturato un significativo adattamento della linea di governo. E’ emersa cioè l’esigenza di conquistare il sostegno della struttura di potere del paese: quell’articolato complesso di apparati economici, comunicativi e burocratici che governano i paesi capitalisti, dalle direzioni confindustriali alle redazioni dei grandi giornali, dagli apparati ministeriali alle grandi banche. Nel momento in cui iniziavano le prime manovre di palazzo (esemplificativo l’editoriale di De Bortoli sul Corriere della sera del 24 settembre, con l’accusa a Renzi di uomo solo al comando e in “stantio odore di massoneria”), si è deciso di stringere i rapporti con l’insieme della borghesia. Renzi ha quindi deciso di schierarsi: si è impegnato in diversi incontri delle associazioni industriali territoriali (“i nuovi eroi”), garantendo l’approvazione nello sbloccaItalia e nella legge di stabilità di politiche mai così favorevoli a diversi settori del capitale. Qui si colloca il Job Act, che garantisce il controllo sull’organizzazione del lavoro (demansionamento, videosorveglianza, licenziabilità) e apre la prospettiva di un nuovo sistema di contrattazione. Una linea che si è concretizzata nello scontro con i sindacati, trasformando questo provvedimento in una cesura ideale, politica, simbolica con il mondo del lavoro e le radici laburiste del PD.
Un nuovo campo politico, tra il quadro bipartitico del Nazareno e lo sviluppo di tre poli populisti Dall’autunno, con il nuovo adattamento del tentativo bonapartista renziano, si è progressivamente definito un nuovo campo politico, segnato da due diverse tendenze. Da una parte si conferma la svolta renziana: la trasformazione del PD in partito centralizzato sul leader (PDR); la legittimazione di Berlusconi come soggetto costituente; la scomposizione e il tendenziale inglobamento delle forze minori; la marginalizzazione del M5S in un contesto Renzi si intesta anche la dimensione antipolitica (attacco alle provincie, ai burocrati, al ceto politico). Da un’altra emergono nuovi attrattori: il “partito della nazione”, cioè un PDR che rescinde ogni legame di sinistra per conquistare settori sociali e politici di centro e di destra (dagli imprenditori del nordest all’elettorato di Scelta civica); la “lega dei popoli”, come riconfigurazione della Lega Nord in un Front National in grado di raccogliere una destra popolare ed antieuropea; il “popolo della rete”, come consolidamento del movimento grillino che, nella trasformazione di Renzi da soggetto eversivo a bonapartista nazionalmente responsabile, conferma le sue radici di opposizione antisistema, reazionaria e movimentista. In questo intreccio di diverse tendenze emergono però incongruenze e resistenze.
In primo luogo, precipita la crisi radicale del berlusconismo, che si concentra sulla salvaguardia del proprio nocciolo fondante (azienda e famiglia), perdendo consenso verso i tre attrattori emergenti e innescando la frammentazione di Forza Italia in un’incipiente lotta di successione sempre bloccata ai nastri di partenza. Pur rimanendo un soggetto costituente, si riduce progressivamente sia la sue forza potenziale (elettorato), sia il controllo del suo significativo gruppo parlamentare.
In secondo luogo, l’adattamento e la cesura autunnale hanno rilanciato il conflitto nel PD. La minoranza democratica raccoglie diverse tendenze: componenti liberali rottamate (D’Alema, Letta, Boccia); un corpo social-liberale, che ingloba le sue radici laburiste (Bersani, Epifani, Damiano; Zoggia); una piccola componente “azionista”, cioè democratico radicale (Civati, Mineo, Mucchetti), che talvolta si accompagna ad una cattolico-sociale (Bindi); alcune individualità, più che componenti, socialdemocratiche (Fassina, Cofferati). La strappo autunnale e il conflitto aspro con la CGIL hanno riattivato queste componenti nell’obbiettivo di logorare Renzi, per preparare qualche inciampo (a partire dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) e costruire le basi di un cambio di regime nel PD. In questa dinamica, sembra improbabile che si possa determinare una reale spaccatura del partito, se non per le sue componenti marginali, azioniste (Civati) o socialdemocratiche (Fassina).
In terzo luogo, entrambe queste tendenze marginalizzano la sinistra. Il quadro bipartitico del Nazareno cancella il suo spazio politico, anche delle forze ancillari, per inglobarne elettorato e, se proprio necessario, ceto politico. I tre attrattori emergenti tendono ad inglobare qualunque interesse particolare nelle loro diverse e contrapposte visioni comunitarie (la nazione, i popoli, la rete). Tendono cioè ad eliminare ogni autonomia di classe, cercando di mediarne la rappresentanza: pensiamo alla ricerca di Renzi di un rapporto con la FIOM, anche dopo le cariche della Thyssen; al referendum sulla Fornero della Lega, anche cercando il sostegno di settori CGIL; al rapporto del M5S col sindacalismo di base, i movimenti noTAV, la stessa FIOM.
Una nuova fase di scomposizione della sinistra
In questo processo, la sinistra è travolta da una nuova fase di scomposizione e annichilimento.
SeL, dopo aver sostenuto la lista Tsipras, si è dibattuta per mesi tra il suo consolidamento (soggetto alternativo al PD renziano), la ricostruzione del centrosinistra (coalizione dei diritti e del lavoro, lanciata a Santi Apostoli), l’inglobamento nel PD renziano (Migliore e l’ala dialogante, uscita e rimasta in SeL). In un vorticoso succedersi di eventi - tra rotture annunciate (uscita dei “miglioristi”), conferma delle coalizioni con il PD (Piemonte, Emilia, Puglia, ecc), annunci che non sembrano mai concretizzarsi (Santi Aspostoli) - ad imporsi è stata la confusione.
Tsipras, orfano di SeL, ha attraversato l’autunno nella perenne lite dei suoi gruppi dirigenti, ristretti ed autonominati, non riuscendo a darsi né un assetto né nemmeno un nome. Confermando il profilo aclassista e comunista di impostazione bertinottiana, incontrando sconfitte elettorali (Piemonte e Calabria) e un parziale successo (Emilia), è rimasta bloccata negli scontri condominiali tra intellettuali di sinistra, intellettuali democratici e PRC. PRC a sua volta frammentato in molteplici componenti: chi punta alla conquista di Tsipras (Ferrero), chi vuole una rifondazione comunista permanente (Targetti), chi cerca il partito di massa, per esserne la corrente di classe (Falcemartello), chi vuole fondersi col fantasma del PDCI per rifare un PC (Steri) e chi cerca di riunificare la sinistra nelle istituzioni (Grassi). In questa maionese oramai impazzita, sul piano politico e nei rapporti personali, Ferrero è minoranza nel CPN, ma nessuno è maggioranza. E forse si aspettano solo i titoli di coda, o che qualcuno arrivi a chiudere la porta.
In questo quadro dominato dalla confusione, registriamo anche lo stallo di Ross@. Il nuovo soggetto dell’estrema sinistra, che si proponeva la conquista di uno spazio anche elettorale attraverso l’accumulazione di forze politiche, sindacali e sociali, è praticamente collassato, nella difficoltà a raccogliere un’avanguardia diffusa (forse proprio perché è l’avanguardia ad essersi dispersa) e nel contrasto tra un soggetto costituente neostalinista (Rete dei comunisti) ed uno movimentista di lontana matrice trotskista (Sinistra anticapitalista). Sopravvive quindi oggi come ennesima manifestazione del gruppo dirigente ristretto della USB , gli ex-OPR, che raccolgono intorno a se sparsi spezzoni locali dell’estrema sinistra.
Il difficile avvio dell’autunno, tra lotte disperse e disgregazione sociale Questa confusione ha contribuito al dispiegarsi di molteplici mobilitazioni nell’autunno, ognuna delle quali tesa ad affermare la propria identità: il 17 settembre lo sciopero Unicobas; il 27 settembre il corteo per la Palestina; il 4 ottobre la manifestazione SeL; il 10 ottobre lo sciopero di studenti, autoconvocati, Cub e Cobas scuola; il 16 ottobre la giornata di mobilitazione dell’area antagonista; il 24 ottobre lo sciopero generale della USB; il 25 ottobre il corteo CGIL; 8 novembre il corteo CGIL CISL UIL del pubblico impiego; il 14 novembre lo sciopero sociale (area antagonista, sindacati di base; sinistra Cgil), a cui si aggiunge all’ultimo FIOM alta Italia; il 29 novembre la manifestazione di Tsipras. Un quadro che ha determinato un primo ostacolo, soggettivo, alla costruzione di un fronte unico. L’autunno è dominato dalla scomposizione e dalla contrapposizione dei diversi percorsi, più che da una tendenza all’unità delle lotte. Di più, in questo contesto si rompe il fronte dei sindacati di base, con la decisione USB di convocare lo sciopero del 24 ottobre, ed il 14 novembre assume la valenza di uno “sciopero sociale” che intreccia le rappresentanze operaie della Fiom, e non di un’iniziativa antagonista e classista.
Il secondo ostacolo alla prospettiva di un fronte unico sta negli stessi limiti della dinamica di lotta. I conflitti dell’autunno rimangono isolati e dispersi, anche quando sono radicali, anche quando sono percepiti come esemplificativi di una condizione generale: i 35 giorni di sciopero prolungato dei lavoratori di Terni non solo non si coordinano con le fabbriche in crisi, ma neanche con le altre grandi acciaierie che stanno subendo processi di ristrutturazione (ILVA di Taranto e Lucchini di Piombino). I conflitti per chiusure o ristrutturazioni rimangono ripiegati su stessi, all’inseguimento del “salvatore” di turno o di mediazioni su licenziamenti e intensificazione del lavoro (turni, orari, ritmi). Al massimo trovano una solidarietà episodica nel proprio territorio, ma non sono in grado di innescare una vertenza ricompositiva, fosse anche solo di impianto riformista e neokeynesiano (ad esempio per la nazionalizzazione dell’acciaio).
Nel contempo, il movimento della scuola, che poteva ricoprire un ruolo generale di opposizione al governo, non è partito. Non che sia mancato il dissenso. Ma da una parte è prevalsa l’attesa dei provvedimenti, anche nei suoi possibili risvolti positivi (150mila assunzioni), dall’altra hanno pesato le titubanze sindacali, della FLC in primo luogo (che non ha voluto anticipare la CGIL, rompere il rapporto con Cisl e Uil, contrapporsi a diversi elementi del Piano scuola). Il 10 ottobre lo sciopero degli autoconvocati è stato sostanzialmente limitato a Roma. I cortei studenteschi hanno coinvolto poche migliaia di persone, anche nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli). Le autogestioni e le occupazioni non sono partite, se non in sporadici episodi.
Con l’autunno, infine, è emerso il crescente logoramento sociale. L’erosione dei risparmi, la riduzione dei sostegni (ammortizzatori, assegni, servizi), il crollo dell’occupazione hanno prodotto in questi anni una progressiva crescita del degrado sociale. Questi processi hanno raggiunto nell’autunno un’evidenza politica, e non solo statistica, con l’esplosione di conflitti etnici e popolari nelle periferie di grandi città (San Siro, Corvetto e Giambellino a Milano; Corcolle e Torre sapienza a Roma; campi rom a Torino). Dinamiche che erano episodiche (comunità cinese o africana a Milano; Via Anelli a Padova) o relegate ad alcuni contesti meridionali (Scampia, Castel Volturno, Rosarno), sembrano oggi diffondersi in molteplici realtà. I conflitti sociali si esprimono anche su un terreno territoriale e identitario, che consolida la scomposizione e l’arretramento della coscienza di classe. Già oggi, la Lega e l’estrema destra tentano di generalizzare queste dinamiche, provando a cavalcare il malcontento che sale dai quartieri popolari. La riuscita manifestazione milanese dello scorso 18 ottobre, oltre che i ripetuti tentativi di Salvini e Borghezio di incunearsi nelle contraddizioni sociali delle aree periferiche delle grandi città, segnalano un possibile salto di qualità dell’iniziativa reazionaria. Nella prossima fase uno dei nostri compiti politici sarà quello di proporre e praticare una politica di fronte unico, capace di connettere la necessaria mobilitazione antifascista e antirazzista con una più ampia iniziativa politica, protesa a coinvolgere nella lotta di classe quegli stati proletari provi di coscienza di classe, che oggi rischiano di essere irretiti dalla demagogia populista e fascistoide.
L’uscita dalla paralisi della CGIL, la ripresa di un’opposizione di massa L’apertura di un conflitto frontale sul lavoro ha però ulteriormente modificato il quadro. Il dato principale di questa fase è che, con l’avanzare dell’autunno, la burocrazia Cgil è uscita dalla paralisi. Di fronte ad un attacco politico generale la CGIL e la FIOM hanno finalmente reagito, risolvendo più o meno temporaneamente le loro divergenze. Hanno reagito non solo sul piano della rappresentazione del conflitto (le dichiarazioni contro Renzi, il “cinegiornale” web; le spillette CGIL con il gettone): hanno avviato una mobilitazione di massa prima con il corteo del 25 ottobre, poi con gli scioperi e i cortei FIOM di Milano e Napoli, infine con lo sciopero generale. Una mobilitazione che si diffonde negli scioperi aziendali e territoriali, come nelle contestazioni a Renzi (a partire dalla prima, in Valle Seriana, organizzata dalle fabbriche in cui è presente l’OpposizioneCGIL), che sono ora sostenute anche dalla burocrazia sindacale.
Questa mobilitazione ha modificato il quadro, perché è emersa un’opposizione di massa, organizzata per di più da un soggetto sindacale: un’opposizione centrata su una dimensione di classe. Un senso comune di massa contro il governo ha potuto costruirsi, perché un grande soggetto organizzato gli ha dato forma ed espressione. Questo il risultato fondamentale della scelta della CGIL, che va oltre le sue intenzioni e anche oltre la sua reale capacità di mobilitazione. Oltre le sue intenzioni, perché nella CGIL permane la linea strategica dell’accordo con governo e produttori: la scelta del conflitto è temporanea, diretta a modificare i rapporti di forza, incerta nei tempi, nelle forme, nelle parole d’ordine. Oltre la sua capacità di mobilitazione, perché ad oggi sono coinvolti settori limitati: al corteo del 25 ottobre hanno partecipato realmente 150/200mila persone (soprattutto quadri e dirigenti diffusi della CGIL), agli scioperi ha sinora aderito solo la parte più cosciente della classe, nelle contestazioni sul territorio manifestano in prevalenza militanti politici e sindacali. Ma anche solo questa incerta e limitata mobilitazione ha segnato una contrapposizione netta tra movimento dei lavoratori (e delle lavoratrici) e governo. Nella dinamica politica si è quindi iniziato ad inserire un nuovo elemento: l’apertura di uno spazio politico a sinistra, sospinto dalle piazze della CGIL. Il voto dell’Emilia Romagna, una regione di storico riferimento della sinistra, non rappresenta semplicemente il rigetto della degenerazione del ceto politico locale, ma esprime anche se non soprattutto una profonda disaffezione verso Renzi e il suo governo.
La prospettiva dei prossimi mesi: un quadro mondiale di acutizzazione della crisi Nei prossimi mesi questi processi arriveranno ad un loro punto di risoluzione: il tentativo bonapartista di riforma istituzionale (sostenuto dal patto del Nazareno), la costruzione di un nuovo campo politico, lo scontro tra sindacati e governo, il consolidamento o la scomparsa di uno spazio politico a sinistra del Pd. Diversi avvenimenti segneranno questi processi: il risultato dello sciopero del 12 dicembre, la capacità della CGIL di proseguire la lotta contro il governo, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, l’applicazione concreta della legge di stabilità e del Job Act, le elezioni delle RSU nel pubblico impiego, le elezioni regionali, la riforma elettorale. Ma al di là di questi e altri avvenimenti, come l’adattamento autunnale è stato fondamentalmente dettato dalla dinamica della crisi (il crollo della produzione italiana e la stagnazione dei grandi paesi europei), così la prossima fase sarà influenzata fondamentalmente dall’evoluzione economica e, in particolare, della dinamica europea. Non possiamo qui che confermare le valutazioni dell’ultimo CC del PCL.
“La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale… In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale; la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale. La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare”.
I mesi scorsi hanno evidenziato la progressiva riduzione della crescita in Cina. Per vent’anni questa è stata dominata dagli investimenti (50% del PIL). La riduzione dei tassi di sviluppo apre quindi il rischio di una crisi dell’opaco mondo finanziario cinese, che si è costruito su questi immani investimenti immobiliari e infrastrutturali. Nel contempo la necessità di modificare la struttura produttiva con l’espansione del mercato interno e degli investimenti diretti esteri (imperialismo cinese), apre la possibilità di un complesso periodo di transizione con crisi settoriali e conflitti dispiegati. In un contesto sociale segnato non solo da una piccola borghesia urbana che aspira a maggiori livelli di consumo (“il sogno cinese”), ma anche da una nuova generazione operaia cresciuta in città, più consapevole di sé, con alle spalle un decennio di lotte economiche vincenti ed il miglioramento progressivo di salari e condizioni di vita. Le contraddizioni dello sviluppo cinese sembrano cioè accumularsi, rendendo forse più difficile che nel prossimo periodo questo polo capitalista possa intervenire nella crisi mondiale con una funzione di riequilibrio, come nel decennio passato. Nel contempo la dinamica giapponese, con il crollo nel secondo trimestre (-7%) e la sua prosecuzione nel terzo, ha reso evidente i limiti di una politica monetaria neokeynesiana, a fronte di una crisi strutturale di sovrapproduzione. La diversa prospettiva economica asiatica, che ha rappresentato in questi anni la principale controtendenza alla crisi, ha immediatamente prodotto conseguenze negli equilibri mondiali.
Innanzitutto, sul piano economico. In Europa questa dinamica approfondisce la stagnazione dell’Unione e le sue contraddizioni: l’Eurozona, nel quadro di una strisciante instabilità finanziaria per le resistenze della BCE al quantitative easing ed a garantire i debiti sovrani, deve affrontate oltre alla lunga depressione dei paesi mediterranei anche la crisi del suo nocciolo produttivo, per la limitazione delle esportazioni asiatiche e il contemporaneo blocco della domanda aggregata continentale. Nei paesi in via di sviluppo, dall’Africa al Latinoamerica, la forte diminuzione del prezzo delle materie prime (dovuto all’espansione degli scorsi anni ed alla ridotta domanda asiatica), mette a rischio in molti paesi non solo la tenuta dei conti e delle monete, ma anche la stessa dinamica di sviluppo (finanziato dai surplus delle materie prime) e soprattutto il precario equilibrio politico interno.
In secondo luogo, sul piano della competizione capitalistica. Gli Stati Uniti, sospinti da una lunga espansione trainata dalla FED (stampa incontrollata di moneta) e dalla crescita della propria produzione petrolifera, riuscendo a dilazionare nel tempo l’esplosione delle bolle finanziarie prodotte da queste politiche, rappresentano oggi un elemento di parziale controtendenza alla crisi in corso. Fermo restando le contraddizioni delle loro guerre mediorientali, hanno potuto rilanciare una proiezione imperialista impostando la costruzione di due aree commerciali di riferimento, in Atlantico e nel Pacifico, volte a isolare Russia e Cina. Cina che è spinta dalla sua dinamica di sviluppo capitalista ad una più aggressiva presenza nei mercati mondiali (anche in termini di investimenti diretti), in primo luogo verso il controllo del Pacifico. In questo contesto, rischiano quindi di acutizzarsi le tensioni interimperialiste, con lo sviluppo di guerre commerciali annunciate (aree contrapposte nel Pacifico, competizione per le relazioni con la UE) o appena cominciate (prezzo del petrolio). Al netto di nuove precipitazioni per choc finanziari imprevedibili o per eventi geopolitici, lo scenario economico nel breve e nel medio periodo sembra quindi segnato dall’approfondimento della crisi e della competizione imperialistica, da un’acutizzazione delle contraddizioni fra e nei poli di sviluppo.
Il governo Renzi non sembra quindi trovare un sostegno nel quadro internazionale. Il tentativo di stabilizzazione istituzionale non sarà accompagnato da una ripresa o da una riduzione delle contraddizioni tra centro e periferia del continente. Il conflitto di classe aperto non potrà contare su un reale terreno di ricomposizione. Questo nonostante la moderazione che ancora contraddistingue il gruppo dirigente CGIL e quello della FIOM, che rischiano con la loro prudenza di determinare una diluizione e quindi una sconfitta della lotta contro il governo. Tanto più se, ad oggi, si è riusciti ad innescare solo l’avvio del conflitto, ma non ancora un reale movimento di massa.
Fronte unico di classe: sostenere la lotta della CGIL, combattere la sua direzione, costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e In questo quadro, come CC del PCL, ribadiamo la linea del fronte unico di classe, una linea propagandistica rivolta in particolare alle avanguardie politiche e sociali. Oggi che è stato aperto il conflitto con il governo Renzi, e che è stato aperto per la difesa di diritti e salari di lavoratori e lavoratrici, è importante che questo conflitto sia combattuto sino in fondo. Per evitare di rilanciare quei processi di scomposizione della coscienza di classe che, come abbiamo visto, sono profondamente radicati nel mondo politico e sociale del nostro paese.
La linea del fronte unico si pone quindi oggi, in primo luogo, l’obbiettivo di sottolineare la priorità di condurre sino in fondo il conflitto con il governo, costruendo ed allargando l’opposizione di massa a Renzi ed alle sue politiche. In una dinamica che ha visto sinora marginalizzate le forze dell’estrema sinistra ed assenti i movimenti autorganizzati, la nostra proposta dovrà concentrarsi nel sostegno alla scontro di massa che si è aperto: quello avviato dalla CGIL. Invitando innanzitutto a concentrare tutte le energie sulle mobilitazioni e gli scioperi della CGIL e della FIOM, come ha fatto il 14 novembre il SI Cobas, partecipando al corteo FIOM di Milano. Invitiamo ogni soggetto a sostenere questa lotta con la propria identità, la propria piattaforma e la propria prospettiva. Nel comune interesse della sconfitta del governo Renzi.
In secondo luogo, la linea del fronte unico deve tenere in considerazione che il gruppo dirigente di questa lotta è sinora centralizzato nella CGIL e nella FIOM: cioè in un gruppo dirigente segnato nel caso della Camusso da una strategia concertativa di fondo (patto dei produttori), da una profonda moderazione politica e dalla ricerca dell’unità con Cisl e Uil; nel caso di Landini da un’impostazione settoriale e vertenziale, da profonde incertezze sulla generalizzazione delle lotte, da un’impostazione riformista neokeynesiana, dall’obiettivo della conquista della direzione della CGIL (anche in relazione con Renzi). Se l’obbiettivo principale è la prosecuzione della lotta, dobbiamo nel contempo denunciare responsabilità e scelte strategiche di Camusso e Landini. Ma soprattutto dobbiamo sviluppare ogni possibile contrappeso, dentro questa lotta, alla direzione burocratica di CGIL e FIOM. In questa direzione dobbiamo rilanciare il nostro sforzo per costruire percorsi di unità d’azione, sul piano territoriale e su quello nazionale, con le altre forze classiste sindacali e della sinistra. Cioè percorsi di coordinamento e iniziativa con le altre forze sindacali e politiche della sinistra centrista e dell’estrema sinistra, che organizzano larghe avanguardie politiche, sociali e di classe.
In terzo luogo, la linea del fronte unico deve rivolgere, innanzitutto alle avanguardie, la proposta di costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e, eletti nei posti di lavoro: per comporre una piattaforma unificante della mobilitazione, per una direzione democratica e di classe delle lotte. Per lo sviluppo della lotta di classe, l’elemento determinante non è mai la vittoria del singolo conflitto, ma come questo è condotto. Proponiamo quindi di costruire un’assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro, in tutte le categorie, per definire una risposta di lotta di pari radicalità e una piattaforma di mobilitazione unificante, oggi clamorosamente assente. Una piattaforma che leghi la rivendicazione del ritiro incondizionato delle misure governative a un piano più generale di obiettivi e soluzioni alternative.
In una fase segnata dall’arretramento della coscienza di classe e delle avanguardie di massa, dal ruolo delle burocrazie sindacali, dalla pretesa di autosufficienza di molti sindacati di base, tale proposta di organizzazione democratica delle lotte può articolarsi, in una prima fase, in due obbiettivi parziali: da una parte la costruzione di comitati di sciopero e di lotta, che possano raccogliere delegati e avanguardie di ogni appartenenza sindacale e che possano coordinarsi sul territorio, per promuovere sia mobilitazioni, sia una piattaforma generale unificante; dall’altra la costruzione di assemblee e coordinamenti di RSU, cioè delle rappresentanze sindacali elette dai lavoratori nel quadro degli vigenti accordi burocratici, che possono però favorire la convergenza di diverse appartenenze sindacali, la generalizzazione dai propri settori di appartenenza, e infine innescare uno sganciamento potenziale dalle direzioni burocratiche. Queste due proposte di agitazione, i comitati di lotta e le assemblee RSU, sono non casualmente centrati su una dimensione di classe, distinguendosi dalle prospettive movimentiste degli strike meeting, delle generiche assemblee di movimento o dell’incontro di rappresentanti dei soggetti della lotta di classe vecchi (FIOM) e nuovi (centri sociali, precari, studenti). In questo quadro complessivo di proposta, quindi, il CC del PCL si impegna a tradurre:
1. la lotta per la costruzione del fronte unico di classe con le forze politiche e sindacali che si oppongono a Renzi in una campagna nazionale del partito, facendone elemento caratterizzante di tutta la sua iniziativa politica e facendosi protagonista attiva di tale processo;
2. la lotta per la costruzione di un’unità d’azione con le altre forze politiche e sindacali classiste nella partecipazione e nel sostegno a forme di coordinamento e di iniziativa comune, sul piano nazionale e su quello territoriale, anche attivando in prima persona percorsi di questo genere ove ce ne siano le condizioni (anche come momento di costruzione del partito stesso e del suo ruolo nello scenario italiano);
3. la lotta per l’assemblea dei delegati e delle delegate, eletti in occasione di questo movimento di lotta nei luoghi di lavoro (parola d’ordine propagandistica che probabilmente oggi non ha possibilità di impattare in una scala significativa a livello di massa, anche se deve esser sempre proposta), anche nel sostegno e la partecipazione a coordinamenti RSU, comitati di sciopero, assemblee permanenti e nuclei organizzati per lo sviluppo di questa lotta, oltre che ove possibile alla loro attivazione in prima persona (iniziativa che può avere un effetto non trascurabile per la costruzione del nostro partito e la sua riconoscibilità nella classe). Una battaglia teorica per la centralità ed il fronte unico di classe.
La battaglia per il fronte unico e la centralità di classe, in questo quadro, non deve esser condotta esclusivamente sul piano dell’intervento politico, ma anche su quello della battaglia teorica. L‘obbiettivo di fase con cui ci rivolgiamo all’avanguardia politica e sociale è quello di ricostruire una coscienza di classe diffusa. Ricostruire identità, simboli, immaginari e prospettive della lotta: perché solo nel quadro di un avanzamento diffuso della coscienza di classe, su un rinnovato antagonismo anticapitalista, sarà possibile costruire un progetto politico rivoluzionario. Un antagonismo di classe che nel contesto italiano, paradossalmente, non è contestato dalle forze riformiste o dalla burocrazie sindacali (che in generale hanno abbandonato il campo di battaglia teorico), ma è attaccato dal versante dell’estrema sinistra.
In primo luogo, dopo il successo dei cortei antagonisti dello scorso anno, è ripresa una narrazione che ha trovato un importante successo comunicativo e ideologico con il 14 novembre: lo “sciopero sociale”. Questa rappresentazione politica del conflitto prende corpo da un’analisi teorica, di natura post-operaista biopolitica (Toni Negri, Michel Hardt) o postfordista da capitalismo cognitivo (Andrea Fumagalli, Yann Moulier Boutang, Bernard Paulré), tale per cui la produzione di valore e quindi di capitale è oggi “socializzata”: sono le relazioni delle persone, il general intellect, che valorizzano il capitale, in particolare attraverso prodotti immateriali (conoscenze, creatività, brand, ecc). Il dominio “del capitale” non avviene più nel controllo del lavoro, ma attraverso forme di dominio sociale (dalla microfisica del potere al controllo della moneta, dei mercati finanziari, del debito pubblico), che possono esser rotte a partire da una volontà di potenza collettiva (potere costituente, zone liberate, produzione sociale autovalorizzante come beni comuni o open source). In questo quadro di riferimento, non c’è più alcun senso nel condurre una lotta di classe attraverso uno sciopero (blocco della produzione capitalista del valore), in quanto i settori industriali sono solo residuali; né ha senso uno sciopero politico diretto alla presa del potere, in quanto lo stato nazionale ed il potere politico sono sussunti dal “sistema imperiale” e “biopolitico” del potere. La lotta può quindi esser condotta attraverso uno “sciopero sociale”, cioè il rifiuto volontaristico del nuovo proletariato cognitivo e relazionale di assoggettarsi al capitale: in generale tutte le persone che, non avendo altro bene se non la propria mente, sono produttivi anche se non lavorano in quanto connessi alle reti sociali creative; in particolare settori di lavoratori autonomi di seconda generazione, professionisti ICT, giovani precari e inoccupati che si organizzano nelle reti dei movimenti antagonisti. In questa fase, segnata da arretramenti e scomposizioni nell’avanguardia e nella coscienza di classe diffusa, tali nefaste posizioni politiche, già in azione ed egemoni da anni all'interno di movimenti, centri sociali e avanguardie studentesche, possono ancora più facilmente penetrare nella rappresentazione di massa e nell’universo mediatico (come in occasione del 14 novembre), e permeare in tal modo diversi settori di proletariato e lavoro dipendente, rallentando ulteriormente i processi di formazione di una nuova avanguardia di classe.
In secondo luogo, possiamo registrare la ripresa, sul piano teorico e nel senso comune di larghi settori della sinistra militante, di un’impostazione “neocampista” dello scontro di classe. Diversi autori e impianti teorici (da Domenico Losurdo a Luciano Vasapollo) hanno recentemente riproposto una lettura del sistema mondiale che lo divide in due “campi” contrapposti, conflitto di classe primario a cui subordinare tutti gli altri. Oggi questi campi non possono esser più identificati nel sistema capitalista a guida EuroAmericana e in quello socialista a guida Sovietica o Cinese. I due campi sono sostituiti dalla metropoli imperialista declinante (USA ed Europa) e dalle forze antagoniste ex-coloniali (Cina, Sudamerica, mondo arabo, ecc). A partire dall’epilogo della nuova primavera araba, dall’involuzione del conflitto siriano, dalle vicende ucraine, torna cioè a diffondersi in diversi settori di avanguardia una rappresentazione politica che individua il conflitto prioritario nello scontro geopolitico: a fronte di un capitale che ha oramai vinto nei paesi occidentali (neoliberismo), stiamo assistendo ad un riequilibrio sociale mondiale con i paesi in via di sviluppo. Secondo questa impostazione, la sinistra si ricostruisce a partire da uno schieramento per questi nuovi poli capitalisti emersi (Cina, Brasile, India, Russia), contro quelli consolidati (Stati Uniti ed Europa). Una prospettiva che porta sul piano internazionale a sostenere qualunque potenza in contraddizione con l’egemonia USA, mentre sul piano nazionale a proporre fronti unici interclassisti antimperialisti (dallo sganciamento dell’euro alla costellazione di paesi mediterranei). Di nuovo, da un punto di vista diverso, una lettura politica che tende a sfumare la centralità del conflitto di classe nel proprio paese, oltre che a livello internazionale.
Diverse prospettive in cui rilanciare il nostro progetto comunista e rivoluzionario; impegnarsi comunque come PCL nelle prossime elezioni amministrative Sul piano politico, si possono delineare diverse prospettive considerando due variabili determinanti: il dispiegamento di una lotta di massa contro il governo; la conclusione del tentativo bonapartista renziano. Consideriamo, in particolare, due scenari che potrebbero originare dall’incrocio di queste variabili.
Primo scenario. Nel corso del prossimo inverno si sviluppa lo scontro contro il governo, passando dalla rappresentazione del conflitto ad un movimento di massa che si articola su diversi fronti (fabbriche in crisi, studenti e scuola, pubblico impiego per i contratti, ecc). Man mano che questa prospettiva si dispiega, si cristallizza la rottura con Renzi di ampi settori del “popolo di sinistra”, intorno a specifici eventi simbolici: un conflitto di fabbrica, lo sgombero di alcune scuole, un corteo nazionale (come ad esempio è stato nelle scorse settimane la carica della polizia ai lavoratori Thyssen). Si consolida cioè nell’immaginario sociale e nel campo politico uno spazio a sinistra del Partito Democratico. Uno spazio che, nel quadro di una contrapposizione tra movimento sindacale e governo, acquista sempre più una valenza di classe: lo spazio, cioè, per un partito del lavoro. La maturazione di questa possibilità è già in corso: SeL, spiazzata dall’evoluzione renziana, ha recentemente rilanciato un ennesimo processo costituente per raccogliere i frammenti in uscita dal PD e candidarsi ad occupare questo spazio (la “convention” Human factor a gennaio). Ma ancora con incertezze (rapporto col PD alle prossime regionali) e senza una matrice laburista di fondo. Una prospettiva politica coerente dovrebbe infatti veder protagonista non semplicemente Landini o alcuni esponenti sindacali, ma implicherebbe una svolta storica della CGIL, che si facesse direttamente promotrice della costituzione di un vero e proprio partito laburista (come prefigurato, sulla fine degli anni novanta, dall’ultimo Sabbatini, segretario FIOM ed esponente principale della corrente politica che controlla da anni questa organizzazione). Un’evoluzione che potrebbe esser favorita dal successo parziale della svolta bonapartista, in quanto una sconfitta renziana riaprirebbe la contesa sulla direzione del PD (verso un nuovo Ulivo?).
Un secondo scenario vede la lotta avviata dalla CGIL collassare rapidamente, per la ridotta partecipazione allo sciopero del 12 dicembre, per la difficoltà ad innescare diversi fronti di lotta, per le incertezze di una burocrazia sindacale spaventata dalla possibilità di perdere il controllo del conflitto. Lo sfondamento antisindacale dell’autunno viene quindi capitalizzato da Renzi: non solo col Job Act, ma cambiando modello contrattuale (trasformazione in legge dell’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio, salario minimo per legge e aziendalizzazione dei contratti). Nel contempo questi nuovi rapporti di forza gli permettono sul piano politico di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e di approvare entro il prossimo autunno le riforme istituzionali (legge elettorale e riforma del Senato). Questa vittoria nello scontro di classe gli permette quindi di consolidarsi sul piano elettorale nelle amministrative del 2015, definendo un campo politico libero da Berlusconi e organizzato intorno a pochi centri attrattori, tutti fondamentalmente populisti. In questo scenario, dominato dalla vittoria di Renzi, il conflitto sociale finirebbe dominato da dinamiche identitarie territoriali, da resistenze e rivolte, con una certa difficoltà ad attivare processi di evoluzione politica delle lotte intorno ad interessi e prospettive di classe.
Questi scenari, ovviamente, sono solo rappresentazioni polarizzate ed astratte di dinamiche tendenziali, che tengono in considerazione unicamente due fra le molte variabili possibili. A complicare il quadro, infatti, oltre alle tendenze ed alle controtendenze nella crisi mondiale, potrebbero entrare in gioco nei prossimi mesi altri fattori, prodotti dallo scontro di classe internazionale, dalle contraddizioni tra poli capitalisti, dalle dinamiche dell’Unione Europea. Ad esempio le prossime elezioni presidenziali greche, previste il 29 dicembre, potrebbero precipitare rapidamente in nuove elezioni politiche e forse determinare una significativa vittoria elettorale di SYRIZA. Una vittoria che, sulla base degli attuali sondaggi, permetterebbe a Tsipras di conquistare una percentuale significativa di deputati grazie al forte premio di maggioranza (10%), e quindi di diventare primo ministro nel quadro di un governo di coalizione con altre forze della sinistra riformista borghese. In tale possibile scenario, questo “fronte popolare” aprirebbe due diverse prospettive, sempre se si mantenesse coerente con la propria impostazione keynesiana senza capitolare alle compatibilità borghesi ed a quelle europee (tenuta che non sappiamo dire quanto sia probabile, ma che sicuramente non è scontata). Da una parte nel breve periodo un rilancio delle sinistre europee e anche italiane, che individuerebbero in un eventuale governo Tsipras l’esemplificazione e nel contempo la leva per una diversa politica economica europea, neokeynesiana e federalista: “un’altra Europa”, che ricostruisca a livello continentale un grande compromesso tra capitale e lavoro, uno stato sociale europeo. Un’impostazione neoriformista che, proprio grazie alla centralità politica e mediatica che il governo greco conquisterebbe, potrebbe egemonizzare una parte della sinistra europea e conquistare settori significativi di classe e di avanguardia nel breve periodo. Dall’altra parte, questo eventuale governo “delle sinistre” potrebbe determinare l’acutizzazione delle contraddizioni nel quadro politico istituzionale europeo, con la richiesta di uno dei governi al centro della crisi di rivedere scelte ed indirizzi della troika e quindi un nuovo ciclo di scontri e trattative tra BCE, nucleo tedesco dell’Unione e periferie mediterranee.
Questi scenari, però, ci ricordano che l’evoluzione del conflitto di classe nel nostro paese potrà conoscere nei prossimi mesi destini assai diversi tra loro, in funzione dell’esito dei processi sociali e politici in corso. Il Comitato centrale affida quindi alla Segreteria del PCL, ed alle sue commissioni settoriali, una valutazione dello sviluppo della situazione, secondo le linee tracciate in questo documento, ritenendo opportuno convocarsi nella primavera 2015 per valutare la dinamica concreta del governo, del conflitto con la CGIL, della costruzione degli scenari considerati. In ogni caso, il CC del PCL invita sin da subito le proprie strutture territoriali, ed in particolare i coordinamenti regionali, ad impegnarsi per le elezioni regionali 2015. Qualunque sarà lo scenario politico e sociale in cui queste elezioni si caleranno, la presenza del PCL potrà contribuire in maniera determinante per la nostra strategia, per mantenere una presenza politica di una forza comunista e rivoluzionaria nel quadro politico del paese. Considerate le vigenti leggi elettorali, che impongono per le regionali una raccolta firme ancor più alta che per le politiche, invita le proprie strutture a prevedere una campagna politica che segni in ogni caso una nostra presenza nel panorama elettorale, come nella recente esperienza emiliana. Il CC del PCL, infine, ricorda che non si può escludere un’indicazione di voto critico, ma questa deve esser limitata, secondo quanto deciso al nostro ultimo congresso, a prospettive politiche con una significativa credibilità di massa o della larga avanguardia di classe. Di conseguenza, nel caso di un’eventuale assenza del PCL dal campo elettorale, un’indicazione di voto critico a liste alternative al PD potrà esser valutata solo ed esclusivamente se queste raccolgono un’ampia coalizione di sinistra, che appaia come rappresentante del processo di conflitto con il PD e le scelte antipopolari di Renzi.
In questo quadro, assegna in primo luogo ai Coordinamenti regionali il compito di valutare le situazioni concrete che si andranno determinando. Sarà poi il CC, o la Segreteria sentito i componenti del CC (qualora sia impossibile convocare il CC prima dell’inizio della campagna elettorale), a valutare anche eventuali scenari ad oggi non presumibili ed a stabilire, per le regioni in cui non sarà possibile presentare una nostra lista autonoma, le modalità di intervento ed eventuali indicazioni di voto critico.
CC del PCL
Bologna, 13 dicembre 2014
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
mercoledì 10 dicembre 2014
ADESIONE A SCIOPERO E MANIFESTAZIONI DEL 12 DICEMBRE PER UNA SVOLTA RADICALE E UNITARIA DI LOTTA CONTRO IL GOVERNO RENZI
Il PCL aderisce e partecipa allo sciopero generale del 12 Dicembre e alle relative manifestazioni territoriali, portando in esse le proprie posizioni e proposte.
Lo sciopero generale del 12 Dicembre si pone dentro lo scontro aperto fra il governo Renzi e il movimento operaio e sindacale. Milioni di lavoratori e lavoratrici del settore pubblico e privato sciopereranno contro un governo reazionario, a vocazione bonapartista, che attacca frontalmente i diritti elementari del lavoro, irride i sindacati, persegue un disegno di riforma elettorale e istituzionale senza precedenti per la sua gravità nella storia della Repubblica.
Il fatto che lo sciopero generale sia contro un governo imperniato sul PD, come mai in passato, carica di fatto di un significato politico particolare la giornata del 12 Dicembre, al di là dei limiti profondi della sua impostazione.
Per la stessa ragione lo sciopero indetto da CGIL e UIL è del tutto insufficiente a mutare i rapporti di forza, tanto più a fronte di un governo che tira dritto, con estrema arroganza, contro il movimento operaio. CGIL e UIL perseguono una linea di pura “pressione” sull'esecutivo in funzione dell'apertura del “dialogo”. E' una linea miope, del tutto inadeguata rispetto alla gravità dell'attacco, di fatto subalterna ad una pura logica emendativa, incapace di fermare l'aggressione al lavoro e di produrre risultati.
E' necessario che il 12 Dicembre dia il via ad una svolta profonda del movimento operaio e sindacale: una svolta di lotta unitaria e radicale che metta in campo un'azione di massa prolungata, realmente mirata a cambiare i rapporti di forza, fermare il governo, piegare le sue resistenze, creare le condizioni di un'alternativa vera. A questo fine occorre contrapporre alla determinazione reazionaria del renzismo una determinazione uguale e contraria del movimento operaio. Occorre contrapporre la forza alla forza.
- Si convochi una assemblea nazionale di delegati eletti di tutte le categorie del mondo del lavoro.
- Si definisca una piattaforma di lotta unificante che risponda unicamente alle ragioni sociali dei lavoratori, precari, disoccupati.
- Si promuova su quella piattaforma una vera vertenza generale capace di aggregare attorno alla classe operaia tutti i settori oppressi della società.
- Si sviluppi una azione di lotta prolungata in tutto il paese a sostegno di questa vertenza, con l'occupazione delle aziende che licenziano, il loro coordinamento nazionale, la creazione di una cassa nazionale di resistenza.
Solo questa svolta unitaria e radicale di lotta può realmente sconfiggere il governo Renzi.
Facciamo appello a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, per il più ampio fronte unico di lotta contro il governo Renzi, e per un salto radicale della mobilitazione in corso.
Il PCL porterà nei luoghi di lavoro e in tutte le piazze d'Italia questa proposta di svolta.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
lunedì 8 dicembre 2014
mercoledì 3 dicembre 2014
RENZI E L'ILVA: SI PREPARA UNA TRUFFA PER LAVORATORI, SALUTE, AMBIENTE
Renzi “nazionalizza” l'Ilva? No. Prepara una soluzione truffa, per cercare di disinnescare una mina sociale esplosiva. Una soluzione brillante per i profitti dei capitalisti , a carico dei lavoratori, della salute, dell'ambiente.
La classica nazionalizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.
L'operazione è ancora in gestazione, ma appare chiara nel suo indirizzo di fondo. Ed è a incastro:
-Si scarica il fardello di debiti e contenziosi giudiziari dell'Ilva su una bad company, appositamente creata, a favore di una “new company” più appetibile per il mercato ( cioè per gli interessi dei capitalisti acquirenti). Alitalia è la bussola.
-Si potenzia il ruolo giuridico dell'attuale commissario, con la modifica ad hoc della legge Marzano, consentendo una amministrazione straordinaria controllata dell'azienda, e dunque il suo potere di vendita dell'Ilva.
-Si mobilita la Cassa Deposito e Prestiti per acquistare un pacchetto azionario di minoranza di una cordata capitalista interessata a sua volta all'acquisto dell'Ilva ( o la cordata Arcelor Mittal/ Marcegaglia o il gruppo Arvedi), per incentivarla all'acquisto.
-Si realizza infine la vendita dell' Ilva alla cordata capitalistica prescelta, con lo Stato socio di minoranza.
Chi guadagna da questa operazione?
I Riva, tuttora “legittimi” proprietari per il 90% dell'Ilva, che incasserebbero il ricavato della vendita ( si parla di diversi miliardi di soldi pubblici come solo prezzo di indennizzo). I gruppi capitalistici acquirenti che prenderebbero in mano un gruppo “ripulito” di pendenze ingombranti grazie all'aiuto delle risorse pubbliche. Le grandi banche, che avrebbero garanzia di incasso dei propri crediti scaricati sulla collettività. Il governo che strillerebbe ai quattro venti la “soluzione” della questione Ilva come riprova della propria attenzione al lavoro ( con l'occhio rivolto alle prossime elezioni).
Chi paga l'operazione?
I lavoratori, che cambierebbero padroni, senza alcuna garanzia sul proprio futuro, e che per di più dovrebbero accollarsi indirettamente i costi della “nazionalizzazione” ( a vantaggio di un gruppo capitalista criminale) al pari dei lavoratori di tutta Italia. La salute e l'ambiente, perché nessuno, nella soluzione prospettata, si prenderebbe carico dei costi del risanamento ambientale e della riorganizzazione produttiva: nè i capitalisti acquirenti che anzi mostrano interesse all'acquisto solo se sgravati dai costi del risanamento; nè lo Stato, che piange miseria e impiega i soldi pubblici a vantaggio dei capitalisti, nel mentre taglia spese sociali, servizi pubblici, diritti dei lavoratori.
Uno Stato che non riesce neppure a recuperare il miliardo e duecento milioni sequestrati dalla magistratura ai Riva, oggetto di ricorso giudiziario e dispersi nei paradisi fiscali di mezzo mondo.
Altro che “compiacimento” per “i nuovi” indirizzi del governo sull' Ilva, come dichiarano Camusso e Landini!
I fatti dimostrano che per coniugare le ragioni del lavoro, della salute, della vita, c'è una sola soluzione possibile: una nazionalizzazione vera. L'esproprio della proprietà dell'Ilva, senza alcun indennizzo per il gruppo capitalista criminale dei Riva. Il controllo operaio e popolare sull'azienda , sulla riorganizzazione del lavoro, sull'intero piano di risanamento ambientale. Il finanziamento di un piano reale di risanamento, che per la sola città di Taranto richiede non meno di 10 miliardi: risorse che vanno prese dai portafogli dei capitalisti, a partire dal rifiuto del pagamento del debito pubblico verso le banche ( 80 miliardi l'anno!), non certo da stipendi e pensioni di chi lavora e paga mutui e affitti.
La rivendicazione di esproprio senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori va estesa in realtà alla intera produzione siderurgica: è l'unica soluzione che può garantire non solo i lavoratori dell'Ilva, ma anche gli operai delle acciaierie di Terni e di Piombino, anch'essi attaccati da padroni criminali senza scrupoli, o “venduti” a nuovi pescecani.
Una mobilitazione per la nazionalizzazione vera della siderurgia, sostenuta dalla occupazione delle relative fabbriche, potrebbe unire vertenze operaie oggi disperse e innescare una svolta di lotta dell'intera classe operaia italiana attorno a una rivendicazione unificante: le aziende che licenziano o inquinano, in ogni settore, siano espropriate e poste sotto controllo operaio, a garanzia della salute e del lavoro!
Non è una soluzione “compatibile” con il mercato? E' vero. L'interesse dei capitalisti non è compatibile con le ragioni del lavoro e della salute. Per questo è necessario battersi per un governo dei lavoratori che faccia piazza pulita di questa organizzazione barbarica della società.
Il Partito comunista dei lavoratori ( PCL) si batte tra i lavoratori e tutte le vittime del capitalismo per sviluppare questa consapevolezza.
Lo crescita del PCL anche a Taranto e fra i lavoratori dell'Ilva è al servizio di questa prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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